Doctor Blue and Sister Robinia

Novembre 13, 2009

PICCOLI PASSI(10) LA TRASFIGURAZIONE DELL’AMORE IN CRISTO di C.S. Lewis

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 8:19 pm
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(Da: I quattro amori, Jaca Book)

Emerson ha detto: «Quando i semidei se ne vanno, arrivano gli dèi»; ma questa è una massima su cui io ho delle riserve. Piuttosto, si dovrebbe dire: «Quando arriva Dio (e soltanto allora) i semidei possono restare». Lasciati in balìa di se stessi, essi finiscono per svanire, o diventano dei demoni. Solo nel suo nome essi possono, con bella sicurezza, «maneggiare i loro piccoli scettri». Lo slogan rivoluzionario «Tutto per amore», è in realtà la condanna a mrte dell’amore -la data dell’esecuzione, per il momento, è lasciata in bianco.(…)
Tra i metodi per dissuaderci dall’amare smodatamente i nostri simili ce n’è uno che mi vedo costretto a respingere in partenza. E lo faccio non senza turbamento, poiché l’ho trovato proposto nelle pagine di un grande santo e pensatore, verso il quale nutro un debito incalcolabile.
Con parole che ancor oggi hanno il potere di commuovermi, Sant’ Agoostino descrive la desolazione in cui lo sprofondò la morte dell’amico Nebridio (Confessioni 4, 10). Da ciò egli trae una morale: questo è quanto accade – egli ci dice – a donare il nostro cuore a qualcuno che non sia Dio, Tutte le cose umane trapassano; non lasciamo che la nostra felicità dipenda da qualcosa che potremmo perdere. Se vogliamo che l’amore sia una benedizione, e non un tormento, dobbiamo indirizzarlo soltanto a quel bene che non tramonterà mai.
Questo è un ragionamento di certo dettato dal buon senso: non imbarcare i tuoi beni su un vascello che fa acqua; non spendere denaro su una casa da cui ti potranno cacciare. Nessun uomo al mondo meglio di me sa apprezzare e far tesoro di queste sagaci massime, Sono una creatura che guarda, prima di tutto, alla propria sicurezza. Di tutte le argomentazioni contro l’amore, nessuna ha più presa su di me di quella che raccomanda: «Prudenza! Questo potrebbe poi farti soffrire».
Questo, dicevo, in rapporto al mio carattere e alle mie disposizioni naturali, ma non alla mia coscienza. Quando io rispondo a questo appello mi sento lontano mille miglia da Cristo. Se di qualcosa sono certo, è che il suo insegnamento non ha mai avuto il fine di rafforzare la mia già innata preferenza per gli investimenti sicuri e le responsabilità limitate. (…) Per essere capaci di un simile calcolo bisogna essere davvero al di fuori della dimensione dell’amore, o di qualunque altro affetto. L’eros, l’eros che si ribella alle regole, che preferisce l’amata alla felicità, è allora più simile a colui che è l’amore stesso.
Penso che questo passo delle Confessioni debba essere considerato più come un residuo delle aristocratiche filosofie pagane in cui Sant’Agostino fu educato, che non come una parte del suo credo cristiano. È qualcosa di più vicino alla «apatia» degli stoici o al misticismo neoplatonico, che non alla carità. Noi siamo seguaci di colui che pianse su Gerusalemme e davanti alla tomba di Lazzaro, e che, pur amando tutti, ebbe tuttavia un discepolo cui si sentiva legato da un affetto speciale.
San Paolo ci parla con un’ autorità che fa presa su di noi più di quella di Sant’ Agostino: San Paolo non cerca affatto di darci a intendere che non avrebbe sofferto come un uomo qualunque né che sarebbe stato ingiusto soffrire, se Epafrodito fosse morto (Fil 2, 27). Ammesso che la miglior politica da adottare fosse quella di assicurarci contro il rischio di avere il cuore spezzato, siamo poi sicuri che Dio ci offra questa possibilità? Sembrerebbe proprio di no; Cristo, prossimo alla fine, è arrivato a dire: «Perché mi hai abbandonato?».
Non c’è possibilità di fuga lungo la strada che Sant’Agostino ci suggeriisce, né lungo altre strade, Non esiste investimento sicuro: amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passaatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo. Ma in quello scriigno–al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto – esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile. L’alternativa al rischio di una tragedia, è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’inferno.

Sono convinto che il più sregolato e smodato degli affetti contrasta meno la volontà di Dio di una mancanza d’amore volontariamente ricercata per autoproteggerci. (…) Non è cercando di evitare le sofferenze inevitabili dell’ amore che ci avvicineremo di più a Dio, ma accettandole e offrendole a lui: gettando lontano la cotta di protezione. Se è stabilito che il nostro cuore debba spezzarsi, e se egli ha scelto questa via per farlo, così sia.
Ciò non toglie, tuttavia, che qualunque affetto naturale possa essere smodato. Smodato non significa però “non sufficientemente prudente” né significa «troppo grande». Non si tratta di un termine quantitativo; direi anzi che è quasi impossibile amare semplicemente «troppo» un qualunque essere umano. Potremo amarlo troppo in proporzione al nostro amore per Dio; ma l’elemento di sproporzione è costituito dalla pochezza del nostro amore per Dio, non dalla grandezza del nostro amore per l’uomo. (…)
Il tempo trascorre rapido. La trasformazione completa e stabile di un affetto naturale in uno strumento di carità è un compito talmente difficile, che forse nessun mortale è ancora riuscito a portarlo a termine in maniera perfetta. Nonostante ciò, la legge secondo la quale l’affetto deve subire questa trasformazione è, ne sono convinto, inesorabile.
Anche in questo ambito è facile cadere in un fraintendimento, o prendere una strada sbagliata. Un circolo o una famiglia di cristiani – che a parole si professano tali -, dopo aver afferrato il principio, possono voler manifestare davanti a tutti, attraverso il comportamento esteriore, o a parole, di aver raggiunto tale meta, con risultati davvero imbarazzanti e penosi. Queste persone trasformano la questione più banale in una faccenda di carattere eminentemente spirituale, proclamandolo a gran voce, e gli uni agli altri; se almeno ne avessero parlato in ginocchio con Dio, o dietro una porta chiusa, il caso sarebbe stato diverso. Essi invece sono sempre lì a chiedere inutilmente perdono, o a offrirlo agli altri con modi insopportabili.
Chi non preferirebbe, piuttosto, vivere con la gente comune, che sa superare i propri (e i nostri) accessi di collera in maniera meno drammatica, lasciando che un buon pasto, una dormita o una battuta di spirito, rimettano le cose a posto? Il nostro compito è, di tutti i lavori, il più segreto; persino noi stessi, fin dove è possibile, dovremmo rimanerne all’oscuro. La mano destra non deve sapere quello che fa la mano sinistra. Non è sufficiente giocare a carte con i bambini per l’unica ragione che così essi si divertono o capiscono di essere stati perdonati. Se questo è il massirno che riusciamo a fare, è bene che continuiamo su questa strada; ma sarebbe meglio se una carità più profonda, meno consapevole, ci mettesse nella condizione mentale per cui, in quel momento, divertirsi un po’ con i bambini diventa spontaneamente la cosa che più ci piace fare. (…)
L’invito a trasformare i nostri affetti naturali in carità non viene mai meno: esso ci viene fornito da quelle frizioni e frustrazioni che in loro sperimentiamo continuamente, prova inconfutabile che il nostro affetto (naturale) non sarà mai sufficiente; inconfutabile, certo, a meno che l’egoismo non ci renda ciechi. Se lo saremo diventati, allora useremo i nostri affetti in maniera irragionevole. «Se fossi stata più fortunata con i miei figli (quel bambino assomiglia ogni giorno di più a suo padre), allora potrei voler loro bene in maniera perfetta». Ma tutti i bambini, in un modo o nell’altro, sanno essere indisponenti; la maggior parte di loro può arrivare addirittura a rendersi odiosa! «Se mio marito fosse più premuroso, meno pigro, meno strambo» … «Se solo mia moglie avesse più buon senso e meno grilli per la testa; se fosse meno lunatica» … «Se mio padre fosse meno noioso e spilorcio». Ma in tutti, compresi noi stessi, c’è qualcosa che richieede dagli altri pazienza, tolleranza, perdono. La necessità di mettere in pratiica questa virtù ci fa intraprendere, ci costringe a intraprendere, il compito di trasformare-sarebbe meglio dire, lasciare che Dio trasformi il nostro amore in carità.
Queste inquietudini e difficoltà tornano perciò a nostro beneficio. Potrà avvenire, addirittura, che dove esse si riducono divenga più difficile la conversione dell’affetto naturale. Quando il loro numero è grande, allora la necessità di sollevarci al di sopra di esse diventa ovvia. Invece, sollevarci al di sopra di esse quando tale conversione ci appare già pienamente realizzata o ostacolata solo quel tanto che le circostanze terrene rendono inevitabile – riuscire a capire che dobbiamo levarci più in alto quando tutto semmbra già andare così bene -, questo può richiedere una conversione più sottile e una più affinata capacità di penetrazione. Questo è un altro dei motivi per cui può essere difficile al «ricco» riuscire a entrare nel regno dei cieli.
Nonostante tutto questo, io rimango fermamente convinto della ferrea necessità di questa conversione; per lo meno, se vogliamo che i nostri affetti naturali entrino a far parte, con noi, della vita eterna. E che questo sia il loro destino, quasi tutti ne sono convinti. La nostra speranza è che la resurrrezione dei corpi significhi anche la resurrezione di quello che potremmo chiamare il nostro «corpo maggiore», l’edificio generale della nostra vita terrena, con i suoi affetti e le sue relazioni. Ma ciò può avvenire solo a una condizione, che non è una condizione arbitrariamente imposta da Dio, ma necessariamente inerente al carattere del regno dei cieli: niente vi può entrare che non possa acquistare un carattere celeste. «Carne e sangue», la semplice natura, non può ereditare il regno dei cieli. L’uomo può ascendere al cielo soltanto perché Cristo, che è morto e asceso al cielo, ha preso dimora in lui, E perchè non dovremmo credere che ciò sia vero anche degli affetti umani? Solo quegli affetti in cui è entrato colui che è l’amore stesso ascenderanno verso colui che è l’amore stesso. E potranno innalzarsi con lui soltanto se avranno, in una certa misura e in un certo modo, condiviso la sua morte: se l’elemento naturale in loro si sarà sottomesso – anno dopo anno o con un’improvvisa agonia – alla trasfigurazione.
Le mode di questo mondo passano; lo stesso termine per indicare la natura implica transitorietà. Gli affetti naturali possono aspirare all’eternità solo nella misura in cui hanno acconsentito a essere assimilati all’eternità di Cristo, o in cui hanno, almeno, permesso che questo processo avesse inizio su questa terra, prima che l’arrivo della notte rendesse vano ogni lavoro. Non esiste via di scampo. Nell’affetto verso mia moglie o il mio amico, l’unico elemento di eternità è la presenza trasformatrice di colui che è l’amore stesso. Grazie alla sua presenza, ci resta qualche speranza che anche gli altri elementi, come pure il nostro corpo fisico, possano risorgere dai morti. Questo soltanto, in loro, è santo, questo soltanto è il Signore.
I teologi si sono più volte posti il problema se in cielo le persone potranno «riconoscersi», e se là continueranno ad avere valore i particolari rapporti instauratisi sulla terra. La risposta che mi sembra più ragionevole è la seguente: «Dipende da ciò che l’affetto era diventato, o stava diventando, sulla terra». Poiché, di sicuro, incontrare nel regno eterno qualcuno verso cui avevamo provato, in vita, un forte affetto, ma di tipo esclusivamente naturale, non sarebbe (su questo piano) nemmeno interessante. Sarebbe lo stesso che incontrare da adulti un compagno di scuola con il quale eravamo a quel tempo grandi amici, per via di interessi e di attività comuni. Se allora non ci fosse stato niente di più, se non si fosse trattato di un’anima gemella, ora ci sembrerebbe un perfetto estraneo. Nessuno di voi due gioca più alle biglie, e passato è il tempo in cui gli offrivate il vostro aiuto per i compiti di francese, in cambio del suo aiuto in matematica. Allo stesso modo, credo che in cielo sembrerebbe irrilevante un affetto che non fosse mai stato, sulla terra, il riflesso di colui che è l’amore stesso. La natura, infatti, sarebbe ormai del tutto tramontata: ciò che non è eterno è eternamente sorpassato. (…)
Questo pensiero (…) suona come una beffa al capezzale di un moribondo. Ma rimarremmo ancor più beffati se respingendo questo pensiero, appuntassimo le nostre speranze di consolazione sul fatto che magari con l’aiuto di una seduta spiritica o di una negromante – un giorno saremo in grado, e magari per sempre, di godere indefinitamente della presenza dell’amato. È difficile resistere alla tentazione di vedere in un tale indefinito prolungamento della felicità terrena il massimo di appagamento desiderabile.
Ma, se devo fidarmi della mia esperienza personale, in poco tempo giunge la dura smentita. Il momento in cui proviamo a usare la nostra fede in un altro mondo per questi scopi, essa si affievolisce. I momenti della mia vita in cui l’ho sentita più salda sono stati quelli in cui Dio era al centro dei miei pensieri. Credendo in lui, potevo poi credere nel suo regno, come a un corollario. Il processo inverso – credere prima nella riunione con l’amata e poi, per il bene di questa riunione, nel paradiso, e infine, per il bene del paradiso, in Dio – non funziona. Possiamo pure far lavorare la fantasia, ma se minimamente siamo dotati di senso critico verso noi stessi, prima o poi ci renderemo conto che ciò che immaginiamo è una nostra creazione personale, una semplice trama della fantasia. Le anime più semplici troveranno questi fantasmi, cui si erano attaccati, privi del potere di consolare e di nutrire, e cercheranno di conferire loro una parvenza di realtà con pietosi sforzi di autoipnosi, e magari con l’aiuto di ignobili segni, inni, e (il che è peggio) fattucchiere.
L’esperienza insegna, dunque, che non serve rivolgerci al cielo se si cerca conforto su questa terra. Il cielo può soltanto darei un conforto celeeste, nient’altro. Nemmeno la terra può darci un conforto terreno: alla lunnga, non esiste possibilità di consolazione su questa terra.
Il sogno, infatti, di trovare il nostro fine, la cosa per cui siamo stati creati, in un paradiso di affetti puramente umani, non può avverarsi, a meno di non ammettere che tutta la nostra fede è un errore. Noi siamo stati creati per Dio: le persone che abbiamo amato su questa terra hanno risveegliato il nostro affetto solo in quanto avevano qualche elemento di somiiglianza con lui, manifestazioni della sua bellezza, della sua tenera benevoolenza, della sua saggezza e bontà. Il nostro errore non è stato quello di amarli troppo, ma di non esserci resi conto di che cosa veramente stavamo amando. Non ci verrà chiesto di abbandonare quei visi così familiari per rivolgerei a uno sconosciuto. Quando vedremo il volto di Dio, capiremo di averlo sempre conosciuto. Egli ha fatto parte di tutte le nostre innocenti esperienze d’amore terreno, creandole, sostenendole, e muovendole, istante dopo istante, dall’interno. Tuttto ciò che in esse era autentico amore, anche qui sulla terra, è stato più suo che nostro, e nostro soltanto perché suo.
In cielo non ci sarà l’angoscia né il dovere di staccarci dalle persone che abbiamo amato sulla terra. Prima di tutto perché ci saremo già staccati da loro, volgendo ci dai ritratti all’Originale, dai rivoletti alla Fonte, dalle creaature rese amabili a Colui che è l’Amore stesso. In secondo luogo, perché li ritroveremo, tutti, in lui. Amando lui più di loro, li ameremo più di quanto non facciamo ora.
Ma tutto questo accade in un mondo lontano, nella «terra della Triniità», non qui nell’esilio, nella valle di lacrime. Quaggiù tutto è perdita e rinuncia. Il vero scopo della privazione (quando essa ci coinvolge personallmente) può essere quello di spinger ci, forzatamente, a compiere una rinunncia. Solo in questo caso saremo costretti a cercare di credere in ciò che non possiamo sentire: che Dio è il nostro unico bene. Ecco perché, a volte, la privazione è più facile da sostenere per un non credente che non per noi. Egli potrà infuriarsi e abbandonarsi alla collera, levare il pugno contro l’universo, o (se è un uomo di genio) scrivere poesie come quelle di Housman o di Hardy. Noi invece, giunti al culmine della bassa marea, quando il minimo sforzo ci appare troppo gravoso per le nostre forze, dobbiamo cominciare a cercare di compiere l’impossibile. «È facile amare Dio?» si domanda un autore antico, e risponde: «È facile per coloro che lo amano».
Nel termine carità io ho incluso due grazie, ma ce n’è una terza che Dio può elargirci: Egli può risvegliare nell’uomo un «amore di apprezzamento» soprannaturale verso di lui. Questo, di tutti i doni, è quello che dovremmo desiderare maggiormente. È qui, e non nei nostri affetti naturali o nell’etica-che risiede il centro della vita umana e angelica. Se possediamo questo, tutto ci sarà possibile.
E qui, dove un libro migliore comincerebbe, il mio deve terminare. Non oso procedere oltre. Dio soltanto sa se io sia effettivamente arrivato a gustare di questo amore: io non posso saperlo. Forse, ho solo immaginato di averne gustato. Quelli che, come me, posseggono un’immaginazione che di molto eccede la loro obbedienza, sono soggetti a una giusta punizione: facilmente s’immaginano una condizione spirituale più alta di quella che hanno effettivamente raggiunto. Se riusciamo a descrivere ciò che abbiamo immaginato, possiamo far credere agli altri, e a noi stessi, di averne effettivamente fatto esperienza. Ma se anche si fosse trattato soltanto di un frutto della mia immaginazione, sarebbe un’ulteriore delusione il fatto che la nostra immaginazione, in alcuni momenti, ci abbia fatto sembrare tutti gli altrio oggetti desiderabili (…) come giocattoli rotti, o fiori appassiti? Forse. Forse, per molti di noi, tutte le esperienze servono soltanto a definire i contorni di quell’ abisso che dovrebbe essere colmato dal nostro amore verso Dio.
Non è abbastanza, ma è già qualcosa. Se non siamo capaci di «praticare la presenza di Dio», sarà pur sempre qualcosa praticare l’assenza di Dio, divenire sempre più consapevoli della nostra inconsapevolezza, fintanto che continueremo a sentirci come uomini che, in piedi accanto a una cascata, non ne sentono il rumore, o come l’uomo del racconto che si guarda allo specchio e non scorge il proprio vòlto, o come quell’uomo che in sogno allunga le braccia verso gli oggetti che vede, e non percepisce, al tatto, alcuna sensazione. Sapere di stare sognando già significa non essere più completamente addormentati. A pensatori migliori di me il compito di illuustrarvi il mondo del completo risveglio.

1 Commento »

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