Il nickname è l’identità – solitamente fittizia – con cui tu ti presenti in rete. Puoi averne uno per ogni chat che frequenti, o cambiarlo più volte mentre scrivi commenti su un blog. Ti obbliga a questo una certa fragilità emotiva, che non consente di essere permanentemente esposti alle reazioni di ciò che scriviamo e dichiariamo. E’ il tegumento, il velo, l’epidermide cibernetica che protegge il corpo nudo. Ostinatamente persistente nel bordello della postmodernità, il comune senso del pudore.
Ma bisogna ammettere che ha i suoi lati piacevoli. Con un nickname, entri nel mundus imaginalis: geografia tracciata nella luce astrale.
Il nickname è il minimo sindacale dell’identità, daccordo, ma l’io minimo è un io multiplo, che offre immagini diverse e pilotate in diverse chat, in ciascuna delle quali profonde una passione particolare e riceve un peculiare piacere. Spesso se ne trae un bilancio soddisfacente con cui consolidare il narcisismo primario, che è un po’ come il colesterolo buono, (il secondario è quello cattivo: fare di sè l’ombelico del mondo).
Come Gongo(1), che non pretenderebbe mai di essere molto più della somma dei suoi nicknames. Il resto è un bilocale moderatamente sporco in via Plinio, un frigo stipato di precotti, ma un guardaroba accurato e una consolle da piani alti.
Gongo è un liberale indignato su Tocqueville, un troll demenziale su Nazione Indiana, amante appassionato su Jaqueline mis a nu e filosofo leopardiano su Vibrisse. Ma anche Therion lo Scrutatore nell’ultimo adventure di ruolo della serie Gotica. Naturalmente alcune di queste identità gli aprono possibilità di incontri, di lavoro, e anche qualche avventura sessuale. Ogni volta Gongo si presenta fedele a se stesso cioè al proprio nick, e compie disinvoltamente il suo destino, e tutto ciò gli riesce molto meglio di prima, quando viveva nella Regione Esterna e cercava di essere uno solo.
Le scorribande di Gongo dentro e fuori dal Web potrebbero riempire un romanzo, altro che racconti.
Perchè non lo scrivo, chiederete.
Faccio prima a viverlo, se voglio: ci siamo ridotti a una condizione in cui la mappa e il territorio coincidono.
E infatti la gente esce sempre meno di casa.
NOTE
1) Il nome è ispirato alla presenza impalpabile e bizzarra di cui si parla nell’omonima canzone di Paolo Conte

Eh, signora mia, al giorno d’oggi una doppia personalità non basta più. Anche le psicosi devono stare al passo coi tempi.
Commento di sergio pasquandrea — novembre 27, 2009 @ 7:29 pm |
Infatti. E sarebbe un bel soggetto di studio se tutto questo non avesse anche un lato inquietante.
Commento di vbinaghi — novembre 27, 2009 @ 8:46 pm |
certo che ad averne tanti, di nick, si rischia di perderla, l’identità…
meglio un semplice mantello, magari in viscosa…;-)))
Ciao Valterone!
Commento di Carla — novembre 28, 2009 @ 11:57 am |
La “multinicchicità” è una “patologia” tipicamente “maskizzoide”.
Come film “the mask” nel quale si chiarisce che la maschera esapera gli aspetti caratteriali già presenti nel soggetto mascherato, similmente il nick e multinick può permettere di liberare lo spiritello bizzarro e/o inibito che è in noi, ma se il fondo del fiume è torbido, permette di liberare anche fango sedimentato di tutte le specie.
Commento di semantica — novembre 28, 2009 @ 5:42 pm |