Doctor Blue and Sister Robinia

dicembre 31, 2009

HANNO LA FACCIA COME IL CULO

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 8:56 pm
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Giallo, nero o bianco, pari sono.

Questo è il principale responsabile del fallimento del vertice di Copenaghen. Mentre intere nazioni isolane e costiere sono minacciate dall’innalzamento delle acque dovuto all’effetto serra, la Cina si appresta ad aumentare drammaticamente le emissioni inquinanti, in nome del socialismo e in realtà ad esclusivo vantaggio di una borghesia più rapace di quella dei paesi occidentali.

Questo ha avuto il coraggio di accettare un Premio Nobel per la Pace, mentre il suo esercito occupa militarmente due paesi islamici e si appresta ad invaderne un terzo, col pretesto di una guerra al terrorismo (provocato dalle invasioni medesime), fottendosene della minaccia concreta che grava sui suoi cittadini ma ben deciso a presidiare le vie del petrolio e del metano. Il tutto mentre il governo di Israele attizza il fuoco continuando a proteggere ed attirare coloni nei territori occupati. L’Islam vive in un altro secolo? Benissimo. Perchè non lo si lascia sè stesso?

Questo de noantri, invece, si appresta a dare il via ad opere faraoniche tipo il Ponte sullo Stretto, dopo un anno di terremoti, esondazioni e straripamenti che dimostrano come l’unica urgenza per l’Italia sia la messa in sicurezza del territorio, per la quale invece si fanno solo interventi d’emergenza e per un programma strutturale non c’è una lira.

Hanno la faccia come il culo, quando dicono di parlare in nome dei popoli e sono in realtà servi di una borghesia sempre più ristretta, di Corporation ormai irrintracciabili e innominabili, di mafie più o meno legalizzate alle quali ormai i ceti medi non servono più, serve solo un proletariato tenuto sotto il costante ricatto della disoccupazione e della riduzione dei consumi.
Chiedere che il 2009 se li porti via è inutile. Gli sporchi interessi che rappresentano li sostituirebbero in un batter d’occhio, con o senza il consenso del popolo bue. Quello che vorrei è un risveglio collettivo, soprattutto in occidente. L’unico modo per togliere potere e ossigeno a un sistema siffatto è denunciare la menzogna del Bengodi per tutti, che tiene in piedi il mercatismo globale ovvero l’economia speculativa d’occidente e le sue ridicole caricature del Terzo Mondo, e cercare la via dell’austerità, della semplicità di vita e di costumi, che è l’unica divisa accettabile per un uomo libero.
Non è la rivoluzione di Marx, che avrebbe solo cambiato pilota a un treno lanciato contro la montagna. E’ quella di Cristo, di Buddha, di Lao Tse. Sono i nostri appetiti, desideri e ambizioni smoderate a nutrire il Moloch che incendia il mondo.

dicembre 30, 2009

UNA FAVOLA PER IL NUOVO ANNO di Ivan Crico

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 9:21 pm
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mucca friulana

Una preghiera per tutti i bambini del mondo

Le finestre delle stalle sono molto piccole, di solito, ma la luce che entra, e che illumina mucche e fieno, le fa assomigliare a delle chiese. Al posto dei mosaici ci sono dei bellissimi acciottolati e gli animali, nel loro continuo ruminare, sembrano proprio assorti in una perenne preghiera. E pregano davvero, pregano per tutti i bambini che berranno il loro latte; quel latte che, assieme alla neve, è una delle cose più pure da vedere al mondo. Sono tanti, tantissimi i bambini che soffrono nelle nostre città: bambini picchiati, lasciati soli, bambini a cui vengono fatte cose che non si possono nemmeno nominare. Le mucche pregano in ogni momento affinché il loro latte sia sempre più buono, poiché quel latte caldo sarà, forse, l’unica cosa buona che questi bambini avranno nella loro giornata. Loro diventano così, oltre che mamme dei propri vitellini, anche un po’ mamme di tutti i bambini del mondo.

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dicembre 29, 2009

LE CAVE di Ettore Malacarne

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 11:05 am
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Ettore Malacarne, La conquista dello spazio, Eumeswil Edizioni 2009. Ecco un libro che mi ha molto impressionato. Una raccolta di racconti che, a lettura ultimata, ho messo senza esitazione tra i miei libri preferiti del genere, vicino a “Un coccodrillo sull’altare” di Guido Conti e “Dove credi di andare” di Francesco Pecoraro. Si tratta di otto racconti di lunghezza media, in cui l’autore “spazia” dalle aperture dell’adolescenza al mito della Londra degli anni Settanta, dalle miserie del sociale a un perfido reportage su Vienna. Scrittura pulita ed efficace, ispirazione autentica, ritmo incalzante e soprattutto la stoffa di un narratore di razza. Col permesso dell’autore, posto qui uno dei racconti in versione integrale, scelto tra gli altri per la sua particolare attinenza alla crisi che molte famiglie italiane stanno attraversando.

In casa si respira aria pesante, mio padre e mia madre hanno perso il posto di lavoro e ci sono pochissimi soldi. Per sei mesi sono stati pagati solo con anticipi di due quinti dello stipendio. In due non ne facevano uno intero.
Qui la meravigliosa macchina dell’industria si è inceppata. I titoli dei giornali parlano di grande crisi, di mercato fermo, di licenziamento e fallimenti.
I miei genitori sono a casa contemporaneamente, anche se i sindacati avevano garantito che non sarebbe mai successo.
…Due coniugi lavoranti nello stesso stabilimento non potranno essere licenziati entrambi…
Questa frase sta scritta nella lettera spedita agli operai per metterli al corrente della situazione. L’ ho riletta io stesso più volte, per capire se l’avevamo capita come andava capita. L’ho letta più volte cominciando dall’intestazione.
CGL. CISL. UIL
Comunicazione a tutti i lavoratori dipendenti degli stabilimenti in crisi.
È stato raggiunto un accordo con le amministrazioni aziendali che garantisce il mantenimento del posto di lavoro agli aventi diritto…

Quando abbiamo ricevuto la brutta notizia mia madre, riferendosi alle graduatorie dei dipendenti affisse nella portineria dell’azienda, ha fatto il suo personale elenco di tutte le preferite del capo reparto e del direttore che, con i loro mariti, continueranno a lavorare. Le chiamava le preferite, come se parlasse di cortigiane. Quando ha finito il repertorio di maledizioni è rimasta zitta mordendosi le labbra dalla rabbia, poi ha rotto un piatto per terra. Io e mio padre non ci siamo azzardati ad inventare una motivazione differente, sapevamo che aveva ragione ed il fatto che fosse corsa a piangere in cucina ci ha permesso di parlare, anche se non ci guardavamo negli occhi.
«Non possono fare così. Adesso vado alla sede del sindacato… gli faccio ingoiare questi fogli» ha detto mio padre.
Avevo la bocca stretta in un morso vuoto dei denti. Fissavo due schegge del piatto finite sotto il divano e pensavo che avrei voluto solo alzarmi e uscire.
«Gli dico di mangiarsi anche questi insieme ai soldi che si sono presi dai padroni. Se non mi fanno parlare con un caporione rimango sulla porta ad aspettare, fino a quando non passano uno per uno, per dirglielo in faccia a tutti che sono dei venduti».
«Papà appena cominci a dirgli cosa pensi quelli chiamano la polizia e ti fanno sbattere fuori».
«Se chiamano la polizia lo dico anche a loro come stanno le cose. Non si può trattare così la gente che lavora».
«Se vai ti accompagno» ho concluso io, ma era l’ultima cosa che avevamo voglia di fare.
Siamo rimasti in silenzio a sentire mia madre che piangeva, poi lui si è alzato e sotto un suo piede hanno scricchiolato delle schegge. Ha preso le sigarette ed è andato in balcone a fumare, quando ha socchiuso la porta mi sono alzato, ho preso il giubbino e sono uscito di casa.

Vista la gravità della situazione mio fratello ha preso la decisione di sospendere l’università, anche se gli mancano pochi esami per la laurea, di trovarsi un lavoro qualsiasi per aiutare la famiglia. Il lavoro lo ha trovato lontano e a casa non lo vediamo più.
Io nutro lo stesso desiderio ma mi risulta difficile realizzarlo, perché frequento il primo anno di odontoiatria ed ho l’obbligo di frequenza, pena l’espulsione.
In realtà a lezione ci vado poco, trascorro molto del tempo che dovrei passare in aula in giro, a leggere libri, a giocare a flipper o dormire sulle panchine di un parco se il tempo è bello. Qualche volta, quando la mattina arrivo in stazione, salgo sul primo treno che trovo senza fare il biglietto e scendo in qualche città vicina. Giro per le vie, guardo i palazzi, entro nelle chiese. Se ho i soldi per pagare l’ingresso mi infilo in un museo dove posso guardare i quadri e ci resto tutto il giorno, non di rado i custodi mi vengono a dire che devo andare via che è ora di chiudere.
Mi sento impotente, da una parte in casa mia tutti fanno sacrifici per permettermi di continuare gli studi, per prendere una laurea, e dall’altra non riesco a studiare perché mi sento in colpa. Penso che un diploma l’ho già preso e vorrei trovare un lavoro ma se provo a dirlo mia madre si mette a piangere e mi fa capire che piuttosto lei si ammazza. Io e mio fratello dobbiamo avere un futuro migliore. La gente deve rivolgersi a noi chiamandoci dottore.
In casa mia si respira un’aria pesante e per quello che mi riguarda cerco di starci il meno possibile.

Da alcuni mesi, la sera ed il fine settimana, frequento una compagnia nuova, perché il bar dove sono sempre andato è diventato un bar che è meglio lasciarlo dov’è, lì c’è sempre qualche brutta situazione da evitare o le forze dell’ordine che vengono a prelevare chi sanno loro, dando fastidio a tutti. Anche i miei vecchi amici con la crisi sono a spasso e senza soldi il disagio e la rabbia crescono e con loro i guai.

Molti dei ragazzi che frequento adesso hanno il padre imprenditore o professionista e per loro la crisi è qualcosa di diverso.
Ci incontriamo in un bar del centro, in un paese vicino a dove abito. In questo bar io ho cominciato a venirci perché era l’unico ad avere un flipper che mi piaceva. A forza di giocare a flipper sono diventato bravo ed il mio primo record è rimasto imbattuto per tre settimane. C’era il record sullo schermo verticale, il nome e nessuno sapeva chi fosse il giocatore. Quando andavo nel bar sentivo i commenti degli altri ragazzi che cercavano di batterlo e non ci riuscivano, poi uno è riuscito a superarmi ed io, la mattina del giorno dopo, appena il bar ha aperto sono tornato a giocare ed ho fatto il nuovo record. Così il pomeriggio c’era qualcuno che cercava già di batterlo. Tra record battuti e riconquistati sarà durata ancora due mesi, poi mi hanno scoperto e siamo diventati amici.

In questo bar, quelli della generazione precedente alla mia hanno una faccia che dice che a loro non gli frega dei problemi del mondo, hanno i soldi, una laurea, bei vestiti un’abbronzatura costante.
Qualche faccia la conosco da tempo perché l’ho vista nei posti dove sta chi spaccia. Comprano solo erba e cocaina. Io ho visto loro ma loro difficilmente hanno notato me, credono di fare le cose senza dare nell’occhio ma dove la gente si arrangia per campare, una Jaguar, una Mercedes o una Porche le noti e noti anche chi le guida.

I miei nuovi amici sono tutti studenti e mantengono una naturale socievolezza perché passano molto tempo a sedere in biblioteche o in aule universitarie con altri ragazzi della loro età. Hanno un nome ed un cognome come tutti, senza definizioni particolari. Quelli più grandi invece sono già l’avvocato, il direttore generale del marketing, il commercialista, l’imprenditore, il direttore di banca. Guardano il mondo da dietro una scrivania e non la perdono quando escono dal lavoro. Sono abituati alle targhette fuori dalla porta, che stanno come le mostrine sulla divisa a dire che bisogna mettersi sull’attenti. Sono nel ruolo a tempo pieno, quando non sono in ufficio devono mantenere l’immagine e la distanza con la rigidità. Lanciano in giro occhiate che ti fanno sentire trasparente e ti passano attraverso, sono sguardi abituati a vedere le emanazioni del potere e del denaro.
Hanno alcuni punti di riferimento stabili. Non guardano la faccia ma la marca degli occhiali, non guardano la corporatura ma il taglio della giacca e la camicia, non guardano per terra ma ti guardano le scarpe, quando ti stringono la mano guardano l’orologio che hai al polso.
Anche nei discorsi hanno i campanelli, si accendono di interesse se dici alcune parole. Per esempio tu sei lì che fai un discorso normale magari racconti ad un amico di un incidente che hai visto e se ti scappa detto: investimento; di colpo per loro diventi visibile. Per un attimo acquisti densità, quando dici che è arrivata l’ambulanza già gli sei sparito.
Sono varie le parole di uso comune che accidentalmente ti possono rendere visibile ai loro occhi, per esempio: capitale, fondo, immobile, lotto, tangente.
Se vuoi riconoscerli fai presto, anche se sono in mutande, perché hanno guadagnato una contrazione di disgusto nelle labbra, una dilatazione stretta e rapace delle narici, uno sguardo scaltro e supponente.

Di questo posto nuovo che frequento mi piace il senso di possibilità che trasmette. Restando a sedere a questi tavolini mi invade una voglia di potenza e spensieratezza, penetra nei pori la percezione che ogni cosa si può fare. Con quelli della mia età basta poco per essere considerato un drago, io sono bravo con il flipper, reggo l’alcol meglio di tutti, non mi tiro mai indietro se ci sono delle discussioni, con una penna sopra un pezzo di carta riesco disegnare delle caricature divertenti e quando facciamo l’enigmistica trovo molte parole. Frequento anche odontoiatria e quindi sono un futuro dentista. Nessuno mi chiede altro. Nessuno vuole sapere chi sono i miei, cosa fanno o quanti soldi ho in tasca, tanto salta sempre fuori quello che vuole pagare per tutti.

Con i miei nuovi amici non si parla di crisi o disoccupazione, non si parla di soldi da trovare o rate da pagare, non si parla dei problemi con la legge, delle botte prese e di quelle date, non si parla di bazze o furti facili. Con loro è come stare in un limbo, in un ventre che ha il nome del bar, della compagnia, della città. Hanno da sempre il mantenimento garantito, ci sono mamma e papà, c’è l’azienda, c’è il futuro, ci sarà la laurea, la stabilità di una scrivania e di una targhetta fuori dalla porta.
Maurizio ha appena comprato una Kawasaki. Sabato scorso Filippo è finito in un canale con il Bmw serie 5. Il carrozzaio gli ha detto che per ripararla costa molto, il padre gli ha risposto che tanto vale prenderla nuova.
(continua…)

dicembre 27, 2009

PARABOLE DEL POTERE di Valter Binaghi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 7:23 pm
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- Ma perchè c’è sempre una torre, papà? -
Ziqqurat, teocalli, piramidi o castelli, fino ai grattacieli che ospitavano le Corporation del Ventesimo secolo, c’è sempre una torre al cuore dello Stato. Sfogliando col bambino il libro illustrato delle antiche civiltà, ogni volta quella presenza incombente, eccessiva, al centro di ogni tavola a tutta pagina, il Moloch verso il quale sciamavano i sudditi portando ceste di cibo e prestando interminabili corvèes per nutrire le pance dei sacerdoti e i sogni di gloria dei sovrani.
- Cosa gli danno in cambio? – chiedeva.
- Religione e linguaggio –
Mi scappava fuori così, come un tappo dalla bottiglia, e ovviamente lui mi guardava stranito. Allora io mi mettevo a spiegare, pian piano, gl’indiscutibili vantaggi e le necessarie rinunce che conseguono al contratto sociale, e lui annuiva, silenzioso, ma non sembrava troppo convinto. Ancora mischiava nelle sue fantasie archeologia paterna e orrori fiabeschi contrabbandati dalle nonne, e forse provava a edificare quella su queste, ma il risultato era che la capitale del culto solare si fondeva ai suoi occhi con l’erto maniero in cui l’Orco divorava gli ospiti e, in mancanza di meglio, i suoi figli. Del resto non è che Cortez, sulla cima del teocalli azzurro abbia trovato esattamente la distribuzione dei dolcetti di Halloween.

C’è sempre stato un Centro protettivo e divorante, da che mondo è mondo, ma per capirne la necessità bisogna aver vissuto almeno per qualche tempo al di fuori del suo raggio, nella giungla estatica e perigliosa dello stato di natura che noi vecchie generazioni sperimentavamo nell’infanzia. Un’infanzia selvatica e brutale, come si viveva per strada e nei boschetti di periferia, dove competenze scolastiche e gerarchie sociali erano sospese, e tutti i cuccioli erano cuccioli di lupo.
Lì, dopo zuffe furibonde e umiliazioni cocenti, emergevano lentamente un gergo e una disciplina, un capo che le impersonava, e una qualche forma di barbarico rituale in cui scaricavamo al suo comando il nostro furore, il che ci permetteva di amarlo col cuore puro, anziché detestarne il potere con tutta l’anima.
Il nostro capo si chiamava Tiziano detto Titta, e il padre era un mezzadro. Aveva sentito in casa che i maggiolini, quei coleotteri di piccole dimensioni dall’insignificante livrea brunita, sono devastanti per il grano e la segale, e ogni sera, al tramonto, comandava le nostre battute di caccia. Ognuno doveva uscire con un barattolo di vetro e catturarne il più possibile. Ricordo la sensazione di solletico che dava l’animaletto che provava a dibattersi nel pugno chiuso, prima che lo infilassi nel barattolo tappando sveltamente il recipiente. Al calare delle tenebre, ci si trovava tutti in campo aperto. Titta accendeva un fuoco e lì vicino c’era già pronto un sasso piatto, molto grosso, e un altro più piccolo e maneggevole impugnato dal pupillo del capo, tale Franchino. A turno, ognuno consegnava il proprio barattolo a Titta il quale, con la pazienza di un artigiano e la freddezza di un carnefice, estraeva uno a uno i maggiolini ancora vivi ma evidentemente inebetiti, e li posava sulla pietra piatta giuusto quel paio di secondi necessari a che Franchino calasse il maglio spiaccicandoli. Ogni barattolo svuotato, Titta teneva il conto delle prede. Quello di noi che ne aveva consegnati di meno, per punizione doveva metterne in bocca uno vivo, masticare e inghiottire. A me toccò due volte la penitenza, ed entrambe le volte mi appartai nel buio a vomitare per non trasformare il mio disgusto in pubblico ludibrio, mentre nell’aria intorno un odore dolciastro di morte si mischiava ai profumi dei fiori di campo. Così era lui, Titta, il nostro dio di allora, o piuttosto il padre mezzadro che, nascosto alla nostra vista e probabilmente assorto sull’unico canale della TV di allora, si beava delle messi rigogliose, disinfestate dal Nemico? Qualche volta (specialmente quando mi toccava l’orrendo pasto punitivo) mi chiedevo perché dovessimo recitare quel gioco ignobile che non mi divertiva, ad esclusivo vantaggio di Titta e del padre contadino, ma in fondo l’unica altra parte a disposizione era quella dei maggiolini, che mi piaceva ancora di meno.
(continua…)

dicembre 26, 2009

COSA PUO’ FARE A UN UOMO IL CENONE COI PARENTI

Filed under: Divagazioni — vbinaghi @ 4:48 pm
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PRIMA….

….E DOPO

dicembre 25, 2009

IL MONDO NON E’ TERMINATO. DIO CI STA CREANDO

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 11:00 am

Vorrei dirlo nel modo più laico possibile, che lasci qualcosa di vero a tutti quelli che passano di qui: se pensassimo di dover semplicemente amministrare i nostri ricordi, i nostri beni, le nostre risorse fisiche e psichiche insomma, o di dover semplicemente esaurire le combinazioni possibili tra esse, come le sedicenti scienze psicologiche ed ecologiche si ostinano a ripeterci, la vita sarebbe l’inferno della ripetizione o peggio dell’entropia. Fortunatamente non è così. La Natività è il rinnovarsi dei sentimenti, è la pioggia sul deserto, è l’ignoto che si fa parola, è l’Altro che bussa alla tua porta, ti fa ricordare di essere vivo e, nell’ospitalità, umano.

dicembre 24, 2009

UN NATALE DI PICCOLI DONI di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 5:11 pm
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Tratto da La fata centenaria

Natale. Un giorno speciale. Il più speciale. Che si creda o non si creda.
Ma ci sono persone che a Natale non regalano niente. E, ovviamente, non vogliono regali. Li farò in altri momenti, quando voglio io, dicono.
Ora, io non voglio fare l’elogio del consumismo che negli anni delle vacche grasse si scatenava in prossimità del Natale, lasciandoci tutti stremati e con un oscuro senso di colpa nel cuore. La colpa di esserci abbandonati al dionisiaco, dispersi in mille parti piuttosto che raccolti.
In realtà, per fare Natale, basta un dono piccolo, molto piccolo. E’ l’intimità, il calore che abita quel dono a renderlo speciale.
Se penso a un regalo di Natale, io penso a un mandarino nascosto in un paio di pantofole cucite in casa. Eppure un dono così non l’ho mai ricevuto, sono nata in anni di benessere. Il mandarino nelle pantofole di pannolenci nuove è il regalo che riceveva mia madre, insieme a un astuccio di legno coi pastelli. O almeno, lei racconta così. E, vero o non vero, quel racconto mi ha sempre colpito: il mandarino nel suo calduccio segreto ricordava troppo il Bambino Gesù. Lo stesso chiarore, tenuto al chiuso, impregnato di una freschezza preziosa (allora i mandarini in Lombardia non erano così frequenti) pronta ad esplodere, a rinnovare la carne profumandola e nutrendola innanzi tutto di meraviglia.
Scegliere di fare regali in altri giorni dell’anno “piuttosto che” a Natale ( perché non “oltre che”?) è un’espressione di libertà personale (dai convenzionalismi, dal consumismo, dalla routine) oppure è la negazione nichilistica della festa, la cui natura è necessariamente comunitaria?
Io vedo molta tristezza in chi a Natale decide di non fare regali. Una tristezza colpevole, nata dalla grettezza di chi confonde la generosità con la dissipazione. Il dilapidatore, cannibalico Dioniso (il consumismo) e l’ossuto, ascetico Saturno (l’avarizia) non possono dirci nulla di vero e profondo sul dono. Uno lo sbrana e l’altro lo aborre, entrambi lo negano. Se è la natura del dono che vogliamo conoscere, osserviamo il presepe: da qualsiasi parte lo si guardi ( dall’angolatura del divino, dell’umano, dei poveri, dei magi sapienti, perfino degli animali che popolano il paesaggio) è l’esaltazione del dono. Ma piccolo. Retaggio di un tempo passato in cui si guadagnava poco e si donava in proporzione. Un dono piccolo, e di quel piccolo nessuno si sarebbe mai lagnato. Perché in quel piccolo c’era, grande, il Natale.

A questo pensiero di Roberta, aggiungo un piccolo dono musicale, segnalatomi proprio oggi dal mio amico Lorenzo.

dicembre 23, 2009

LA BILANCIA DEI BALEK di Heinrich Boll

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 6:43 pm
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Non ho voglia di storie edificanti sul Natale che fa tutti più buoni. La menzogna e la spudoratezza con cui si avvolge la miseria che c’è in giro, come carta-regalo attorno a un sasso duro e gelato, mi vien voglia di strapparla. Verrà la notte di Natale, e chiederò a Gesù Bambino di far fiorire qualche buon pensiero e buona opera anche sulla zolla indurita che sono diventato, ma oggi leggetevi questo. Dedicato agli operai che protestano sui tetti, alla gente che perde il lavoro, ai tanti poveri che vengono ingannati in questo paese, mentre gli “scudi fiscali” premiano evasori e criminali.
Il testo è tratto da Racconti umoristici e satirici, trad. di L. Ritter Santini, Bompiani.

Nel paese dei miei nonni, la maggior parte delle persone viveva del lavoro di gramolatura del lino. Da cinque generazioni respiravano la polvere dei gambi spezzati; si lasciavano uccidere lentamente, razze pazienti e serene che mangiavano formaggio di capra, patate e, qualche volta, ammazzavano un coniglio. La sera filavano e lavoravano la lana nelle loro stanzette, cantavano, bevevano infuso di foglie di menta ed erano felici. Di giorno gramolavano il lino con vecchie macchine, in mezzo alla polvere e al calore che veniva dalle stufe, senza nessun riparo, perché i fili asciugassero presto. Nelle loro stanze c’era un solo letto, fatto come un armadio che era riservato ai genitori e i bambini dormivano intorno, su delle panche. La mattina, le camere erano piene dell’odore della zuppa fatta di farina, grasso e acqua, la domenica c’era io Sterz e i visi dei bambini diventavano rossi di gioia quando, in giorni particolarmente solenni, il nero caffè di ghiande si tingeva di chiaro, sempre più chiaro per il latte che la mamma sorridendo versava nelle loro grandi tazze.
I genitori andavano presto al lavoro: ai bambini si lasciavano da fare le faccende di casa; loro spazzavano la stanzetta, mettevano in ordine, lavavano i piatti e pelavano le patate, preziosi frutti gialiognoli di cui dovevano poi far vedere la buccia sottile per dissipare il sospetto di essere stati sconsiderati o sciuponi. Se i bambini avevàno finito la scuola, dovevanò andare nei boschi a raccogliere funghi ed erbe, il mughetto di bosco, il timo, il kimmel, la menta e anche la digitale e in estate, quando avevano tagliato il fieno dei loro campi, ne raccoglievano i fiori. Un pfennig, per un chilo di fiori di fieno che in città, nelle farmacie si vendevano a venti pfennig il chilo, alle signore nervose. I funghi erano preziosi: valevano venti pfennig il chilo e in città, nei negozi, si pagavano un marco e venti. In autunno, quando l’umidità faceva spuntare i funghi dalla terra, i bambini andavano lontano, nell’oscurità verde dei boschi; quasi ogni famiglia aveva il suo posto segreto dove raccoglieva i funghi, posti tramandati sottovoce di generazione in generazione.
I boschi appartenevano ai Balek e anche i maceri, e i Balek avevano, nel villaggio di mio nonno, un castello; la moglie del capofamiglia aveva una sua stanzetta vicino alla cucina dove portavano il latte, in cui si pesavano e pagavano i funghi, le erbe e i fiori del fieno. Là sul tavolo c’era la grande bilancia dei Balek, un oggetto antico, dipinto, pieno di ghirigori in bronzo dorato, davanti alla quale già si erano presentati i nonni di mio nonno, coi cestini dei funghi e i sacchetti dei fiori del fieno nelle loro manine sporche di bimbi. E stavano attenti, ansiosi a guardare quanti pesi avrebbe messo sulla bilancia la signora Balek perché la lancetta oscillante arrivasse proprio al segno nero, questa sottile linea della giustizia che doveva venir ridipinta ogni anno. La signora Balek prendeva poi il grosso libro con il dorso di pelle marrone, scriveva il peso e pagava, pfennig e groschen e di rado, molto di rado, un marco.
E quando mio nonno era bambino c’era un grosso vaso di caramelle di arancio e di limone, di quelle che costavano un marco al chilo. Se la signora Balek — moglie del capofamiglia e padrona — era di buon umore, prendeva dal vaso una caramella e ne dava una per uno ai bambini e i visi dei bambini diventavano rossi di gioia, rossi come quando la mamma in giorni particolarmente solenni versava il latte nelle loro grandi tazze da caffè, il latte che faceva il caffè chiaro, sempre più chiaro finché diventava biondo come le trecce delle ragazze.
Una delle leggi che i Balek avevano dato al villaggio era: nessuno deve avere in casa una bilancia. La legge era vecchia tanto che nessuno sapeva più quando e come essa fosse sorta, ma bisognava rispettarla, perché chi la violava sarebbe stato licenziato dal lavoro della gramolatura del lino, da lui non avrebbero più comprato né funghi, né timo, né i fiori del fieno e la potenza dei Balek era tale che anche nei villaggi vicini nessuno gli avrebbe dato lavoro né comprato da lui le erbe del bosco.
Ma da quando i nonni di mio nonno avevano raccolto da bambini i funghi e li avevano dati per pochi soldi perché nelle cucine della gente ricca di Praga profumassero l’arrosto o potessero venir nascosti e cotti in pasticci, da allora nessuno aveva pensato di violare questa legge.
Per la farina c’erano le misure di legno, le uova si potevano contare, la roba filata misurare a braccia; del resto la vecchia bilancia dei Balek coi ghirigori in bronzo dorato non faceva l’effetto di non essere giusta e cinque generazioni avevano affidato alla sua oscillante lancetta nera quanto avevano raccolto con zelo infantile nel bosco. Fra queste persone silenziose ce n’erano anche alcune che disprezzavano la legge, alcune più prepotenti che desideravano ardentemente di guadagnare in una notte più di quanto potessero guadagnare in un mese intero nella fabbrica di lino, ma neppure a una di quelle sembrò fosse mai venuta l’idea di comprare o fabbricarsi una bilancia.
Mio nonno era il primo che fosse ardito abbastanza da controllare la giustizia dei Balek che abitavano al castello, avevano due carrozze, mantenevano un giovane del villaggio a studiare teologia nel seminario di Praga, da cui ogni mercoledì il parroco andava per giocare ai tarocchi.
(continua…)

dicembre 22, 2009

UN PARTITO DELLE COCCOLE?

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 4:55 pm
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Leggo su Corriere.it:
Alleanza per l’Italia ha presentato il suo nuovo simbolo. Il nuovo partito di Francesco Rutelli ha presentato un fiore d’arancio con due api tricolori. Il ‘brand’ gioca sull’acronimo di Api, Alleanza Per l’Italia, e richiama il concetto di ”operosita’ delle api” e quello di ”pacificazione e nozze del fiore d’arancio”, ha detto Rutelli alla conferenza stampa sul simbolo.

Commento. Possibile che ormai in questo paese non si possa più fare politica dichiarandola per tale, ovvero con un indirizzo preciso che include ed esclude?
Due api che pomiciano su un fiore d’arancio.
Dopo il “partito dell’amore” del ras di Arcore avremo “un partito delle coccole” a cura di cicciobello?

dicembre 20, 2009

UNA STORIA ISTRUTTIVA di Jared Diamond

Copenaghen non è l’ultima spiaggia. La penultima?
La pretesa dei paesi ricchi di mantenere e dei paesi poveri di acquisire un pieno sviluppo industriale per garantire non il necessario (che le economie di pura sussistenza hanno sempre garantito) ma il superfluo e la potenza di un apparato burocratico-militare, somiglia un po’ a quella degli abitanti dell’isola di Pasqua, che arrivarono a disboscare interamente la loro terra per trasportare ed elevare gli enormi “moai”, simbolo della potenza dei clan. Vi propongo una storia istruttiva, tratta da un libro tra i più importanti che conosco: Collasso, di Jared Diamond, tradotto in Italia da Einaudi

La storia dell’isola di Pasqua è il caso piu eclatante di deforestazione mai verificatosi nel Pacifico, se non nel mondo intero: tutti gli alberi sono stati abbattuti e tutte le specie arboree si sono estinte. Le conseguenze immediate per gli isolani furono la perdita di materie prime e di fonti alimentari spontanee, nonché una diminuzione della produzione agricola.
Le materie prime che andarono perdute o che rimasero disponibili soltanto in quantità nettamente ridotte erano tutte derivate dagli alberi o dagli uccelli che vi nidificavano: il legno, le funi, la corteccia per fabbricare il tapa e le piume. Il venir meno dei grandi alberi e delle funi pose fine al trasporto e all’innalzamento delle statue, cosi come alla costruzione delle canoe per la navigazione in alto mare. (…) La mancanza di alberi significava anche la mancanza di legna da ardere per riscaldarsi durante le ventose notti invernali di pioggia sferzante, in cui la temperatura scendeva a 10 gradi. Dopo il 1650, gli abitanti dell’isola furono costretti a usare come combustibile la paglia e gli scarti della barbabietola da zucchero e di altre colture. Mancavano la paglia e i ramoscelli per coprire i tetti delle abitazioni, il legno per gli attrezzi e la corteccia per fabbricare i tessuti, ed è facile supporre che ci furono lotte spietate per il possesso deegli ultimi arbusti. Anche le pratiche funebri dovettero essere modificate: la cremazione, che richiedeva molta legna, diventò impraticabile e venne sostituita dalla mummificazione e dalla sepoltura.
Una volta esaurite le risorse lignee dell’isola, gli abitanti non poterono piu costruire le robuste canoe per la navigazione in mare aperto. A partire dal 1500, infatti, gli ossi di delfino, la carne piu consumata dagli isolani durante i primi secoli, scomparvero dai depositi di rifiuti, cosi come il tonno e gli altri pesci d’alto mare. Diminuì il numero degli ami e delle lische di pesce nei depositi di rifiuti, e rimasero soltanto resti di specie che potevano essere pescate in acque basse o dalla riva. Gli uccelli terrestri scomparvero del tutto, mentre gli uccelli marini si estinsero per due terzi. Gli individui delle specie sopravvissute, numericamente scarsi, furono costretti, per riprodursi, a rifugiarsi su alcuni isolotti al largo della costa. Le noci di palma, le bacche del melo malese e tutti gli altri frutti selvatici cessarono di far parte della dieta degli isolani. Si cominciarono a consumare specie di crostacei sempre piu piccole e gli individui pescati diminuirono sempre di piu in numero e in dimensioni. I ratti rimasero l’unica specie selvatica da carne la cui disponibilità restò immutata. (…) La deforestazione e l’abbandono delle colture causarono anche l’inaridimento e la perdita di sostanze nuutritive del suolo. Eliminata la copertura boschiva, i contadini non aveevano piu a disposizione nemmeno quelle foglie, quei frutti e ramoscelli selvatici che avevano fino ad allora usato come concime.
Queste le conseguenze piu immediate della deforestazione; a lungo termine essa portò a una cronica carenza di cibo e a un crollo demograafico che ebbe come estrema conseguenza la diffusione del cannibalismo. Le storie di fame raccontate dagli isolani sono confermate dalla proliferazione di piccoli moai detti kavakava, che rappresentano individui emaciati, con gote incavate e costole a fior di pelle. Nel 1774 il capitano Cook descrisse gli isolani come «piccoli di corporatura, scarni, timidi e infelici». La zona abitata sui bassipiani costieri, dove quasi tutti vivevano, si ridusse del 70 per cento in trecento anni, dal 1400 al 1700, ed è probabile che la popolazione sia diminuita di pari passo. Al posto dellla carne degli animali estinti, gli isolani iniziarono a consumare quella di una specie ancora disponibile e fino ad allora inutilizzata: l’uomo. Le ossa umane diventarono comuni non soltanto presso i luoghi di sepoltura, ma anche nei depositi di rifiuti piu recenti, in cui è evidente che sono state spaccate per estrarne il midollo. Il cannibalismo ricorre osssessivamente nella tradizione orale degli isolani. L’insulto piu bruciante che poteva essere fatto a un nemico era: “Mi è rimasta tra i denti la carne di tua madre”.
(…) «Perché mai distruggere una foresta di cui si ha bisogno per la propria sopravvivenza materiale e spirituale?» Questa è veramente una domanda chiave, un interrogativo che si sono posti anche i miei studenti, il sottoscritto e chiunque altro abbia riflettuto sul problema. Mi sono spesso domandato cosa pensasse l’abitante dell’isola di Pasqua mentre tagliava l’ultimo albero di palma. Forse gridava, come i moderni taglialegna: «Non alberi, ma posti di lavoro»? Oppure: «La tecnologia risolverà tutti i nostri problemi! Non temete, inventeremo un materiale sostitutivo per il legno»; o magari: «È possibile che ci siano altre palme nelle zone inesplorate dell’isola di Pasqua. Si rendono necessarie ulteriori ricerche, perciò il divieto di abbattere gli alberi è prematuro e sparge solo il panico tra la popolazione». E una domanda che ricorre sempre quando si studia una società che si è autodistrutta.

dicembre 19, 2009

DELLA TIRANNIDE(4) IL DISPREGIO DELLE ISTITUZIONI “IN NOME DELL’AMORE” di Valter Binaghi

Come Karl Popper (eminente filosofo liberale) chiariva in questo brano, la democrazia non si definisce affatto come il potere della maggioranza, come amano ripetere coloro che pongono l’investitura popolare al di sopra di tutto. Infatti un popolo può votare democraticamente un governo che per prima cosa distruggerà la democrazia (come è avvenuto spesso: Napoleone I e Napoleone III hanno ricevuto un potere assoluto da plebisciti ossia referendum popolari, mentre Adolf Hitler non ha preso il potere con un colpo di stato ma con libere elezioni). Essenziali alla democrazia sono le regole istituzionali che ne garantiscono la sopravvivenza, al di sopra di ogni classe di governo momentanea.

1. La democrazia non può compiutamente caratterizzarsi solo come governo della maggioranza, benché l’istituzione delle elezioni generali sia della massima importanza. Infatti una maggioranza può governare in maniera tirannica. (La maggioranza di coloro che hanno una statura inferiore a 6 piedi può decidere che sia la minoranza di coloro che hanno statura superiore a 6 piedi a pagare tutte le tasse). In una democrazia, i poteri dei governanti devono essere limitati, e il criterio di una democrazia è questo: in una democrazia i governanti – cioè il governo – possono essere licenziati dai governati senza spargimenti di sangue. Quindi se gli uomini al potere non salvaguardano quelle istituzioni che assicurano alla minoranza la possibilità di lavorare per un cambiamento pacifico, il loro governo è una tirannia.
2. Dobbiamo distinguere soltanto fra due forme di governo, cioè quello che possiede istituzioni di questo genere e tutti gli altri; vale a dire fra democrazia e tirannide.
3. Una costituzione democratica consistente deve escludere soltanto un tipo di cambiamento nel sistema legale, cioè quel tipo di cambiamento che può mettere in pericolo il suo carattere democratico.
4. In una democrazia, l’integrale protezione delle minoranze non deve estendersi a coloro che violano la legge e specialmente a coloro che incitano gli altri al rovesciamento violento della democrazia.
5. Una linea politica volta all’instaurazione di istituzioni intese alla salvaguardia della democrazia deve sempre operare in base al presupposto che ci possono essere tendenze anti-democratiche latenti sia fra i governati che fra i governanti.
6. Se la democrazia è distrutta, tutti i diritti sono distrutti; anche se fossero mantenuti certi vantaggi economici goduti dai governati, essi lo sarebbero solo sulla base della rassegnazione.
7. La democrazia offre un prezioso campo di battaglia per qualsiasi riforma ragionevole dato che essa permette l’attuazione di riforme senza violenza. Ma se la prevenzione della democrazia non diventa la preoccupazione preminente di ogni battaglia particolare condotta su questo campo di battaglia; le tendenze antidemocratiche latenti che sono sempre presenti (e che fanno appello a coloro che soffrono sotto l’effetto stressante della società), possono provocare il crollo della democrazia. Se la comprensione di questi principi non è ancora sufficientemente sviluppata, bisogna promuoverla. La linea politica opposta può riuscire fatale; essa può comportare la perdita della battaglia piú importante, che è la battaglia per la stessa democrazia.
(Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, Armando)

L’assalto alle istituzioni di garanzia (Costituzione, Presidenza della Repubblica, Magistratura) da parte di un governo disposto a modificarle senza il consenso dell’opposizione, avviene oggi “in nome dell’amore”, ossia in nome dell’entusiastica adesione, dell’erezione spirituale che il leader carismatico pretende di suscitare: suo contrario è non il disaccordo ma “l’odio”, ovvero il primo mutato nel secondo da un linguaggio emotivo e pre-politico che è merito di un esperto pubblicitario e magnate televisivo aver imposto alla politica italiana.
Nonostante “il partito dell’amore” abbia guadagnato consensi (per me insospettabili) anche tra alcuni miei cari amici, e nonostante io abbia detto e ripetuto che l’opposizione di centro-sinistra sia attualmente inconsistente, ambigua e da me in-votabile, io non mi iscriverò al “partito dell’amore”. Come mai?
Per il semplice motivo che mi riservo la prerogativa estetica e morale di detestare ciò che trovo detestabile, ma siccome ho un certo controllo sulle mie emozioni (dopo l’efflorescenza ormonale del teenager in cui questi “animatori” vorrebbero ritrasformarmi), posso detestare ciò che è brutto, cattivo e volgare senza per questo volerlo fisicamente eliminare dal mondo, riservando al “partito dell’amore” l’interesse politico che merita, cioè nessuno.
Tra i diciotto e i trent’anni ho contestato “Fratelli d’italia”, “L’Internazionale” e persino “La Marsigliese”. Mi sentirei veramente la caricatura di me stesso se a cinquantadue mi trovassi a prendere sul serio una cosa come “Meno male che Silvio c’è”. Eppure la cosa è meno ridicola di quanto sembri. Violenza, dispotismo e sopruso sono costanti nella storia, ma non cercano di apparire simpatici. La mostruosa simpatia e l’adesione sentimentale che pretende per sè il tiranno moderno s’insinuano nella coscienza come uno stupratore notturno, che è qualcosa di peggio dello sbirro e del giannizzero d’altri tempi.

dicembre 18, 2009

DELLA TIRANNIDE(3) IL SUPERMERCATO DELL’ANIMA

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 2:56 pm
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Tiranno è uno che dove non persuade compra. Corpi (vedi l’utilizzatore finale di estiva memoria) ma anche anime.
Come si può trasformare quel Maroni del 1999 in questo Maroni del 2009? Conversione sulla via di Damasco, turpe mercimonio politico (ti do il federalismo se mi dai…) o semplice passione del cadreghino?
In ogni caso, leggendo vien proprio da chiedersi se è solo un Maroni o due Maroni.

MARONI UNO

1999 – Intervista di Matteo Mauri all’attuale ministro degli Interni apparsa sulla Padania del 3 ottobre

Berlusconi torna all’attacco della Lega. Lo fa dalle sue televisioni, durante uno “speciale” del Maurizio Costanzo Show, tutto dedicato al Cavaliere. “La verita’ – ha detto Berlusconi – e’ che nel ’94 ho compiuto un vero miracolo a metter su la squadra di governo del Polo. I leghisti mi fecero portare nell’esecutivo personaggi che non avrei mai portato. Per alcuni giorni sono stato nel dubbio se fare un governo con questi personaggi o se rinunciare. Poi prevalse il senso di responsabilita’…”.
Ha sentito, onorevole Maroni? Cosa risponde al Cavaliere?

“Questi metodi sono tipici dell’onorata societa’, della mafia. Metodi e toni di tipo mafioso: non e’ la prima volta che Berlusconi ne fa uso”.

Quando lo avrebbe gia’ fatto?

“Tutte le volte in cui ha voluto danneggiare un avversario, dicendo bugie, senza avere il coraggio di dire la verita’, perche’ sa bene che potrebbe venir smentito facilmente. Io potrei raccontare tanti episodi in cui Berlusconi disse a me, quando ero suo vice, che era contentissimo dell’operato dei ministri della Lega e nutriva invece molte perplessita’ sull’operato di qualche ministro di An e di Forza Italia”.

Adesso invece…

“Dice falsita’ fatte per danneggiare la Lega. E’ il suo solito modo di fare pinocchiesco. Come quando mostro’ quell’enorme microspia che disse di aver trovato nel suo appartamento, accusando gli avversari politici di averlo spiato. Poi si scopri’ che era stata messa da uno dei suoi. Sono le solite comparsate di Berlusconi: se facesse nomi e cognomi verrebbe smentito”.

Secondo lei Berlusconi ha aperto di fatto la campagna elettorale? Queste sue dichiarazioni, tra l’altro, le ha fatte da una delle sue televisioni, ospite di Maurizio Costanzo.

“Campagna elettorale, certo. Questo rafforza in me e in ogni leghista la consapevolezza che da quest’uomo bisogna stare alla larga. Sembra una persona perbene, ma chi lo conosce bene si rende conto che questa falsa immagine e’ basata sull’ipocrisia e sulla bugia. La falsita’ sistematica come modo di far politica”.

Evidentemente e’ un sistema che paga, visto che tutti i sondaggi danno Berlusconi in grande crescita.

“Paga per un solo motivo: Berlusconi ha una grande forza che lo sostiene, la televisione. Se fosse un politico qualunque senza Fede e fidi che tutte le sere lo presentano per quello che sembra essere e non per quello che e’, il fenomeno Berlusconi si sgonfierebbe in pochissimo tempo. Purtroppo, con il sostegno delle televisioni private sue personali, private di altri e pubbliche, il sistema basato su cio’ che appare convince la gente. Gente ormai rassegnata, stanca, non piu’ indignata come qualche anno fa, che vuole solo divertirsi. Questo e’ il motivo per cui Berlusconi vince. E’ un fatto di estrema gravita’ con i poveri mezzi d’informazione che abbiamo, ma che il governo e questa maggioranza sottovalutano in modo difficilmente comprensibile”.

E la maggioranza di centrosinistra acconsente?

“Impegnata nelle beghe interne, si dimentica di occuparsi del problema vero, strettamente legato alla democrazia, ai rapporti politici e istituzionali”.

A questo proposito Berlusconi ha gia’ detto che un’eventuale legge sul conflitto d’interesse significherebbe tagliarlo fuori dalla corsa a Palazzo Chigi.

“Tutta la potenza di fuoco di Berlusconi si basa non sui programmi e sugli uomini, ma sulla realta’ virtuale di cio’ che appare e sulle falsita’. Insomma: sulla fiction. E se gli porti via lo strumento con cui puo’ diffondere la sua politica-fiction, e’ chiaro che si sgonfierebbe immediatamente. E’ per questo che Berlusconi grida al complotto contro norme assolutamente normali in una democrazia occidentale”.

Ma se basta una semplice legge “europea” per sgonfiare Berlusconi, perche’ non lo si fa?

“Primo perche’ questa e’ una sinistra pasticciona, che una volta preso il potere, si e’ ingarbugliata in problemi interni. Secondo perche’ la maggioranza ha fatto un calcolo errato: Berlusconi deve essere tenuto li’ perche’ e’ debole. Il consenso si basa sulla virtualita’ delle sue apparizioni in tv e quindi si puo’ far cadere quando si vuole. E’ un calcolo tragicamente sbagliato: se la realta’ virtuale continua ad inondare le nostre case, poi si trasforma in realta’ vera per gli elettori. Questa serie di errori di valutazione e’ davvero incredibile. La sinistra ha cominciato ad attaccare Berlusconi dapprima demonizzandolo con i “Comitati anti-Berlusconi” e stupidate varie, facendo solo il suo gioco. Poi ha cercato di colpirlo con la magistratura e adesso lo tiene li’ in attesa di colpirlo al momento giusto. Ma piu’ il tempo passa, piu’ gli strumenti che Berlusconi utilizza diventano gli unici per fare politica. Per cui chi non ha la sua potenza di fuoco televisiva viene tagliato fuori”.

Pero’ il governo ha proposto di eliminare gli spot elettorali.

“Quando si e’ parlato di eliminare gli spot elettorali io avevo dichiarato che non solo ero d’accordo, ma era ancora troppo poco. Occorre che questa maggioranza abbia il coraggio, la capacita’ e la determinazione di prendere dei provvedimenti che Berlusconi non accettera’. O si fa cosi’, o le prossime elezioni saranno elezioni virtuali, si vinceranno in televisione e le vincera’ il Cavaliere, non perche’ e’ il piu’ bravo e ha la ricetta giusta, ma perche’ ha le televisioni”.

MARONI DUE

2009 – 15 dicembre. Il ministro dell?interno Maroni riferisce alla Camera su quanto accaduto al premier la scorsa domenica. La sintesi è tratta da qui.

Roberto Maroni ha ribadito che si sta “valutando l’oscuramento di siti che istigano a delinquere”. E i tempi potrebbero essere brevi.
Maroni sottolinea che si tratta di “misure urgenti” e dunque è ipotizzabile che il governo intenda agire per decreto. “Farò la proposta – sottolinea – in Consiglio dei ministri, giovedì vediamo”.
Il ministro dell’Interno non si sofferma sui particolari, sottolineando: “Ho detto che sono allo studio misure ma non ho intenzione di dire quali: lo dirò prima al Cdm essendo misure delicate, che riguardano terreni delicati come la libertà di espressione sul web e quella di manifestazione, ancorché in luoghi aperti, pubblici”. (…)
Maroni parla poi dell’appello del presidente Napolitano. “Occorre raccogliere l’invito del presidente della Repubblica, affinchè pur nella diversità delle varie posizioni politiche, si fermi la pericolosa esasperazione della polemica politica e si torni al più presto ad un normale e civile confronto tra le diverse parti e tra le diverse istituzioni”. E ha continuato: “E’ auspicabile che gli stessi temi della sicurezza delle più alte cariche dello stato e di tutti i cittadini non rappresentino un ulteriore motivo di dannosa e strumentale polemica politica”.
La campagna contro il premier Silvio Berlusconi “finisce spesso per innescare una pericolosa spirale emulativa”, ha detto il ministro dell’Interno. “L’asprezza dei toni che la dialettica politica recentemente ha raggiunto e in particolare la progressiva, crescente campagna contro la persona del presidente del Consiglio dei ministri, in molti casi travalica le regole del legittimo confronto democratico, finisce spesso per innescare una pericolosa spirale emulativa”.

dicembre 17, 2009

DELLA TIRANNIDE(2) L’EDITORIALE DEL “GUARDIAN” (16-12-2009)

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 2:46 pm
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Silvio Berlusconi: Politics alla puttanesca

Editoriale del Guardian, 16 dicembre 2009, tradotto e tratto dal sito Voglio scendere di Marco Travaglio

Essere sempre alla ribalta e addossare agli altri la colpa dei propri guai: se ci sono due regole fondamentali che caratterizzano i comportamenti di Berlusconi, eccole qui. Questa settimana, dopo essere stato colpito al volto da un uomo mentalmente disturbato, le ha rispettate entrambe. Mentre l’Italia si macerava da due giorni domandandosi se l’aggressione fosse il prodotto di quello che il presidente del Consiglio ha definito il clima d’odio contro di lui, Berlusconi, dal suo letto d’ospedale, non perdeva tempo e approfittava della solidarietà che in molti gli avevano espresso. Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera del Partito della Libertà, ha dichiarato che l’aggressione era stata fomentata da “una spietata campagna di odio”. Cicchitto ha proseguito facendo i nomi di coloro che accusa come responsabili di quella campagna: il quotidiano ‘La Repubblica’, il settimanale ‘L’Espresso’, Marco Travaglio, autore di un libro sui presunti rapporti di Berlusconi con la mafia, tutti e due i partiti di opposizione, e alcuni pubblici ministeri. Un elenco mica male. Fare il nome di un giornalista sostenendo che abbia qualcosa a che vedere, direttamente o indirettamente, con un’aggressione da parte di un uomo disturbato è una tecnica sperimentata e collaudata che rimanda a periodi più bui della storia europea.
Non sufficientemente soddisfatto dalle dichiarazioni calunniose, Berlusconi intende varare nuove leggi. Il suo ministro dell’Interno ha annunciato che domani il consiglio dei ministri vaglierà nuove norme, più rigide, sulle pubbliche manifestazioni e valuterà l´eventuale oscuramento dei “siti internet che inneggiano all´odio”.
Invece di andare in cerca di capri espiatori, il settantatreenne tycoon farebbe meglio a domandarsi come mai, pochi giorni fa, 250,000 italiani si sono radunati a Roma per un No Berlusconi Day. Nel resto d’Europa e del mondo si svolgono dimostrazioni contro politiche e governi. In Italia la gente dimostra contro un presidente del Consiglio non per quello che rappresenta, ma per quello che é. E lo fa a ragione. Si tratta di un uomo coinvolto in scandali a sfondo sessuale in cui lo si accusa di frequentare prostitute. Dopo aver perso l’immunità deve affrontare due processi, per frode fiscale e per corruzione. E per questo cerca di dare la colpa a giornalisti, quotidiani, e pubblici ministeri che insistono a fare il loro dovere e rifiutano di farsi intimidire da lui.
L’assalto alla persona che ha subito é stato orribile e riprovevole. Ma non esiste una prova che sia stato organizzato da altri. I gruppi spuntati su Facebook che inneggiavano all’assalitore pentito sono di cattivo gusto, madavvero non giustificano un giro di vite come se fossero siti internet che incitano alla violenza. Questa è una reazione degna di una repubblica centroasiatica.
Invece di assecondare Berlusconi quando si esibisce in qualche pagliacciata per attirare l’attenzione su di sé ai meeting, come a Londra, al G20, i leader internazionali dovrebbero cominciare a prendere le distanze da un uomo simile.

dicembre 16, 2009

DELLA TIRANNIDE(1) COME PISISTRATO DIVENNE TIRANNO DI ATENE di Erodoto

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 7:43 pm
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(Da: Erodoto, Storie, I, 59, Mondadori)

(…) questo Pisistrato di cui si parla, il quale, approfittando che gli Ateniesi della costa erano in discordia con quelli della pianura (capo dei primi era Megacle, figlio di Alcmeone, e di quelli della pianura Licurgo, figlio di Aristolaide) e mirando al dominio assoluto, diede vita a un terzo partito: raccolti, quindi, dei partigiani e facendosi, a parole, capo degli uomini dei monti, ricorse a questo strattagemma: dopo essersi ferito da solo e aver ferito le mule, spinse il carro nella piazza del mercato, come se fosse sfuggito ai nemici che, mentre egli si recava nei campi, avrebbero voluto uccciderlo. Chiedeva, perciò, al popolo di ottenere un corpo di guardia, egli che, già prima, s’era particolarmente distinto nella campagna contro i Megaresi, avendovi conquistato Nisea e compiuto altre valorose imprese.
Il popolo di Atene, lasciatosi ingannare, gli concesse di scegliersi fra i cittadini 300 uomini che furono non già i portatori di lancia di Pisistrato ma, piuttosto, portatori di clava, poiché lo scortavano seguendolo armati di clave di legno. Costoro, sollevatisi insieme con Pisistrato, si impadronirono dell’ acropoli.

dicembre 15, 2009

IL PARADOSSO DELL’ECONOMIA ECOLOGICA di Serge Latouche

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 5:48 pm
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A margine del summit di Copenaghen, autentica farsa che prelude alla tragedia, può essere utile rileggersi questo scritto di uno dei massimi teorici della decrescita. Tornare ad un’economia e a una società conviviale è l’unica strada percorribile, anzichè semplicemente rallentare sulla via del baratro. Di Latouche avevo già postato un altro testo, qui

Intervento del 30 settembre 1998 al Seminario internazionale di studio dell’ Università di Padova

I rapporti tra economia ed ecologia si configurano sotto il segno del paradosso. Già, a livello etimologico, queste due parole sono quasi sinonimi. Ambedue si collocano sotto l’ala rassicurante dell’Oikos (la casa, il patrimonio, la nicchia) eppure è noto che gli ecologisti più coerenti sono diventati critici acerrimi dell’economia intesa come teoria (lo stesso Marx, non viene da loro assolto) e avversari decisi dell’economia come pratica. Il fatto è che, assegnando nel 1615 il titolo di. “Traitè d ‘Economie politique” a quel che Aristotele avrebbe definito con orrore “Scienza dell’accumulazione nazionale”, o Crematistica, Antoine de Montchrétien, l’economista mercantilista francese, ha finito per creare una confusione destinata a durare nel tempo.
La definizione di una cosa con il suo contrario forse non era del tutto innocente, e ciò spiega il successo e la persistenza del malinteso.
Affermando che un’umanità, composta da atomi individuali, mossi soltanto dai propri interessi egoistici – che attribuiscono a se stessi ogni diritto sulla natura e sulle altre specie viventi – avrebbe raggiunto il massimo del benessere e per la grande maggioranza, in virtù di una “mano invisibile”, fatto sì che la scienza economica abbia sostenuto ed incentivato la più straordinaria impresa di distruzione del pianeta.
Nel mettere in atto tale programma, e favorendo un’accumulazione senza limiti, stimolata dalla competizione senza freni, l’economia mercantile e capitalista, ormai completamente mondializzata, si sforza di eliminare qualsiasi riferimento all’Oikos, qualsiasi forma , ambientale o culturale, che si sottragga alla mercificazione e alla logica del profitto. Il tentativo di conciliare lo sviluppo economico e la preservazione dell’ambiente con la parola “sviluppo sostenibile” è un esempio tipico di una soluzione verbale.
Così, dobbiamo vedere prima i limiti di questo mostro chiamato “economia ecologica”, poi dedurre le contraddizioni dello sviluppo sostenibile.

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dicembre 14, 2009

UN NATALE POLITICAMENTE CORRETTO di Roberta Borsani

In una scuola di Cremona Gesù ha smesso di nascere.
Il 25 dicembre diventa la “Festa delle luci”. L’iniziativa, che pare andare in direzione del “politicamente corretto” (esattamente all’opposto del truculento White Christmas di Coccaglio), dovrebbe acconsentire ai bambini di tutte le culture e le tradizioni religiose di partecipare alla festa senza preclusioni di sorta. Sicuro? Lo chiedo perché io sicura non lo sono per niente.
Ai mei occhi la “Festa delle luci” è l’ultimo folcloristico frutto di un percorso che va in senso inverso rispetto a quello effettuato lungo i secoli di affermazione del cristianesimo in Occidente. Un’affermazione che dapprima (a partire dall’editto di Teodosio) portò con sé atteggiamenti di grave intolleranza nei confronti delle tenaci manifestazioni di paganesimo, ma che poi, in seconda istanza, preferì o forse naturalmente si sentì spinta ad assimilare, reinterpretandole, molte delle forme in cui la cultura precristiana si era riconosciuta. Cristianizzandole. Pensiamo alle basiliche e alle chiese costruite su antichi templi. Alle figure dei santi nei cui particolari agiografici e iconografici si depositò l’immaginario fiorito attorno a divinità o semidivinità pagane: sant’Antonio, col suo maialino e la divinità celtica Lug affiancata sempre da un piccolo cinghiale; le Beate Vergini, le giovanissime Martiri come sant’Agata, sant’Agnese, santa Cristina, dai tratti così simili a quelli della lunare e vergine Artemide; le sante sagge e caute, perfino strategiche nella loro resistenza al male: luminose figure di Atena; le Madonne Nere, le Madonne del latte, così prossime a Iside, alle dee madri delle età antiche…Pensiamo infine all’albero e ai culti arborei che dapprima i monaci combatterono un po’ troppo astiosamente ( e per questo a volte vennero uccisi), abbattendo gli alberi sacri delle tradizioni nordiche: frassini, querce, betulle cui si tributavano da sempre misteriosi poteri. Ma l’albero fu infine riconosciuto come simbolo dell’albero della vita, il Cristo che porta la salvezza e la luce squarciando le tenebre.
I cristiani medievali scrostarono insomma la vernice pagana delle immagini di culto per trovare l’insospettata Verità spirituale nascosta nel profondo e liberarla.
A Cremona è il Natale cristiano (Gesù, la sua nascita) a essere interpretato e smascherato come puro simbolo di un’altra Verità: la vittoria della luce. La fine dell’avventura della tenebra. Il solstizio insomma. Un inconsapevole ritorno al paganesimo per non offendere nessuno. Senza sapere che ad esempio proprio i musulmani potrebbero avere ben più da ridire su questa “festa delle luci”, che ricorda i culti degli antichi idolatri nemici delle “religioni del lbro”.

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dicembre 13, 2009

LA FAMIGLIA E I SUOI NEMICI(7) I PROFESSIONISTI DEL BISOGNO di Ivan Illich

(Da: AA. VV, Esperti di troppo, Erickson 2008)

Un modo per chiudere un’ epoca è quella di attribuirle un nome che rimanga impresso. Propongo di chiamare la seconda metà del Ventesimo secolo l’ «Era delle Professioni Disabilitanti»: un’ epoca nella quale le persone avevano dei «problemi», gli esperti possedevano delle «soluzioni» e gli scienziati misuravano realtà sfuggenti quali le «abilità» e i «bisogni». Quest’ era volge ora al termine, proprio come si può dire che sta già terminando l’era degli sprechi energetici. Le illusioni alla base di entrambe queste epoche risultano sempre più chiare a tutti, tuttavia non è ancora stata presa nessuna contromisura da parte delle istituzioni. L’accettazione acritica da parte della gente dell’onniscienza e dell’onnipotenza dei professionisti può sfociare in dottrine politiche autoritarie (con possibili nuove forme di fascismo) o in un’ulteriore esplosione di follie neoprometeiche ma essenzialmente effimere. (…)
Per vedere chiaramente il presente, immaginiamo i bambini del futuro che tra breve giocheranno fra le rovine degli edifici scolastici, degli aeroporti e degli ospedali. In questi moderni castelli, trasformati in cattedrali costruite per proteggerci dall’ignoranza, dal disagio, dal dolore e dalla morte, i bambini di domani riprodurranno, nei loro giochi, le illusioni della nostra «Era delle Professioni», come negli antichi castelli e nelle antiche cattedrali noi, oggi, ricostruiamo le crociate dei cavalieri contro i peccatori o contro i Turchi nell’«Era della Fede». I bambini nei loro giochi mescoleranno il gergo televisivo che ora inquina il nostro linguaggio con arcaismi ereditati dal medioevo o dai western. Li vedo rivolgersi l’un l’altro chiamandosi «presidente» e «segretario» piuttosto che «capo» e «signore». Già adesso qualche adulto ha la delicatezza di arrossire quando infila nel suo inglese manageriale termini quali «policy-making», «social planning» e «problem-solving».
L’Era delle Professioni sarà ricordata come l’epoca nella quale dei politici un po’ rimbambiti, in nome degli elettori, guidati da professori, affidavano ai tecnocrati il potere di legiferare sui bisogni; rinunciavano di fatto al potere di decidere in merito alle esigenze della gente diventando succubi delle oligarchie monopolistiche che imponevano gli strumenti con i quali tali esigenze dovevano essere soddisfatte. Sarà ricordata come l’Era della Scolarizzazione, in cui alle persone per un terzo della loro vita venivano imposti i bisogni di apprendimento ed erano addestrate ad accumulare ulteriori bisogni, cosicché, per gli altri due terzi della loro vita, divenivano clienti di prestigiosi «pusher» che forgiavano le loro abitudini. Sarà ricordata come l’era nella quale dedicarsi a viaggi ricreativi significava andare in giro intruppati a guardare la gente con l’aria imbambolata, e fare l’amore significava adattarsi ai ruoli sessuali indicati da sessuologi come Masters e Johnson e i loro vari allievi; l’epoca in cui le opinioni delle persone erano una replica dell’ultimo talk-show televisivo serale e alle elezioni il loro voto serviva a premiare imbonitori e venditori perché potessero fare meglio i comodi propri.
Gli studenti futuri saranno altrettanto confusi nel dover determinare le differenze tra istituzioni di ispirazione socialista e quelle capitaliste, al pari degli studenti di oggi quando sono chiamati a chiarire le pretese differenze tra le diverse sette per la Riforma cristiana dei secoli passati. Scopriranno che gli studiosi professionisti, o i chirurghi o i progettisti di supermercati nei Paesi poveri e/o socialisti, verso la fine di ogni decennio, utilizzavano gli stessi dati, gli stessi strumenti, costruivano gli stessi edifici dei loro colleghi dei Paesi ricchi, che però l’avevano già fatto all’inizio dello stesso decennio. Gli archeologi suddivideranno le ere della nostra generazione non attraverso i frammenti di vasellame, ma grazie alle mode professionali, riflesse nelle tendenze aggiornate delle pubblicazioni ONU.
Sarebbe pretenzioso voler predire se questa era, nella quale i bisogni vengono modellati da progetti di professionisti, sarà ricordata con un sorriso o con un’imprecazione. Io mi auguro, naturalmente, che essa venga ricordata per quello che è: un periodo buio nel quale il padre di famiglia si dava a spese pazze, dissipava tutti i risparmi e obbligava poi i figli a ricominciare da zero. Molto più probabilmente, purtroppo, verrà ricordata come l’epoca nella quale un’intera generazione se ne andò alla ricerca frenetica di un benessere che impoverisce, dove tutte le libertà umane furono svendute; un’ epoca che, dopo aver impostato ogni politica pubblica sulle lamentele organizzate degli utenti del welfàre state, si è finalmente estinta in un totalitarismo bonario.
Io ritengo inevitabile questo declino della nostra epoca verso un tecno-fascismo, a meno che delle forze più fresche non riescano a reagire sul serio, non limitandosi a sostenere un nuovo mistificante professionalismo pseudo radicale, bensì perorando uno scetticismo integrale verso gli esperti, specialmente nella loro presunzione di fare diagnosi e imporre prescrizioni. Dal momento che è la tecnologia ad essere chiamata in causa per il degrado ambientale, una vera critica sociale dovrebbe sostenere che gli ingegneri si dedichino allo studio della biologia.
Finché gli scandali ospedalieri verranno imputati a singoli medici avidi o a infermieri negligenti, il problema se in linea di principio un paziente possa trarre vantaggio dall’ ospedalizzazione non verrà mai posto. Fintanto che è il puro e semplice profitto capitalista ad essere messo sotto accusa come causa delle disuguaglianze economiche, la standardizzazione e la concentrazione delle industrie – che è causa strutturale di ogni disuguaglianza – non verrà mai presa in considerazione ed eliminata.
Solo se comprendiamo il modo in cui la dipendenza dalle merci ha legittimato le domande, le ha trasformate in bisogni urgenti ed esasperati mentre contemporaneamente ha distrutto la capacità delle persone di provvedere da se stesse, noi potremmo evitare di avanzare verso una nuova epoca buia nella quale una autoindulgenza edonista sarà scambiata per la forma più alta di indipendenza.
Soltanto se la nostra cultura, già così intensamente mercificata, verrà sistematicamente messa di fronte alla sorgente profonda di tutte le sue connnaturate frustrazioni, potremo sperare di interrompere l’attuale perversione della ricerca scientifica, le sempre più forti preoccupazioni ecologiche e la stessa lotta di classe. Al momento presente queste istanze sono principalmente al servizio di una crescente schiavitù degli individui nei confronti delle merci.
Il ritorno a un’ era di politica partecipativa, nella quale i bisogni siano definiti dal consenso comune, è impedito da un ostacolo tanto fragile quanto non considerato: il ruolo che elite professionali sempre nuove giocano nel legittimare quella sorta di religione mondiale che promuove la cupidigia che impoverisce. (…)
(continua…)

dicembre 12, 2009

LA FAMIGLIA E I SUOI NEMICI(6) L’INDIVIDUO SOVRANO di Bruno Arpaia

(Da: Per una sinistra reazionaria, Guanda 2007)

È un martedì di maggio del 2002. Sono in cartoleria, a Milano. Ho finito di pagare le ricariche per la mia stilografica e sto uscendo, quanndo sento una nonna chiedere alla nipotina di otto anni se la sua amica ce l’ha, il cellulare. «Sì che ce l’ha, ma certo.» «Allora per il compleanno le regaliamo questa mascherina. Ti piace? Oppure questa con l’orso di peluche?». «Mi scusi», mi intrometto, «ma sta parlando di una bambina di otto, nove anni con il telefonino?» La nonna mi guarda un po’ schifata, con su stampata in faccia una domanda quasi metafisica: chi è questo marziano, dove vive? Il marziano di cui sopra sarei io. Non ho voluto farmi i fatti miei? Allora ben mi sta se la risposta è una scostante e saccente spiegazione sul fatto che ormai, il cellulare, ce l’hanno proprio tutti: «Forse, alle elementari, proprio tutti no … Però alle medie … Lei non ha figli, vero?». Ce li ho, ce li ho. Però, se confessassi, dovrei impantanarmi in una discussione su genitori e figli, su come girano le cose in questo mondo: male. Inutile, mi dico. Così mi arrendo, getto la spugna e butto là, guardandola contrito: «No, non ho figli». Un attimo, e già mi san pentito. Mi indigno ancora, io. Con la mano già sulla maniglia, prima di uscire mi giro e scandisco con un insopporrtabile tono moralista: «Lo sa che il 65 per cento degli abitanti del pianeta non ha mai, dico mai, fatto neppure una telefonata?». Quindi borbotto «arrivederci» ed esco, ancora più indignato.
Capitolo secondo. Il venerdì di quella stessa settimana, sempre a Milano, sull’autobus, due ragazzine, quattordici anni scarsi, chiacchierano fra di loro. Stanno per partire per le vacanze, una, mi pare, in Puglia, e l’altra chissà dove. Però, gira e rigira, finisce che parlano di scuola. «Ma tu capisci?» dice stizzita quella più biondina. «La stronza della prof me l’ha sequestrato. Appena due chiamate e me l’ha sequestrato.» «Ma no, non è possibile!» «Ma sì… E meno male che la mattina dopo è venuta mia madre e gliene ha dette quattro, a quella stronza … Le ha detto che non si doveva più permettere, che sul telefonino c’era una scheda da 25 euro: e se la usava lei, la prof, per fare le sue telefonate? La stronza ci è rimasta secca, con una faccia da cane bastonato … » «E ben gli sta.» Dice «gli» sta, la meno bionda delle due: ma non è il caso di badare troppo alla grammatica. Arriva la fermata, scendono. Io resto là, attaccato alla maniglia. Indignato, ovviamente. Ma come? Una povera crista di insegnante, magari esasperata perché fra uno squillo e l’altro non riesce a far lezione, sequestra alla maleducata il cellulare e poi è pure stronza? Il grave è che ci si mette anche la madre, che invece di insegnare l’educazione al tenero frutto dei suoi lombi, striglia la «prof» e insinua pure che è una ladra. C’è da indignarsi o no?
Quattro anni e mezzo dopo, novembre 2006, le mie indignazioni potrebbero suonare ridicole. Nei telegiornali scorrono le immagini, filmate con i cellulari, di una specie di pestaggio in classe ai danni di un ragazzo handicappato, preso in giro e malmenato davanti a tutti, quasi nell’ allegria generale. Immagini sconcertanti, preoccupanti, girate dagli stessi autori della violenza. Non è finita. Qualche giorno dopo, si vedono altre scene, sempre filmate in classe dagli studenti autori delle bravate o dai loro amici: un professore sui quaranta in cattedra, due bulli che lo prendono in giro in ogni modo e lui che sa ripetere solo: «Avete finito? Avete finito?». Finché uno dei due non gli si mette alle spalle e gli avvolge la faccia in un foglio di giornale, stringendo sempre di più. E lui, il professore, immobile, come annichilito. In un’altra scena, non so se girata nella stessa classe o altrove, una specie di armadio di diciassette anni si avvicina alla cattedra e la rovescia contro il professore: un altro, non quello di prima. Ma l’immobilità è la stessa, la mancanza di reazioni è identica. Perciò ripeto: c’è da indignarsi o no?
Dite di no? Dite che al giorno d’oggi indignarsi è ridicolo? O che se proprio uno deve indignarsi, meglio farlo, che so, per i bambini di strada del Brasile? Forse avete ragione. Però, per me, le cose non sono poi così distinte e separate. Se un battito d’ali di una farfalla in Amazzonia può provocare una tempesta in Cina, figurarsi cosa può succedere nel mondo se si rinuncia a educare i propri figli, se ciascuno di noi pensa di non avere più altre regole che non siano il proprio tornaconto personale, i propri diritti slegati dai doveri. Perciò mi indigno ancora. Dite che, alla mia età, già sono un po’ trombone, appunto: un reazionario? Dite che questo borbottio malmostoso contro la maleducazione delle nuove generazioni è il sintomo più evidente dei guasti dell’ età e che dentro le piramidi egiziane c’erano già iscrizioni del tipo: «I giovani non rispettano gli anziani, non hanno il senso della responsabilità e del sacrificio, vogliono solo divertirsi»? Dite che sto invecchiando male? Può darsi. Però, come ha scritto Michele Serra, «si può diventare vecchi perché niente più ti indigna, e si può diventare vecchi perché ti indignano cose che non indignano più gli altri. Preferisco invecchiare nella seconda maniera». Siamo in due.
O forse no, siamo molti di più. (…) Sebbene tanti, in nome del politically correct, preferiscano tacere, siamo infatti in molti a pensare di vivere in una società che ha rinunciato a educare i figli perché gli adulti preferiscono fingere che il tempo non passi e si sentono adolescenti all’infinito, lasciando così che paradossalmente siano i giovani a insegnare loro ciò che è bene e ciò che è male. La nostra è una società di piaceri istantanei, in cui, come ha scritto Marco Lodoli, domina il demone della Facilità, che «scansa ogni sentore di fatica, ogni peso, ogni difficoltà». Una società di persone che evitano di assumersi qualsiasi responsabilità, che fanno orecchie da mercante al richiamo dei doveri. Una società verso la quale in tanti cominciano ad avanzare dei dubbi.
(continua…)

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