
Ettore Malacarne, La conquista dello spazio, Eumeswil Edizioni 2009. Ecco un libro che mi ha molto impressionato. Una raccolta di racconti che, a lettura ultimata, ho messo senza esitazione tra i miei libri preferiti del genere, vicino a “Un coccodrillo sull’altare” di Guido Conti e “Dove credi di andare” di Francesco Pecoraro. Si tratta di otto racconti di lunghezza media, in cui l’autore “spazia” dalle aperture dell’adolescenza al mito della Londra degli anni Settanta, dalle miserie del sociale a un perfido reportage su Vienna. Scrittura pulita ed efficace, ispirazione autentica, ritmo incalzante e soprattutto la stoffa di un narratore di razza. Col permesso dell’autore, posto qui uno dei racconti in versione integrale, scelto tra gli altri per la sua particolare attinenza alla crisi che molte famiglie italiane stanno attraversando.
In casa si respira aria pesante, mio padre e mia madre hanno perso il posto di lavoro e ci sono pochissimi soldi. Per sei mesi sono stati pagati solo con anticipi di due quinti dello stipendio. In due non ne facevano uno intero.
Qui la meravigliosa macchina dell’industria si è inceppata. I titoli dei giornali parlano di grande crisi, di mercato fermo, di licenziamento e fallimenti.
I miei genitori sono a casa contemporaneamente, anche se i sindacati avevano garantito che non sarebbe mai successo.
…Due coniugi lavoranti nello stesso stabilimento non potranno essere licenziati entrambi…
Questa frase sta scritta nella lettera spedita agli operai per metterli al corrente della situazione. L’ ho riletta io stesso più volte, per capire se l’avevamo capita come andava capita. L’ho letta più volte cominciando dall’intestazione.
CGL. CISL. UIL
Comunicazione a tutti i lavoratori dipendenti degli stabilimenti in crisi.
È stato raggiunto un accordo con le amministrazioni aziendali che garantisce il mantenimento del posto di lavoro agli aventi diritto…
Quando abbiamo ricevuto la brutta notizia mia madre, riferendosi alle graduatorie dei dipendenti affisse nella portineria dell’azienda, ha fatto il suo personale elenco di tutte le preferite del capo reparto e del direttore che, con i loro mariti, continueranno a lavorare. Le chiamava le preferite, come se parlasse di cortigiane. Quando ha finito il repertorio di maledizioni è rimasta zitta mordendosi le labbra dalla rabbia, poi ha rotto un piatto per terra. Io e mio padre non ci siamo azzardati ad inventare una motivazione differente, sapevamo che aveva ragione ed il fatto che fosse corsa a piangere in cucina ci ha permesso di parlare, anche se non ci guardavamo negli occhi.
«Non possono fare così. Adesso vado alla sede del sindacato… gli faccio ingoiare questi fogli» ha detto mio padre.
Avevo la bocca stretta in un morso vuoto dei denti. Fissavo due schegge del piatto finite sotto il divano e pensavo che avrei voluto solo alzarmi e uscire.
«Gli dico di mangiarsi anche questi insieme ai soldi che si sono presi dai padroni. Se non mi fanno parlare con un caporione rimango sulla porta ad aspettare, fino a quando non passano uno per uno, per dirglielo in faccia a tutti che sono dei venduti».
«Papà appena cominci a dirgli cosa pensi quelli chiamano la polizia e ti fanno sbattere fuori».
«Se chiamano la polizia lo dico anche a loro come stanno le cose. Non si può trattare così la gente che lavora».
«Se vai ti accompagno» ho concluso io, ma era l’ultima cosa che avevamo voglia di fare.
Siamo rimasti in silenzio a sentire mia madre che piangeva, poi lui si è alzato e sotto un suo piede hanno scricchiolato delle schegge. Ha preso le sigarette ed è andato in balcone a fumare, quando ha socchiuso la porta mi sono alzato, ho preso il giubbino e sono uscito di casa.
Vista la gravità della situazione mio fratello ha preso la decisione di sospendere l’università, anche se gli mancano pochi esami per la laurea, di trovarsi un lavoro qualsiasi per aiutare la famiglia. Il lavoro lo ha trovato lontano e a casa non lo vediamo più.
Io nutro lo stesso desiderio ma mi risulta difficile realizzarlo, perché frequento il primo anno di odontoiatria ed ho l’obbligo di frequenza, pena l’espulsione.
In realtà a lezione ci vado poco, trascorro molto del tempo che dovrei passare in aula in giro, a leggere libri, a giocare a flipper o dormire sulle panchine di un parco se il tempo è bello. Qualche volta, quando la mattina arrivo in stazione, salgo sul primo treno che trovo senza fare il biglietto e scendo in qualche città vicina. Giro per le vie, guardo i palazzi, entro nelle chiese. Se ho i soldi per pagare l’ingresso mi infilo in un museo dove posso guardare i quadri e ci resto tutto il giorno, non di rado i custodi mi vengono a dire che devo andare via che è ora di chiudere.
Mi sento impotente, da una parte in casa mia tutti fanno sacrifici per permettermi di continuare gli studi, per prendere una laurea, e dall’altra non riesco a studiare perché mi sento in colpa. Penso che un diploma l’ho già preso e vorrei trovare un lavoro ma se provo a dirlo mia madre si mette a piangere e mi fa capire che piuttosto lei si ammazza. Io e mio fratello dobbiamo avere un futuro migliore. La gente deve rivolgersi a noi chiamandoci dottore.
In casa mia si respira un’aria pesante e per quello che mi riguarda cerco di starci il meno possibile.
Da alcuni mesi, la sera ed il fine settimana, frequento una compagnia nuova, perché il bar dove sono sempre andato è diventato un bar che è meglio lasciarlo dov’è, lì c’è sempre qualche brutta situazione da evitare o le forze dell’ordine che vengono a prelevare chi sanno loro, dando fastidio a tutti. Anche i miei vecchi amici con la crisi sono a spasso e senza soldi il disagio e la rabbia crescono e con loro i guai.
Molti dei ragazzi che frequento adesso hanno il padre imprenditore o professionista e per loro la crisi è qualcosa di diverso.
Ci incontriamo in un bar del centro, in un paese vicino a dove abito. In questo bar io ho cominciato a venirci perché era l’unico ad avere un flipper che mi piaceva. A forza di giocare a flipper sono diventato bravo ed il mio primo record è rimasto imbattuto per tre settimane. C’era il record sullo schermo verticale, il nome e nessuno sapeva chi fosse il giocatore. Quando andavo nel bar sentivo i commenti degli altri ragazzi che cercavano di batterlo e non ci riuscivano, poi uno è riuscito a superarmi ed io, la mattina del giorno dopo, appena il bar ha aperto sono tornato a giocare ed ho fatto il nuovo record. Così il pomeriggio c’era qualcuno che cercava già di batterlo. Tra record battuti e riconquistati sarà durata ancora due mesi, poi mi hanno scoperto e siamo diventati amici.
In questo bar, quelli della generazione precedente alla mia hanno una faccia che dice che a loro non gli frega dei problemi del mondo, hanno i soldi, una laurea, bei vestiti un’abbronzatura costante.
Qualche faccia la conosco da tempo perché l’ho vista nei posti dove sta chi spaccia. Comprano solo erba e cocaina. Io ho visto loro ma loro difficilmente hanno notato me, credono di fare le cose senza dare nell’occhio ma dove la gente si arrangia per campare, una Jaguar, una Mercedes o una Porche le noti e noti anche chi le guida.
I miei nuovi amici sono tutti studenti e mantengono una naturale socievolezza perché passano molto tempo a sedere in biblioteche o in aule universitarie con altri ragazzi della loro età. Hanno un nome ed un cognome come tutti, senza definizioni particolari. Quelli più grandi invece sono già l’avvocato, il direttore generale del marketing, il commercialista, l’imprenditore, il direttore di banca. Guardano il mondo da dietro una scrivania e non la perdono quando escono dal lavoro. Sono abituati alle targhette fuori dalla porta, che stanno come le mostrine sulla divisa a dire che bisogna mettersi sull’attenti. Sono nel ruolo a tempo pieno, quando non sono in ufficio devono mantenere l’immagine e la distanza con la rigidità. Lanciano in giro occhiate che ti fanno sentire trasparente e ti passano attraverso, sono sguardi abituati a vedere le emanazioni del potere e del denaro.
Hanno alcuni punti di riferimento stabili. Non guardano la faccia ma la marca degli occhiali, non guardano la corporatura ma il taglio della giacca e la camicia, non guardano per terra ma ti guardano le scarpe, quando ti stringono la mano guardano l’orologio che hai al polso.
Anche nei discorsi hanno i campanelli, si accendono di interesse se dici alcune parole. Per esempio tu sei lì che fai un discorso normale magari racconti ad un amico di un incidente che hai visto e se ti scappa detto: investimento; di colpo per loro diventi visibile. Per un attimo acquisti densità, quando dici che è arrivata l’ambulanza già gli sei sparito.
Sono varie le parole di uso comune che accidentalmente ti possono rendere visibile ai loro occhi, per esempio: capitale, fondo, immobile, lotto, tangente.
Se vuoi riconoscerli fai presto, anche se sono in mutande, perché hanno guadagnato una contrazione di disgusto nelle labbra, una dilatazione stretta e rapace delle narici, uno sguardo scaltro e supponente.
Di questo posto nuovo che frequento mi piace il senso di possibilità che trasmette. Restando a sedere a questi tavolini mi invade una voglia di potenza e spensieratezza, penetra nei pori la percezione che ogni cosa si può fare. Con quelli della mia età basta poco per essere considerato un drago, io sono bravo con il flipper, reggo l’alcol meglio di tutti, non mi tiro mai indietro se ci sono delle discussioni, con una penna sopra un pezzo di carta riesco disegnare delle caricature divertenti e quando facciamo l’enigmistica trovo molte parole. Frequento anche odontoiatria e quindi sono un futuro dentista. Nessuno mi chiede altro. Nessuno vuole sapere chi sono i miei, cosa fanno o quanti soldi ho in tasca, tanto salta sempre fuori quello che vuole pagare per tutti.
Con i miei nuovi amici non si parla di crisi o disoccupazione, non si parla di soldi da trovare o rate da pagare, non si parla dei problemi con la legge, delle botte prese e di quelle date, non si parla di bazze o furti facili. Con loro è come stare in un limbo, in un ventre che ha il nome del bar, della compagnia, della città. Hanno da sempre il mantenimento garantito, ci sono mamma e papà, c’è l’azienda, c’è il futuro, ci sarà la laurea, la stabilità di una scrivania e di una targhetta fuori dalla porta.
Maurizio ha appena comprato una Kawasaki. Sabato scorso Filippo è finito in un canale con il Bmw serie 5. Il carrozzaio gli ha detto che per ripararla costa molto, il padre gli ha risposto che tanto vale prenderla nuova.
(continua…)