Doctor Blue and Sister Robinia

dicembre 27, 2009

PARABOLE DEL POTERE di Valter Binaghi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 7:23 pm
Tags: , ,

- Ma perchè c’è sempre una torre, papà? -
Ziqqurat, teocalli, piramidi o castelli, fino ai grattacieli che ospitavano le Corporation del Ventesimo secolo, c’è sempre una torre al cuore dello Stato. Sfogliando col bambino il libro illustrato delle antiche civiltà, ogni volta quella presenza incombente, eccessiva, al centro di ogni tavola a tutta pagina, il Moloch verso il quale sciamavano i sudditi portando ceste di cibo e prestando interminabili corvèes per nutrire le pance dei sacerdoti e i sogni di gloria dei sovrani.
- Cosa gli danno in cambio? – chiedeva.
- Religione e linguaggio –
Mi scappava fuori così, come un tappo dalla bottiglia, e ovviamente lui mi guardava stranito. Allora io mi mettevo a spiegare, pian piano, gl’indiscutibili vantaggi e le necessarie rinunce che conseguono al contratto sociale, e lui annuiva, silenzioso, ma non sembrava troppo convinto. Ancora mischiava nelle sue fantasie archeologia paterna e orrori fiabeschi contrabbandati dalle nonne, e forse provava a edificare quella su queste, ma il risultato era che la capitale del culto solare si fondeva ai suoi occhi con l’erto maniero in cui l’Orco divorava gli ospiti e, in mancanza di meglio, i suoi figli. Del resto non è che Cortez, sulla cima del teocalli azzurro abbia trovato esattamente la distribuzione dei dolcetti di Halloween.

C’è sempre stato un Centro protettivo e divorante, da che mondo è mondo, ma per capirne la necessità bisogna aver vissuto almeno per qualche tempo al di fuori del suo raggio, nella giungla estatica e perigliosa dello stato di natura che noi vecchie generazioni sperimentavamo nell’infanzia. Un’infanzia selvatica e brutale, come si viveva per strada e nei boschetti di periferia, dove competenze scolastiche e gerarchie sociali erano sospese, e tutti i cuccioli erano cuccioli di lupo.
Lì, dopo zuffe furibonde e umiliazioni cocenti, emergevano lentamente un gergo e una disciplina, un capo che le impersonava, e una qualche forma di barbarico rituale in cui scaricavamo al suo comando il nostro furore, il che ci permetteva di amarlo col cuore puro, anziché detestarne il potere con tutta l’anima.
Il nostro capo si chiamava Tiziano detto Titta, e il padre era un mezzadro. Aveva sentito in casa che i maggiolini, quei coleotteri di piccole dimensioni dall’insignificante livrea brunita, sono devastanti per il grano e la segale, e ogni sera, al tramonto, comandava le nostre battute di caccia. Ognuno doveva uscire con un barattolo di vetro e catturarne il più possibile. Ricordo la sensazione di solletico che dava l’animaletto che provava a dibattersi nel pugno chiuso, prima che lo infilassi nel barattolo tappando sveltamente il recipiente. Al calare delle tenebre, ci si trovava tutti in campo aperto. Titta accendeva un fuoco e lì vicino c’era già pronto un sasso piatto, molto grosso, e un altro più piccolo e maneggevole impugnato dal pupillo del capo, tale Franchino. A turno, ognuno consegnava il proprio barattolo a Titta il quale, con la pazienza di un artigiano e la freddezza di un carnefice, estraeva uno a uno i maggiolini ancora vivi ma evidentemente inebetiti, e li posava sulla pietra piatta giuusto quel paio di secondi necessari a che Franchino calasse il maglio spiaccicandoli. Ogni barattolo svuotato, Titta teneva il conto delle prede. Quello di noi che ne aveva consegnati di meno, per punizione doveva metterne in bocca uno vivo, masticare e inghiottire. A me toccò due volte la penitenza, ed entrambe le volte mi appartai nel buio a vomitare per non trasformare il mio disgusto in pubblico ludibrio, mentre nell’aria intorno un odore dolciastro di morte si mischiava ai profumi dei fiori di campo. Così era lui, Titta, il nostro dio di allora, o piuttosto il padre mezzadro che, nascosto alla nostra vista e probabilmente assorto sull’unico canale della TV di allora, si beava delle messi rigogliose, disinfestate dal Nemico? Qualche volta (specialmente quando mi toccava l’orrendo pasto punitivo) mi chiedevo perché dovessimo recitare quel gioco ignobile che non mi divertiva, ad esclusivo vantaggio di Titta e del padre contadino, ma in fondo l’unica altra parte a disposizione era quella dei maggiolini, che mi piaceva ancora di meno.

Il Centro non era solo il luogo della regalità e del sacrificio. L’avrei appreso qualche tempo dopo, alle soglie della scuola media, quando gli appetiti incipienti non potevano più saziarsi di corse e di zuffe, e nella banda maschile erano comparse le prime leggendarie allusioni al sesso. Le ragazze di paese erano inavvicinabili fuori di scuola, e noi avevamo imboscato in una cassetta accuratamente ricoperta in una macchia di robinie dei giornalini porno (si trattava di fumetti rubati ai fratelli maggiori, il porno fotografico era di là da venire) dove ognuno andava a sfogarsi, il che era eccitante quanto una pisciata, a pensarci niente in confronto alle speculazioni che facevamo in gruppo intorno a sorelle, cugine, professoresse di scuola e tutto quanto avesse una minima parvenza femminile. Un giorno Franchino arrivò più tardi e bisbigliò qualcosa all’orecchio del capo. La faccia di Titta s’illuminò di un largo sorriso. Con un fare misterioso, ci disse di andare verso il posto delle seghe (quel boschetto in cui nascondevamo la cassetta coi giornaletti impiastricciati dei nostri sfoghi), e una volta lì ci nascondemmo nella macchia, in modo che il nostro cantuccio restasse ben visibile. Dopo qualche minuto arrivò Franchino spingendo avanti la Cincia. Si chiamava Cinzia, in realtà, ma il soprannome vagamente animalesco le derivava dall’essere piuttosto grossa e sicuramente scimunita: aveva già ripetuto la quinta elementare e adesso ripeteva la prima media, più che parlare mugugnava ma era una femmina fatta e finita, con due tettone che a scuola facevano ridere nel grembiule troppo stretto. Aveva un debole per Franchino, e si era persuasa a seguirlo nel boschetto, dove lui cominciò subito a scoprirle le gambotte bianchissime, mentre lei si sporgeva penosamente verso il suo viso a labbra dischiuse, per un bacio. Lui appoggiò le labbra sulle sue, e intanto le strizzava le poppe. Sfilarle il vestito neanche a parlarne, ma lo spettacolo si poteva fare e con poca spesa.
- Tira giù le mutande, dai -
Lei, spaventata, si ritrasse scuotendo furiosamente il capo.
- Dai, solo un momentino, fammela vedere – e intanto il bastardo la riempiva di bacini sul volto, che la ragazzona alta una spanna più di lui riceveva ad occhi chiusi. L’estenuante corteggiamento durò un quarto d’ora buono, prima che Franchino riuscisse a farle allargare le gambe nella nostra direzione, e a scostarle le mutande senza levargliele. Fu una frazione di secondo, prima che la Cincia inorridita balzasse in piedi e corresse urlando fuori dal boschetto, ma ci bastò. Intorno al sorriso verticale di quelle labbra color corallo, c’era già un pelo abbondante e nero, che ridicolizzava le nostre eroine a fumetti (Isabella la corsara, Zora la vampira e simili, dalle forme superbe ma così poveramente carnali), e avrebbe nutrito le nostre fantasie onanistiche per il resto dell’estate.
Oltre al capo, al sacerdote e al boia, il Centro è il posto del giullare, e ora ne sapevo quanto ne avrei saputo per il resto della vita, Nietzsche e Girard non avrebbero aggiunto una virgola se solo avessi avuto mente per rifletterci, perché l’infanzia t’insegna quasi tutto, e il resto dei tuoi giorni basta appena per distillare quell’esperienza in pensieri e rimorsi.
Certo, questo accadeva a noi, ultima generazione d’allevamento brado, non ai nostri figli, che sottraemmo a quel barbarico apprendistato per consegnarli a pedagogisti e funzionari dello Stato Terapeutico, che oggi ne amministra pacificamente i bisogni senza che abbiano mai conosciuto la vergogna e la colpa di averlo edificato. Sarà per questo che nessun Dio li provoca all’Esodo e nessun Demone infesta i loro sonni.

Lascia un commento »

Non c'è ancora nessun commento.

RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Theme: Rubric. Blog su WordPress.com.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 39 other followers