Doctor Blue and Sister Robinia

dicembre 29, 2009

LE CAVE di Ettore Malacarne

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 11:05 am
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Ettore Malacarne, La conquista dello spazio, Eumeswil Edizioni 2009. Ecco un libro che mi ha molto impressionato. Una raccolta di racconti che, a lettura ultimata, ho messo senza esitazione tra i miei libri preferiti del genere, vicino a “Un coccodrillo sull’altare” di Guido Conti e “Dove credi di andare” di Francesco Pecoraro. Si tratta di otto racconti di lunghezza media, in cui l’autore “spazia” dalle aperture dell’adolescenza al mito della Londra degli anni Settanta, dalle miserie del sociale a un perfido reportage su Vienna. Scrittura pulita ed efficace, ispirazione autentica, ritmo incalzante e soprattutto la stoffa di un narratore di razza. Col permesso dell’autore, posto qui uno dei racconti in versione integrale, scelto tra gli altri per la sua particolare attinenza alla crisi che molte famiglie italiane stanno attraversando.

In casa si respira aria pesante, mio padre e mia madre hanno perso il posto di lavoro e ci sono pochissimi soldi. Per sei mesi sono stati pagati solo con anticipi di due quinti dello stipendio. In due non ne facevano uno intero.
Qui la meravigliosa macchina dell’industria si è inceppata. I titoli dei giornali parlano di grande crisi, di mercato fermo, di licenziamento e fallimenti.
I miei genitori sono a casa contemporaneamente, anche se i sindacati avevano garantito che non sarebbe mai successo.
…Due coniugi lavoranti nello stesso stabilimento non potranno essere licenziati entrambi…
Questa frase sta scritta nella lettera spedita agli operai per metterli al corrente della situazione. L’ ho riletta io stesso più volte, per capire se l’avevamo capita come andava capita. L’ho letta più volte cominciando dall’intestazione.
CGL. CISL. UIL
Comunicazione a tutti i lavoratori dipendenti degli stabilimenti in crisi.
È stato raggiunto un accordo con le amministrazioni aziendali che garantisce il mantenimento del posto di lavoro agli aventi diritto…

Quando abbiamo ricevuto la brutta notizia mia madre, riferendosi alle graduatorie dei dipendenti affisse nella portineria dell’azienda, ha fatto il suo personale elenco di tutte le preferite del capo reparto e del direttore che, con i loro mariti, continueranno a lavorare. Le chiamava le preferite, come se parlasse di cortigiane. Quando ha finito il repertorio di maledizioni è rimasta zitta mordendosi le labbra dalla rabbia, poi ha rotto un piatto per terra. Io e mio padre non ci siamo azzardati ad inventare una motivazione differente, sapevamo che aveva ragione ed il fatto che fosse corsa a piangere in cucina ci ha permesso di parlare, anche se non ci guardavamo negli occhi.
«Non possono fare così. Adesso vado alla sede del sindacato… gli faccio ingoiare questi fogli» ha detto mio padre.
Avevo la bocca stretta in un morso vuoto dei denti. Fissavo due schegge del piatto finite sotto il divano e pensavo che avrei voluto solo alzarmi e uscire.
«Gli dico di mangiarsi anche questi insieme ai soldi che si sono presi dai padroni. Se non mi fanno parlare con un caporione rimango sulla porta ad aspettare, fino a quando non passano uno per uno, per dirglielo in faccia a tutti che sono dei venduti».
«Papà appena cominci a dirgli cosa pensi quelli chiamano la polizia e ti fanno sbattere fuori».
«Se chiamano la polizia lo dico anche a loro come stanno le cose. Non si può trattare così la gente che lavora».
«Se vai ti accompagno» ho concluso io, ma era l’ultima cosa che avevamo voglia di fare.
Siamo rimasti in silenzio a sentire mia madre che piangeva, poi lui si è alzato e sotto un suo piede hanno scricchiolato delle schegge. Ha preso le sigarette ed è andato in balcone a fumare, quando ha socchiuso la porta mi sono alzato, ho preso il giubbino e sono uscito di casa.

Vista la gravità della situazione mio fratello ha preso la decisione di sospendere l’università, anche se gli mancano pochi esami per la laurea, di trovarsi un lavoro qualsiasi per aiutare la famiglia. Il lavoro lo ha trovato lontano e a casa non lo vediamo più.
Io nutro lo stesso desiderio ma mi risulta difficile realizzarlo, perché frequento il primo anno di odontoiatria ed ho l’obbligo di frequenza, pena l’espulsione.
In realtà a lezione ci vado poco, trascorro molto del tempo che dovrei passare in aula in giro, a leggere libri, a giocare a flipper o dormire sulle panchine di un parco se il tempo è bello. Qualche volta, quando la mattina arrivo in stazione, salgo sul primo treno che trovo senza fare il biglietto e scendo in qualche città vicina. Giro per le vie, guardo i palazzi, entro nelle chiese. Se ho i soldi per pagare l’ingresso mi infilo in un museo dove posso guardare i quadri e ci resto tutto il giorno, non di rado i custodi mi vengono a dire che devo andare via che è ora di chiudere.
Mi sento impotente, da una parte in casa mia tutti fanno sacrifici per permettermi di continuare gli studi, per prendere una laurea, e dall’altra non riesco a studiare perché mi sento in colpa. Penso che un diploma l’ho già preso e vorrei trovare un lavoro ma se provo a dirlo mia madre si mette a piangere e mi fa capire che piuttosto lei si ammazza. Io e mio fratello dobbiamo avere un futuro migliore. La gente deve rivolgersi a noi chiamandoci dottore.
In casa mia si respira un’aria pesante e per quello che mi riguarda cerco di starci il meno possibile.

Da alcuni mesi, la sera ed il fine settimana, frequento una compagnia nuova, perché il bar dove sono sempre andato è diventato un bar che è meglio lasciarlo dov’è, lì c’è sempre qualche brutta situazione da evitare o le forze dell’ordine che vengono a prelevare chi sanno loro, dando fastidio a tutti. Anche i miei vecchi amici con la crisi sono a spasso e senza soldi il disagio e la rabbia crescono e con loro i guai.

Molti dei ragazzi che frequento adesso hanno il padre imprenditore o professionista e per loro la crisi è qualcosa di diverso.
Ci incontriamo in un bar del centro, in un paese vicino a dove abito. In questo bar io ho cominciato a venirci perché era l’unico ad avere un flipper che mi piaceva. A forza di giocare a flipper sono diventato bravo ed il mio primo record è rimasto imbattuto per tre settimane. C’era il record sullo schermo verticale, il nome e nessuno sapeva chi fosse il giocatore. Quando andavo nel bar sentivo i commenti degli altri ragazzi che cercavano di batterlo e non ci riuscivano, poi uno è riuscito a superarmi ed io, la mattina del giorno dopo, appena il bar ha aperto sono tornato a giocare ed ho fatto il nuovo record. Così il pomeriggio c’era qualcuno che cercava già di batterlo. Tra record battuti e riconquistati sarà durata ancora due mesi, poi mi hanno scoperto e siamo diventati amici.

In questo bar, quelli della generazione precedente alla mia hanno una faccia che dice che a loro non gli frega dei problemi del mondo, hanno i soldi, una laurea, bei vestiti un’abbronzatura costante.
Qualche faccia la conosco da tempo perché l’ho vista nei posti dove sta chi spaccia. Comprano solo erba e cocaina. Io ho visto loro ma loro difficilmente hanno notato me, credono di fare le cose senza dare nell’occhio ma dove la gente si arrangia per campare, una Jaguar, una Mercedes o una Porche le noti e noti anche chi le guida.

I miei nuovi amici sono tutti studenti e mantengono una naturale socievolezza perché passano molto tempo a sedere in biblioteche o in aule universitarie con altri ragazzi della loro età. Hanno un nome ed un cognome come tutti, senza definizioni particolari. Quelli più grandi invece sono già l’avvocato, il direttore generale del marketing, il commercialista, l’imprenditore, il direttore di banca. Guardano il mondo da dietro una scrivania e non la perdono quando escono dal lavoro. Sono abituati alle targhette fuori dalla porta, che stanno come le mostrine sulla divisa a dire che bisogna mettersi sull’attenti. Sono nel ruolo a tempo pieno, quando non sono in ufficio devono mantenere l’immagine e la distanza con la rigidità. Lanciano in giro occhiate che ti fanno sentire trasparente e ti passano attraverso, sono sguardi abituati a vedere le emanazioni del potere e del denaro.
Hanno alcuni punti di riferimento stabili. Non guardano la faccia ma la marca degli occhiali, non guardano la corporatura ma il taglio della giacca e la camicia, non guardano per terra ma ti guardano le scarpe, quando ti stringono la mano guardano l’orologio che hai al polso.
Anche nei discorsi hanno i campanelli, si accendono di interesse se dici alcune parole. Per esempio tu sei lì che fai un discorso normale magari racconti ad un amico di un incidente che hai visto e se ti scappa detto: investimento; di colpo per loro diventi visibile. Per un attimo acquisti densità, quando dici che è arrivata l’ambulanza già gli sei sparito.
Sono varie le parole di uso comune che accidentalmente ti possono rendere visibile ai loro occhi, per esempio: capitale, fondo, immobile, lotto, tangente.
Se vuoi riconoscerli fai presto, anche se sono in mutande, perché hanno guadagnato una contrazione di disgusto nelle labbra, una dilatazione stretta e rapace delle narici, uno sguardo scaltro e supponente.

Di questo posto nuovo che frequento mi piace il senso di possibilità che trasmette. Restando a sedere a questi tavolini mi invade una voglia di potenza e spensieratezza, penetra nei pori la percezione che ogni cosa si può fare. Con quelli della mia età basta poco per essere considerato un drago, io sono bravo con il flipper, reggo l’alcol meglio di tutti, non mi tiro mai indietro se ci sono delle discussioni, con una penna sopra un pezzo di carta riesco disegnare delle caricature divertenti e quando facciamo l’enigmistica trovo molte parole. Frequento anche odontoiatria e quindi sono un futuro dentista. Nessuno mi chiede altro. Nessuno vuole sapere chi sono i miei, cosa fanno o quanti soldi ho in tasca, tanto salta sempre fuori quello che vuole pagare per tutti.

Con i miei nuovi amici non si parla di crisi o disoccupazione, non si parla di soldi da trovare o rate da pagare, non si parla dei problemi con la legge, delle botte prese e di quelle date, non si parla di bazze o furti facili. Con loro è come stare in un limbo, in un ventre che ha il nome del bar, della compagnia, della città. Hanno da sempre il mantenimento garantito, ci sono mamma e papà, c’è l’azienda, c’è il futuro, ci sarà la laurea, la stabilità di una scrivania e di una targhetta fuori dalla porta.
Maurizio ha appena comprato una Kawasaki. Sabato scorso Filippo è finito in un canale con il Bmw serie 5. Il carrozzaio gli ha detto che per ripararla costa molto, il padre gli ha risposto che tanto vale prenderla nuova.

Tutti i venerdì sera, ed i sabati ci sono delle feste in giro, in locali affittati o a casa di qualcuno. Questo sabato era nel magazzino di un’importante commerciale ceramica.
Con drappi di velluto blu era stato delimitato uno spazio di circa trecento metri quadrati, c’erano luci, divani, cuscini, ed un impianto potentissimo. Per la musica era arrivato in aereo un dj da Londra. C’era gente venuta da tutte le parti. Nel parcheggio c’erano solo macchine da ricchi, linde, luccicanti e perfette. Mi ero fatto un giro a guardare la gente, delle facce e delle taccate che sembravano tutti usciti dalle riviste di moda. Mi sono presto stancato.
La sensazione che provavo era confusa, da una parte ero in un posto pieno di gente che si sentiva giusta, dall’altra non la sentivo giusta per me, pur essendo stato invitato dal proprietario in persona, mi sentivo un clandestino che poteva essere scoperto da un momento all’altro. Per isolarmi un poco mi sono dato la scusa di fumare una canna in pace, ho cercato un varco tra i drappi, mi sono infilato dietro e quando gli occhi si sono abituati al cambio di luce ho visto le sagome delle pedane di piastrelle avvolte nei sacchi di termoplastica. Ho fatto alcuni passi tra i pallet anche per allontanarmi dalla musica altissima. Il magazzino era vasto e nel buio non distinguevo dov’erano le pareti. Camminavo sul pavimento di cemento levigato e respiravo l’odore di polvere, cartone, nafta combusta, legno umido e piastrelle. Un odore famigliare.
La prima volta che ho lavorato in una ceramica era estate e avevo 15 anni. Lavoravo di notte ai forni, in nero. Per fare il turno di notte ai forni bisogna essere maggiorenni ma la fabbrica era piccola e non badava a queste cose. Quando il forno buttava fuori il 40×40 facevo fatica a stoccarlo dentro le pedane. Essendo più grande pesava il doppio di un 20×20 e manteneva meglio il calore di cottura e quindi mi scottava le mani. Avevo anche dei tempi morti di dieci minuti ogni due ore, allora ne approfittavo per andare in giro per lo stabilimento. Mi infilavo negli uffici, mi sedevo sulla poltrona del direttore e guardavo come si vedeva la fabbrica da quel punto di vista. Da quel punto di vista la fabbrica era la foto di due bambine sulla scrivania, una era piccola e sorrideva felice abbracciata da un’altra più grande che poteva avere circa la mia età. C’erano delle targhe premio per la qualità attaccate alle pareti, una pianta di ficus, dei cassetti chiusi a chiave, due telefoni, uno azzurro ed uno nero, un portacenere di cristallo pulitissimo con dentro una pallina da golf, un porta documenti di cuoio ed un rumore di macchine in funzione oltre le pareti.

Fumando la canna mi era venuta la voglia di andare a pisciare nei bagni di quel grande magazzino dov’era la festa e non ho impiegato molto per trovarli. La luce al neon ha sfrigolato alcuni secondi prima di accendersi. Il bagno era pulito, aveva due lavandini ed uno specchio che prendeva tutta la parete. Guardavo la mia faccia pallida, la canna in bocca, la camicia aperta con la collana di tartaruga in vista, i capelli lunghi pettinati indietro e raccolti in una coda, le basette sottili ed il pizzo. Ho pisciato nel lavandino. Ho guardato il liquido giallo sullo smalto bianco, indeciso se aprire o no il rubinetto per lavarlo via, poi l’ho aperto.
Allontanandomi dal bagno per tornare verso la festa ho visto le ombre di un gruppetto di persone tra le palette impilate, quattro, forse cinque. Una di sicuro era una ragazza, l’avevo sentita ridere. Dal movimento delle ombre ho fatto poca fatica ad intuire che la ragazza si era inginocchiata, circondata da una mezzaluna di ragazzi in piedi e si stava dando da fare. Sono rimasto a guardare il loro gioco invidiandoli un po’, fino a quando mi sono sentito ridicolo.
Oltre la pista per ballare avevano allestito due bar, dove veniva dato gratuitamente da bere, senza limiti. I baristi avevano le spalle murate dalle casse piene di bottiglie.
La roba da bere era talmente tanta che il padrone di casa, a festa quasi finita, ha detto che se non riuscivamo a berla tutta potevamo andare in cortile a lanciare le bottiglie contro gli alberi, perché lui le casse piene tra i piedi non le voleva. In cortile abbiamo fatto il tiro al tronco di un tiglio fino a quando tutte le casse non sono rimaste vuote, poi abbiamo cominciato a lanciare le bottiglie vuote che trovavamo in giro e poi anche le casse.

Quando siamo andati via dalla festa il prato era pieno di vetri, e un rivolo alcolico scivolava giù lungo la strada, fino al cancello. Non tutte le bottiglie però erano andate rotte, io mi ero infilato nelle tasche posteriori dei pantaloni due bottiglie da mezzo litro di Gordon’s gin, e tenevo in mano una bottiglia di Berlucchi.
«Che macello» ho detto al padrone di casa, che stava scendendo con noi a piedi lungo la strada, per aprirci il cancello automatico che si era inceppato. Guardavo le aiuole dove qualcuno si era divertito a girare in moto, si vedevano le sgommate nell’erba con le zolle rialzate e i fiori mozzati.
«Non è un problema mio. Domani è domenica e vengono quelli della Generica a ripulire tutto il cortile dell’azienda e a curare il giardino. Che si guadagnino i soldi, la maggior parte delle volte non hanno un cazzo da fare».
A me nella testa per un attimo era venuto da pensare a quanto si poteva ricavare a vendere tutto quello che avevamo rotto. Erano i miei dei calcoli approssimativi nel tentativo di fare una somma tra le bottiglie di spumante, vodka, gin, martini, che avevo visto infrante. Poi qualcuno ha proposto di andare a vedere se la pasticceria di Ferrari era aperta per fare colazione ed il mio calcolo è diventato di altra natura. Un calcolo più concreto mi ha detto che in tasca avevo giusto i soldi per pagarmi una pasta e un caffè.

I ragazzi in pasticceria parlavano di organizzarsi per le vacanze, l’indecisione era Ibiza, Giamaica o Canarie. Quando mi hanno chiesto cosa farò ho risposto che ancora non ho deciso ma ho mentito perché so già che queste vacanze le passerò come le altre, lavorando con un’assunzione stagionale, un poco di piscina, quadri e molti libri. Al massimo un paio di fine settimana in riviera, dormendo con il sacco a pelo sulle spiagge da clandestino.
Eugenio ci ha detto che i suoi genitori stanno cercando un appartamento da comprare a Bologna, così non perderà altro tempo a fare avanti e indietro. Non dovrà distrarsi ma al contrario restare molto concentrato per guadagnare la sua importantissima laurea al Dams. Appena lo avranno comperato vuole farci dentro una festa.

A parte Eugenio che è un poco eccentrico e vuole fare non lo sa neppure lui cosa, forse il proprietario di un’agenzia pubblicitaria di successo, tra gli altri ragazzi della compagnia la statistica vede tre futuri avvocati, di cui uno farà certo il notaio per portare avanti l’attività del nonno, due commercialisti, un futuro farmacista che lavorerà nella farmacia di famiglia, un laureato in lingue che diventerà direttore commerciale dell’azienda paterna.
Fosse per me abbandonerei la facoltà di odontoiatria anche subito. Mi piacerebbe andare lontano e guadagnarmi da vivere facendo un lavoro che mi lascia del tempo, magari iscrivermi a filosofia e provare a dipingere seriamente.

In casa nostra il frigorifero è vuoto, quando ritorno la sera meccanicamente lo apro e vedo le stesse cose da mesi, delle croste di formaggio in una borsina di plastica trasparente, una bottiglia di latte a lunga conservazione, delle foglie di verdura appassita, una vaschetta con dentro ali di pollo e fegatini.
Quando mia madre va a comprarle in polleria si vergogna di dire che sono per noi, dice che sono per il cane. Non abbiamo mai avuto un cane.
Con cinquemila lire prende una mezza borsa di ali di pollo e frattaglie. A casa divide le dosi per tutta la settimana in pacchettini di plastica e li mette nel congelatore. Richiudo il frigo pieno di frustrazione. Infilo la mano dove sono conservati gli avanzi del pane secco, per farci la zuppa, o grattugiarlo per le ali di pollo impanate, ne scelgo un pezzo senza muffa e comincio a rosicchiarlo.
Sento mia madre che piange in camera. Vado in sala mi guardo intorno. Le cose sono sempre quelle, c’è un velo di desolata disperazione che le rende opache. Vado sul terrazzo, mi rollo una canna e la fumo guardando il viale dei tigli, le macchine che passano per la strada, le piante verdi e floride che fanno un muro fitto che copre la balaustra. A loro basta poco, la terra, l’acqua, il sole e le cure amorevoli di mia madre. Almeno quelle per lei sono una consolazione, sono rigogliose e si espandono in ogni spazio libero della ringhiera.
Mio padre non c’è, è fuori a cercare di guadagnare qualche soldo per impedirci di andare a fondo. Il lavoro che fa adesso non è un vero lavoro ma lo sta diventando, un lavoro tutto suo ed è pure felice. Quando la sera torna a casa coperto di sporco e tira fuori dalla tasca qualche banconota da diecimila lire mia madre sembra ritrovare la speranza. Lui lascia appoggiati i soldi sul tavolo, è tanto stanco che riesce appena a lavarsi. Delle volte ha le mani piene di tagli ed io non riesco a guardargliele. Quelle piccole righe, come i segni di una penna rossa, mi pungono sotto lo stomaco e mi fanno sobbalzare il cuore. Distolgo lo sguardo anche dalla sua faccia stanca. Mi guarda e sorride mi dice che è andata bene, se tutti i giorni va così possiamo farcela a superare la crisi.
Mio padre si è messo a rovistare tra i rifiuti, raccoglie cartone, plastica, ferro, rame, vetro, alluminio. Le prime volte riempiva il baule della macchina e caricava il cartone sul portapacchi. Adesso ha comprato a rate un furgone degli anni sessanta pieno di ruggine, ma consuma poco perché ha l’impianto a gas e, anche se per partire deve spingerlo tre volte su quattro, trasporta più cartone del portapacchi e consuma meno della macchina. Mi dice con gli occhi felici che prima con quello che trovava, pagata la benzina, gli restavano appena dieci mila lire quando andava bene, adesso tutti i giorni riesce a guadagnare venti, trenta, qualche volta anche cinquanta mila lire.
Le prime volte il giro lo faceva di notte, per paura dei vigili che potevano fermarlo e vedendo l’ingombro che caricava sul portapacchi fargli la multa, poi ha cominciato a farlo anche di giorno e con il furgone si sente più tranquillo.
Qualche volta lo vedo passare davanti al bar, dove sono con i miei nuovi amici, con il suo carico di cartone, ferro e plastica, noto che mi cerca muovendo la testa per vedere se ci sono, passa il dorso della mano sul vetro per pulirlo per vedere meglio. Io scivolo più in basso nella sedia, sotto il tavolino, come se fossi totalmente stravaccato ed indifferente, invece ho una paura tremenda che si fermi e mi domandi qualcosa, che mi chiami per nome. O che peggio ancora si avvicini felice perché ha guadagnato molto e mi allunghi dei soldi da spendere con gli amici.
Per evitare che si fermi, tentato dai cartoni nel cassonetto vicino, qualche volta convinco il barista a portarli in quello successivo, gli dico che tutti quei cartoni vicino al bar gli rovinano l’immagine.
Gli altri non lo notano neppure e questa a me sembra una fortuna, mio padre è troppo fuori dal loro mondo, anche se gli passa accanto come una formica, stracarico della buona sorte affidata all’immondizia.

Dalla segreteria universitaria hanno telefonato a casa mia, ha risposto mia madre. Hanno detto devo presentarmi urgentemente da loro, posso anche telefonare se sono impossibilitato.
Mia madre mi ha chiesto se è successo qualcosa, se ci sono problemi, che ci mancava anche questa. Le dico che non è successo proprio niente, è per una questione che riguarda l’elezione del consiglio di facoltà, ma non rimango a dirle oltre. Ci sono parole che la mettono subito in soggezione e la rendono rispettosa, consiglio di facoltà è una di queste.

Vado in bagno e mi guardo allo specchio, sono dimagrito ed ho un incarnato grigio. Faccio la doccia. Vado in camera mia e rimango nudo sul letto, prendo un libro e comincio a leggerlo senza concentrazione. Apro il cassetto del comodino preparo la pipa per un puro, stacco un caccolo dal ciocco e l’accendo. In un tiro lento l’ho fumato tutto. Sento mia madre che passa dietro la stanza e mi urla di aprire le finestre quando brucio l’incenso, altrimenti l’odore va in tutta la casa. Che non ne può più di sentire quell’odore di incenso in ogni stanza.
Mi addormento e sogno di fare a pugni con qualcuno, sogno che le mani mi fanno male perché colpisco sugli zigomi e sui denti, picchio senza fermarmi, senza sapere chi sto picchiando e perché, continuo a picchiare, fino a quando i pugni battono contro una superficie viscida e liquida, piena di grumi di sangue e carne macinata. Mi sveglio con il cuore che pulsa molto forte, la mandibola contratta in una fitta che mi fa male. Ho un crampo ad una mano e fatico a farlo passare.
Esco di casa e penso di andare a trovare i miei amici d’infanzia al vecchio bar.
Nel bar c’è poca gente, sono arrivato tardi e molti sono già in giro randagi e famelici da qualche parte della notte. Due che conosco di vista mi chiedono se voglio fare il quarto per una briscola, rispondo che non ho soldi, mi chiedono se ho del fumo, di quello ne ho sempre, allora se perdo pago con le canne. Ci mettiamo a giocare. Facciamo un giro di birre, poi un altro e un altro ancora, io sto vincendo e quindi non devo pagare. Sento una fitta allo stomaco perché non ho mangiato niente e bere tutta quella birra mi dà la nausea. Chiedo se al giro successivo posso prendere un panino al posto di una birra e mi rispondono che non c’è problema. Il giro successivo lo perdo, ed anche quello dopo. Devo pagare e usciamo dal bar per farci una canna. Dopo averla accesa mi devo allontanare per vomitare, mi metto in un angolo buio e vomito buona parte delle tre birre che ho bevuto. Finito di vomitare torno nel gruppo e dico che non mi sento e vado a casa, gli lascio un’altra canna da fumarsi in pace tra di loro.

In segreteria mi chiedono che intenzioni ho. Sono al limite legale delle assenze e non si è chiusa la prima sessione dell’anno di corso. Ancora qualche giorno e poi sarò considerato ritirato d’ufficio. È una cosa questa che so benissimo, ho tenuto il conto delle ore fino al mese scorso, ma adesso mi importa poco. Non sanno che le ore le avrei sforate da parecchio, se non fosse stato per le firme che un amico ha messo al mio posto.
La segretaria ha voglia di spiegarmi la morale:
«Si rende conto di quello che rischia? C’è gente che pagherebbe milioni per essere al suo posto e lei cosa fa? Si fa cacciare? Ma lo sa lei cosa guadagna un dentista? Sta voltando le spalle alla fortuna. Se voleva ritirarsi poteva farlo agli inizi, almeno poteva usufruirne qualcuno che ne aveva il diritto. Adesso invece quel posto, se lei viene cacciato, resterà inutilizzato. La gente come lei toglie possibilità agli altri».
Mi guarda dagli occhiali abbassati sul naso ed è seriamente intenzionata a continuare nella sua lezione quando le dico che ho il cancro. Rimane pietrificata e non ha più parole, tutta la sua faccia da predicatrice si è accartocciata in un’espressione di vergogna.
«Ho il cancro» le ripeto ancora e lei si raschia la gola e mi dice che mi basterebbe frequentare fino alla fine del corso, dovrei riuscire, in fondo mi rimangono ancora sette assenze giustificate. Ma si è resa conto che di colpo ogni cosa non ha più senso.
«Mi scusi, non pensavo. Mi scusi».
«Non importa» le rispondo.

Contrariamente al solito torno a casa presto e mia madre mi chiede come mai, le dico che sono saltate le lezioni per uno sciopero del collegio dei docenti. Il collegio dei docenti vale come il consiglio di facoltà, mia madre accetta rispettosa ma non riesce a trattenersi dal fare una domanda: «Scioperano anche i professori universitari?»
«Evidentemente sì, scioperano anche loro».
«E per cosa possono scioperare delle persone che hanno tutto?»
«Scioperano perché vogliono ancora di più facendo meno».

Appoggio la borsa e scendo in garage. È da tanto tempo che non faccio un giro in bicicletta. Do una pulita al sellino, controllo se le gomme sono gonfie, la spingo davanti a me e ci salgo sopra con un salto quasi fosse un cavallo.
Pedalo fino al fiume e proseguo costeggiandolo.
Anche se oggi sembra impossibile da credere questa era una terra di villeggiatura. Gli antichi romani l’amavano per il clima mite, l’armonia del paesaggio collinare, che si appoggia sulla vallata, per la bellezza dei fiori e la dolcezza dei frutti che vi crescevano e così è stato nel corso dei secoli fino a qualche decennio fa. Una civiltà di contadini e piccoli artigiani è stata intossicata dal demone del guadagno e non ha rispettato più niente e nessuno. Si è messa a scavare buchi in cerca di argilla dove prima c’erano secolari alberi di ulivo o fichi e ciliegi. I capannoni sono cresciuti con la stessa rapidità dei funghi ed hanno coperto chilometri di campi. La valle dei fiori si è trasformata nella valle del degrado.
A forza di scavare argilla adesso ci sono profonde voragini abbandonate. Sono buchi che non servono neppure da monito, per dire che tutto il sistema andrà sempre più a fondo. Restano spalancati ad urlare verso il cielo l’orrore dello stupro.

La terra puoi ancora lavorarla ma con la voragine di una cava dimessa cosa puoi farci? Ne fai un posto dove mettere le cose che vorresti nessuno vedesse ed è per questo che crateri fondi decine di metri, estesi per ettari, sono stati trasformati in discariche a cielo aperto.
Clandestinamente le ruspe spianano i residui di lavorazione che non possono essere reinseriti nel ciclo produttivo. Migliaia di tonnellate di fanghi tossici vengono poi coperti con il pattume urbano.
Noi bambini facevamo spesso delle scorribande in questi luoghi e i nostri genitori non volevano. Avevamo paura ma ci andavamo ugualmente, scendevamo in basso passando lungo le strade piene dei segni dei mezzi cingolati che smuovevano quella massa fetida. Delle volte ci mettevamo a razzolare, si potevano trovare tante cose, giocattoli rotti, libri, riviste, vestiti, scarpe.
Adesso che c’è la grande crisi le discariche si sono riempite di gente che va a frugare in mezzo all’immondizia, con la speranza di guadagnarsi qualche cosa da vivere.
Giro in bicicletta e quello che vedo mi genera questi pensieri ed una frustrazione che mi lascia senza decisioni. Lascerei subito l’università per andare via da questo posto, per cercare una diversa fortuna altrove. Al tempo stesso non ho il coraggio di dire a mia madre che non voglio essere il suo sogno realizzato.

Arrivato vicino al vecchio frantoio di ferro noto un denso nuvolone di fumo nero che sale verso il cielo. Guardando la posizione da cui si alza la colonna l’incendio sembra esploso poco lontano dal paese dove abito, così mi oriento verso quella direzione, tanto devo comunque tornare a casa.
Più pedalo e più mi si stringe il cuore, sento come un presagio che dopo alcuni chilometri è diventato una certezza. Una delle grandi discariche, quella più vicina a casa mia ha preso fuoco. Il terrore mi cola dentro e satura ogni mia percezione, mio padre oggi è andato in quella discarica a bidoni.
Tutti i colorifici buttano nelle discariche clandestine i bidoni vuoti di solventi e materiali additivi, costa niente rispetto le procedure di stoccaggio che impone la legge.
Mio padre ha scoperto che a raccogliere i bidoni, schiacciarli con una mazza e portarli in una ditta dove commerciano i materiali ferrosi, fa meno giri che andare per cartoni e può guadagnare anche 70 mila lire al giorno.
Corro in bicicletta preoccupato per quello che può essere accaduto.
Appena arrivato vedo che ci sono quattro camion dei pompieri che buttano acqua nella discarica, un fumo nero prende agli occhi e alla gola. In una piazzola, vicina alla spianata dell’ingresso, c’è il furgone di mio padre ma mio padre non si vede.
Con un grande patema scendo dove so che ha improvvisato questa sua attività per vedere se lo trovo. Mi aspetto il peggio, e l’idea di trovarmi mio padre per terra mi fa piangere prima ancora di essere arrivato sul posto. Poi sul posto non c’è. Ha lasciato la su mazza per terra c’è una catasta di bidoni schiacciati ed un mucchio di altri che aspettano di esserlo, ma il fuoco è troppo vicino ed il fumo mi fa respirare a fatica, allora comincio ad urlare mentre mi cascano vicino resti di vetro e plastica combusta.
«Papà….papà….papà…» e lo sento.
In mezzo al crepitare delle fiamme, allo scoppio delle latte piene dei vapori di solventi, in mezzo a quel rumore d’uragano che fa l’aria calda sollevata dalle fiamme. Sopra la testa sento la voce di mio padre che mi urla di tornare su, di non fare il pazzo.
Risalgo di corsa con gli occhi chiusi, pieni di lacrime che mi bruciano terribilmente, quando lo vedo, lo abbraccio forte.
«Che cazzo è successo?» gli domando.
Mi risponde che non lo sa. Ha la faccia ed i vestiti pieni di cenere, mi tiene stretto per la spalla. È preoccupato perché non è riuscito a caricare i bidoni che ha schiacciato. Tutto il giorno di lavoro resta in fondo alla cava. C’è la bolletta da pagare e la spesa da fare.
Mi aiuta a caricare la bicicletta sul cassone e quando siamo saliti sul furgone mi dice che aveva cominciato a sentire degli scoppi profondi, che provenivano da dentro il pattume ed un poco di materiale era rotolato dal mucchio in basso, poi ha visto i fumi, ma quelli si erano visti altre volte. Nel giro di alcuni minuti era scoppiato un incendio tremendo, le fiamme avevano preso velocemente con vampate che sembravano sputate da un gigantesco mangiatore di fuoco nel cielo. Era fuggito subito fuori dalla cava per paura che potesse arrivare dove stava lavorando, c’era anche altra gente che si era trovata fuori con lui, qualcuno dalle case vicine deve avere chiamato i pompieri che sono arrivati.
A casa c’è mia madre che piange con l’immagine di Gesù Cristo in mano, la tiene stretta tra le dita e l’ha tutta deformata asportandone dei brandelli di colore che le restano attaccati sui polpastrelli. Sembra quasi che nell’aggrapparsi della sua speranza a quell’immagine le siano rimasti i lembi della veste come pegno. Quando la vedo il nodo in gola mi si stringe e respiro a fatica, ha gli occhi di una bambina terrorizzata, nella sua mente si è costruita tutta una casistica terribile di miseria e sofferenza, conseguenti alla scomparsa di mio padre. Dice semplicemente:
«Gianni».
C’è una commozione nella sua voce che scoppio a piangere e corro in bagno per non farmi vedere.
In bagno incontro lo specchio sopra il lavandino e vedo i miei capelli completamente coperti da una lanugine violetta e nera, la faccia tutta spolverata da questa lanugine che fa come una ragnatela. Mi soffio il naso dentro la carta igienica ed escono delle strisce filamentose, violacee. Mi lavo la faccia ed i capelli e comincio e fare dei gargarismi e sputare per sciacquare la gola. I capelli sono bruciati in molti punti, il cuore mi batte fortissimo e non vuole calmarsi. Faccio alcuni respiri profondi e penso che passerà.
Prendo la macchinetta con cui tengo curata la barba, tolgo la protezione e raso i capelli a zero. Sento il cuore in gola che si calma mentre vedo le ciocche dei capelli cadere nel lavandino, le sento cedere sulle spalle, per terra. Quando finisco le raccolgo tutte. I miei capelli tagliati mi sembrano tantissimi, fatico a tenerli stretti tutti in un pugno, li guardo ed hanno qualcosa di estraneo. Le ciocche bruciate sono secche e rossicce, li avvolgo nella carta igienica e li butto nel cestino vicino alla vasca da bagno.
Tornato in sala dove mio padre sta seduto al tavolo, si tiene la testa sulle mani e pensa.
«Come possiamo fare? Ci sono i cartoni per strada, però si guadagna poco, e per domani bisogna pagare la luce sennò scade».
«E se scade cosa vuoi che sia? Si paga qualche giorno dopo».
«Cos’hai fatto ai capelli?»
«Li ho tagliati si erano bruciati».
«Meglio così si rinforzano. Sarà contenta tua madre che a vederti capellone non gli piaci». Ha poi aggiunto: «Se vieni a darmi un mano con i cartoni solo per questa volta, che li pieghiamo insieme e li carichiamo, possiamo fare più soldi».
Ci penso un attimo e sento la vergogna di essere visto mentre raccolgo quello che gli altri hanno buttato, ma ho dentro anche una sensazione che mi rende chiaro che non posso più vergognarmi di quello che sono. La situazione è tale per cui anche la vergogna deve essere messa da parte. La miseria scavalca ogni vanità.
«Andiamo» gli dico. «Andiamo subito!»

Cominciamo il suo giro solito e so che prima o poi arriveremo nella via del bar che frequento. Adesso mi sento meno sicuro di riuscire ad affrontare gli occhi della gente. Non voglio dirgli apertamente che mi vergogno, però so che non voglio essere lì davanti, a raccogliere i cartoni e piegarli mentre gli altri bevono i loro bicchieri di coca cola, mangiano i tramezzini parlando di musica, di moto o di vacanze o cercano una parola per il dieci verticale.
Mi vergogno terribilmente. Quando arriviamo davanti al bar mio padre guarda il mucchio di cartoni che c’è vicino al cassonetto del pattume e dice:
«Questi sono pochi non vale la pena fermarsi».
Non dico nulla ma gli sono grato, perché non sono affatto pochi.

Raccogliamo in giro, pieghiamo e carichiamo cartoni fino a mezzanotte passata. Il furgoncino è tanto carico in altezza che ho paura che ci ribalteremo.
Per non rischiare che domani ci siano in giro pattuglie della stradale o peggio ancora della finanza, mio padre decide di parcheggiare il furgone proprio nell’atrio della ditta di macero dove dovrà scaricare. Si dirige verso un cancello e suona un campanello. L’orologio che mio padre si tiene sul furgone segna l’una meno venti e penso che è un orario non adatto per suonare il campanello di qualcuno. Dalla porta esce un signore, vestito con una tuta da lavoro, parla con mio padre e poi lo invita ad entrare, mio padre mi fa segno di seguirlo. Vado dietro di lui ed arriviamo in un piccolo ufficio, sporco di morchia ovunque, tappezzato di calendari con belle ragazze nude, regalati dalle tante officine della zona, il signore si siede dietro alla scrivania e chiede a mio padre
«Quanti saranno?»
«Almeno sei quintali, e ci sono anche un paio di quintali di ferro e mezzo di rame».
Mentre caricavamo i cartoni avevamo trovato delle stufe di ferro e delle reti da letto, insieme a delle casse piene di scarti di cavi elettrici.
Il signore fa i conti e dà a mio padre sessantottomila lire più della moneta.
«Domani li peso e ci aggiustiamo». Poi guarda me e gli dice:
«Ti sei preso un aiutante?»
«No lui è mio figlio, il piccolo. Studia da dentista. Hai bisogno di denti?»
Il signore dietro alla scrivania spalanca la bocca e mi fa vedere un fila di denti marci.
«Ne avresti del lavoro da fare qui. Finisci presto che poi mi fai un prezzo da amico. A me i soldi li prende tutti tuo padre» e si mette a ridere. In questo momento capisco che mio padre è molto stimato dall’uomo.
Usciamo dall’ufficio e ci incamminiamo a piedi verso casa che dista circa cinque chilometri. Camminiamo insieme nella notte, in silenzio, non c’è niente da dire. La sera è calda ed è come una passeggiata imprevista, una passeggiata che facciamo insieme io e lui.
Quando arriviamo a casa mia madre è ancora sveglia. Ci aspetta in cucina, mio padre le fa vedere i soldi e lei senza dire niente accende il fuoco per scaldare la solita minestra con le verdure, dove la pasta si è scotta e gonfiata, assorbendo tutto il brodo, per secondo le ali di polo in umido. Andiamo a lavarci le mani.
Davanti al lavandino, mentre aspetta che gli passo il sapone, mio padre mi ringrazia, mi dice che se qualche volta voglio dargli una mano ho visto che da fare si trova.

Mangiammo che sono quasi le tre, io mangio poco perché la fame mi è passata. Finita la cena dico che vado a letto e mio padre mi fa: «Aspetta!»
Prende ventimila lire e tenendole con due dita le fa scivolare sul tavolo verso di me, io guardo le banconote con la faccia di Michelangelo e la mano che le tiene piena di piccoli tagli, prodotti dalla piegatura del cartone. In quella mano piena di nodi le vene escono come le radici di una quercia sopra una roccia. Mi sento una merda, per tutte le volte che mi sono vergognato di lui, mi sento una merda per tutto il tempo che perdo dietro alle sciocchezze.
«Non li voglio».
«Li devi prendere, chi lavora va rispettato e bisogna pagarlo e tu hai lavorato bene, hai caricato il camion quasi da solo. Sei uno che sa lavorare quando vuole».
Prendo i soldi e li stringo nel pugno.
Arrivato in camera mi butto sul letto senza svestirmi, apro il comodino, prendo la pipa e la carico con un caccolo di fumo, l’accendo, aspiro piano, poi l’appoggio sul posacenere. Le parole e le immagini del giorno diventano dense nel buio dietro i miei occhi chiusi, vedo il fuoco, le macchie dei colori delle latte, le facce, le voci, i discorsi, il paesaggio desolato e gli alberi coperti di cenere, poi mi addormento.

Come ogni mattina alle sei sono sveglio, ho ancora addosso i vestiti di ieri. Sul comodino ci sono i soldi accartocciati e la pipa che metto via nel cassetto. Vado in bagno e mentre mi spoglio sento che puzzano di affumicato, mi lavo in fretta, mi metto dei vestiti puliti e preparo poche cose nella borsa: un libro da leggere, un blocco per schizzi ed una manciata di matite colorate. Prendo i soldi, li metto in tasca e scendo a prendere la corriera che mi porta in stazione.
Arrivo in stazione e anziché salire sul treno mi incammino verso il centro per andare al bar. Quando entro il barista mi dice che sono mattiniero, ordino un cappuccino, una pasta ed una Ceres. Lui mi prepara il cappuccino e mi dice che non dovrei bere birra così presto. «Mica la bevo adesso».
Pago con una delle diecimila che mio padre mi ha dato, ritiro il resto e mi dirigo nella saletta dei videogiochi dove ci sono delle poltrone e dei tavolini con le sedie. Mi butto sopra una poltrona. Con il retro dell’accendino faccio saltare il tappo della bottiglia, chiudo gli occhi e do un lungo sorso. Mi posso appisolare un poco, tanto so che ho tutto il tempo che voglio perché, anche per questa giornata, di andare in facoltà non ne ho voglia. Magari più tardi posso fare qualche partita a flipper e cercare di fare un punteggio così alto che nessuno potrà superarlo

5 commenti »

  1. grazie
    per lo più è realtà invisibile
    magari sotto forma di dato statistico
    ma di rado narrata

    Commento di da — dicembre 29, 2009 @ 8:45 pm | Replica

  2. Hai ragione, ho letto i racconti e li ho trovati semplicemente straordinari. Qualche mese fa ho pure avuto la fortuna di incontrare l’autore, durante una presentazione che ha fatto a Milano. Sembra una persona autentica, molto concreta e carismatica. Questo racconto è esemplare, duro e di denuncia. Grande letteratura.

    Commento di Marzia — gennaio 18, 2010 @ 8:35 pm | Replica

  3. Ho pianto, non esagero. Non già per la scrittura, ma per questi morsi al cuore, ho ritrovato il Pasolini delle borgate, mio nonno, mio padre. Ed oggi è più intollerabile di allora, dopo tanti smacchi. La classe operaia non conquisterà mai il suo paradiso.

    Commento di Morena Martini — gennaio 22, 2010 @ 4:37 pm | Replica

  4. [...] ritmo incalzante e soprattutto la stoffa di un narratore di razza. Ho postato uno dei racconti qui. Lascia un [...]

    Pingback di LIBRI LETTI(1) – SCOPERTE « Doctor Blue and Sister Robinia — marzo 17, 2010 @ 8:38 pm | Replica

  5. Ho letto la raccolta, ho solo una parola: Straordinaria!!! Perché un autore cosi bravo è così poco noto? In questa nazione vanno avanti libri insignificanti, le pagine culturali vengono intasate con celebrazioni e marchette, tutto per un mercato fatto di niente. CHISENEFREGA di tutti questi libri buoni per una stagione, questa raccolta di racconti, secondo me, resterà buona anche tra dieci anni.

    Commento di Marco Ratti — luglio 19, 2010 @ 10:07 am | Replica


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