Doctor Blue and Sister Robinia

gennaio 31, 2010

UNA PAGINA di Giuseppe Pontiggia

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 7:58 pm
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(Da: Giuseppe Pontiggia, Nati due volte, Mondadori 2000)
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La fisiatra ci accoglie in una anticamera buia, angusta, dove ci si aggira a fatica. Certe case, come certe persone, danno il peggio di sé nel vestibolo, per poi correggere l’immagine iniziale. Ma sono solo i superficiali, diceva Wilde, a non fidarsi della prima impressione.
Riusciamo laboriosamente a liberarci dei cappotti, scambiandoci il bambino: e apriamo, premendo le spalle contro il muro, un armadio di legno nero, dove li stipiamo. Entriamo poi in una stanzastra, con spalliere che si arrampicano lungo le pareti e un tappeto quadrato di plastica al centro di un parquet sconnesso. Il pomeriggio nebbioso stempera una luce grigia al di là delle vetrate.
Siamo invitati a sederci su un piccolo divano di vimini, mentre lei sta appollaiata sopra un enorme cuscino. Si capisce che è la posizione dove si sente più a suo agio.
La fisiatra ci chiede a questo punto di esporre con chiarezza la storia di Paolo. Sembra temere un racconto troppo dettagliato e dispersivo e mi incalza, non appena comincio a parlare, con un «Sìììì», «Sììì», che è la negazione di ogni dialogo. Abbrevio, semplifico, riassumo. Alla fine dico esasperato a Franca di passarle il bambino che tiene sulle ginocchia. E lei lo accoglie con una rapacità materna, come una liberazione, lo distende sul tappeto, gli allarga le bracccia, gli accarezza le piccole mani, gli fa il solletico sotto le piante dei piedi. In seguito vedrò gli stessi gesti ripetuti da altrettanti specialisti, ma ora mi apppaiono sapienti, ritmati, esperti. Ci chiede quale medico ci ha mandato da lei e io rispondo nessuno. Come nessuno? È stata una mia collega, che ne aveva sentito parlare da una amica. E il neurologo che cosa dice? Non c’è nessun neurologo. Il bambino, dopo quaranta giorni, è stato dimesso dalla clinica e il pediatra ha parlato di disturbi che con il tempo verranno riassorbiti.
«Ma siamo impazziti?» dice lei, rialzandosi sul tappeto.
«No, per niente» risponde Franca, pallida. «Ci siamo rivolti a lei per avere una conferma.»
L’altra la guarda sbalordita.
«Per sicurezza» aggiunge Franca, sempre più turbata.
«Ma questo è un bambino sinistrato!» esclama lei. «Tetraparesi spastica distonica! Avete detto niente!»
Mi sento una debolezza improvvisa nelle gambe. «Non sono disturbi passeggeri!» continua lei.
«Qui bisogna cominciare subito!»
Sgrano gli occhi: «Che cosa?»
«La fisioterapia! Molte ore al giorno! E voi dovete collaborare a tempo pieno!»
Si è rivolta a Franca, che tradisce un panico silenzioso.
«Non bisogna perdere tempo!» aggiunge. «Già se ne è perso troppo!»
Le chiedo concitato: «Che pericoli corre?»
«Tanti!» mi risponde. «Non posso prevederli tuttti. Dipende dalla evoluzione dei suoi sintomi.»
«Per esempio?»
«L’andatura!» mi dice. «Potrebbe avere una andatura irregolare.»
«Come?»
«Così» mi risponde.
Si alza sul tappeto e accenna, come una ballerina grassa, i piedi nudi, a camminare barcollante, finché perde l’equilibrio e cade di lato.
«Capisce?»
«Sì» mormoro.
È una immagine dell’ orrore, vedo Franca che si porta la mano al viso.
«È certo» le dico atono, senza sapere se sia una domanda o un assenso.
«No, non è certo» dice lei, rialzandosi sul tappeto elastico e camminandovi a balzi, come se fosse uno strato di carboni ardenti. «Potrebbe essere coinvolta la parola, la manualità.»
«E !’intelligenza?» chiedo, a testa bassa.
«No, non credo.» Alza le spalle. «I veri problemi sono altri.»
Mi appoggio contro lo schienale di vimini. Frannca si asciuga gli occhi con il fazzoletto.
«Ma nessuno vi ha informato?» chiede lei.
«Qualcuno in clinica» rispondo. «All’inizio. Poi no.»
«Incredibile!» esclama, voltando il viso, come se fosse stata colpita da uno schiaffo.
Io guardo Franca, ma per il momento taccio.
Mentre scendiamo le scale analizziamo, in un elenco accanito e accurato, i difetti della fisiatra. È un bilancio insieme sconfortante e rassicurante. «Quando ti ha detto di ritelefonarle?» le chiedo.
«Fra quindici giorni.»
«E tu lo farai?»
«No» mi fissa con una sicurezza che è sicura della mia. «È troppo catastrofica. Nessuno ci ha parlato in questi termini, non possiamo fidarci. Noi dobbiamo fidarci di chi segue il bambino.»
«Anch’io la penso così.» Aggiungo: «Non ha molta esperienza. È solo all’inizio della professione.»
«Infatti.»
Quando vedo Paolo camminare, barcollando, daavanti a me, rivedo lei che barcollava sul tappeto, nella stanza grigia, al tramonto, proiettando un’ ombra dilatata sulla parete. Penso che è stata l’unica a darci del futuro l’immagine più vicina alla realtà. E forse per questo l’abbiamo rifiutata.

Che cos’è normale? Niente.
Chi è normale? Nessuno.
Quando si è feriti dalla diversità, la prima reazione non è di accettarla, ma di negarla. E lo si fa cominciando a negare la normalità. La normalità non esiste. Il lessico che la riguarda diventa a un tratto reticente, ammiccante, vagamente sarcastico. Si usano, nel linguaggio orale, i segni di quello scritto: «I normali, tra virgolette». Oppure: «I cosiddetti normali».
La normalità – sottoposta ad analisi aggressive non meno che la diversità – rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardi funzionali, intermittenze, anomalie. Tutto diventa eccezione e il bisogno della norma, allontanato dalla porta, si riaffaccia ancora più temibile alla finestra. Si finisce così per rafforzarlo, come un virus reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo. Non è negando le differenze che lo si combattte, ma modificando l’immagine della norma.
Quando Einstein, alla domanda del passaporto, risponde “razza umana”, non ignora le differenze, le omette in un orizzonte più ampio, che le include e le supera.
È questo il paesaggio che si deve aprire: sia a chi fa della differenza una discriminazione, sia a chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza.

gennaio 30, 2010

UNA PAGINA di Elena Ferrante

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 8:48 pm
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(Da: Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono, Edizioni e/o 2002)

Scelsi una bottiglia di vino, misi in tasca le chiavi di casa e, senza nemmeno sistemarmi un po’ i capelli, scesi al piano di sotto.
Suonai con decisione, due volte, due lunghe scariche elettriche, alla porta di Carrano. Tornò il silenzio, l’ansia mi pulsava in gola. Poi sentii passi indolenti, di nuovo tutto tacque, Carrano mi stava spiando dallo spioncino. La chiave girò nella toppa, era un uomo che temeva la notte, si chiudeva a chiave come una donna sola. Pensai di tornare a casa di corsa, prima che la porta si aprisse.
Mi comparve davanti in accappatoio, le caviglie magre e nude, ai piedi certe pantofole con sopra il marchio di un albergo, doveva averle trafugate insieme ai saponi nel corso di qualcuno dei suoi spostamenti con l’orchestra.
«Auguri» dissi in fretta, senza sorriso, «auguri di buon compleanno».
Gli tesi con una mano la bottiglia di vino, con l’altra la patente.
«L’ho trovata stamattina in fondo al viale». Mi guardò disorientato.
«Non la bottiglia» chiarii, «la patente».
Solo allora sembrò capire e mi disse perplesso: «Grazie, non ci contavo più. Vuole entrare?». «Forse è tardi» mormorai, di nuovo presa dal panico. Lui rispose con un sorrisetto imbarazzato:
«È tardi, si, ma … si accomodi, mi fa piacere … e grazie … la casa è un po’ in disordine … venga».
Quel tono mi piacque. Era il tono di un timido che cerca di mostrarsi uomo di mondo, ma senza convinzione. Entrai, mi chiusi la porta alle spalle.
Da quel momento, miracolosamente, cominciai a sentirmi a mio agio. Nel soggiorno vidi la grande custodia appoggiata in un angolo e mi sembrò una presenza nota, come quella di una fantesca di cinquant’ anni fa, quei donnoni di paese che nelle città crescevano i figli della gente agiata. La casa certo era in disordine (un quotidiano sul pavimento, vecchi mozziconi di chissà quale visitatore nel posacenere, un bicchiere sporco di latte sul tavolo) ma era il disordine gradevole di un uomo solo e poi l’aria odorava di sapone, si sentiva ancora il vapore pulito della doccia.
«Mi scusi per l’abbigliamento ma avevo appena … ». «Si figuri».
«Prendo i bicchieri, ho delle olive, dei salatini … ». «Veramente io ho solo voglia di bere alla sua salute». E alla mia. E al dispiacere, al dispiacere dell’ amore e del sesso che auguravo presto a Mario e Carla. Così dovevo abituarmi a dire, nomi permanentemente abbinati di una nuova coppia. Prima si diceva Mario e Olga, ora si dice Mario e Carla. Un brutto male al cazzo gli dooveva venire, uno sfregio di tabe, un marciume per tutto il corpo, il malodore del tradimento.
Carrano tornò con i bicchieri. Cavò il tappo alla bottiglia, aspettò un po’, versò il vino, e intanto disse cose gentili con voce pacata: avevo bei figli, mi aveva guarrdato spesso dalle finestre quando stavo con loro, sapevo trattarli. Non menzionò il cane, non menzionò mio marito, sentii che non poteva sopportare né l’uno né l’altro, ma in quella circostanza, per garbo, non gli pareva gentile dirmelo.
Dopo il primo bicchiere glielo dissi io. Otto era un buon cane, ma francamente non l’avrei preso mai in casa, un lupo soffre in un appartamento. Era stato mio marito a insistere, si era assunto lui la responsabilità della bestia, come del resto tante altre responsabilità. Ma alla fine si era rivelato un uomo vile, incapace di tener fede agli impegni presi. Non sappiamo niente delle persone, nemmeno di quelle con cui condividiamo tutto.
«Io so di mio marito tanto quanto so di lei, non c’è differenza» esclamai. L’anima è solo vento incostante, signor Carrano, vibrazione delle corde vocali, tanto per fingere di essere qualcuno, qualcosa. Mario se n’era andato – gli dissi – con una ragazzina di vent’ anni. Mi aveva tradito con lei per cinque anni, in segreto, un uomo doppio, due facce, due flussi separati di parole. E ora era sparito lasciando a me tutti i fastidi: i suoi figli a cui badare, la casa da mandare avanti, anche il cane, lo stupido Otto. Ero sopraffatta. Dalle responsabilità appunto, non altro. Di lui che m’importava. Le responsabilità, che prima dividevamo, ora erano tutte mie, anche la responsabilità di non aver saputo tener vivo il nostro rapporto – vivo, tener vivo: un luogo comune; perché mi dovevo dar da fare proprio io a tenerlo vivo; ero stanca di luoghi comuni, – anche la responsabilità di capire dove avevamo sbagliato. Perché quel lavoro straziante di analisi ero costretta a farlo anche per Mario, lui non voleva scavare a fondo, non voleva correggersi o rinnovarsi. Era come accecato dalla biondina, ma io mi ero data il compito di analizzare punto per punto i nostri quindici anni di convivenza, lo stavo facendo, ci lavoravo la notte. Volevo tenermi pronta per rifondare tutto, non appena lui avesse ricominciato a ragionare. Se mai fosse accaduto.
Carrano sedette accanto a me sul divano, si coprì il più possibile le caviglie con l’accappatoio, sorseggiò il suo vino ascoltando con attenzione quello che andavo dicendo. Non intervenne mai, ma riuscì a comunicarmi una tale certezza dell’ascolto, che io non sentii sprecata nemmeno una parola, nemmeno un’ emozione, e non mi vergognai quando mi venne da piangere. Scoppiai a piangere senza problemi, sicura che mi capisse, ed ebbi un moto interno, una scossa così intensa di dolore, che le lacrime mi sembrarono frammenti di un oggetto di cristallo custodito a lungo in qualche luogo segreto e ora, a causa di quel moto, esploso in mille pezzi lancinanti.
(continua…)

gennaio 29, 2010

UNA PAGINA di Ferdinando Camon

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 6:52 pm
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(Da: Ferdinando Camon, Un altare per la madre, Garzanti 1978)

Il nostro mondo non aveva nulla a che fare col resto del mondo. Funzionava per conto suo, ed era immortale. Anche a nostra madre avevamo sempre pensato come a qualcosa d’immortale, almeno quanto il mondo: perché quando noi nascevamo, lei faceva parte del mondo, il mondo senza di lei non era immaginabile.
Ora la madre era morta, ma questo non era possiibile.
Alcuni, a turno, tenevano la mano sulla bara, come per toccare la mano o la spalla di lei: siamo tutti qui, con te, non avere paura.
La bara avanza e ondeggia per il sentiero gallegggiando sopra i campi di frumento.
I portantini si fermano ogni tanto all’ombra, e la fila indiana si sposta fuori dal sentiero. Allora noi familiari possiamo disporci attorno alla bara e tenerci una mano sopra. Voglio bene alla bara, al legno di cui è fatta. Ai fiori, foglia per foglia, petalo per petalo. A tutto. Non ho più paura della morte. Questo mi riconcilia con la vita. Penso qualcosa che subito dimentico. Ripensandoci, credo che se rivivessi quella situazione riproverei gli stessi pensieri, ma ora non posso dire quali.
Si arriva finalmente al cimitero, e si entra per la stradetta fiancheggiata da due file di cipressi. Sopra il portone d’ingresso c’è un arco di mattoni coperti di malta con una scritta rossa in latino. Credo che nesssuno in paese sappia cosa vuol dire, tranne mio padre che lo ha chiesto al prete.
Mio padre vuol sempre sapere tutto. Per le strade raccoglie i tòcchi di carta che trova e li porta a casa. Se sono bagnati li asciuga sul foéolare, poi li stira col palmo della mano e li legge uno per uno. Gli inteeressano tutti: pezzi di giornale, lettere buttate via, conti della spesa. Da due parole è capace di ricostruire una notizia, da una illustrazione si immagina la trama di un film, da un conto della spesa capisce chi può averla fatta. Ci sono famiglie che comprano solo pane, ma si vergognano della loro povertà e allora mettono il pane sui piatti, per far credere che anche nei giorni lavorativi, e non solo di domenica, mangiano minestra o carne o verdura.

Una volta mio padre trovò un pezzo di giornale con due figure, un uomo e una donna: l’uomo stava dritto davanti a un muro, fissando con occhi spiritati il lettore, in maniche di camicia rimboccate, la testa pelata alla Yul Brinner, e alla sua destra c’era una signorina in lacrime con le mani giunte. Dopo cena veniva a trovarci qualche amico. Quella sera si discusse su chi potevano essere quei due personaggi. Come sempre, prevalse l’idea più decisa: un vecchio piccolo, rugoso, rognoso, cattivo, che aveva fatto la guerra tra i carristi e andava ripetendo che un carrista fa un salto dopo morto, puntò il dito e disse: « El duce.» Lo aveva riconosciuto. Tutti guardarono. Doveva essere il duce al momento della fucilazione, insieme con la Claretta Petacci. La Claretta la conoscevano tutti: era quella scolpita sulle monete, con le torri in testa. L’attenzione richiese silenzio, e il silenzio fece nascere la compassione per i due fucilati. Qualcuno osservò che gli Americani non avrebbero fucilato un uomo così. Mio padre mostrò il disegno a mia madre, perché tutto ciò che entrava in casa e aveva qualche importanza doveva essere spartito. Mia madre guardò con aria triste e scosse il capo, in segno di disapprovazione.
Non ammetteva che si potesse fucilare un uomo, fosse pure il più criminale del mondo. Uccidere è la colpa delle colpe. Una volta mio padre ci portò al cinema, a vedere “Il segno della croce”. Ci sedemmo negli ultimi posti, lontano dallo schermo che può essere pericoloso, non si sa mai. Mia madre non capiva i passaggi tra una scena e l’altra: si vedeva Roma che bruciava, poi Nerone che cantava con la cetra in mano, ma tra una scena e l’altra non c’era lo stacco netto, sicché le fiamme continuavano per un po’ a vedersi anche addosso a Nerone, e mia madre domandò se stesse bruciando. Mio padre non rispose, scosse il capo. Quando apparve l’apostolo, che gira per i quartieri di Roma dominandoli col suo sguardo lento, mio padre, che aveva già visto il film tante volte, ci avvertì di stare attenti a come faceva il segno della croce. L’apostolo infatti lo disegnava in modo strano, tracciando per terra con la punta del bastone prima un angolo poi un altro, accostati per il vertice, così. Mia madre crollò la testa, le sembrava una trovata inutile. Quando poi cominciarono a vedersi le torture dei cristiani, avevo l’impressione – ma può darsi che l’impressione mi venga soltanto adesso – che mia madre si fosse messa a pregare, lì al cinema. Fu l’unico film che lei abbia visto. Il cinema rimase sempre per lei un luogo di torture.

Passammo sotto l’arco ed entrammo nel cimitero.
Il prete pronunciò un breve discorso, molto dolce, parlando con la morta e col Signore. Tutti avemmo l’impressione che la madre e il Signore fossero insieme, e che questo fosse giusto. Ci accostammo alla bara uno alla volta, noi familiari, e la baciammo. Sentii il legno molto caldo, come umano. Poi la bara fu portata sopra la tomba e calata dentro, finché urtò contro il fondo. Ognuno vi buttò una manciata di terra, poi l’inserviente la coprì a vangate. Non c’era ancora un portafiori, una lampada, un nome. Mia sorella più giovane aveva un mazzo di fiori, e voleva sistemarlo in qualche modo. Li piantò col gambo nella terra fresca, come se avessero radici, disponendoli a forma di croce. Io uscii meccanicamente dal cimitero, non riuscivo più a sopportare. Mi sedetti sull’erba, sull’orio della strada. Proprio in quel momento passava un gregge di pecore. L’angoscia che avevo dentro si sciolse guardando quegli animali dal viso umano, che transitavano alzando e abbassando la testa come per dire di sì ad ogni metro della vita, e visti in gruppo, di schiena, formavano una schiuma gialla. Ultimo veniva un agnello sciancato, distanziato di qualche metro. Lo guardai, come se stesse per succedergli qualcosa di triste. Il cane pastore trottò indietro, lo strinse delicatamente per la lana, senza fargli male, e lo trascinò in avanti, fino all’altezza del gruppo, depositandolo proprio di fronte a me. L’agnello rimase immobile, come se non volesse seguire il destino degli altri. Credo che allungai una mano e gli parlai, non sentivo cosa gli dicevo. Forse qualcosa come: “Sii buono, fratello animale”

gennaio 28, 2010

UNA PAGINA di Luigi Meneghello

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 7:08 pm
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(Da: Luigi Meneghello, Libera nos a Malo, Rizzoli 1975)

Nel complesso i popolani sono più vicini alla natura. Sfojàda metteva in bocca i bachi da seta come se fossero cioccolatini, e per mezzo-gotto di vino li mandava giù.
Sfojàda, Lòba, Squala, Bèna, Cicàna: c’era tutta una generazione, tutta una razza di uomini investiti di una sinistra grandezza. Andavano scalzi coi tubi di tela a mezza gamba, erano amici delle cose che esplodono (Bèna era senza una mano), erano avventurosi, empi, indomabili.
Avevano in tasca ronchetti e coltelli, giocavano a soldi, raggruppati sugli scalini della Casa del Fascio, giravano camminando con indolenza e come a malincuore. Facevano cerchio in Prà, e Cicàna raccontava:
«Prima si vede la mano chiusa a pugno, e intorno è tutto scuro e la mano è illuminata. Poi questa mano pian-pianello si apre, e si vede un gioiello bellissimo, lustro, grosso cosi. Questo gioiello è posato in mezzo al palmo della mano, la mano è rùspia e il gioiello netto e lìmpio. Poi la mano comincia a girare, e gira anche questo gioiello, e si vedono i raggi…».
Cicàna era un grande raccontatore di film, anche quelli in tre, in quattro pisòdi. Li faceva durare molto più dell’ originale, e aveva un senso vivo delle inquadrature e dei valori tattili e visivi. Sapevamo tutto sul ladro di Bagdà, Maciste e il segno di Zòro. Il dialogo delle didascalie, tradotto in dialetto si ravvivava; le bestemmie fioccavano.
Cicàna sapeva un numero infinito di bestemmie; altre ne inventava. Una volta scommise di dirne trecento cinquanta tutte diverse una dietro l’altra, e vinse senza impegnarsi a fondo. Lo ascoltavamo incantati; era come una lauda pervasa da un vivo sentimento della natura e da un attento spirito di osservazione.
Era di pomeriggio, ed eravamo nell’ angolo d’ombra dell’ultima casa verso il ponte del Castello. La stramba litania ci faceva sfilare davanti agli occhi animali esotici e piccoli mammiferi noostrani, uccelli, pesci e rettili, la fauna dei letamai intenta ai suoi traffici, e la gaia flora dei marciapiedi, i grandi sputi gialli dei tabacconi, scarlatti dei tisici. Si vedeva il maggiolino capovolto, l’imbelle brombolo, remigare colle zampette, la pantegana trottare in cima a un muro annusando l’aria, e il carbonazzo avvinghiato alle gambe delle contadine batterle forte colla coda.
Le bestie selvatiche e domestiche, quelle innocue e quelle feroci, i pachidermi e le piccole polde, e fino i microbi e i bacilli che si stenta a vedere a occhio nudo; le bestie dell’aria, dalle pojane altissime agli sciami folti e bassi dei moscerini, le bestie del giorno e della notte, quelle delle acque limpide e dei gorghi scuri.
Alle cento bestemmie Cicàna lasciò il regno animale e passò alle piante, alle erbe, ai licheni, alle muffe; sulle duecento entrò nel mondo bruto della materia inanimata; alle trecento cominciò a toccare la sfera delle arti e dei mestieri, le strutture della società, il gioco delle passioni umane.
Terminò col microcosmo dell’uomo, dei suoi visceri attraenti insieme e repulsivi, delle sue mirabili funzioni fisiologiche; e compiuto il numero delle bestemmie pattuite (Lòba teneva il conto), ne aggiunse alcune altre in supplemento, sciogliendo un inno alll’Amore che chiamava però in altro modo: ormai faceva accademia, e fu fermato alle trecento e settantuna.
Concluse con una bestemmia breve e solenne, raddoppiando il Nome di Dio.

gennaio 27, 2010

UNA PAGINA di Carlo Coccioli

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 7:09 pm
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(Da: Carlo Coccioli, Davide, Sironi 2009)

Non vi è mai stato un solo Davide: sempre ce ne sono stati due.
Eravamo (siamo?) racchiusi in un solo corpo, ammirato per quanto lo si trovava bello. E noi, i due abitanti di quel corpo agile, muscoloso, felice di essere, spalle forti e cintola fine, gambe solide, capelli fulvi, con degli occhi tendenti al verde, noi non avevamo se non una consapevolezza vaga dell’ armoniosa prigione che ci conteneva: i nostri affanni prendevano una direzione diversa. Consistevano nel sapere chi fosse chi: chi dei due Davide fosse Davide …
Ci attribuivamo dei nomi: Davide intelligenza, Davide istinto. Il primo sfiorava l’angelo, il secondo aderiva quasi all’animale. (Sebbene con sfumature differenti, questa dualità definisce tuttora Davide, e Tu lo sai.)
Nel corso delle notti in cui intravidi verità sublimi, a Naiot, udii che non bisognava stupire né turbarsi del fatto che Davide fosse o si sentisse doppio: era d’uopo accettare la situazione e, dopo averne esplorato le frontiere, approfittarne. Stando alle affermazioni di Samuele, spirito e storia d’Israele sono basati su coppie: molto più che gli Altri, le nazioni della terra, Israele è, orizzontalmente, verticalmente, un dialogo. Meglio: è una polemica. Alleati dell’Uno, siamo molto più che gli Altri, per paradosso, sensibili alla dualità ostinatamente emergente dallo scheletro della Realtà, che è unica. Vita e morte, il sacro e il profano, il puro e l’impuro, l’amore e l’odio, la giustizia e l’iniquità: ogni termine del binomio nel luogo che gli spetta (senza mescolanze e confusioni). In principio furono i cieli, casa divina, e la terra, informe e vuota. Tenebre e luce: giorno e notte. La nostra missione è vegliare sulla Separazione.
Le nazioni della terra, gli Altri, non separano: mescolano, confondono.
Grazia e potenza, emanazioni dell’Indefinibile, si alternano o convergono nell’ anima della creatura umana. Abramo nostro padre è la fluidezza della Misericordia, mentre Isacco è il Rigore nella sua densità. E, nel dominio della storia, potrebbe concepirsi Mosè senza suo fratello Aronne? (potrebbe concepirsi Davide senza Saul, odio e amore?). E in fin dei conti chi era l’angelo col quale lottò Giacobbe?
«Ma, questa secondo te inevitabile benché soltanto apparente vitttoria della dualità, forse un malessere non ne deriva che … ?».
Ero io che parlavo? Chi mi dava la scienza per esprimermi così? Accoccolato sul suolo, Samuele appoggiava le spalle contro un muro bianco che le stelle sbavavano di color violaceo. Parlava con voce sorda, esitante, ogni tanto concitata, e io m’imbevevo della sua paura. Come fossimo alla frontiera di un recinto vietato: nel fondo si elevavano le Soglie, questi arcani. Morte o follia minacciavano gli audaci, eppure l’audacia era necessario averla.
Non oserei ripetere a nessuno tutte le parole che Samuele pronunciò. Sono state in origine «consegnate» sul Sinai, poi trasmesse, nel timore, da bocca a orecchio: catena di minuti tremanti.
Ma, nei riguardi della dualità, non è indispensabile (ciò mi disse Samuele) che la coppia su cui parrebbe riposare l’evoluzione uniiversale porti due nomi e s’incarni in due distinti corpi: la dualità, col dialogo o polemica ch’ essa implica, può realizzarsi in una sola creatura umana. «Considera l’angelo e l’animale. L’angelo è intelligenza perfetta: non può non eseguire gli ordini divini. L’animale è istinto: pertanto sarebbe incapace di non accettare la funzione che gli è stata assegnata nella natura. Il primo si compenetra talmente con la Volontà che nulla vuole salvo essa; il secondo, quantunque non comprenda nulla della Volontà, non vuole se non ciò ch’essa vuole. L’angelo ha l’intelligenza per istinto, l’animale ha l’istinto per intelligenza. Ma tu, Davide, tu che sei un uomo? In te c’è l’angelo e c’è l’animale: donde il dialogo, ed è un dialogo orizzontale, più esattamente una polemica o un diverbio, che genera l’angoscia (il dialogo verticale, quello con Dio, inquieta spesso, a volte tormenta, ma invariabilmente finisce, io lo spero!, per donare pace). Angelo e animale, tu possiedi una volontà autonoma dalla Volontà: sei per conseguenza superiore, nella tua dualità funesta, all’angelo e all’animale. Ecco il significato, ecco la dignità dell’uomo!».
Mi accostai al vecchio per mormorare (l’afrore di legno marcio mi oppresse): «Ed è alla dignità dell’uomo, e probabilmente alla sua angoscia, che tu hai pensato il giorno in cui a Betlemme … ».
Non fu necessario che finissi la frase.
«Quel giorno, il giorno della tua unzione, ho saputo repentinamente, nel vederti entrare nella cucina della casa di tuo padre con la tua corta veste da pastore, le gote accese, gli occhi curiosi e gravi, ho saputo repentinamente, nonostante la tua fulgente gioventù, o forse soccorso da essa, che la dualità era in te una marca più profonda, e più dolorosa, che nella maggioranza delle creature umane: più che nei tuoi fratelli, per esempio, i quali mi erano sfilati davanti uno dopo l’altro. Avevo un terribile mal di testa. Comprendi: mi stavo sottoponendo a un indescrivibile sforzo per discernere la Realtà dietro le apparenze! Le apparenze sono assurde, allucinanti, per definizione ingannatrici; se crediamo nella Realtà a dispetto loro, il prezzo che se ne paga è altissimo.
Io non ho asceso la scala, purtroppo, che di un religioso fa un mistico; io non gioisco della serenità del mistico; per il mistico le apparenze sono solamente strani fantasmi che la luce della Realtà sbiadisce o mette in fuga; ma io sono rimasto un religioso, nulla di più, e la mia fede nella Realtà è “nonostante” le apparenze … Dunque ero lì, nella casa di quel notabile di Betlemme, dato che avevo ricevuto un ordine: ero stato invaso dalla Voce e l’avevo riconosciuta. Col suo terrificante murmure, più esplicito del più chiaro dei clamori, la Voce mi aveva detto: “Riempi il corno d’olio, e va’! Io ti mando da Isai il Betlemita giacché mi sono scelto un re fra i suoi figli!”. E io, in tribolazione, a balbettare: “Come posso andarvi? Se ne è informato, Saul mi ucciderà!”. Protesta vana: la Voce tagliò corto alle mie lamentele. “Prenderai con te una vitella e dirai che sei andato a celebrare un sacrificio all’Eterno e inviterai Isai al sacrificio … “».
«E tu sei partito per Betlemme con la tua vitella … ».
(continua…)

gennaio 26, 2010

UNA PAGINA di Mario Pomilio

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 5:49 pm
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(Da: Mario Pomilio, Il quinto evangelio, Rusconi 1975)

AVVOCATO SCHIMMELL – No, no, mi lasci dire. Tutta questa confusione! Quattro libercoli raccogliticci, quattro diversi deliramenti, e non uno che naturalmente ci dica chiaro chi era Gesù.

QUINTO EVANGELISTA – E come potevano? La questione non è questa. La questione sta più indietro, nella persona stessa di Gesù: una persona, questo intendo, di tale complesssità, che quattro testimonianze diverse non potevano non dico esaurirlo, ma nemmeno farci comprendere chi egli fosse effettivamente. Un uomo oppure un Dio? Oppure ambedue le cose insieme? E oltre a ciò le altre cose che lei, avvocato Schimmell, ha dette poco fa. Ma come pretendere dagli evangelisti una risposta precisa, quando essi stessi non fanno che domandarselo? Ne avevate incominciato a discutere anche voi. Per Matteo parrebbe essere anzitutto il Messia, colui che era stato profetizzato e promesso. Marco sembra colpito dalla potenza dei suoi miracoli. Per Luca il Cristo Gesù è in primo luogo il salvatore, agli occhi di Giovanni il figlio di Dio, la verità che s’incarna. Ma possono ciascuno, e perfino tutti e quattro insieme, pretendere d’affermare d’averlo definito, quando ognuno poi deborda, esplora altre possibilità, l’immagine del Cristo gli si moltiplica tra le mani, s’è appena provato a fissarla ed ecco, gli è sfuggita? E non basta. Perché è venuto? Perché predica? E per chi predica? E perché converte? E perché muore? E perché ha scelto, per salvare gli uomini, una via così assurda? E l’ha scelta di sua volontà oppure gli è stata imposta? E voleva il Regno? E quale Regno? E dove? Su questa terra? E voleva una Chiesa? E quale doveva essere? E che voleva dire allorché pronunziò: «io distruggerò questo tempio di mano d’uomo e ne riedificherò uno non fatto di mano d’uomo »? Voleva una Chiesa solo spirituale? Senza templi? Senza culto? E ancora non basta, guardiamo al suo carattere: tenero e forte, delicato e fiero, dignitoso e sofferente, imperioso e insicuro, umano e più che umano: e potremmo continuare. E in tutto una vita abbandonata al suo movimento, al suo continuo diversificarsi e perfino contraddirsi. E contraddittoria comunque, agli occhi umani, l’esistenza d’un uomo che si dice Dio e viene per morire. E tale dunque che se ne può offrire testimonianza, ma senza riusciire a esaurirne il significato. Si possono moltiplicare i punti di vista intorno a lui, come appunto hanno fatto costoro, ma col risultato che immancabilmente ne emerge solo l’indecifrabilità.

AVVOCATO SCHIMMELL – Il fatto è, dunque, che non riusciremo mai a stabilirne l’identità …

QUINTO EVANGELISTA – Il fatto è (ma anche questo, se non sbaglio, l’avete detto) che, per come si è manifestato, il Cristo ci ha collocati di fronte al mistero, ci ha posti indefinitamente nella situazione dei suoi discepoli di fronte alla domanda: «Ma voi chi dite che io sia? ». E ognuno risponde come può, come noialtri del resto, come ciascuno dei cristiani. Ecco perché non ci sono gerarchie tra le quattro testimonianze che si tramandano di lui. Se Giovanni lo spiritualizza e Luca lo rende mite, se Matteo ce lo mostra nelle vesti del docente e Marco di preferenza in quelle del potente, non significa affatto che questo o quello siano più vicini alla verità. Tanto meno che abbiano presunto di dirci tutta la verità entrando a gara tra di loro, contraddicendosi o smentendosi. Significa solo che da quel nodo d’indefinite possibilità che fu, nel suo insieme, la persona di Gesù, ciascuno ha desunto quel tanto che poteva secondo il suo talento o il compito cui era eletto.

gennaio 24, 2010

NELLA PAGINA IL MONDO di Valter Binaghi

Nei prossimi post proporrò ai lettori del blog pagine “esemplari” di scrittori italiani (non aspettatevi però il rispetto delle “classifiche” né di commercio né di critica militante: nel mio piccolo universo di lettore essi somigliano piuttosto ai colori di una tavolozza, che accolgo ogni volta con gratitudine estrema, perché ognuno di essi mi fa riccamente visionario). Perché la pagina? chiederete. Non è sbagliato accentare il frammento piuttosto che l’opera o l’autore? Spiegherò il motivo e intanto rassicuratevi: non sono elzevirista, non sono crociano, solo interista, mio figlio è appena uscito per andare allo stadio a vedere il derby e spero di vederlo tornare felice.

Ieri sera mi sono rivisto un vecchio film di Herzog, “Dove sognano le formiche verdi”. Non è il suo miglior film, e comunque Herzog non è un narratore, piuttosto uno scultore di miti. Aguirre, Fitzcarraldo, il conquistador delirante e l’uomo che vuole costruire un teatro nella giungla, sono storie che stanno in una riga. Nel film di cui parlo il mito è l’anima della terra, che gli aborigeni australiani vogliono difendere (ovviamente senza riuscirci) da una compagnia mineraria.
Nel film c’è un personaggio, un aborigeno che gli altri chiamano “il muto”. Non è fisicamente impedito alla parola, ma è l’ultimo membro di una tribù estinta, dunque non può parlare con nessuno perché nessun altro capisce ciò che dice. E’ una figura struggente, in cui c’è tutta la fragilità e il dramma di una cultura orale, ma anche ciò che la rende preziosa: la non-riproducibilità tecnica, il suo essere irrimediabilmente legata all’espressione vitale.
Noi che siamo figli da millenni di una cultura e di una lingua scritta, non possiamo condividere appieno questo dramma, eppure anche a noi è concesso di comprendere come l’espressione sia alla radice qualcosa di strettamente personale, pur essendo trasmissibile a distanza di spazio e tempo da quello che fu il suo interlocutore originario. Socrate era spaventato da questa separazione della parola dal suo autore e così non scrisse nulla ma, dopotutto, fu proprio il discepolo che più lo amava a tradirlo per primo, e se non l’avesse fatto non sapremmo niente di lui, tranne oscure leggende. La scrittura non è un’antitesi della personalità. Infatti, ciò che si manifesta nella scrittura, quando poeticamente riattinge alle fonti dell’essere parlante, è lo stile, che consiste precisamente nella prospettiva unica e irripetibile con cui una lingua viene abitata e resa strumento di un singolare sguardo sul mondo.
Andiamo oltre. Se è vero che, come sostenne Bachtin, il romanzo fin dal suo nascere ha pian piano fagocitato reinterpretandoli tutti i generi della letteratura classica (epica, lirica, dramma, commedia, storia e trattatistica), allora è soprattutto nel romanzo che possiamo cercare la forma residuale di conoscenza che riunisce in sé tutte le possibilità della lingua, anche adesso che, come direbbe Giuseppe Genna, la sua forma si dilata e si sfrangia in tante e tali direzioni da far pensare (rispetto ai modelli ottocenteschi) a quasi-romanzi o addirittura a non-romanzi. Di tutto questo non è la funzione autoriale a poter rendere conto: essa è inevitabilmente riferita a una definizione rubricata nelle generazioni precedenti, e lo scrivente risulta spesso autore suo malgrado, somigliando piuttosto a una partoriente che sta generando il figlio di un amante sconosciuto (un brigante o un dio?), accolto in uno di quei connubi notturni e semicoscienti di cui solo la potenza profetica del mito ha saputo dirci qualcosa.
E allora, chi potrà provare a dire ciò che sta accadendo nella Lingua alla forma del Mondo? Il lettore, certo. Ma il lettore enciclopedico, che contempla l’opera finita e ne trae un sistema duraturo, non fa parte forse dello stesso secolo di cui si sono già celebrate le esequie, di quell’universo culturale che noi tutti sentiamo sbriciolarsi? Il lettore che chiediamo, il lettore che noi stessi siamo oggi, non torna piuttosto a somigliare al cercatore di piste, all’interprete di oracoli, all’aruspice che febbrilmente scosta le viscere ancora fumanti per intravedere i geroglifici del destino? Se così fosse, non solo e non tanto dalla sequenza integrale del romanzo, ma dalla sua pagina, quando è davvero pagina (cioè quando è puro sguardo in cui ci si è interamente spesi, sospendendo il debito con l’antecedente e il conseguente, il che in un romanzo accade non così spesso, e come la tigre bianca non si riproduce ad arte), dalla pagina si può intravedere un cosmo. Non quello pretenzioso e formulabile delle scienze, né quello favoloso e corale del mito, ma quello umilmente singolare di un istante. Un istante che è un concerto, per voce sola.

gennaio 23, 2010

CHI C’E’ DIETRO FACEBOOK di Alex Falcone

Filed under: Cronache,Pensiero — vbinaghi @ 2:27 pm
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Grazie ad una interessante discussione nella Mailing List di Frontiere Digitali, ho potuto leggere l’inchiesta di Tom Hodgkinson su Facebook. Il lungo articolo è stato pubblicato su The Guardian il 14 gennaio 2009, con il titolo “With friends like these…”. Tom Hodgkinson collabora con ‘The Sunday Telegraph’, ‘The Guardian’ e ‘The Sunday Times’ ed è direttore della rivista ‘The Idler’. Ha pubblicato due libri: ‘How To Be Idle’ (‘L’ozio come stile di vita’, Rizzoli, 2005) e ‘How To Be Free’ (‘La libertà come stile di vita’, Rizzoli, 2007).
Su www.comedonchisciotte.org è possibile leggerne la traduzione in italiano, a cura di Paolo Yogurt (pseudonimo?). Il link all’articolo è questo. Ciò che segue ne è una sintesi con le mie considerazioni.

Il numero di iscritti a Facebook aumenta ogni settimana nell’ordine di milioni di nuovi utenti. Sono tutte persone che rilasciano volontariamente i propri dati personali ad un’azienda americana senza sapere chi sia dietro.
Io l’iscrizione a Facebook ce l’ho. Mi sono iscritto dopo che una persona di mia conoscenza che si trova fisicamente molto distante mi ha invitato a farlo. Ho accettato: per me si trattava solo di un nuovo canale di comunicazione.
Sono rimasto perplesso da subito nel leggere i termini d’uso e le garanzie sulla privacy che semplicemente non esiste. Per questo ho adottato estrema cautela nell’inserire dati personali che vadano oltre il nome e l’area geografica. Ad oggi non ho capito in che modo questo network dovrebbe essermi utile. Come ho ripetuto più volte agli amici, io non so a cosa serve.

Facebook descrive se stesso come «un servizio che ti mette in contatto con la gente che ti sta intorno». Ma perché dovrei aver bisogno di un computer per questo? Se ho voglia di sentire un amico, prendo il telefono. Se la telefonata non è possibile, invio una e-mail. Non mi serve la mediazione di un’azienda californiana. Un sito web non può sostituire le mie relazioni sociali più di quanto un film porno possa sostituire il vivere un rapporto di coppia. C’è differenza tra la vita ed un suo triste surrogato.
I padroni di Facebook passano la giornata a giocare col programma, guardano i milioni di “drogati” di Facebook che forniscono spontaneamente dettagli sulla loro vita privata, le immagini e le preferenze nel consumo. Poi vendono il tutto ad aziende multinazionali. Così mettono insieme montagne di denaro sfruttando l’ingenuità della gente, mercificando le relazioni umane. Estraendo valore capitalistico dall’amicizia.
Questo basterebbe da solo a tenermi lontano da Facebook.

Chi di voi ha mai letto l’informativa sulla riservatezza dei dati inseriti? E’ scritto chiaramente che di riservatezza non ce n’è. Tutto ciò che viene inserito nel sistema è a disposizione di Facebook e delle aziende interessate alla loro commercializzazione. E allora vediamo chi sono le persone che controllano tutto il giro, i tre membri del Consiglio di Amministrazione dell’azienda, quelli che hanno in mano tutti i vostri dati personali.

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gennaio 22, 2010

METAMORFOSI(12) REDDE RATIONEM di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 8:31 pm
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Dedicato a G.G.

- Quante volte sei morto, Valter? – mi ha chiesto l’amico una volta.
- Due, forse tre. Ma era metamorfosi del senso, non morte propria -

Ci fu un tempo che era terra grassa l’anima mia, terra di bosco, ci cresceva di tutto, sperticate lodi alla carne e strazianti parodie dell’infinito, prima che il catechismo e la scuola facessero di me un animale domestico. La terra fu dunque privata di sassi ed erbacce, cintata e seminata ad arte, perché diventasse un’orto regolare e cartesiano, e alternando fatica e riposo come l’agronomia della rotazione insegna, l’anima mia generò parole e silenzio, sudate opere e ozi inopportuni. Io conobbi la gioiosa pratica delle virtù e la deboscia del vizio, e niente mi toglie dalla testa che se i miei pedagoghi avessero usato invece dell’orologio che sempre pretende in avanti l’amabile clessidra che sa terminare, ciò che pareva diserzione sarebbe stato riposo compatito senza vergogna. Così dopo aver trascorso la prima stagione ad agitarmi senza regola e la seconda ad imparare, passai la terza a svellere i pali e il filo spinato che cingevano la mia vigna soffocando anziché fertilizzare. Ora conosco la differenza tra licenza, disciplina e libertà, ma cosa importa ormai, adesso che la sostanza fertile si è dispersa e la terra fresca di un tempo, spremuta fino all’estremo, somiglia sempre più a dura roccia?
Il tempo è passato e le stagioni, si dice, non son più quelle di una volta. C’è il caldo dell’estate, che rilascia sudore e frutti, e il freddo dell’inverno, che contrae e irrigidisce la carne rabbrividita. Manca la speranza di primavera che illude e inorgoglisce, e dell’autunno la malinconia che ridesta languori anziché sopirli.
Amo la vita alla finestra, non come chi è impedito a muoversi, ma come chi già molto ha veduto, e non gli serve avvicinarsi per sapere che il vecchio claudicante cadrà sul selciato, e il monello avido coglierà il frutto, una volta a cavalcioni sul ramo. Questo amore, che non è più passione né rimpianto, questo che è tutto quello che rimane, sembra così poco e invece è tanto. L’anima che sorvola distanze immense, e adesso che non si dà più pena di scendere in picchiata come il falco a ghermire e consumare, misura con infinita pietà le umane debolezze e la propria. Il cuore non più avido di un futuro che aumenti il valore e il salario dell’opera compiuta, oggi si contenta dell’istante per contenere e contemplare l’immensa varietà dei possibili. La mano che resta pendula al fianco, di fronte a una bella forma che non arde più di accarezzare, saluta con un gesto le cose che passano e non intende trattenere. La voce che inizia a spiegare al figlio impaziente, e poi desiste non per disprezzo, ma perché troppo occorrerebbe al vecchio per dire e troppo poco tempo ha il giovane per ascoltare, non è sfiducia ma fede nella sapienza della vita: altri, e in altra occasione, lo istruirà. Questo amore compassionevole e distante, questo pacifico silenzio che s’insedia pian piano fino a colmare l’anima intera, è la vita che si spegne e il freddo annuncio della tomba, o la farfalla che spiega le ali ormai impaziente del bozzolo terrestre?

- Tu dovresti scrivere dell’uomo che risorge – mi ha detto l’amico.
E poi: – Guarda il Cristo del Mantegna. Guarda i suoi piedi. Pendono dal tavolo, quasi un fremito che li chiama verso il suolo -
Sono mesi che ci penso.

Le potenze del tempo esaurite, ciò che si vede è il Figlio dell’Uomo nudo e disteso: suo cibo fu fare la volontà del padre, l’anima sua consegnata interamente al Principio, per questo niente di proprio oppose a che Tutto accadesse per mezzo di lui. Adesso giace, immobile, una spoglia grigia e immemore, se luce verrà non sarà né dal suo cuore di carne né dal sole di fuori, nè dall’Io né dal non-Io.
Ed ecco che il linguaggio si spezza.
Ciò che verbo non dice pensiero non pensa, e il mito (ciò che viene da lungi, ciò che non ha autore) non soccorre la ragione estrema, che non sa ancora farsi puro ascolto.
Dirò all’amico che non posso. Devo morire ancora un po’.

gennaio 21, 2010

METAMORFOSI(11) RESURREZIONE: IL MITO E L’EVENTO

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 1:23 pm
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Solo Qualcuno che è esterno al mondo può ridare vita al mondo morente, e lo stesso vale per l’anima, il microcosmo in cui ogni volta si riepiloga la vicenda del mondo intero. Questa sembra essere una convinzione ancora più antica del Cristianesimo, se si pensa alle molte versioni del mito del dio che muore e risorge (e con esso rinasce la vita stessa sulla terra): dal babilonese Tammuz all’egiziano Osiride. In tutti i casi c’è sempre una figura femminile (Ishtar, Iside) sorella e sposa, che piange il defunto e ne impetra la resurrezione presso le potenze superiori. Difficile non accostare a queste coppie quella di Cristo e di Maria, specialmente quando colte nella figura della deposizione, come fece splendidamente Michelangelo nella “Pietà”.
Per molti interpreti i miti in oggetto sarebbero solo epifanie ritualizzate del ciclo vegetale, e la vicenda di Cristo (o meglio il mito che ne sarebbe nato) si collocherebbe sulla loro scia, come un’ennesima riproposizione dello stesso archetipo psicologico, questa volta collocato in una dimensione storica. Ma chi conosce il dinamismo segreto dei simboli, sa che differenza c’è tra il presagio e l’evento, sa che il destino non si compie senza segni premonitori che devono convertire l’anima ad accoglierlo, e che l’immagine, quando è rispettata nel suo essere e non idolatrata, ha un carattere profetico rispetto a ciò che deve venire. E’ il futuro che interpreta il passato, e non viceversa. Come dice il personaggio di un film a me molto caro (“L’ultima onda”, di Peter Weir): “Sai cos’è un sogno? Un sogno è l’ombra di una cosa vera”

gennaio 19, 2010

METAMORFOSI(10) L’ATTESA DELL’APOCALISSE di Ernesto Sabato

Apocalisse o Rivoluzione? Certo non è la stessa cosa, ma da un lato è la proliferazione di eresie millenaristiche (da Fra Dolcino a Thomas Muntzer) a intrecciarle indissolubilmente nella storia della cultura Occidentale. Dall’altro, in questi scrittarelli che mirano soprattutto a circoscrivere la verità psicologica della metamorfosi, è impossibile non notare che proprio l’esigenza di una reale mutazione (e non di una semplice metempsicosi) richiede l’irruzione di un fattore esterno al sistema culturale: il Messia, prima di essere oggetto di fede, sembra essere una necessità psicologica, anche se ad annunciarne la venuta qui è la figura del matto: un’archetipo della funzione profetica in letteratura. Il testo è tratto dal romanzo di Ernesto sabato, Sopra eroi e tombe (Trad, it. Di Jaime Riera Rehren, Einaudi)

Subito dopo i ragazzi tornarono alla carica e domandavano, dicci che numero vince domani al lotto, matto, ma Barragan, scuotendo la testa, bevendosi la sua grappa rispondeva, si, ridete, però lo vedrete, lo vedrete con i vostri occhi, perché è necessario che questa città sputtanata sia punita e deve venire Qualcuno perché il mondo non può continuare cosi. .. Al ché Martin, impressionato, associò le sue parole a quelle di Alejandra sui sogni premonitori e la purificazione per mezzo del fuoco.
- Ci hanno tolto Cristo e cosa ci hanno dato, in cambio?
Automobili, aerei, frigoriferi. Ma tu, Cicin, dico per dire, sei piu felice adesso che hai il frigorifero elettrico o quando veniva lo zoppo Acuna con le barre di ghiaccio? Supponiamo, si fa per dire, che domani tu, Loiacono, puoi andare sulla luna, – frase che venne accolta da risate, – dico tanto per dire, supponiamo, sarai per questo piu felice di adesso?
- Ma di che felicità mi stai parlando, – rispose rancoroso Loiacono – io in questa vita di merda non sono stato felice mai.
- Be’, va bene, ti dico che è una supposizione. Però, ti domando, saresti piu felice se andassi sulla luna?
- E io che ne so? – rispose Loiacono risentito.
Il matto Barragan proseguiva con la sua predica, senza dargli retta, poiché era una domanda retorica:
- Per questo io vi dico, ragazzi, che la felicità bisogna cerrcarla dentro il cuore. Ma per questo c’è bisogno che venga Cristo di nuovo. Lo abbiamo dimenticato, abbiamo dimennticato i suoi insegnamenti, abbiamo dimenticato che ha sofferto il martirio per colpa nostra e per la nostra salvezza. Siaamo una manica di ingrati e delle canaglie. E se viene di nuoovo, magari non lo riconosciamo e perfino lo sfottiamo.
- Chi lo dice, – commentò Diaz, – magari Cristo sei tu e ora noi ti stiamo sfottendo.
Tutti risero applaudendo l’uscita di Diaz, ma Barragan, scuotendo la testa con un benevolo sorriso da ubriaco, proseguiva, con voce sempre piu pastosa:
- Tutti siamo tristi. (Alcuni protestarono, dissero io no, che ti credi). Tutti siamo tristi, ragazzi. Non ci inganniamo. E perché siamo tutti tristi? Perché il nostro cuore è insoddisfatto, perché sappiamo di essere dei miserabili, delle canaglie. Perché siamo ingiusti, ladri, perché abbiamo l’anima piena di odio. E tutti corrono. Per che cosa, dico io? Dove? Tutti sgomitano per avere un po’ di quattrini, per che cosa? Forse che non moriremo tutti? E perché vogliamo la vita se non crediamo in Dio?
- Be’, dài, piantala, – sentenziò Loiacono. – Anche tu sei un bel tipo, matto. Molto Dio, molto Cristo e molto di questo, – si toccò le labbra – ma lasci che tua moglie lavori come un mulo per mantenerti, mentre tu stai qui a fare discorsi.
Il matto Barragan lo considerò con occhi benevoli. Bevve un sorsetto di grappa e domandò:
- E chi ti dice che io non sono una canaglia?
Mostrò il suo bicchierino di grappa e con voce dolente aggiunse:
- lo, ragazzi, sono un ubriacone e un matto. Mi chiamano il matto Barragan. Bevo, passo le giornate gironzolando e meditando, mentre mia moglie lavora dal mattino alla seera. Che ci posso fare. Casi sono nato e casi morirò. Sono una canaglia, non lo nego. Ma non è questo che io vi dico, ragazzzi. Chi non sa che i bambini e i matti dicono la verità? Ebbene, sono matto, e molte volte, lo giuro su questa croce, non so neanch’io perché parlo.
Tutti risero.
- Si, ridete. Ma io vi dico che una notte ho visto il Signore e mi ha detto: Matto, il mondo sarà purgato con sangue e fuoco, qualcosa di molto grande deve venire, il fuoco cadrà su tutti gli uomini, e ti dico che non rimarrà pietra su pietra. Questo mi disse il Cristo.
I ragazzi si torcevano dalle risa, meno Loiacono.
- Si, forza ragazzi, dateci dentro. Ridete e poi me lo raccontate. Qui c’è uno solo che sa quello che dico.
Le risate cessarono e un silenzio circondò quest’ultima frase. Ma subito dopo tutti ripresero gli scherzi e poi cominciarono a fare pronostici per la partita di domenica.

gennaio 18, 2010

METAMORFOSI(9) METEMPSICOSI

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 7:18 pm
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Ecco come un grande scrittore contemporaneo(1) fornisce la sua versione di una credenza antichissima.

Forse dopo la morte l’anima emigra in una formica
in un albero
in una tigre del Bengala,
mentre il corpo si dissolve
fra i vermi
e penetra nella terra senza memoria
per risalire poi nei rami e nelle foglie
e diventare eliotropo o erbaccia
e poi alimento del bestiame
sangue anonimo e zoologico
scheletro
escrementi.
Forse ci sarà un destino più orrendo
nel corpo di un bambino
che un giorno comporrà poesie e romanzi
e che nella sua oscura angoscia
(senza saperlo)
pagherà le antiche colpe
di guerra o di delitti,
o tornerà a vivere le paure,
il timore di una gazzella
la schifosa bruttezza della donnola,
la propria torpida condizione di feto, ciclope o lucertola,
la fama di prostituta o pizia,
le remote solitudini,
le dimenticate codardie e tradimenti.

La credenza nella metempsicosi era diffusa probabilmente in tutti gli antichi popoli indoeuropei, ma ne abbiamo una effettiva testimonianza solo nell’India e nella Grecia antica. L’anima è un Nume immortale, condannato a reincarnarsi nelle più diverse forme di vita fintantochè non avrà soppressa in sé medesima quella passione terrestre che ne impedisce la definitiva beatitudine. Nella “Repubblica” Platone racconta la storia di Er, un soldato caduto in battaglia il quale, sospeso tra la vita e la morte, unico fra tutti i mortali potè riferire ciò che avviene nel luogo intermedio tra i due mondi. Nessun Dio assolve o condanna: è l’anima stessa che, trascinata dalla propria passione dominante, finisce per scegliere la sua prossima condizione terrestre in base alla sua inclinazione.

“Non sarà un demone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliere il vostro demone. Chi è stato sorteggiato per primo, per primo scelga la vita alla quale sarà necessariamente congiunto. La virtù non ha padrone, e ognuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi ha fatto la scelta; la divinità è incolpevole”. (…)
(continua…)

gennaio 16, 2010

METAMORFOSI(8) LA MUTAZIONE ESTREMA di Domenico Starnone

Filed under: recensioni,Scritture — vbinaghi @ 7:34 pm
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Qualche tempo fa stavo piuttosto male e avrei voluto scrivere una storia così. Un uomo che si accorge di avere poco da vivere. Una fenomenologia del moribondo. Poi non l’ho fatto, per fortuna, credo che sarebbe stato un brutto libro, al contrario di questo “Spavento”, di Domenico Starnone (Einaudi 2009). Un libro che dimostra tre cose. La prima è che il suo autore è diventato un maestro del monologo interiore (la qualità letteraria del libro è secondo me eccezionale). La seconda è che ormai sempre più spesso ricorre nei romanzi il personaggio di uno scrittore che si confronta con il personaggio di un libro che sta scrivendo (stava scrivendo di un tizio che si ammala e va incontro alla morte e gli accade proprio quello), come se ormai non fosse rimasta altra forma di conoscenza all’uomo che lo specchio o il romanzo, meglio se i due in uno. La terza è che la verità psicologica (o meglio l’autenticità con cui si descrive il proprio sentire) non coincide necessariamente con la verità tout court. Io per esempio ho provato sensazioni molto simili a quelle descritte dal personaggio di Starnone (l’infrangersi dell’IO e delle sue pretese di controllo sul senso del mondo e delle cose, la sua “autorialità”, insomma), ma ne ho tratto una percezione ancora più radicale del carattere metafisico del soggetto, anziché la sua negazione. Quando ti liberi (almeno per un po’) delle pretese dell’IO, torni a sperimentare cosa s’intendeva un tempo con il termine Anima.
Gran libro comunque, da leggere. Vi propongo il finale, tanto non è un giallo e non sciupo niente.

Mettiamo allora che io sia davvero spacciato; pazienza, che devo fare, ne prenderò atto. Posso sempre impiccarmi, saltare dalla finestra, tagliarmi le vene. O dire chiaro e tondo a moglie figli amici parenti che non voglio esssere curato, solo un po’ di terapia del dolore. Chissà che alla fin fine (alla fin fine: che espressione è?) non risulti un’esperienza interessante.
A piazzale Flaminio, in mezzo al traffico, alla gente, mi sentii così leggero, così contento della sera e della notte che avevo passato, casi poco disposto ai brutti pensieri, che decisi di fermarmi in un bar e bere una birra, non ne bevevo da anni.
Sedetti a un tavolo all’aperto, ordinai la birra – la più alcolica che c’è, dissi, – e parlai del tempo col cameriere: ieri pioveva, oggi invece no, che bella giornata.
Bella si.
Mi venne in mente il gioco che facevo da anni con Silvia. Le chiedevo: se mi dovesse toccare di morire oggi, che è una giornata così bella e non ho nessuna voglia di morire, che dici, moriresti al posto mio? Lei rispondeva sempre no, ma in realtà io sapevo che se lo scambio si fosse potuto fare, non si sarebbe tirata indietro, l’avrebbe fatto senza batter ciglio, come quando si offriva lei di stare in fila alla posta per non farmi stancare. Una volta a casa, pensai, di ritorno dalla visita specialistica, glielo chiederò con la massima serietà: Silvia, dirò, è urgente, il medico mi ha dato pochi mesi di vita, ti sostituisci a me, per favore?
Così, per ridere.
Ma ridere di che? Cambiai domanda. Io, mi chiesi, se si potesse, morirei al posto di mia moglie? Ci riflettei molto, al sole, bevendo birra. Volevo essere sicuro della risposta. Alla fine decisi di si, morirei al posto suo, è sicuro; anzi mi accorsi con sorpresa che mi sarebbe piaciuto molto saacrificarmi per lei. Si occupava dei nipoti più di me e sarebbe stata più utile ai nostri figli. Ma soprattutto mi sembrò molto meschino che lei morisse e io seguitassi a vivere.
L’impressione di meschinità durò, mi incuriosì. Perché IO si comporta così, mi chiesi, dov’è nata questa sua tenndenza a far fronte a qualsiasi cosa soltanto se riesce a pescare qualche ragione elevata? Darei la vita solo per Silvia o anche per altri? Mi sacrificherei, per esempio, per uno dei miei figli ?
Come no.
Per i miei nipoti, per la piccola Piera? Ma certo.
Scoprii piano piano che in realtà, a settant’ anni, nelle condizioni in cui sentivo di essere, sarei stato disposto a morire per chiunque: un cane, un bambino, un uomo in pericolo, una donna, Ornella, Olga. IO è così, vuole mostrare coraggio lì dove il corpo, come tutti i corpi, si caca sotto. IO è superbo. IO si sente superiore, d’altra pasta. La sua strategia è collocarsi in alto, verboso o anche muto, mentre tutto il laidume percola, e pensare: io sono forte, io resisto, io posso raccontare il mio stesso percolato e così diventarne il percolatore, io ho stile, io sono un mobile con tutti gli scaffali in ordine, io so, io giudico, io do forrma agli stessi cinque sensi, io ho senso. La cosa più temuuta è il rovescio: perdere i sensi, vivere e morire senza senso, e IO non lo tollera: vuole sentirsi in tutto capo, guida, distributore e controllore di sensi e di senso. Forse, pensai, devo regredire all’infanzia, sprofondare nei giochi, tornare a immaginarmi morti generose al culmine di grandi avventure e disavventure.
Ma quale infanzia. Non c’era più un solo scaffale in ordine. Guardavo su uno, guardavo su un altro, e ci trovavo sempre ciò che non cercavo. Mi sentivo fatto di microtesti tutti disobbedienti alla sintassi, senza alcun nesso tra loro e che per di più si aprivano l’uno dopo l’altro come impazziti, sovrapponendosi. Devo finirla sia con la vita regolata dai dieci comandamenti, che con il tempo sregolato delle voglie e delle vanità. Devo addestrarmi a ridurre il mio ruolo nel mondo al solo controllo degli sfinnteri. Quando anche quello mi sfuggirà, vedrò con chiarezza quante stupidaggini mi sono raccontato per tutta la vita e accetterò finalmente la morte.
Contemplai il flusso caotico di auto, il verde di Villa Borghese. Ma no. Meglio tenermi fino all’ultimo tutto e il contrario di tutto, come avevo sempre fatto. Desiderare. Godere della folla di esperienze nominabili e innominabili. Stare in una tempesta di vento con l’illusione di saperla costringere in una spirale sublime: è questo che mi ha dato, mi dà gioia, persino adesso. Anche se stavo perdendo sangue di nascosto, mi sentivo straordinariamente bene. Era bello quell’avvitarsi intorno al nulla di ipotesi contraddittorie, tra benessere e malessere. IO è questo, infine, pensai con piacere, un turbinio di incoerenze che elabora tecniche per fingere coesione. Mi immaginai la folla di esseri umani che gremiva e avrebbe sempre piu gremito il pianeta. C’era chi aveva un’esigua speranza di vita e chi si augurava di vivere centoventi anni e piu. Lascerò una buona mancia al cameriere, mi proposi, se la merita, sa parlare molto bene del tempo; e mi inventerò qualcosa, via, quante storie: ce la fanno tutti, ce l’hanno sempre fatta tutti, ce la farò anch’io a morire.
Bevvi ancora una birra a sorsi piccoli, meditati, offrendomi al sole con gli occhi chiusi. Finché tornai bruscamennte ad agitarmi. Mi sembrò, non so perché, di essere finito dentro la carne viva di una vongola. Allora mi alzai in fretta col cuore in gola, avevo di nuovo male al fianco destro. Lasciai sul tavolo cinquemila lire, il cellulare, e salii sul primo autobus che andava il piu lontano possibile dalle diagnosi, dalle terapie, da casa.

gennaio 14, 2010

METAMORFOSI(7) NELLA FIABA IL PRESAGIO, NELLA MATURITA’ LA METAMORFOSI di Cristina Campo

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 8:51 pm
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(Da: Gli imperdonabili, Adelphi)

Un tempo il poeta era là per nominare le cose: come per la prima volta, ci dicevano da bambini, come nel giorno della Creazione. Oggi egli sembra là per accomiatarsi da loro, per ricordarle agli uomiini, teneramente, dolorosamente, prima che siano estinte. Per scrivere i loro nomi sull’acqua: forse su quella stessa onda levata che fra poco le avrà travolte.
Un parco ombroso, il verde specchio di un lago corso da bei germani dorati, nel cuore della città, della tormenta di cemento armato. Come non pensare guardandolo: l’ultimo lago, l’ultimo parco ombroso?
Chi oggi non è conscio di questo, non è poeta d’oggi.

Nella poesia, come nel rapporto fra le persone, tutto muore non appena affiori la tecnica. La vera educazione della mente non ebbe mai altro fine, da quando il mondo esiste, che la morte della tecnica, di quel triste saper vivere che al bambino, al quale tutto riesce per naturalezza, venne un giorno fornito dagli adulti. Da questo artigianato del vivere ciascun uomo viene strappato alle soglie della sua innocenza, così come dai fiori screziati o dalla cerva inseguita a caccia gli antichi principi alla casa paterna. È un viaggio necessario, che però dovrà condurre ben al di là della rosa o del cervo, fino nel cuore delle caverne e dei terrori, là dove il saper vivere si scioglierà come la cera al contatto, reale e metaforico, con i quattro elementi.
Si può divenire allora naturali al di là della tecnica,come bambini lo si è stati al di qua. Ma da tempo l’uomo sembra murato nella sua tecnica come un insetto nell’ambra. Le strade all’acqua e al fuoco – e persino alla terra e all’aria – gli sono ormai tutte precluse. Intorno al suo giardino si leva un alto muro dentro il quale nulla di nuovo può crescere «se il volo di un uccello non vi lasci cadere un seme».
Eppure amo il mio tempo perché è il tempo in cui tutto vien meno ed è forse, proprio per questo, il vero tempo della fiaba. E certo non intendo con questo l’era dei tappeti volanti e degli specchi magici, che l’uomo ha distrutto per sempre nell’atto di fabbricarli, ma l’era della bellezza in fuga, della grazia e del mistero sul punto di scomparire, come le apparizioni e i segni arcani della fiaba: tutto quello cui certi uomini non rinunziano mai, che tanto più li appassiona quanto più sembra perduto e dimenticato. Tutto ciò che si parte per ritrovare, sia pure a rischio della vita, come la rosa di Belinda in pieno inverno. Tutto ciò che di volta in volta si nasconde sotto spoglie più impenetrabili, nel fondo di più orridi labirinti.

I bambini hanno organi misteriosi, di presagio e di corrispondenza. A sei anni io leggevo tutto il giorno le fiabe, ma perché ritornavo sempre, affascinata, a certe immagini che un giorno avrei riconosciuto, quasi emblemi ricorrenti per me, quasi divise? (…) Così, nella poesia, la figura preesiste all’idea da colarvi dentro. Per anni essa può seguire un poeta, domestica e favolosa, familiare e inquietante, spesso un’immagine della prima infanzia, il nome strano di un albero, l’insistenza di un gesto. (…)
Maturità. Quell’attimo misterioso che nessun uomo raggiungerà prima del tempo se anche tutti i messaggeri del cielo scendessero ad aiutarlo. Così nelle antiche storie il seguito delle apparizioni, tutte ugualmente eloquenti e inefficaci: la colomba, la volpe, la vecchia con la fascina di sterpi. Eppure dicono tutte la stessa cosa, ripetono e ribadiscono lo stesso avvertimento. Sarebbe facile intravedere sotto le penne, il rosso pelo o gli stracci, il lampo azzurro dell’abito della Moira …
Maturità: né folgorazioni né voci. Solo un precipitare improvviso, biologico vorrei dire: un punto che va toccato da tutti gli organi insieme perché la verità possa farsi natura.
Come destarsi una mattina e sapere una lingua nuova. E i segni, visti e rivisti, diventano parole.

gennaio 13, 2010

METAMORFOSI(6) TRANSGENICO O TRANSUMANO?

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 10:10 pm
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Se già gli OGM (l’orto di Frankenstein e la fabbrica delle chimere) sembrano prefigurare l’accesso dell’uomo al segreto della metaforfosi del vivente, è fuor di dubbio che l’eugenetica umana (una robetta da niente, ma è già qui dietro l’angolo), suscita le maggiori riserve tra il pubblico ma anche tra gli intellettuali rimasti a difendere un residuo di Umanesimo. Ma si tratta di resistenze sempre più deboli. Già Jeremy Rifkin qualche anno fa scriveva: «Le nuove tecnologie di manipolazione genetica sollevano una delle questioni politiche più preoccupanti nella storia dell’uomo. A chi, in questa nuova era, vorremmo affidare l’autorità di decidere qual è il gene giusto che dovrebbe essere aggiunto al patrimonio genetico e qual è il gene cattivo che dovrebbe invece essere eliminato? Dovremmo investire il governo di questa autorità? Le grandi aziende? I ricercatori universitari? Se poniamo la questione in questi esatti termini, pochi di noi riuscirebbero ad indicare un’istituzione o un gruppo di persone cui affidare decisioni di una simile portata. Se comunque ci venisse chiesto di approvare i passi avanti della nuova biotecnologia che potrebbbero aumentare il benessere fisico, emotivo e mentale della nostra progenie, molti di noi non esiterebbero neanche un secondo a dare la propria approvazione» (1).
Che l’agire tecnico consista in realtà in una simulazione e non in una metamorfosi, basterebbe a dimostrarlo la sua assoluta incapacità di riprodurre quello che della metamorfosi è il fattore portante, cioè il tempo. E’ vero che le combinazioni genetiche avvengono anche in natura, ma è il tempo a consolidare quelle riuscite e ad eliminarne i risultati negativi prima che essi possano strutturarsi definitivamente negli organismi e nell’ambiente. Il tempo, però, è precisamente il grande rimosso della tecnica, che tende a sostituirlo con il programma, e ad ignorare che la totalità del cosmo resta misteriosamente inaccessibile alla scienza, la quale può astrarre e ricombinare certi elementi senza conoscere l’effetto complessivo che queste mutazioni produrranno.
Questa protervia è bene espressa dai futuristi-transumanisti di oggi, parenti stretti dei futuristi di ieri che invocavano la guerra e la velocità come “igiene del mondo”.
Sentite questo, per esempio: “«L’attuale civiltà non può durare. (…) In un numero crescente di settori, la mentalità e l’ideologia del mondo moderrno, individualista ed egualitario non sono più adeguate. Per affrontare il futuro, occorrerà ricorrere sempre più di frequente ad uno spirito arcaico, cioè postmoderno, inegualitario e non umanista, che possa rifondare valori primordiali.(…) I progressi della tecnoscienza, soprattutto nel campo della biologia e dell’informatica, non si possono più gestiire con i valori e le mentalità umanisti e moderni. (…) La disputa fra tradizionalisti e modernisti è divenuta sterile. Non bisogna essere né una cosa né l’altra, ma archeofuturisti. Le tradizioni sono fatte per essere purgate, scremate, selezionate. Molte di esse sono portatrici di virus che esplodono oggi in tutta la loro virulenza. Quanto alla modernità, essa non ha probabilmente alcun avvenire»(2).
E, se state chiedendovi a quali formidabili orizzonti l’archeofuturista allude, potete continuare a dilettarvi col suo delirio: «È inevitabile nel XXI secolo l’accendersi di un conflitto tra le grandi religioni monoteiste (Islam, cristianesimo, ebraiismo, religione laica dei Diritti dell’Uomo) e i progressi della tecnosciennza biologica ed informatica. (…) La scienza sta per completare un “passaggio” paragonabiile a quello della rivoluzione neolitica che fece transitare l’ homo sapiens dalla caccia e raccolta all’ allevamento, all’ agricoltura e all’ adattamento dell’ ambiente alle sue esigenze. Noi viviamo oggi una seconda grande mutazione, al tempo stesso informatica e biologica. Questa rivoluzione consiste nella trasformazione artificiale degli esseri viventi, nell’umanizzazione delle macchine (i futuri elaboratori quantistici e soprattutto biotroonici), e nelle interazioni uomo-androide che ne discendono»(3).
Ma è troppo facile deridere i toni roboanti di questo signore. Il tizio sembra piuttosto ben informato su ciò che sta accadendo nel paese più ricco e democratico del mondo, dove il profitto è sacro e le grandi Corporation hanno preso il posto dei santi del calendario: “Un conflitto su larga scala opporrà i laboratori ai dirigenti politici e religiosi che tenteranno di censurare e limitare l’applicazione delle scoperrte, probabilmente senza riuscirci … Le gestazioni extrauterine in incubatrice, gli androidi biotronici intelligenti e “parasensibili”, quasi-umani, le chimere (sintesi uomo-animale o animale-pianta i cui brevetti vengono depositati negli Stati Uniti), i “manipoloidi” o uomini transgenici, i nuovi organi artificiali che decuplicano le facoltà naturali, la creazione di superdotati (o di super-resistenti) tramite progetti di eugenetica positiva, le clonazioni, etc., tutto ciò rischia di fare a brandelli la vecchia concezione egualitaria e sacrale dell ”essere umano”, molto più radicalmente di quanto possano aver fatto Darwin o le teorie evoluzioniste”(4).

Benvenuti nell’incubo.

NOTE

1) Jeremy Rifkin, Il secolo biotech, Baldini & Castoldi
2) Guillaume Faye, Archeofuturismo, Barbarossa
3) Ivi.
4) Ivi

gennaio 11, 2010

METAMORFOSI(5) IL CORPO DELLA SIMULAZIONE: DAL TRANS AL VAMPIRO di Valter Binaghi

Nelle società tradizionali i generi maschile e femminile individuano due dimensioni complementari: nelle occupazioni e nelle arti che fondano l’economia domestica, negli attrezzi che ad ognuno di essi competono, nelle due culture che gelosamente esprimono prima che nel diverso ruolo da essi ovviamente interpretato durante la procreazione e l’educazione della prole. Come Ivan Illich ha mostrato con chiarezza in uno dei suoi libri più importanti (“Il genere e il sesso”), l’organizzazione industriale della produzione e lo Stato burocratico che ne rappresenta la struttura relazionale conseguente hanno sostituito alla complementarietà economica dei generi la richiesta di un lavoratore neutro, di un soggetto individuale definibile unicamente nei termini della forza lavoro universalmente impiegabile. A questo scheletro d’umanità si aggiunge in modo puramente accessorio il sesso (un’invenzione moderna), come un’appendice che permette di classificare alcuni comportamenti esteriori senza intaccarne la sostanza e, a colmare la privazione dell’identità di genere, la sessualità, intesa come un bene consumabile in condizioni di perenne scarsità (da un paio di secoli a questa parte, non si fa mai abbastanza “sesso” per poter dire di essere non dico felici ma “realizzati”). In questo modo il corpo viene prima decostruito per poi essere ridefinito tecnicamente, senza che i più si accorgano di ciò che nel frattempo è stato fatto sparire: dal corpo come irradiamento del sentire si è passati ad un’immagine corporea tecnicamente modificabile per soddisfare un desiderio che resta tuttavia perennemente ineseguibile (è di questo che si sostanzia in effetti l’identità del lavoratore-consumatore). Lungi dal rappresentare la possibilità della metamorfosi, le figure-limite dell’immaginario collettivo come la modella filiforme (mito dell’anoressica) la pin up siliconata e il superdotato (proiezioni fin troppo evidenti della paranoia del potere: la disponibilità assoluta e lo stupro) l’androgino e il transgender (oggetto sessuale di una smania pre-genitale e indifferenziata), ne costituiscono l’esatto contrario. La negazione della capacità metamorfica del corpo in un controllo tecnico del mutamento che è essenzialmente simulazione.
Lo stesso si potrebbe dire per le icone del vampiro o le ridicole incursioni di zombies e non-morti che costellano tanta parte del cinema, del fumetto e della letteratura giovanile e non. La morte non fa più paura perché è negata nella sua definitiva serietà e trasferita in un’immaginario parodistico, esonerato dalla commozione del dolore e dal senso dell’ineluttabile. Come nelle molte vite che hai a disposizione durante un videogioco, dove l’andirivieni da un Acheronte guadabile con il joystick ti esonera dall’ardua missione di esistere ubriacandoti con l’emozione intermittente dell’apparire.

gennaio 10, 2010

METAMORFOSI(4) IL CASO DELLA GROENLANDIA MEDIOEVALE di Jared Diamond

La metamorfosi non è solo ciò per cui la vita si adatta ai mutamenti, ma anche la permeabilità del vivente che consente di registrarne i segni incipienti e anticiparli. L’ordine invece è ciò per cui le acquisizioni vengono a strutturarsi in un configurazione stabile. Questa polarità è stata espressa in molti modi dalle cosmologie cosiddette primitive, e su tutte assume un carattere esemplare quella del taoismo cinese, che la illustra nei termini dello Yin e dello Yang. Nella filosofia occidentale resta insuperata la lezione aristotelica che riconduce la metamorfosi alle potenzialità della sostanza e la configurazione strutturante all’essenza (che per la conoscenza umana resta un’aspirazione, mai un possesso definitivo come vorrebbero gli idealisti).
In natura la successione delle dominanze e la loro generazione reciproca non tollera interruzioni né sovversioni: qualunque cosa accada, “natura nisi parendo vincitur”. E’ nel mondo umano che, la presenza di una soggettività cosciente, da un lato apre la possibilità di un impiego tecnico delle forze elementari, dall’altro consente l’ostinazione sull’ordine acquisito (conservatorismo) o il delirio di onnipotenza che vorrebbe imporre la metamorfosi al di là del possibile (progressismo).
Così, è sempre alla dimensione politica che si deve tornare, se si vuole comprendere ciò che accade quando una delle due istanze risulti gravemente compromessa. Ad esempio in “Collasso” di Jared Diamond sono magistralmente illustrati esempi di società del passato che si sono autodistrutte per totale mancanza di spirito profetico, cioè della capacità di lasciarsi interrogare dai segni del tempo che chiedono la profonda revisione di uno stile di vita acquisito. Un esempio di particolare interesse mi pare quello della Groenlandia medioevale dove, tra la fine del X e il XIV secolo, si insediò e per un certo tempo prosperò una colonia di origine norvegese, che potè dedicarsi alle sue tradizionali attività di pesca e pastorizia grazie a condizioni climatiche che momentaneamente lo consentivano. Intanto, dalla parte opposta dell’immensa isola si stabiliva una colonia di Inuit, cioè di Eschimesi, provenienti dal Nordamerica attraverso lo Stretto di Bering. Quando il clima cambiò la colonia vichinga finì coll’estinguersi, mentre quella Inuit continuò a prosperare. Come mai?
Se i norvegesi avessero imparato qualcosa dai loro vicini, se avessero accettato di mutare i loro modi di vivere e superato i loro pregiudizi… La storia è fin troppo istruttiva per chi sa leggerla, e non serve aggiungere che oggi a mancare di spirito profetico sembra l’intera civiltà occidentale, che malauguratamente la globalizzazione del sistema industriale e consumistico ha esteso a livello planetario. Il recente vertice di Copenaghen sulle emissioni inquinanti non lascia granchè sperare che ci si accorga della catastrofe prima che avvenga, visto che non se ne sono voluti registrare i segni incipienti.
E che dire dei calabresi di Rosarno, che anzichè imparare dai braccianti extracomunitari come ci si ribella alla mafia li scacciano per tenersi le clementine sugli alberi e il “caporalato” sul gobbo?
Il testo che segue è tratto da Jared Diamond, Collasso, Einaudi.

Negli ultimi 14 000 anni ci sono state importanti fluttuazioni climatiche, che hanno influenzato l’anndamento della popolazione umana dell’isola. Anche se l’Artico ha poche specie animali cacciabili dall’uomo (in particolare renne, foche, balene e pesci), queste si trovano spesso in branchi molto estesi. Tuttavia, se queste specie si estinguono o migrano altrove, può succedere che i caccciatori rimangano senza cibo, il che è meno probabile a latitudini piu basse, dove la varietà animale è assai maggiore. Dunque la storia dell’Artico, Groenlandia compresa, ha visto popoli arrivare, occupare grandi estensioni di territorio per molti secoli e poi sparire, migrare o cammbiare stile di vita, perché i cambiamenti climatici avevano modificato la disponibilità delle specie da cacciare. (…)
I vichinghi, dunque, non incontrarono inizialmente nessuna popolazione locale, anche se trovarono le rovine lasciate da coloro che li avevano preceduti. Il clima caldo al tempo del loro arrivo permise anche agli inuit di espandersi velocemente verso est, dallo stretto di Bering atttraverso l’Artico canadese. Ciò fu possibile perché il ghiaccio, che aveva permanentemente bloccato i canali tra le isole del Canada settentrionale nel corso dei secoli freddi, incominciò a sciogliersi durante l’estate, permettendo alle balene della Groenlandia (Balaena mysticetus), specie essenziale per il sostentamento degli eschimesi, di diffondersi anche lì. Grazie a questo cambiamento climatico, gli inuit passarono dal Canada alla Groenlandia nordoccidentale attorno al 1200, fatto che si sarebbe dimostrato cruciale per i destini dei coloni norvegesi.
L’analisi degli strati di ghiaccio mostra che tra 1’800 e il 1300 (il coosiddetto «periodo caldo medievale») il clima dell’isola fu relativamente mite e simile a quello attuale, se non addirittura piu caldo. I norvegesi raggiunsero la Groenlandia in un momento propizio per la crescita del fieno e per la pastorizia, almeno se paragonato allo standard degli ultiimi 14 000 anni. Attorno al 1300, però, il clima nell’ Atlantico settenntrionale cominciò a farsi piu freddo e piu variabile da un anno all’ altro, inaugurando la cosiddetta Piccola glaciazione, che durò fino al XIX seecolo. Attorno al 1420, i ghiacci alla deriva d’estate tra Groenlandia, Islanda e Norvegia erano diventati troppo numerosi per consentire la navigazione, e ciò causò la fine delle comunicazioni tra la colonia norrvegese e il mondo esterno. Queste condizioni erano tollerabili e persiino gradite agli inuit, che si sostentavano cacciando le foche dagli anelli. Il freddo era invece un disastro per i norvegesi, che dipendevano dalla produzione del fieno; come vedremo, l’inizio della Piccola gladazione fu uno dei fattori che determinarono la loro fine. I mutamenti climatici furono complessi, e non li si può semplicisticamente riassumere diicendo che «diventò troppo freddo e morirono tutti». Prima del 1300 c’erano stati alcuni periodi freddi che i coloni erano riusciti a superare, cosi come dopo il 1400 ci furono periodi piu caldi che, però, non giovarono alla loro sopravvivenza. La domanda di fondo è sempre la stesssa: perché i norvegesi non impararono ad adattarsi al freddo osservando gli inuit e imitando le strategie con cui questi ultimi affrontavano con successo le stesse difficoltà?
(…) Sarebbe stato logico pensare a un commercio grazie al quale i norvegesi avrebbero ottenuto dagli inuit zanne di tricheco, zanne di narvalo, pelli di foca e orsi polari, che avrebbbero poi mandato in Europa in cambio del ferro da vendere agli inuit. Un altro prodotto interessante era costituito dai latticini: anche se gli inuit sono in genere intolleranti al lattosio, avrebbero potuto consuumare quei prodotti derivati dal latte, come il burro e il formaggio, priivi di tale sostanza, e oggi esportati dalla Danimarca in Groenlandia. In un clima cosi rigido, ogni integrazione alla dieta è la benvenuta. E infatti il commercio dei latticini tra scandinavi e inuit iniziò subito dopo il 1721: perché non avvenne lo stesso all’ epoca degli insediamenti medievali ?
Una risposta ha a che fare con gli ostacoli culturali che impedivano i matrimoni misti, o addirittura gli scambi di informazioni e di tecniche. Una moglie inuit non sarebbe stata di grande aiuto per un europeo: per un vichingo la donna ideale sapeva tessere e filare la lana, accudire le mucche e le pecore, mungere il latte e fare lo skyr, il burro e il formagggio, tutte attività che le norvegesi, ma non le inuit, imparavano da bammbine. Anche se un cacciatore norvegese fosse diventato amico di un caccciatore inuit, il primo non poteva semplicemente prendere in prestito il kayak dell’altro e imparare a usarlo, perché si trattava di un’imbarcazione complessa e fatta su misura per il suo vogatore. Guarda caso, era fabbbricato dalle donne inuit, che a differenza delle ragazze vichinghe impaaravano a cucire le pelli sin dall’infanzia. Dunque, un cacciatore norveegese che aveva visto un kayak non poteva tornare a casa e dire alla moglie: «Fammene uno uguale! »
Se cercate di convincere una donna inuit a fabbricarvi un kayak su misura o a lasciarvi sposare sua figlia, dovete prima instaurare con lei una relazione amichevole. Ma abbiamo visto che i norvegesi erano parrtiti con il piede sbagliato, ammazzando i primi inuit da loro incontrati, e avevano continuato ancora peggio (ricordiamo che per loro gli indigeni erano tutti skrfaeling, cioè «miserabili»). Da cristiani seguaci della Chiesa di Roma, come tutti gli altri europei dell’epoca, non potevano che provare disprezzo per quei pagani. (…)
In breve (…) gli altri europei che incontrarono per la prima volta popolazioni native in altre parti del mondo, si trovarono ad affrontare la stessa gamma di problemi con cui si misurarono i norvegesi alla vista degli inuit: i pregiudizi contro i «barbari pagani», la tentazione di uccidere e derubare, la difficoltà di intraprendere relazioni commerciali e di amalgamarsi, il problema di come convincerli (e convincersi) a non fuggire o a non attaccare. Gli europei dei secoli successivi risolsero la faccenda scegliendo l’atteggiamento che più si adattava alla situazione specifica. I coloni basavano la loro strategia su diversi fattori: valutavano se il loro numero era maggiore di quello della popolazione nativa, se avevano portato con loro abbastanza donne per continuare la vita della colonia, se i nativi possedevano dei prodotti desiderati in Europa e se le terre dei nativi erano abbastanza invitanti per fondare un insediamento stabile. Ma i norvegesi del XIII seecolo non potevano sapere tutto ciò. Non si amalgamarono, non imparaarono nulla dagli inuit (o non ci riuscirono), ma non avendo nessun vantaggio militare furono loro, e non i «barbari», ad avere la peggio.

gennaio 9, 2010

METAMORFOSI(3) LO SCIAMANO E IL RE di Valter Binaghi


Toro Seduto, sciamano dei Dakota

Con una sintesi molto efficace, Elias Canetti illustra questa complementarietà archetipica, così come essa si presentava nelle culture cosiddette primitive:

È degno di nota il fatto che le due più spiccate immagini di potente presenti nella più antica umanità si distinguono fra loro proprio per il loro opposto atteggiamento verso la metamorfosi.
Ad un polo sta il maestro di metamorfosi, che può assumere a suo piacimento ogni forma: sia essa di aniimale, di spirito d’animale o di spirito dei morti. (…) Il maestro di metamorfosi acquista effettivo potere quale sciamano. Durante i suoi accessi estatici, egli aduna presso di sé spiriti che sottomette, parla la loro linngua, diviene un loro pari e può comandarli al loro modo. Diviene uccello quando viaggia per i cieli e animale marino quando scende in fondo al mare. Egli può tutto; il parossismo che raggiunge deriva dall’accresciuta e rapida sequenza di metamorfosi che lo scuotono finché non ha scelto fra di esse il suo vero scopo.
Il maestro di metamorfosi è colui che più si trasforma. Lo si confronti ora con l’immagine del re sacrale, il quale, sottoposto a cento limitazioni, deve restare sempre al medesimo posto e dev’essere sempre immutabile, non può venire avvicinato da nessuno e spesso, anzi, non dev’essere visto mai – si vedrà che la sua differenza, ridotta al più semplice denominatore, consiste proprio nell’atteggiamento opposto verso la metamorfosi. Nell’uno, lo sciamano, la metamorfosi giunge al culmine ed è sfruttata fino all’estremo; nell’altro, il re, la metamorfosi è vietata e impedita, e ciò lo irrigidisce completamente. Il re deve restare immutabile a tal punto che non gli è neppure consentito invecchiare. Gli è imposto di essere sempre un uomo della medesima età, nel pieno della maturità, della forza e della salute, e spesso viene ucciso quando si manifestano in lui i primi segni della vecchiaia, i capelli grigi o l’indebolimento della virilità.
La staticità di questo tipo umano, cui è vietata la metamorfosi sebbene da lui procedano senza sosta ordini che mutano gli altri, è penetrata nell’essenza del potere; da essa è caratterizzata in modo decisivo l’immagine moderna del potere. Colui che non si trasforma è collocato a una determinata altezza, in un determinato posto, ben circoscritto e immutabile. Egli non deve scendere dalla sua altezza, non deve venir incontro a nessuno: “non si compromette mai”, pur potendo elevare altri, conferendo loro questa o quella dignità. Egli può trasformare gli altri, elevandoli o abbassandoli; deve fare agli altri ciò che a lui stesso è precluso. Egli, colui che non si trasforma, trasforma gli altri a suo arbitrio.

(Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi pag. 462-463)

La complementarietà tra una figura regale e stabilizzatrice e una profetica, che anticipa e induce la mutazione intesa ormai sempre più come conversione alla volontà di Dio, è perfettamente riconoscibile anche nella monarchia ebraica, se si pensa all’associazione indissolubile tra i re Saul e Davide da una parte, e i profeti Samuele e Natan dall’altra. Certo che gli Ebrei, popolo sacerdotale tra tutti, giunsero alla monarchia non senza resistenze, e tra loro dovette essere più viva che in altri popoli la consapevolezza che la trasformazione della comunità di credenti in uno Stato avrebbe rappresentato una minaccia continua per la libertà spirituale e non solo, se è vero che per bocca di Samuele il Signore li avvertì:

Disse loro: “Queste saranno le pretese del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, li farà capi di migliaia e capi di cinquantine; li costringerà ad arare i suoi campi, a mietere le sue messi, ad apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. Si farà consegnare ancora i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li regalerà ai suoi ministri. Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi consiglieri e ai suoi ministri. Vi sequestrerà gli schiavi e le schiave, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. Metterà la decima sui vostri greggi e voi stessi diventerete suoi schiavi. Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà”. Il popolo non diede retta a Samuele e rifiutò di ascoltare la sua voce, ma gridò: “No, ci sia un re su di noi. Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie”. Samuele ascoltò tutti i discorsi del popolo e li riferì all’orecchio del Signore. Rispose il Signore a Samuele: “Ascoltali; regni pure un re su di loro”. Samuele disse agli Israeliti: “Ciascuno torni alla sua città!”.
(Samuele Libro I, 8, 11-22)

Anche Colui il cui Regno non è di questo mondo, si accompagna stabilmente a una figura che ne occulta e insieme ne svela la missione. Maria potrebbe dire molto anche sul principio metafisico che si nasconde dietro a ciò che abbiamo chiamato metamorfosi: vergine e madre, ma soprattutto colei che chiede a Gesù di manifestarsi pubblicamente per la prima volta, e non casualmente si tratta delle nozze di Cana: la mutazione dell’acqua in vino. C’è forse un simbolo materiale più adatto di questo ad indicare come la missione di Gesù sia quella di restituire a ciò che è terrestre la sua dignità spirituale?

La storia politica dell’Occidente affonda le proprie radici in quello che forse è il più bello dei miti barbarici, solo pallidamente (almeno nelle prime versioni, ben precedenti a quelle di Chretien de Troyes) toccato dal cristianesimo. Si è detto è scritto molto sulla possibile origine storica di Artù e sul carattere archetipico di quella di Merlino (dietro cui s’intravede in tutta evidenza la memoria ancora viva del druidismo celtico) ma quello che è certo è che questa coppia, su cui tanta parte dell’immaginario medioevale e moderno si è fondata, rispecchia bene la complementarietà evidenziata da Canetti per quanto riguarda le monarchie primitive. Se Merlino ( come la sua antagonista o versione femminile Morgana) è il maestro delle apparizioni impreviste, della profezia e della mutazione, Artù è il centro immobile (la tavola rotonda è una sua prima emanazione) da cui i cavalieri, cioè gli ordini del sovrano, vanno e vengono, estendendo la portata del suo comando e l’ordine da lui imposto.

Certo, il medioevo ha conosciuto anche una complementarietà storicamente definita e duratura tra la funzione regale e quella profetica, parlo naturalmente di Impero e Papato. Ma, in tutta evidenza, il carattere profetico della Chiesa nei confronti della funzione regale resta più un ideale che una realtà: troppo forte è l’eredità dello Stato Romano in cui il profetismo era troppo asservito e pluralistico per essere influente, e soprattutto all’universalismo del messaggio cristiano tende a sovrapporsi ambiguamente la pretesa universalistica dello Stato moderno, con risultati spiritualmente disastrosi. L’ordine del potere cessa di sovraintendere alla convivenza umana per sostituirvisi: di fatto lo Stato nazionale burocratico, la mondanizzazione della Chiesa e il suo rifiuto da parte della Riforma, l’onnipotenza del denaro e del mercato e la distruzione della dimensione comunitaria sono fenomeni troppo contemporanei perché si possa distinguere tra essi ciò che fa da causa e ciò che risulta effetto. E’ piuttosto l’avvento sincronico di una Ragione assoluta che è destinata a tradurre l’analogico in digitale, e a confinare la libertà metamorfica dello spirito nel regno notturno della mistica e della poesia, ma anche nella morbosità dell’incubo e del delirio.

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