(Da: Carlo Coccioli, Davide, Sironi 2009)
Non vi è mai stato un solo Davide: sempre ce ne sono stati due.
Eravamo (siamo?) racchiusi in un solo corpo, ammirato per quanto lo si trovava bello. E noi, i due abitanti di quel corpo agile, muscoloso, felice di essere, spalle forti e cintola fine, gambe solide, capelli fulvi, con degli occhi tendenti al verde, noi non avevamo se non una consapevolezza vaga dell’ armoniosa prigione che ci conteneva: i nostri affanni prendevano una direzione diversa. Consistevano nel sapere chi fosse chi: chi dei due Davide fosse Davide …
Ci attribuivamo dei nomi: Davide intelligenza, Davide istinto. Il primo sfiorava l’angelo, il secondo aderiva quasi all’animale. (Sebbene con sfumature differenti, questa dualità definisce tuttora Davide, e Tu lo sai.)
Nel corso delle notti in cui intravidi verità sublimi, a Naiot, udii che non bisognava stupire né turbarsi del fatto che Davide fosse o si sentisse doppio: era d’uopo accettare la situazione e, dopo averne esplorato le frontiere, approfittarne. Stando alle affermazioni di Samuele, spirito e storia d’Israele sono basati su coppie: molto più che gli Altri, le nazioni della terra, Israele è, orizzontalmente, verticalmente, un dialogo. Meglio: è una polemica. Alleati dell’Uno, siamo molto più che gli Altri, per paradosso, sensibili alla dualità ostinatamente emergente dallo scheletro della Realtà, che è unica. Vita e morte, il sacro e il profano, il puro e l’impuro, l’amore e l’odio, la giustizia e l’iniquità: ogni termine del binomio nel luogo che gli spetta (senza mescolanze e confusioni). In principio furono i cieli, casa divina, e la terra, informe e vuota. Tenebre e luce: giorno e notte. La nostra missione è vegliare sulla Separazione.
Le nazioni della terra, gli Altri, non separano: mescolano, confondono.
Grazia e potenza, emanazioni dell’Indefinibile, si alternano o convergono nell’ anima della creatura umana. Abramo nostro padre è la fluidezza della Misericordia, mentre Isacco è il Rigore nella sua densità. E, nel dominio della storia, potrebbe concepirsi Mosè senza suo fratello Aronne? (potrebbe concepirsi Davide senza Saul, odio e amore?). E in fin dei conti chi era l’angelo col quale lottò Giacobbe?
«Ma, questa secondo te inevitabile benché soltanto apparente vitttoria della dualità, forse un malessere non ne deriva che … ?».
Ero io che parlavo? Chi mi dava la scienza per esprimermi così? Accoccolato sul suolo, Samuele appoggiava le spalle contro un muro bianco che le stelle sbavavano di color violaceo. Parlava con voce sorda, esitante, ogni tanto concitata, e io m’imbevevo della sua paura. Come fossimo alla frontiera di un recinto vietato: nel fondo si elevavano le Soglie, questi arcani. Morte o follia minacciavano gli audaci, eppure l’audacia era necessario averla.
Non oserei ripetere a nessuno tutte le parole che Samuele pronunciò. Sono state in origine «consegnate» sul Sinai, poi trasmesse, nel timore, da bocca a orecchio: catena di minuti tremanti.
Ma, nei riguardi della dualità, non è indispensabile (ciò mi disse Samuele) che la coppia su cui parrebbe riposare l’evoluzione uniiversale porti due nomi e s’incarni in due distinti corpi: la dualità, col dialogo o polemica ch’ essa implica, può realizzarsi in una sola creatura umana. «Considera l’angelo e l’animale. L’angelo è intelligenza perfetta: non può non eseguire gli ordini divini. L’animale è istinto: pertanto sarebbe incapace di non accettare la funzione che gli è stata assegnata nella natura. Il primo si compenetra talmente con la Volontà che nulla vuole salvo essa; il secondo, quantunque non comprenda nulla della Volontà, non vuole se non ciò ch’essa vuole. L’angelo ha l’intelligenza per istinto, l’animale ha l’istinto per intelligenza. Ma tu, Davide, tu che sei un uomo? In te c’è l’angelo e c’è l’animale: donde il dialogo, ed è un dialogo orizzontale, più esattamente una polemica o un diverbio, che genera l’angoscia (il dialogo verticale, quello con Dio, inquieta spesso, a volte tormenta, ma invariabilmente finisce, io lo spero!, per donare pace). Angelo e animale, tu possiedi una volontà autonoma dalla Volontà: sei per conseguenza superiore, nella tua dualità funesta, all’angelo e all’animale. Ecco il significato, ecco la dignità dell’uomo!».
Mi accostai al vecchio per mormorare (l’afrore di legno marcio mi oppresse): «Ed è alla dignità dell’uomo, e probabilmente alla sua angoscia, che tu hai pensato il giorno in cui a Betlemme … ».
Non fu necessario che finissi la frase.
«Quel giorno, il giorno della tua unzione, ho saputo repentinamente, nel vederti entrare nella cucina della casa di tuo padre con la tua corta veste da pastore, le gote accese, gli occhi curiosi e gravi, ho saputo repentinamente, nonostante la tua fulgente gioventù, o forse soccorso da essa, che la dualità era in te una marca più profonda, e più dolorosa, che nella maggioranza delle creature umane: più che nei tuoi fratelli, per esempio, i quali mi erano sfilati davanti uno dopo l’altro. Avevo un terribile mal di testa. Comprendi: mi stavo sottoponendo a un indescrivibile sforzo per discernere la Realtà dietro le apparenze! Le apparenze sono assurde, allucinanti, per definizione ingannatrici; se crediamo nella Realtà a dispetto loro, il prezzo che se ne paga è altissimo.
Io non ho asceso la scala, purtroppo, che di un religioso fa un mistico; io non gioisco della serenità del mistico; per il mistico le apparenze sono solamente strani fantasmi che la luce della Realtà sbiadisce o mette in fuga; ma io sono rimasto un religioso, nulla di più, e la mia fede nella Realtà è “nonostante” le apparenze … Dunque ero lì, nella casa di quel notabile di Betlemme, dato che avevo ricevuto un ordine: ero stato invaso dalla Voce e l’avevo riconosciuta. Col suo terrificante murmure, più esplicito del più chiaro dei clamori, la Voce mi aveva detto: “Riempi il corno d’olio, e va’! Io ti mando da Isai il Betlemita giacché mi sono scelto un re fra i suoi figli!”. E io, in tribolazione, a balbettare: “Come posso andarvi? Se ne è informato, Saul mi ucciderà!”. Protesta vana: la Voce tagliò corto alle mie lamentele. “Prenderai con te una vitella e dirai che sei andato a celebrare un sacrificio all’Eterno e inviterai Isai al sacrificio … “».
«E tu sei partito per Betlemme con la tua vitella … ».
«Sì, e con un corno d’olio nascosto addosso e con quel terribile mal di testa. Avevo paura, e mi accorsi che gli anziani di Betlemme, che mi si erano precipitati incontro, non ne avevano di meno. “La tua venuta è pacifica?” vociferavano inquieti. Cercai di calmarli: “Sì, sì, è pacifica! Vengo per offrire un sacrificio all’Eterno; santificatevi e celebrerete il sacrificio con me: tu, Isai, tu e i tuoi figliuoli … “. Il rito si effettuò fuori del tempo e dello spazio: come in un sogno; e poi entrai rapidamente nella casa di tuo padre: avevo fretta, fretta di finire! Avevo orrore di me stesso, orrore di quel che stavo per fare, orrore di sbagliarmi nello scegliere, orrore soprattutto di ungere qualcuno mentre colui che avevo unto, Saul, respirava in questo mondo. Sì, orrore di non riconoscere l’eletto, benché la Voce fosse stata esplicita: “Ti farò sapere ciò che dovrai fare, e tu ungerai per Me colui che Io t’indicherò”. “Presentami i tuoi figliuoli!” ordinai a tuo padre. Lui aveva l’aria spaurita, ed era percettibile l’apprensione che pesava sul villaggio: non si udiva nessun rumore, non una gallina che chiocciasse, non il raglio di un asino. Nel vedere Eliab, il tuo fratello maggiore, tanta era la voglia che avevo di uscire dall’imbroglio che precipitatamente mi dissi in segreto: Veramente è davanti all’Eterno il Suo unto!; siccome era grande e aveva un fisico superbo; ma, brutale, la Voce mi avvolse: “Non badare al suo aspetto, né alla sua imponente statura, ché costui Io lo scarto! Dio non vede come l’uomo: l’uomo vede ciò che appare ai suoi occhi, ma l’Eterno vede il cuore!”. Con che diamine vuoi che l’uomo veda, avrei voluto gridare, se non con questi occhi di polvere? Ma il secondogenito era davanti a me, Abinadab, e la sua trepidazioone mi colpì; ognuno doveva domandarsi: A che sta dando la caccia questo vetusto giudice, questo cascante profeta? Distolsi il viso: no, non era lui. Ignoro come lo sapessi: ma lo sapevo. E il terzogenito, Samma, se non vado errato, e poi Natanael il quartogenito, guarda un po’: rammento i loro nomi!, e poi Asom, no, sbaglio, quello era Raddai e Asom sfilò dopo di lui … , ma che cosa importa, dato che non erano loro? A proposito: i tuoi fratelli, Davide, sono sei o sette?; ma che cosa importa: non erano loro … Basta, non sfilava più nessuno, e allora, stupefatto, chiusi gli occhi e con gli occhi chiusi mi rivolsi a tuo padre: “Sono tutti qui i tuoi figliuoli?”. “Manca il più giovane che sta a pascere le pecore” fu la risposta. Sfinito, con gli occhi chiusi, dissi: “Mandalo a cercare; non ci metteremo a tavola prima che sia giunto”. E, quando ti vidi, ti riconobbi all’istante. Sì, ti riconobbi all’istante, Davide, ma come, perché ti riconobbi?, e ora te lo dico: ti riconobbi dalla ferita che ti divideva in due: il tuo essere doppio, e il dialogo interminabile fra i tuoi due abitanti … Nettissima, subito udii la Voce che m’ingiunse: “Orsù, ungilo, è lui!”».
