(Da: Luigi Meneghello, Libera nos a Malo, Rizzoli 1975)
Nel complesso i popolani sono più vicini alla natura. Sfojàda metteva in bocca i bachi da seta come se fossero cioccolatini, e per mezzo-gotto di vino li mandava giù.
Sfojàda, Lòba, Squala, Bèna, Cicàna: c’era tutta una generazione, tutta una razza di uomini investiti di una sinistra grandezza. Andavano scalzi coi tubi di tela a mezza gamba, erano amici delle cose che esplodono (Bèna era senza una mano), erano avventurosi, empi, indomabili.
Avevano in tasca ronchetti e coltelli, giocavano a soldi, raggruppati sugli scalini della Casa del Fascio, giravano camminando con indolenza e come a malincuore. Facevano cerchio in Prà, e Cicàna raccontava:
«Prima si vede la mano chiusa a pugno, e intorno è tutto scuro e la mano è illuminata. Poi questa mano pian-pianello si apre, e si vede un gioiello bellissimo, lustro, grosso cosi. Questo gioiello è posato in mezzo al palmo della mano, la mano è rùspia e il gioiello netto e lìmpio. Poi la mano comincia a girare, e gira anche questo gioiello, e si vedono i raggi…».
Cicàna era un grande raccontatore di film, anche quelli in tre, in quattro pisòdi. Li faceva durare molto più dell’ originale, e aveva un senso vivo delle inquadrature e dei valori tattili e visivi. Sapevamo tutto sul ladro di Bagdà, Maciste e il segno di Zòro. Il dialogo delle didascalie, tradotto in dialetto si ravvivava; le bestemmie fioccavano.
Cicàna sapeva un numero infinito di bestemmie; altre ne inventava. Una volta scommise di dirne trecento cinquanta tutte diverse una dietro l’altra, e vinse senza impegnarsi a fondo. Lo ascoltavamo incantati; era come una lauda pervasa da un vivo sentimento della natura e da un attento spirito di osservazione.
Era di pomeriggio, ed eravamo nell’ angolo d’ombra dell’ultima casa verso il ponte del Castello. La stramba litania ci faceva sfilare davanti agli occhi animali esotici e piccoli mammiferi noostrani, uccelli, pesci e rettili, la fauna dei letamai intenta ai suoi traffici, e la gaia flora dei marciapiedi, i grandi sputi gialli dei tabacconi, scarlatti dei tisici. Si vedeva il maggiolino capovolto, l’imbelle brombolo, remigare colle zampette, la pantegana trottare in cima a un muro annusando l’aria, e il carbonazzo avvinghiato alle gambe delle contadine batterle forte colla coda.
Le bestie selvatiche e domestiche, quelle innocue e quelle feroci, i pachidermi e le piccole polde, e fino i microbi e i bacilli che si stenta a vedere a occhio nudo; le bestie dell’aria, dalle pojane altissime agli sciami folti e bassi dei moscerini, le bestie del giorno e della notte, quelle delle acque limpide e dei gorghi scuri.
Alle cento bestemmie Cicàna lasciò il regno animale e passò alle piante, alle erbe, ai licheni, alle muffe; sulle duecento entrò nel mondo bruto della materia inanimata; alle trecento cominciò a toccare la sfera delle arti e dei mestieri, le strutture della società, il gioco delle passioni umane.
Terminò col microcosmo dell’uomo, dei suoi visceri attraenti insieme e repulsivi, delle sue mirabili funzioni fisiologiche; e compiuto il numero delle bestemmie pattuite (Lòba teneva il conto), ne aggiunse alcune altre in supplemento, sciogliendo un inno alll’Amore che chiamava però in altro modo: ormai faceva accademia, e fu fermato alle trecento e settantuna.
Concluse con una bestemmia breve e solenne, raddoppiando il Nome di Dio.

preferisco questo passo al precedente, ha un che di implacabile e attraente come il gioiello netto e limpio nel palmo della mano…
Commento di semantica — gennaio 29, 2010 @ 6:23 pm |
Come si sarà capito, sono tutte pagine di romanzi che per me hanno significato molto come lettore e come scrittore. Li scelgo con la consapevolezza che sono gemme molto diverse tra loro, come il lapislazzuli di Coccioli e l’ametista di Meneghello. In questo momento sto ragionando su qual è il mio analogo letterario del turchese.
Commento di vbinaghi — gennaio 29, 2010 @ 6:59 pm |