(Da: Ferdinando Camon, Un altare per la madre, Garzanti 1978)
Il nostro mondo non aveva nulla a che fare col resto del mondo. Funzionava per conto suo, ed era immortale. Anche a nostra madre avevamo sempre pensato come a qualcosa d’immortale, almeno quanto il mondo: perché quando noi nascevamo, lei faceva parte del mondo, il mondo senza di lei non era immaginabile.
Ora la madre era morta, ma questo non era possiibile.
Alcuni, a turno, tenevano la mano sulla bara, come per toccare la mano o la spalla di lei: siamo tutti qui, con te, non avere paura.
La bara avanza e ondeggia per il sentiero gallegggiando sopra i campi di frumento.
I portantini si fermano ogni tanto all’ombra, e la fila indiana si sposta fuori dal sentiero. Allora noi familiari possiamo disporci attorno alla bara e tenerci una mano sopra. Voglio bene alla bara, al legno di cui è fatta. Ai fiori, foglia per foglia, petalo per petalo. A tutto. Non ho più paura della morte. Questo mi riconcilia con la vita. Penso qualcosa che subito dimentico. Ripensandoci, credo che se rivivessi quella situazione riproverei gli stessi pensieri, ma ora non posso dire quali.
Si arriva finalmente al cimitero, e si entra per la stradetta fiancheggiata da due file di cipressi. Sopra il portone d’ingresso c’è un arco di mattoni coperti di malta con una scritta rossa in latino. Credo che nesssuno in paese sappia cosa vuol dire, tranne mio padre che lo ha chiesto al prete.
Mio padre vuol sempre sapere tutto. Per le strade raccoglie i tòcchi di carta che trova e li porta a casa. Se sono bagnati li asciuga sul foéolare, poi li stira col palmo della mano e li legge uno per uno. Gli inteeressano tutti: pezzi di giornale, lettere buttate via, conti della spesa. Da due parole è capace di ricostruire una notizia, da una illustrazione si immagina la trama di un film, da un conto della spesa capisce chi può averla fatta. Ci sono famiglie che comprano solo pane, ma si vergognano della loro povertà e allora mettono il pane sui piatti, per far credere che anche nei giorni lavorativi, e non solo di domenica, mangiano minestra o carne o verdura.
Una volta mio padre trovò un pezzo di giornale con due figure, un uomo e una donna: l’uomo stava dritto davanti a un muro, fissando con occhi spiritati il lettore, in maniche di camicia rimboccate, la testa pelata alla Yul Brinner, e alla sua destra c’era una signorina in lacrime con le mani giunte. Dopo cena veniva a trovarci qualche amico. Quella sera si discusse su chi potevano essere quei due personaggi. Come sempre, prevalse l’idea più decisa: un vecchio piccolo, rugoso, rognoso, cattivo, che aveva fatto la guerra tra i carristi e andava ripetendo che un carrista fa un salto dopo morto, puntò il dito e disse: « El duce.» Lo aveva riconosciuto. Tutti guardarono. Doveva essere il duce al momento della fucilazione, insieme con la Claretta Petacci. La Claretta la conoscevano tutti: era quella scolpita sulle monete, con le torri in testa. L’attenzione richiese silenzio, e il silenzio fece nascere la compassione per i due fucilati. Qualcuno osservò che gli Americani non avrebbero fucilato un uomo così. Mio padre mostrò il disegno a mia madre, perché tutto ciò che entrava in casa e aveva qualche importanza doveva essere spartito. Mia madre guardò con aria triste e scosse il capo, in segno di disapprovazione.
Non ammetteva che si potesse fucilare un uomo, fosse pure il più criminale del mondo. Uccidere è la colpa delle colpe. Una volta mio padre ci portò al cinema, a vedere “Il segno della croce”. Ci sedemmo negli ultimi posti, lontano dallo schermo che può essere pericoloso, non si sa mai. Mia madre non capiva i passaggi tra una scena e l’altra: si vedeva Roma che bruciava, poi Nerone che cantava con la cetra in mano, ma tra una scena e l’altra non c’era lo stacco netto, sicché le fiamme continuavano per un po’ a vedersi anche addosso a Nerone, e mia madre domandò se stesse bruciando. Mio padre non rispose, scosse il capo. Quando apparve l’apostolo, che gira per i quartieri di Roma dominandoli col suo sguardo lento, mio padre, che aveva già visto il film tante volte, ci avvertì di stare attenti a come faceva il segno della croce. L’apostolo infatti lo disegnava in modo strano, tracciando per terra con la punta del bastone prima un angolo poi un altro, accostati per il vertice, così. Mia madre crollò la testa, le sembrava una trovata inutile. Quando poi cominciarono a vedersi le torture dei cristiani, avevo l’impressione – ma può darsi che l’impressione mi venga soltanto adesso – che mia madre si fosse messa a pregare, lì al cinema. Fu l’unico film che lei abbia visto. Il cinema rimase sempre per lei un luogo di torture.
Passammo sotto l’arco ed entrammo nel cimitero.
Il prete pronunciò un breve discorso, molto dolce, parlando con la morta e col Signore. Tutti avemmo l’impressione che la madre e il Signore fossero insieme, e che questo fosse giusto. Ci accostammo alla bara uno alla volta, noi familiari, e la baciammo. Sentii il legno molto caldo, come umano. Poi la bara fu portata sopra la tomba e calata dentro, finché urtò contro il fondo. Ognuno vi buttò una manciata di terra, poi l’inserviente la coprì a vangate. Non c’era ancora un portafiori, una lampada, un nome. Mia sorella più giovane aveva un mazzo di fiori, e voleva sistemarlo in qualche modo. Li piantò col gambo nella terra fresca, come se avessero radici, disponendoli a forma di croce. Io uscii meccanicamente dal cimitero, non riuscivo più a sopportare. Mi sedetti sull’erba, sull’orio della strada. Proprio in quel momento passava un gregge di pecore. L’angoscia che avevo dentro si sciolse guardando quegli animali dal viso umano, che transitavano alzando e abbassando la testa come per dire di sì ad ogni metro della vita, e visti in gruppo, di schiena, formavano una schiuma gialla. Ultimo veniva un agnello sciancato, distanziato di qualche metro. Lo guardai, come se stesse per succedergli qualcosa di triste. Il cane pastore trottò indietro, lo strinse delicatamente per la lana, senza fargli male, e lo trascinò in avanti, fino all’altezza del gruppo, depositandolo proprio di fronte a me. L’agnello rimase immobile, come se non volesse seguire il destino degli altri. Credo che allungai una mano e gli parlai, non sentivo cosa gli dicevo. Forse qualcosa come: “Sii buono, fratello animale”

bello
Commento di semantica — gennaio 29, 2010 @ 10:28 pm |