Doctor Blue and Sister Robinia

gennaio 30, 2010

UNA PAGINA di Elena Ferrante

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 8:48 pm
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(Da: Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono, Edizioni e/o 2002)

Scelsi una bottiglia di vino, misi in tasca le chiavi di casa e, senza nemmeno sistemarmi un po’ i capelli, scesi al piano di sotto.
Suonai con decisione, due volte, due lunghe scariche elettriche, alla porta di Carrano. Tornò il silenzio, l’ansia mi pulsava in gola. Poi sentii passi indolenti, di nuovo tutto tacque, Carrano mi stava spiando dallo spioncino. La chiave girò nella toppa, era un uomo che temeva la notte, si chiudeva a chiave come una donna sola. Pensai di tornare a casa di corsa, prima che la porta si aprisse.
Mi comparve davanti in accappatoio, le caviglie magre e nude, ai piedi certe pantofole con sopra il marchio di un albergo, doveva averle trafugate insieme ai saponi nel corso di qualcuno dei suoi spostamenti con l’orchestra.
«Auguri» dissi in fretta, senza sorriso, «auguri di buon compleanno».
Gli tesi con una mano la bottiglia di vino, con l’altra la patente.
«L’ho trovata stamattina in fondo al viale». Mi guardò disorientato.
«Non la bottiglia» chiarii, «la patente».
Solo allora sembrò capire e mi disse perplesso: «Grazie, non ci contavo più. Vuole entrare?». «Forse è tardi» mormorai, di nuovo presa dal panico. Lui rispose con un sorrisetto imbarazzato:
«È tardi, si, ma … si accomodi, mi fa piacere … e grazie … la casa è un po’ in disordine … venga».
Quel tono mi piacque. Era il tono di un timido che cerca di mostrarsi uomo di mondo, ma senza convinzione. Entrai, mi chiusi la porta alle spalle.
Da quel momento, miracolosamente, cominciai a sentirmi a mio agio. Nel soggiorno vidi la grande custodia appoggiata in un angolo e mi sembrò una presenza nota, come quella di una fantesca di cinquant’ anni fa, quei donnoni di paese che nelle città crescevano i figli della gente agiata. La casa certo era in disordine (un quotidiano sul pavimento, vecchi mozziconi di chissà quale visitatore nel posacenere, un bicchiere sporco di latte sul tavolo) ma era il disordine gradevole di un uomo solo e poi l’aria odorava di sapone, si sentiva ancora il vapore pulito della doccia.
«Mi scusi per l’abbigliamento ma avevo appena … ». «Si figuri».
«Prendo i bicchieri, ho delle olive, dei salatini … ». «Veramente io ho solo voglia di bere alla sua salute». E alla mia. E al dispiacere, al dispiacere dell’ amore e del sesso che auguravo presto a Mario e Carla. Così dovevo abituarmi a dire, nomi permanentemente abbinati di una nuova coppia. Prima si diceva Mario e Olga, ora si dice Mario e Carla. Un brutto male al cazzo gli dooveva venire, uno sfregio di tabe, un marciume per tutto il corpo, il malodore del tradimento.
Carrano tornò con i bicchieri. Cavò il tappo alla bottiglia, aspettò un po’, versò il vino, e intanto disse cose gentili con voce pacata: avevo bei figli, mi aveva guarrdato spesso dalle finestre quando stavo con loro, sapevo trattarli. Non menzionò il cane, non menzionò mio marito, sentii che non poteva sopportare né l’uno né l’altro, ma in quella circostanza, per garbo, non gli pareva gentile dirmelo.
Dopo il primo bicchiere glielo dissi io. Otto era un buon cane, ma francamente non l’avrei preso mai in casa, un lupo soffre in un appartamento. Era stato mio marito a insistere, si era assunto lui la responsabilità della bestia, come del resto tante altre responsabilità. Ma alla fine si era rivelato un uomo vile, incapace di tener fede agli impegni presi. Non sappiamo niente delle persone, nemmeno di quelle con cui condividiamo tutto.
«Io so di mio marito tanto quanto so di lei, non c’è differenza» esclamai. L’anima è solo vento incostante, signor Carrano, vibrazione delle corde vocali, tanto per fingere di essere qualcuno, qualcosa. Mario se n’era andato – gli dissi – con una ragazzina di vent’ anni. Mi aveva tradito con lei per cinque anni, in segreto, un uomo doppio, due facce, due flussi separati di parole. E ora era sparito lasciando a me tutti i fastidi: i suoi figli a cui badare, la casa da mandare avanti, anche il cane, lo stupido Otto. Ero sopraffatta. Dalle responsabilità appunto, non altro. Di lui che m’importava. Le responsabilità, che prima dividevamo, ora erano tutte mie, anche la responsabilità di non aver saputo tener vivo il nostro rapporto – vivo, tener vivo: un luogo comune; perché mi dovevo dar da fare proprio io a tenerlo vivo; ero stanca di luoghi comuni, – anche la responsabilità di capire dove avevamo sbagliato. Perché quel lavoro straziante di analisi ero costretta a farlo anche per Mario, lui non voleva scavare a fondo, non voleva correggersi o rinnovarsi. Era come accecato dalla biondina, ma io mi ero data il compito di analizzare punto per punto i nostri quindici anni di convivenza, lo stavo facendo, ci lavoravo la notte. Volevo tenermi pronta per rifondare tutto, non appena lui avesse ricominciato a ragionare. Se mai fosse accaduto.
Carrano sedette accanto a me sul divano, si coprì il più possibile le caviglie con l’accappatoio, sorseggiò il suo vino ascoltando con attenzione quello che andavo dicendo. Non intervenne mai, ma riuscì a comunicarmi una tale certezza dell’ascolto, che io non sentii sprecata nemmeno una parola, nemmeno un’ emozione, e non mi vergognai quando mi venne da piangere. Scoppiai a piangere senza problemi, sicura che mi capisse, ed ebbi un moto interno, una scossa così intensa di dolore, che le lacrime mi sembrarono frammenti di un oggetto di cristallo custodito a lungo in qualche luogo segreto e ora, a causa di quel moto, esploso in mille pezzi lancinanti.

Mi sentivo gli occhi feriti, anche il naso, tuttavia non riuscivo a frenarmi. E mi commossi ancora di più quando mi accorsi che anche Carrano non riusciva a trattenersi, gli tremava il labbro inferiore, aveva gli occhi lucidi, mormorò: «Signora, non faccia così … ».
Mi intenerì quella sua sensibilità, tra le lacrime pogggiai il bicchiere sul pavimento e, come per consolarlo, io che avevo bisogno di consolazione, mi accostai a lui.
Non disse niente, ma mi porse prontamente un kleeenex. Sussurrai qualche scusa, ero annientata. Ribatté che dovevo calmarmi, non riusciva a sopportare la vista del dolore. Mi asciugai gli occhi, il naso, la bocca, mi accoccolai accanto a lui, finalmente un po’ di tregua. Gli poggiai piano la testa sul petto, abbandonai un braccio sulle sue gambe. Mai avrei pensato di poter fare una cosa del genere con un estraneo, scoppiai di nuovo a piangere. Carrano mi mise con cautela, timidamente, un braccio intorno alle spalle. Nella casa c’era un silenzio tiepido, mi calmai di nuovo. Chiusi gli occhi, ero stanca e volevo dormire.
«Posso stare un po’ così?» chiesi e mi venne una voce impercettibile, quasi un soffio.
«Sì» rispose lui, appena appena rauco.
Forse mi assopii. Per un attimo ebbi l’impressione di essere nella stanza di Carla e Mario. Mi disturbò soprattutto un odore forte di sesso. A quell’ ora erano di sicuro ancora svegli, inzuppavano di sudore le lenzuola, affondavano avidamente le lingue l’uno nella bocca dell’altra. Sussultai. Qualcosa mi aveva sfiorato la nuca, forse le labbra di Carrano. Sollevai il viso perplessa, lui mi baciò sulla bocca.
Oggi so cosa provai, ma allora non lo capii. Lì per lì ebbi solo un’impressione sgradevole, come se lui mi avesse lanciato un segnale a partire dal quale non mi restava altro che sprofondare per gradi nella ripugnanza. In realtà sentii soprattutto una vampata d’odio nei confronti di me stessa, perché ero lì, perché non avevo scusanti, perché ero stata io a decidere di venirci, perché non mi pareva di potermi più sottrarre.
«Dobbiamo cominciare?» dissi con un’ aria falsamente allegra.
Carrano abbozzò un sorriso incerto.
«Nessuno ci obbliga». «Ti vuoi tirare indietro?». «No … ».
Accostò di nuovo le sue labbra alle mie, ma l’odore della sua saliva mi dispiacque, non so neanche se fosse veramente sgradevole, mi sembrò solo diverso da quello di Mario. Provò a introdurmi la lingua nella bocca, dischiusi appena le labbra, gli sfiorai la lingua con la mia. Era un po’ ruvida, viva, la sentii animale, una lingua enorme che qualche volta avevo visto con disgusto dai macellai, niente di seduttivamente umano. Carla aveva i miei sapori, i miei odori? O i miei per Mario erano sempre stati repellenti come ora mi pareva che fossero quellli di Carrano, e solo in lei dopo anni aveva trovato essenze adatte a lui?
Affondai la mia lingua nella bocca di quell’uomo con esibita avidità, a lungo, come se inseguissi chissà cosa in fondo alla sua gola e volessi arroncigliarla prima che gli scivolasse nell’esofago. Gli passai le braccia dietro la nuca, lo spinsi col mio corpo nell’ angolo del divano e lo baciai a lungo, a occhi spalancati per cercare di fissare oggetti disposti in un angolo della stanza, definirli, agggrapparmici, perché a occhi chiusi temevo di vedere la bocca sfrontata di Carla, quella sfrontatezza l’aveva avuuta sempre, fin dai quindici anni, e chissà quanto era piaciuta a Mario, come l’aveva sognata mentre mi dormiva a lato, fino a svegliarsi e baciarmi come se baciasse lei e ritrarsi poi e riaddormentarsi appena riconosceva la mia bocca, la bocca solita, la bocca senza nuovi sapori, la bocca degli anni passati.
Carrano sentì in quel mio bacio il segno che ogni schermaglia era finita. Con la mano mi tenne la nuca, voleva premermi ancora di più contro le sue labbra. Poi mi abbandonò la bocca e mi diede baci umidi sulle guance, sugli occhi. Pensai che stesse seguendo uno schema esplorativo preciso, mi baciò persino sulle orecchie, tanto che il suono dei baci mi rintronò fastidiosaamente contro i timpani. Poi passò al collo, mi bagnò con la lingua l’attaccatura dei capelli sulla nuca, e intanto mi tastò il petto con la mano larga.
«Ho i seni piccoli» dissi in un soffio, ma subito mi detestai perché la frase suonava come se chiedessi scusa, scusa se non ti offro tette grandi, spero che tu te la spassi anche così, idiota che ero, se le zizze minuscole gli piacevano, bene, se non gli andavano peggio per lui, era tutto gratis, una bella fortuna gli era capitata a questo stronzo, il miglior regalo di compleanno a cui potesse aspirare, alla sua età.
«Mi piacciono» disse in un soffio, mentre mi sbottonava la camicetta e con la mano mi tirava giù l’orlo del reggiseno e cercava di mordicchiarmi i capezzoli e succhiarIi. Ma anche i capezzoli avevo piccoli e i seni gli sfuggivano, rientravano nelle coppe del reggipetto. Dissi aspetta, lo respinsi, mi sollevai, mi tolsi la camicetta, mi slacciai il reggiseno. Chiesi stupidamente: ti piacciono, era un’ ansia che mi stava crescendo, volevo che mi ripetesse il suo consenso.
A vedermi lui sospirò: «Sei bella».
Fece proprio un lungo respiro, come se volesse conntrollare una forte emozione o una nostalgia, e mi spinse appena appena con la punta delle dita perché mi abbandonassi a busto nudo sul divano e così potesse conntemplarmi meglio.
Io mi lasciai cadere all’indietro. Lo vidi dal basso, notai le pieghe del collo che stava cominciando a invecchiare, la barba che aspettava una nuova rasatura e intanto luccicava bianca, le rughe profonde tra le sopracciglia. Forse diceva sul serio, forse era davvero incantato dalla mia bellezza, forse non erano solo parole per adornare i desideri del sesso. Forse restavo bella anche se mio marito aveva appallottolato il sentimento della mia bellezza e l’aveva buttato nella pattumiera come carta che ha incartato un regalo. Sì, potevo ancora rendere smanioso un uomo, ero una donna capace di far questo, non mi aveva guastato la fuga di Mario in un altro letto, in un’ altra carne.
Carrano si chinò su di me, mi leccò i capezzoli, me li succhiò. Provai ad abbandonarmi, volevo cancellarmi dal petto il disgusto e la disperazione. Chiusi gli occhi con cautela, il calore del suo respiro, le labbra sulla pelle, emisi un gemito di incoraggiamento per me e per lui. Sperai di accorgermi di un qualche piacere nascente, anche se quell’uomo era un estraneo, forse un musicista di scarso talento, nessuna qualità, nessuna sua capacità di seduzione, scialbo e perciò solo.
Sentii che ora mi baciava le costole, il ventre, sostò persino sull’ ombelico, cosa ci trovasse non lo so, ci passò dentro la lingua facendomi il solletico. Poi si tirò su. Riaprii gli occhi, lo vidi scapigliato, occhi lucidi, mi sembrò di scorgergli in viso un’ espressione di bambino che si sente in colpa.
«Dimmi di nuovo che ti piaccio» insistetti col respiro tagliato.
«Sì» disse, ma con un lieve calo di entusiasmo.

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