Doctor Blue and Sister Robinia

gennaio 31, 2010

UNA PAGINA di Giuseppe Pontiggia

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 7:58 pm
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(Da: Giuseppe Pontiggia, Nati due volte, Mondadori 2000)
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La fisiatra ci accoglie in una anticamera buia, angusta, dove ci si aggira a fatica. Certe case, come certe persone, danno il peggio di sé nel vestibolo, per poi correggere l’immagine iniziale. Ma sono solo i superficiali, diceva Wilde, a non fidarsi della prima impressione.
Riusciamo laboriosamente a liberarci dei cappotti, scambiandoci il bambino: e apriamo, premendo le spalle contro il muro, un armadio di legno nero, dove li stipiamo. Entriamo poi in una stanzastra, con spalliere che si arrampicano lungo le pareti e un tappeto quadrato di plastica al centro di un parquet sconnesso. Il pomeriggio nebbioso stempera una luce grigia al di là delle vetrate.
Siamo invitati a sederci su un piccolo divano di vimini, mentre lei sta appollaiata sopra un enorme cuscino. Si capisce che è la posizione dove si sente più a suo agio.
La fisiatra ci chiede a questo punto di esporre con chiarezza la storia di Paolo. Sembra temere un racconto troppo dettagliato e dispersivo e mi incalza, non appena comincio a parlare, con un «Sìììì», «Sììì», che è la negazione di ogni dialogo. Abbrevio, semplifico, riassumo. Alla fine dico esasperato a Franca di passarle il bambino che tiene sulle ginocchia. E lei lo accoglie con una rapacità materna, come una liberazione, lo distende sul tappeto, gli allarga le bracccia, gli accarezza le piccole mani, gli fa il solletico sotto le piante dei piedi. In seguito vedrò gli stessi gesti ripetuti da altrettanti specialisti, ma ora mi apppaiono sapienti, ritmati, esperti. Ci chiede quale medico ci ha mandato da lei e io rispondo nessuno. Come nessuno? È stata una mia collega, che ne aveva sentito parlare da una amica. E il neurologo che cosa dice? Non c’è nessun neurologo. Il bambino, dopo quaranta giorni, è stato dimesso dalla clinica e il pediatra ha parlato di disturbi che con il tempo verranno riassorbiti.
«Ma siamo impazziti?» dice lei, rialzandosi sul tappeto.
«No, per niente» risponde Franca, pallida. «Ci siamo rivolti a lei per avere una conferma.»
L’altra la guarda sbalordita.
«Per sicurezza» aggiunge Franca, sempre più turbata.
«Ma questo è un bambino sinistrato!» esclama lei. «Tetraparesi spastica distonica! Avete detto niente!»
Mi sento una debolezza improvvisa nelle gambe. «Non sono disturbi passeggeri!» continua lei.
«Qui bisogna cominciare subito!»
Sgrano gli occhi: «Che cosa?»
«La fisioterapia! Molte ore al giorno! E voi dovete collaborare a tempo pieno!»
Si è rivolta a Franca, che tradisce un panico silenzioso.
«Non bisogna perdere tempo!» aggiunge. «Già se ne è perso troppo!»
Le chiedo concitato: «Che pericoli corre?»
«Tanti!» mi risponde. «Non posso prevederli tuttti. Dipende dalla evoluzione dei suoi sintomi.»
«Per esempio?»
«L’andatura!» mi dice. «Potrebbe avere una andatura irregolare.»
«Come?»
«Così» mi risponde.
Si alza sul tappeto e accenna, come una ballerina grassa, i piedi nudi, a camminare barcollante, finché perde l’equilibrio e cade di lato.
«Capisce?»
«Sì» mormoro.
È una immagine dell’ orrore, vedo Franca che si porta la mano al viso.
«È certo» le dico atono, senza sapere se sia una domanda o un assenso.
«No, non è certo» dice lei, rialzandosi sul tappeto elastico e camminandovi a balzi, come se fosse uno strato di carboni ardenti. «Potrebbe essere coinvolta la parola, la manualità.»
«E !’intelligenza?» chiedo, a testa bassa.
«No, non credo.» Alza le spalle. «I veri problemi sono altri.»
Mi appoggio contro lo schienale di vimini. Frannca si asciuga gli occhi con il fazzoletto.
«Ma nessuno vi ha informato?» chiede lei.
«Qualcuno in clinica» rispondo. «All’inizio. Poi no.»
«Incredibile!» esclama, voltando il viso, come se fosse stata colpita da uno schiaffo.
Io guardo Franca, ma per il momento taccio.
Mentre scendiamo le scale analizziamo, in un elenco accanito e accurato, i difetti della fisiatra. È un bilancio insieme sconfortante e rassicurante. «Quando ti ha detto di ritelefonarle?» le chiedo.
«Fra quindici giorni.»
«E tu lo farai?»
«No» mi fissa con una sicurezza che è sicura della mia. «È troppo catastrofica. Nessuno ci ha parlato in questi termini, non possiamo fidarci. Noi dobbiamo fidarci di chi segue il bambino.»
«Anch’io la penso così.» Aggiungo: «Non ha molta esperienza. È solo all’inizio della professione.»
«Infatti.»
Quando vedo Paolo camminare, barcollando, daavanti a me, rivedo lei che barcollava sul tappeto, nella stanza grigia, al tramonto, proiettando un’ ombra dilatata sulla parete. Penso che è stata l’unica a darci del futuro l’immagine più vicina alla realtà. E forse per questo l’abbiamo rifiutata.

Che cos’è normale? Niente.
Chi è normale? Nessuno.
Quando si è feriti dalla diversità, la prima reazione non è di accettarla, ma di negarla. E lo si fa cominciando a negare la normalità. La normalità non esiste. Il lessico che la riguarda diventa a un tratto reticente, ammiccante, vagamente sarcastico. Si usano, nel linguaggio orale, i segni di quello scritto: «I normali, tra virgolette». Oppure: «I cosiddetti normali».
La normalità – sottoposta ad analisi aggressive non meno che la diversità – rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardi funzionali, intermittenze, anomalie. Tutto diventa eccezione e il bisogno della norma, allontanato dalla porta, si riaffaccia ancora più temibile alla finestra. Si finisce così per rafforzarlo, come un virus reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo. Non è negando le differenze che lo si combattte, ma modificando l’immagine della norma.
Quando Einstein, alla domanda del passaporto, risponde “razza umana”, non ignora le differenze, le omette in un orizzonte più ampio, che le include e le supera.
È questo il paesaggio che si deve aprire: sia a chi fa della differenza una discriminazione, sia a chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza.

3 commenti »

  1. Rileggere questo frammeto mi ha rapito l’animo come la prima volta…. e’ stupendo.

    Commento di Gian — febbraio 1, 2010 @ 1:56 pm | Replica

  2. La “normalità”, per sua stessa costituzione, pare sanamente fobica.
    Se non proprio “sinistrati” come un diverso conclamato, non siamo forse tutti un po’ instabili?

    Commento di Gianni De Martino — febbraio 1, 2010 @ 2:55 pm | Replica

  3. Sono arrivato qui cercando un’immagine della Pietà di Michelangelo.
    Ho trovato la pietà, per di più…nelle righe di pontiggia e nel mio cuore
    Da vicino, nessuno è normale (forse)
    Ancora più da vicino, ognuno è perfetto (almeno, così a me pare).
    Ciao valter
    maurizio

    Commento di outofsilence — marzo 18, 2010 @ 11:33 am | Replica


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