Doctor Blue and Sister Robinia

febbraio 27, 2010

UCCIDERO’ MEFISTO – Un reading musicale

Filed under: Bacheca — vbinaghi @ 7:03 pm
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Per una volta riesco a portare uno dei miei reading musicali a Milano, e mi piacerebbe che i miei amici milanesi (difficili da schiodare dalla metropoli) intervenissero.
Così vi invito al Bar BLAM
di via Ronzoni 2 (vicinissimo a Porta Genova)
domenica sera 28 febbraio ore 21.30
Leggerò brani dal mio nuovo romanzo e canterò qualcosa di romantico
(nonostante il titolo trucido è una storia d’amore).
Alle tastiere Alberto Della Vedova e Luca Lazzaroni.

febbraio 26, 2010

MUTO COME UN PESCE (in morte del fiume Lambro) di Roberta Borsani

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 6:07 pm
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Dite “muto come un pesce”. Quasi che essere pesce sia una sorta di condanna. La condanna all’insignificanza. All’oblio. Il solo destino che si riconosce agli animali dell’acqua è fatto di un nascere che non è mai un venire alla luce. Mai esistenza. Mai fioritura. Tacere e scrivere sull’acqua, i pesci sono qui per questo, solo per questo.
Ma cosa ne sapete, voi? Cosa sapete del silenzio, delle verdi profondità o degli abissi, in cui scorre il velluto di una notte senza fine?
Il nostro silenzio non vi insospettisce? Nulla vi dice l’occhio tondo, spalancato, con cui seguiamo le vostre vicende? Non vi leggete il turbamento di chi teme di aver compreso perfino troppo bene? Lo stupore di chi contempla dall’alto il dramma del principe idiota posto sul trono?
E se tanto silenzio venisse al termine di un lungo lungo discorrere? E’ un’idea astrusa per voi?
Nell’ora terribile, in cui la parola consuma il tradimento fino in fondo, l’Angelo del Vero può sorgere all’improvviso, armato di spada, e trafiggerla. Ed ecco la parola, rivoltata su se stessa come un pesce avvelenato, mostra la pancia gonfia, malata; mostra la tara che da sempre la imparenta alla menzogna. Può succedere allora che i parlanti, disgustati, si gettino nell’acqua. Per spegnervi magari le fiamme dell’inferno in cui precipiteranno i loro cuori, se non sapranno votarsi al silenzio.
Voi non sapete nulla di noi, e ci uccidete, senza nemmeno percepire il suono generato dalle nostre morti. Voi non sapete come perdura negli spazi liquidi, gualcendo il timpano del celeste Alchimista. Voi non udite le lunghe litanie della terra, dei fondali lucenti, che ci trattengono a macerare nel grembo, finché non saremo seme, guscio, magnesio, nickel. Sostanza.

Uomini, anche voi un giorno vi spoglierete di ogni dire. Fra non molto, quando sarete stanchi di menzogne e raggiri. Delle vostre parole allora non resterà che il fruscio, la carezza, il tocco, lo sguardo, e nient’altro.
Di quell’uomo muto come un pesce gioirà finalmente la terra. E ogni creatura attenderà in silenzio, milioni e milioni di anni, la resurrezione del Verbo. Epifania di un Logos innocente e liquido.

febbraio 25, 2010

MADRI D’ITALIA di Valter Binaghi

Su Vibrisse di Giulio Mozzi ho letto questo appello, che sottoscrivo volentieri, contro lo sfruttamento del corpo femminile e peggio ancora il lugubre mercato per cui ragazze vengono offerte in qualità di escort durante cene organizzate da politici e imprenditori, come le recenti cronache della Seconda Repubblica ci hanno mostrato.
Ma siccome credo che il difetto sia nell’origine culturale e non solo nell’utilizzazione finale di queste signorine (chi impartisce o consente che sia impartita a queste fanciulle la lezione secondo cui il velinismo è la massima aspirazione femminile o lo strumento necessario per la carriera?), mi permetto di aggiungere qualche riga sulla questione.

I tempi sono cambiati da quando le madri cartaginesi accettavano di offrire un neonato ogni tanto di una prole troppo numerosa a Moloch, il demone a forma di caldaro che esigeva sacrifici d’infanti per tutelare la città. La civiltà ha fatto i suoi bravi passi in avanti, e adesso i sacrifici umani restano nell’immaginario collettivo come relitti antiquari, il mito delle origini inchiodato nelle menti psicotiche di satanisti della domenica.
Oggi la liturgia del potere si celebra in forme meno cruente. Le madri d’Italia sospingono avanti le figliole meglio tornite, implorando per loro la vetrina del Reality Show o meglio ancora l’addestramento d’anca della Letterina, sperando che gli capiti quel che capita alle più fortunate, cioè fungere da contorno o da dessert in una di queste cene tra potenti dove la fica è rimasta l’unica moneta sonante in un business ormai declinato in valuta virtuale. Qualcuna delle madri d’Italia ha urlato slogan femministi nei Settanta e oggi non ama ricordarlo, ma dopotutto in qualche maniera bisognava sdoganare la gnocca dal pudore e dal sussiego della censura democristiana. E la promessa della fica per tutti resta l’unica vera seduzione del potere, oggi troppo mercantile per pretendere gloria imperitura. Dal consiglio comunale di un borgo remoto alle convention di multinazionali farmaceutiche, su su, fino alle residenze barocche del Presidente geniale e puttaniere, c’è bisogno di pietanza popputa e sorridente per insaporire un rituale sempre più prevedibile e svirilizzato. Se nessuno più crede di poter raggiungere presso i posteri la statura monumentale di virtuosi come Cincinnato o Sandro Pertini, bisognerà pure garantirgli il massimo comfort in questo mondo, o perchè se no sporcarsi le mani in politica?
Madri d’Italia, uteri facilmente benedetti dalla prossimità vaticana, datevi da fare! lo scenografo imperiale lo implora, il prodotto interno lordo lo esige.

febbraio 24, 2010

Su “UCCIDERO’ MEFISTO”. Intervistato da Marilu Oliva

Filed under: recensioni — vbinaghi @ 7:46 pm
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Fausto Blangé paragona la propria storia al Faust di Goethe e chiama col nome di Mefisto il suo psicanalista, dottor Collinaro. Ti chiedo di parlarci dei nomi, in quest’opera, e della loro valenza metaforica.

Per quanto riguarda Faust e Margherita, è facile capire che ho voluto riscrivere alla mia maniera la leggenda medioevale resa celebre da Goethe. Là, come qui, una donna innamorata e innocente è stata sacrificata al narcisismo del protagonista. Qui però non c’è redenzione né riscatto nella pura autenticità del desiderio inteso come realizzazione di sè, come sembra suggerire Goethe. Qui il riscatto è nella scoperta di un amore vero, di una dedizione assoluta che giunge a inseguire la traccia dell’amata fino all’oltretomba. L’amore senza condizioni è l’unica forma di trascendenza che conosco, e l’unico uso compiuto della propria libertà. Prima di questo c’è solo l’infantilismo dell’emozione, magari autorizzato da cattivi terapeuti che pretendono di essere guaritori dell’anima perché la sbarazzano dei sensi di colpa e invece risultano solo demagoghi di uno psichismo involuto. Come Giacomo Collinaro, traduzione letterale di un celebre (presunto) guru della psicoterapia americano.

La dimensione della follia e la sua trasposizione nel quotidiano.

Nella letteratura moderna, le uniche vesti che la sapienza può indossare in pubblico sono quelle della follia. Da Don Chisciotte all’Idiota di Dostoevskij, chi è portatore di una sapienza che questo mondo rifiuta appare ai più come un folle. Senza paragonarmi a questi mostri sacri, mi lusingo di pensare che il protagonista della mia storia si muova su questo sentiero. L’uomo che ama per sempre, che offre sé stesso a una donna per sempre e senza condizioni, non è forse oggi una figura del folle?

La più grande difficoltà e la più grande facilità nella stesura di quest’opera.

La cosa più facile è stata ritrovare la storia che volevo raccontare nel solco di un mito, quello del Faust. I miti contengono forme archetipiche della condizione umana, a cui le nostre biografie prima ancora che le nostre opere attingono continuamente, che ne siamo consapevoli o meno. La cosa più difficile è stato costruire dei personaggi femminili che rappresentassero le “tentazioni” di Faust, senza farne delle caricature moralistiche. Il più delle volte la seduzione è nella debolezza e nell’ambiguità di chi è sedotto, più che nella volontà di chi seduce.

Leggi tutta l’intervista su La Tela Nera

febbraio 23, 2010

ESISTE IL BLOCCO DELLO SCRITTORE? di V. Binaghi

Sul suo bel blog, Letteratitudine, Massimo Maugeri ha postato articoli e link sulla vexata quaestio del “blocco dello scrittore”. Anch’io ho detto la mia.

C’è blocco e blocco.
Quello iniziale è il più duro: hai una storia in testa ma non ti decidi a metterci mano finchè la cosa (e non dico solo la trama), non la vedi con una certa perspicuità e coerenza, al punto da farne una scaletta di capitoli. Prima di questo non mi ci metto, perchè in passato mi è capitato di infilarmi in vicoli ciechi che non avevo previsto e lì è dura uscirne.
Poi c’è il blocco durante: la storia va con una sua coerenza, ma ti accorgi che la tua scrittura si fa debole, piatta. Lì serve un tonico, qualcosa che ti rimetta il pepe al culo. Può essere smettere, fare altro, ma anche leggere: il mio rimedio è il mio scrittore preferito, John Fante. Uno dei suoi libri riletto in due giorni o un racconto riletto in un’ora, mi ridà l’appetito e il tono per scrivere bene.
Infine c’è la revisione. Io scrivo un’ora al pomeriggio e poi mi prendo un’ora di notte per rivedere le due pagine, per cui in teoria alla fine c’è poco da riscrivere. In realtà ci sono difetti di scrittura che sono difetti di visuale, difetti di sguardo, e quindi difetti d’uomo. Quando ti accorgi di quelli non puoi eliminarli in un attimo, è peggio che smettere di fumare. Bisogna che ti rivolti come un guanto e faccia quelle esperienze che ti mancano per affrontare con la sincerità della letteratura (che ha poco a che vedere con il realismo) la questione cui stai solo girando intorno.
In generale ho molte più idee di quelle che ho trasformato in romanzi (nove, di cui sei già pubblicati e due entro l’anno), e sono pure pigro. La storia deve prendermi a calci in culo e costringermi a scriverla. Però devo anche dire che non ho mai lasciato niente a metà. Ho un grosso progetto su cui mi sono fermato ma solo perchè ora non ho il tempo lungo (un anno almeno) che mi serve per scriverlo. I tempi della vita non coincidono con quelli della scrittura, se uno ha una famiglia e fa un altro mestiere, e questo può somigliare a un blocco, ma in realtà è tutta un’altra storia. E’ che l’esistenza non vuol saperne di restare in pagina.

Il thread è interessante e anche divertente, potete leggere tutto qui, su Letteratitudine.

febbraio 22, 2010

SANGUE DEL SUO SANGUE di Roberta Borsani – L’INCIPIT

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 2:10 pm
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Biancaneve è stata sette anni in una bara.
Però lei dormiva, non se n’è neanche accorta.
E poi la bara era di cristallo, se apriva gli occhi vedeva tutto.
La mia non è una bara, è una stanza. Ma buia, coi muri sporchi e ragni grossi come rospi. E io non sono Biancaneve, non ce la faccio a dormire. Se capita faccio dei brutti sogni. dentro c’è sempre lui. Lui, e il gridare cattivo di quelle papere grosse, grigie e verdi. Le ho viste di sfuggita una volta. Trascinano la coda, non è vero che fanno la ruota.
I miei sogni fanno paura. Chissà se Biancaneve ce li aveva dei sogni così. Secondo me no, altrimenti si svegliava.
Sono stufa di respirare l’aria della stanza. È piena del suo alito.
Gliel’ho detto che non mi piace. Dice che non riesce a digerire. Per forza, mangia schifezze. E le dà anche a me. Mammina non vuole che si mangino quelle cose. Fanno diventare brutti. E infatti lui è brutto. Con le mani coperte di peli e le labbra grosse. Però non è verde. Mammina dice che le patatine del sacchetto fanno diventare verdi. Lui è grigio. Ma anche un po’ giallo. Giallino. Come la paglia. E ha le mani fredde. Fortuna che non mi tocca mai.
“Prima devi diventare una principessa. Dopo ti sposo.”
Io non voglio diventare una principessa, e neanche sposarmi. Quando torno a casa voglio stare con la mamma. Per sempre.
C’è una cosa che mi piacerebbe, più di tutto: diventare una fata.
Qualcosa con le ali, che non sia un uccello. Gli uccelli hanno gli occhi piccoli e cattivi. Passano attraverso la rete della finestra rotta e poi gridano. Sporcano, fanno schifo. Prima non mi sembrava. Avevo dei pappagallini verdi, erano belli.
Quando avrò le ali volerò via attraverso la rete rotta. Tornerò a casa e aprirò la gabbia dei pappagalli. Fa niente se mia sorella piange. Glielo spiego che nessuno deve stare chiuso dentro. Neanche gli uccelli. Anche se sporcano.
La scala scricchiola.
Faccio finta di dormire.
Arriva. Arriva.

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febbraio 21, 2010

Su “UCCIDERO’ MEFISTO”: intervistato da BARBARA BARALDI

Filed under: recensioni — vbinaghi @ 10:55 am
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“Ucciderò Mefisto” è anche una storia d’amore. Potente e lacerante…

Un amore per sempre, anche se scoperto tardivamente, è l’unica redenzione che conosco dallo sperpero dei giorni e dalla superficialità delle emozioni. Ho voluto scrivere questa storia, anche per mandare un messaggio al mio tempo: il gaio nichilismo in cui galleggiamo un po’ tutti ha buttato via insieme al puro formalismo del matrimonio borghese anche la serietà dell’amore inteso come dono di sé totale e senza condizioni. In questo modo è come se la libertà tagliasse il ramo su cui è seduta. C’è vera liberta solo nel darsi totalmente, molto più che nello sciogliersi (peraltro spesso necessario) da un legame divenuto oppressivo.

Nel romanzo c’è anche spazio per un impietoso ritratto dell’ambiente letterario odierno. Puoi dirci cosa significa per te essere scrittore?

Ho diversi amici scrittori, cui voglio anche molto bene, ma nel complesso l’ambiente letterario è deludente. Si pubblica troppo e male, la critica ha lasciato il posto allo strapotere della promozione editoriale, e poi diciamolo francamente, i tempi sono meschini. Non si possono scrivere grandi libri se non ci sono grandi vite da raccontare. Per questo io personalmente mi rivolgo più al mito che alla cronaca per interpretare la mia parabola personale, che è comunque la sostanza viva di ogni scrittura.

Leggi l’intera intervista, qui

febbraio 20, 2010

CANNIBALI di Ferdinando Camon

(Da: Quotidiani delle Venezie 13 febbraio 2010)

Ma chi sono i protagonisti di questa ennesima storiaccia di corruzione? Adesso possiamo guardarli da vicino, stanno parlando in auto, in ufficio, in camera da letto. Sono sinceri. Confidenziali. Intimi. Parlano di favori dati e restituiti, e di donne usate per pagare, come banconote. Non c’interessa il reato: non guardiamoli nel portafoglio, guardiamoli nell’anima.
Tutti hanno un clan. Mogli, figli, cognati, cugini. Se uno diventa potente, a trarne vantaggio illecito è il fratello della moglie: ha un altro cognome, non è facile da scoprire. Chi elargisce favori, chiede che vengano restituiti ai parenti. Uno dice: “Ti ho fatto avere l’appalto, ho un figlio che compie trent’anni, a trent’anni io avevo un impero, e mio figlio cos’ha? Niente”. Detto fatto: scatta per il figlio un lauto impiego. Scatta a mese inoltrato. Ma sarà pagato per il mese intero. Siamo alle soglie di agosto, ad agosto non lavorerà, ma sarà pagato. Tutti abbiamo il problema dei figli che a trent’anni non sono sistemati, c’è un libro e un film intitolati “E non se ne vogliono andare”: ma dove vanno poveracci, se non hanno un lavoretto e uno stipendiuccio? Inviando curriculum e partecipando a concorsi i nostri figli non troveranno mai niente, questi figli di lorsignori basta una telefonata del padre ed eccoli in busta paga. Dunque uno scopo della corruzione è questo: sistemare la famiglia attraverso il clan. È il sistema della mafia. Di fatto, questa è mafia.

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febbraio 18, 2010

Da oggi in libreria – SANGUE DEL SUO SANGUE (Alacràn)

Filed under: Bacheca — vbinaghi @ 1:53 pm
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Giuro che non l’abbiamo fatto apposta. Marito e moglie che escono in libreria a un giorno di distanza con due romanzi pubblicati da due editori diversi, sembra la trovata discutibile di un pubblicitario volenteroso, e invece è uno strano scherzo del destino. Comunque per Roberta Borsani, che viene dalla poesia, è un romanzo d’esordio, e il libro si può definire come un mystery soprannaturale, tutto al femminile.

Toscana, un pomeriggio qualunque: Gretel, una bambina di 8 anni, al rientro dalla palestra viene rapita da uno sconosciuto. Mesi dopo, sulle caviglie di Alice, la gemella, compaiono come stimmate segni di catene. Come è possibile? Per “simpatia”, dice qualcuno: un fenomeno che si verifica spesso tra gemelli. Ma questo significa che Gretel, che tutti danno per morta, è ancora viva. È chiaro che i tradizionali metodi di investigazione non bastano. Così Leone, ispettore dalla mente aperta, si rivolge all’amica sensitiva che già in passato ha collaborato con la polizia. Manuela è una donna ferita, che sta lottando per uscire dalla depressione, ma si lascia coinvolgere. Forse per curiosità o per senso di giustizia. Forse perché l’amicizia con Leone sta diventando qualcos’altro. Ma l’elemento che risulterà decisivo per la soluzione del caso è il legame spirituale, la “catena femminile” che si crea fra Manuela, Gretel e Alice, Ines, misteriosa presenza-guida, fino alla mistica medievale santa Agnese, relegando gli uomini a una funzione secondaria, quasi di manovalanza.

Alice e Gretel. Ironia della sorte, questi due nomi sembrano fissare un destino.
La prima con le sue stimmate ha saltato lo steccato che separa il quotidiano dal soprannaturale.
L’altra, si è smarrita nel bosco.

febbraio 17, 2010

Da oggi in libreria – UCCIDERO’ MEFISTO (Perdisa Pop)

Questo il comunicato stampa con cui lo troverete descritto nei vari siti e blog dedicati alla narrativa.

Francesco Marotta, che lo ha letto in anteprima, ne ha postato l’incipit sul suo blog
e ne parla così:

E’ un breviario di etica senza titolo e senza indice – pura sostanza del farsi che utilizza la scrittura per emergere, per rendersi leggibile.
E’ un percorso di natura filosofica, senza dogmi, che utilizza il mito e la visione come strumenti per aderire alle piaghe della storia, per pronunciare il nome della prima ferita.
E’ una scrittura che utilizza il genere fuori da ogni canone, per scardinarlo e ridisegnarlo come soglia – offrendo allo sguardo la percezione di alterità impronunciabili, di sensi indicibili.
E’ una collazione di dialoghi talmente trasparenti che lasciano intravedere, al fondo, la possibilità di alfabeti diversi – per riscrivere, sempre, la stessa ineluttabile vicenda in altre forme.
E’ un’interrogazione talmente stringente, necessaria, da lasciare nella mente l’eco della ineludibilità del suo porsi – quale che sia la risposta dell’autore, quale che sia la risposta che nasce dalla tua stessa ricezione del testo.
E’ una storia d’amore completamente folle, delirante, nella sua ordinaria elementare nudità, nella singolare banalità del gesto con cui si offre, nella universale rimozione di quell’atto che, comunque, ci appartiene – quella follia che solo sa, e può, la vita: quando si cerca nel folto delle sue radici ammutolite o sanguinanti.

Infine, qui una recensione di Bartolomeo Di Monaco

febbraio 16, 2010

IL MAGAZZINO DELLE ALGHE

Filed under: Bacheca — vbinaghi @ 8:02 pm
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Giovedì 18 febbraio – ore 19.30
Presso il bar BLAM di via Ronzoni 2 a Milano
presentazione del volume antologico
“IL MAGAZZINO DELLE ALGHE” (Eumeswil)
a cura di
MARINO MAGLIANI

Il volume contiene inediti di Franco Arminio, Mauro Baldrati, Remo Bassini, Mario Bianco, Valter Binaghi, Fabrizio Centofanti, Riccardo De Gennaro, Marco Drago, Riccardo Ferrazzi, Francesco Forlani, Carlo Grande, Franz Krauspenhaar, Giulio Mozzi, Stefania Nardini, Giacomo Sartori, Beppe Sebaste, Alberto Pezzini, Giorgio Vasta e Giovanni Agnoloni.

All’incontro interverranno:
Marino Magliani, Valter Binaghi, Fernando Coratelli e Franz Krauspenhaar.

Un uomo ha deciso di scoprire dove finiscono i manoscritti che manda a un consulente editoriale di nome Giulio Mozzi. Un’ossessione che lo porterà a cambiare città e lavoro: diventerà postino, si trasferirà a Padova, col tempo riuscirà a farsi assegnare la via dove abita il lettore delle sue prose, e si vendicherà sottraendo ogni tanto alla sua posta le grosse buste sigillate che contengono le speranze di altri scrittori. Il giorno in cui il postino va in pensione decide di mandare un’ultima lunghissima lettera a Giulio Mozzi, confessando il suo piccolo crimine e offrendogli un campionario di voci, come prova dei suoi furti. Estratti di romanzi, racconti, saggi, plagi. Alcuni di questi scrittori nel frattempo sono diventati autori di valore.

febbraio 15, 2010

LO STUPRO DELL’ANIMA di Valter Binaghi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 6:27 pm
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Fotogramma da “I 400 colpi” di F. Truffaut

Se penso a uno stupro, al momento in cui la mia vita ha subito una violenza così odiosa, non mi viene in mente alcun tipo di molestia sessuale, ma proprio qualcosa perpetrato “a fin di bene”, un Natale di tanti anni fa.
Avrò avuto sei o sette anni. Nelle ultime settimane dovevo avere esagerato coi capricci infantili, perché mia madre mi aveva battuto un paio di volte (usava la ciabatta sulle coscine nude, ma non è che facesse troppo male, infatti io subivo la punizione e continuavo peggio di prima). Un giorno, esasperata, aveva minacciato di spifferare tutto a Gesù Bambino che, passando da casa nostra la notte fatidica, a me avrebbe lasciato solo carbone. Io me la ridevo, o meglio fingevo di assumere un atteggiamento compunto, ma dentro di me sapevo benissimo che Gesù Bambino era al di sopra di queste meschinità; al catechismo insegnavano che Gesù era stato buono fino a lasciarsi crocifiggere, aveva salvato in extremis perfino il ladrone e perdonato i nemici, e poi amava i bambini, anzi nel suo Regno ci voleva solo dei mocciosi come me, perché noi si che sapevamo come farlo divertire.
Un paio di giorni prima di Natale (ma le vacanze scolastiche erano già iniziate) io e un paio di altri discoli entrammo nel cantiere momentaneamente deserto di una casa in costruzione. C’erano dei sacchi di cemento abbandonati per terra, ne aprimmo uno così, per nessun motivo, versandone il contenuto per terra. Malauguratamente passava di lì un pensionato di ritorno dal Circolo Combattenti e Reduci, che ci vide compiere il misfatto e, visto che non poteva vantarsi di altro che di essersi imboscato in fureria durante la guerra, pensò di andare dritto filato a riferire ogni cosa a mia madre, che aveva la discutibile fortuna di conoscere. Il risultato fu la solita compilation di ciabattate sul culo, ma mentre mi batteva mia madre mi guardava in modo tale che mi lasciò inquieto.
La mattina di Natale, mentre mia sorella apriva il suo pacchetto con dentro Michela, la bambola parlante (tu tiravi la cordicella e lei diceva “Ciao Mammina”, solo quello, “Ciao Mammina” all’infinito, uno stupido gioco sessista e monotono come un disco rotto, ma a lei piacque moltissimo) io aprii un involto fatto su con malagrazia in comune carta da pacchi e ci trovai un chilo abbondante di carbone.
Ricordo che nemmeno scoppiai a piangere, come probabilmente i miei si erano aspettati. Anzi, credo di averli spaventati con la mia immobilità. Rimasi lì in piedi, a fissare l’involto semiaperto, per un paio di minuti buoni, senza dire una parola e senza guardare papà e mamma alle mie spalle, finchè qualcuno mi diede una scrollata: era mia madre, che mi costrinse a guardarla in faccia.
“Vedi cosa succede, a essere cattivi?” disse.
Ma nemmeno allora io parlai. Dovevo avere uno sguardo fisso o addirittura ebete che la scosse, perché fece subito un cenno a mio padre. Lui andò nell’altra stanza e tornò con in mano un bel pacco avvolto in carta regalo azzurra e oro.
Visto che io non accennavo a muovermi, mia madre posò il pacco sul divano e, febbrilmente, lo aprì davanti a me. Era Fort Apache, con la palizzata di legno, la porticina girevole, le torrette, e dieci soldatini nordisti in dotazione, più altri dieci indiani. Il regalo desiderato. Bello, oltre ogni aspettativa.
Finalmente feci un sorriso, e loro due si ritirarono con sollievo, lasciandoci lì a giocare. La lezione era servita, così dovette pensare mia madre, anche se per un attimo si era spaventata della mia reazione, al punto che avevo letto nei suoi occhi la minaccia di trovarsi un alieno in casa.
A suo modo, aveva ragione. A quel tempo non avrei certo saputo spiegare perché e percome, ma adesso so che in quel momento terminò bruscamente la mia infanzia. Non quella anagrafica, visto che avevo ancora quasi cinque anni di scuole elementari e almeno uno di medie prima che mi venisse lo sguardo obliquo e imparassi a farmi le pippe sui cataloghi di biancheria intima che trovavo in casa.
L’altra infanzia, dico: quella che piaceva al Gesù del catechismo. Quella di chi crede all’onnipotenza di cose come la Bellezza e il Perdono, e sa concepire Dio come qualcosa che è veramente al di là delle meschinità e dei mercimoni di questo mondo. Ero un bambino sveglio, in quei due minuti di silenziosa immobilità avevo capito tutto quel che c’era da capire: Gesù Bambino è una bugia, non c’è giustizia o amore che vadano oltre l’interessata legalità degli esseri umani. Mia madre l’aveva fatto a fin di bene, o almeno così avrebbe ripetuto a se stessa in tutti gli anni a venire, ma quello che aveva fatto veramente era stato strapparmi ad un universo in cui l’infinito era possibile per consegnarmi mani e piedi a questo minuscolo pianeta dove ogni cosa, anche il Natale, si può usare per imporre il proprio moralismo più o meno gretto, la propria ansia di controllo sulle cose e sui sentimenti altrui. Uno stupro, bello e buono.
Sarebbe successo comunque, direte: prima o poi. Certo, ma c’è gente che riesce a crescere nella merda e perfino a subire violenze senza perdere l’innocenza, e io continuo a pensare che se mi avessero dato un po’ di tempo ancora forse sarei stato tra costoro. Adesso so che per tutta la prima metà della vita ho cercato un mito che restaurasse la gloriosa aspettativa di quei giorni, e sono riuscito appena (da solo e con altri) a fabbricare illusioni. Poi ho gettato la spugna, ed è stato anche peggio. Navigo a vista, sistemo i libri sullo scaffale in ordine di genere e, come dice mia figlia, non scopro mai niente di nuovo, non mi stupisco mai: guardo negli occhi degli altri e ci vedo solo la mia immagine ingobbita dagli anni.

febbraio 14, 2010

AMORE E TRADIMENTO AI TEMPI DEL WEB di Roberta Borsani


René Magritte – Les amants

San Valentino, e la società dei consumi è in fibrillazione. Gli scaffali dei supermercati sono invasi da scatole di cioccolatini a forma di cuore, romantici pupazzi e ciondolini, mentre piovono le offerte delle agenzie di viaggio che propongono intriganti fine settimana a prezzi stracciati. San Valentino si infila insomma la maschera di Santa Claus e si mette al lavoro.
Intanto però amori trentennali naufragano (aumentati vertiginosamente, secondo le statistiche, i divorzi tra coniugi super collaudati), le coppie si sfasciano. A contribuire in maniera sempre più sostanziosa al fallimento, sono proprio i social network e in generale le tecnologie (cellulari compresi) nate per facilitare la vita di relazione e la comunicazione. La sveglia l’ha data uno studio legale britannico, in particolare il titolare Mark Keenan,il quale recentemente ha dichiarato che già il 20 per cento delle cause di divorzio ha come motivo principale il Social Network Facebook (quasi 1000 casi su 5000 richieste di divorzio). In queste cause la richiesta di separazione avanzata da un coniuge viene motivata con il tradimento “virtuale” perpetrato dall’altro coniuge. Tradimento “virtuale” finché si vuole ma capace di infliggere ferite brucianti che possono diventare mortali.
Facile affermare che un matrimonio incapace di reggere l’urto di un tradimento virtuale è evidentemente troppo poco solido. Sbagliato. Pare che non pochi siano i casi in cui il legame tra i coniugi o i conviventi spezzato dal web, vantasse una buona solidità. Buona però, non ottima. Il desiderio di avventura alberga sempre nel cuore di uomini e donne, soprattutto in quello dell’attuale generazione di adulti : narcisisti delusi nei loro sogni utopistici generazionali. Sogni ipernutriti negli anni tra i sessanta e gli ottanta e in seguito, a partire dai tempi della “Milano da bere”, spediti con un bel calcio all’inferno.
Tradire però non è facile, ci vuole iniziativa, accettazione dei rischi. Non molti alla fine osano avventurarsi sul percorso pieno di insidie, incertezze, tranelli, di una relazione adulterina, soprattutto se di lunga durata. Ma se il cammino è quello virtuale del web, allora è diverso. Non sembra neanche un tradimento, assomiglia piuttosto a quelle cose adolescenziali fatte di intimità suggerite e mai concluse, di parole scontate ( Solo tu mi sai capire, con te mi sembra di rinascere…). Piene di vie d’uscita.
E invece….invece il tradimento virtuale ferisce forse più in profondità di quello tradizionale.

Continua a leggere su La fata centenaria

febbraio 13, 2010

UN READING PER SAN VALENTINO

Filed under: Bacheca — vbinaghi @ 2:25 pm
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Stasera, sabato 13 febbraio alle 21. 45
al Caffè Scorretto di via Spagliardi, Parabiago
terrò un reading di poesia e canzoni d’amore
Mi accompagneranno alle tastiere Alberto Della Vedova e Luca Lazzaroni
Nell’occasione presenterò in anteprima assoluta il mio nuovo romanzo “Ucciderò Mefisto” (Perdisa Pop editore) che troverete in libreria a partire da mercoledì 17 e, nonostante il titolo trucido, è veramente una storia d’amore.

febbraio 12, 2010

POESIE D’AMORE(7) – Il Tango

Filed under: Poesia — vbinaghi @ 2:22 pm
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Pedro Alvarez – tango nocturno

(I testi sono tratti da: Tangoa cura di Paolo Collo e Ernesto Franco, Einaudi 2002)

Da leggere con questo in sottofondo.

IL BICCHIERE DELL’OBLIO
(Alberto Vacarezza 1921)

Ragazzo! Portami un altro bicchiere
e chi vuol bere si serva pure,
che sono molto solo e molto triste
da quando ho saputo la crudele verità.

Ragazzo! Portami un altro bicchiere,
che ieri sera li ho visti insieme.
Volevo vendicarmi, volevo ucciderla
ma all’improvviso mi sono calmato.

Sono uscito in strada sconcertato,
e non so come sia giunto fin qui,
a domandare a persone sagge
a domandare che debbo fare.

«Dimentica, amico», dirà qualcuno,
ma dimenticarla è impossibile,
e se la uccido, vivere senza lei,
vivere senza lei non potrò mai.

Ragazzo! Portami un altro bicchiere
e chi vuol bere si serva pure,
voglio diventare allegro con questo vino,
e vedere se il vino mi fa dimenticare.

Ragazzo! Portami un altro bicchiere
e chi vuol bere si serva pure.

MALAVITA
(Enrique Santos Discepolo, 1928)

Dimmi per Dio che cosa mi hai fatto
che sono così cambiato,
non so più chi sono … !
I duri della malavita senza parole
mi guardano senza capire,
mi vedono che perdo la fama di guapo che ieri
brillava nell’ azione …
Non vedi che sono imbrigliato vinto e infrollito
dentro il tuo cuore.

Ti ho vista passare, tangheando altera
in una danza casi profonda e sensuale,
che fu tutt’uno veder ti e perdere
la fede, il coraggio, la voglia di essere guapo …
Neppure la cicca all’ orecchio mi hai lasciato
di quel passato maledetto e feroce.
Non mi resta altro per finire
che andare a messa e inginocchiarmi a pregare …

Ieri, per paura di uccidere
invece di combattere
mi sono messo a correre …
Mi sono visto in gattabuia o steso,
ho pensato al non vederti e ho tremato.
Se io che mai ho mollato
di notte e d’ angoscia
mi chiudo a piangere.
Dimmi per Dio che cosa mi hai fatto
che sono così cambiato,
non so più che sono!
(continua…)

febbraio 11, 2010

POESIE D’AMORE(6) – Stefano Benni

Filed under: Poesia — vbinaghi @ 2:16 pm
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Le piccole cose

Le piccole cose
che amo di te
quel tuo sorriso
un po’ lontano
il gesto lento della mano
con cui mi carezzi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e io dico: caro
sei un po’ matto
e a letto
svegliarsi
col tuo respiro vicino
e sul comodino
il giornale della sera
la tua caffettiera
che canta, in cucina
l’odore di pipa
che fumi la mattina
il tuo profumo
un po’ blasé
il tuo buffo gilet
le piccole cose
che amo di te

Quel tuo sorriso
strano
il gesto continuo della mano
con cui mi tocchi i capelli
e ripeti: vorrei
averli anch’io cosi belli
e io dico: caro
me l’hai già detto
e a letto
stare sveglia
sentendo il tuo respiro
un po’ affannato
e sul comodino
il bicarbonato
la tua caffettiera
che sibila in cucina
l’odore di pipa
anche la mattina
il tuo profumo
un po’ demodé
le piccole cose
che amo di te
Quel tuo sorriso
beota
la mania idiota
di tirarmi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e ti dico: cretino,
comprati un parrucchino!
e a letto
stare sveglia
a sentirti russare
e sul comodino
un tuo calzino
e la tua caffettiera
che è esplosa
finalmente, in cucina!
la pipa che impesta
fin dalla mattina
il tuo profurno
di scimpanzé
quell’orrendo gilet
le piccole cose
che amo di te

febbraio 10, 2010

POESIE D’AMORE(5) – William Butler Yeats

Filed under: Poesia — vbinaghi @ 2:43 pm
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H-MEMLING-DONNA ANZIANA 1468-70

Quando tu sarai vecchia

Quando tu sarai vecchia e grigia
e piena di sonno
e china accanto al fuoco,
tira giù questo libro
e lentamente leggilo
e sogna del dolce sguardo
che i tuoi occhi ebbero un tempo
e delle loro ombre profonde;

quanti amarono i tuoi istanti di lieta grazia
e amarono la tua bellezza
con falso e vero amore,
ma un solo uomo amò in te
l’anima pellegrina
e amò il dolore del tuo mutevole volto,

e chinandoti giù verso i tizzoni incandescenti,
mormora, un po’ tristemente,
quanto amore fuggì
e misurò i suoi passi
sulle montagne in alto
e nascose il suo viso
fra una moltitudine di stelle.

febbraio 9, 2010

POESIE D’AMORE(4) – Antonia Pozzi

Filed under: Poesia — vbinaghi @ 2:29 pm
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Ricongiungimento

Se io capissi
quel che vuole dire
– non vederti più –
credo che la mia vita
qui – finirebbe.
Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l’altra che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui – zattere sciolte – navighiamo
a incontrarci.
Nel cielo limpido infatti
sorgono a volte piccole nubi
fili di lana
o piume – distanti –
e chi guarda di lì a pochi istanti
vede una nuvola sola
che si allontana.

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