Se la narrazione delirante diserta l’incontro con il reale e la condivisione con l’interlocutore, all’estremo opposto della patologia si può tranquillamente collocare quel tipo di narrazione che è rivolta a nessun soggetto, perchè per definizione si propone indistintamente a tutti, cioè la pubblicità. Indipendentemente dal prodotto (politico o commerciale) che intende promuovere, il linguaggio pubblicitario presuppone la perfetta omogeneità di un interlocutore medio, cui si rivolge solo in quanto portatore di bisogni puntualmente soddisfabili grazie a prodotti disponibili. La pubblicità è oggi la onnipervasiva liturgia del potere, perchè la sua totale fruibilità (che si manifesta a prescindere dall’acquisto del prodotto propagandato) è la dimostrazione del fatto che all’ordine del discorso egemone non esistono alternative. Anzi si può dire che la pubblicità è l’ideologia stessa del potere, che t’illude di essere libero quando ti consente un cambio di canale col telecomando, (mentre l’unica libertà possibile sarebbe quella di buttare il televisore). La pluralità dei canali e dei palinsesti è paragonabile ai diversi personaggi all’interno di una medesima onnipotente narrazione. Il cabaret sinistrese di Zelig o di Crozza Italia, e peggio ancora il notiziario che si pretende demistificatorio di Striscia cavalcano la medesima volgarità dei titoli dei giornalacci di Feltri o Belpietro. Cambiano soggetti e complementi, non la sintassi, soprattutto non cambia la visione antropologica di fondo, che equipara l’uomo a una macchina pulsionale e mimetica nutrita da feticci intercambiabili. Lo si nota soprattutto in politica, quando il potere presunto e l’opposizione presunta utilizzano la medesima retorica, colorata di segno opposto, come dice con buona sintesi lo scrittore Nicola Lagioia:
Credo che un buon libro sia sempre, di per sé, contro il potere, perché usa necessariamente, per sua natura, un linguaggio antitetico rispetto a quello dominante, che oggi per intenderci è il linguaggio pubblicitario, inteso ovviamente in senso lato (il linguaggio politico è quasi sempre pubblicitario, spesso lo è anche quello giornalistico, certe volte lo è quello informale nelle chiacchiere tra intellettuali, nei casi più penosi si infila anche nel privato delle case e nelle camere da letto). È per questo che ritengo che tutta l’opera televisiva di uno come Antonio Ricci sia una fedele espressione del fascismo del mondo dei consumi: usa lo stesso linguaggio. E chi se ne frega se lo fa per criticare Berlusconi o Brunetta: se usi la stessa lingua del tuo nemico dichiarato, sei già lui
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