Doctor Blue and Sister Robinia

marzo 31, 2010

Alle origini della narrazione(3) NARRAZIONI PATOLOGICHE: LA PUBBLICITA’ di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 5:52 pm
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Se la narrazione delirante diserta l’incontro con il reale e la condivisione con l’interlocutore, all’estremo opposto della patologia si può tranquillamente collocare quel tipo di narrazione che è rivolta a nessun soggetto, perchè per definizione si propone indistintamente a tutti, cioè la pubblicità. Indipendentemente dal prodotto (politico o commerciale) che intende promuovere, il linguaggio pubblicitario presuppone la perfetta omogeneità di un interlocutore medio, cui si rivolge solo in quanto portatore di bisogni puntualmente soddisfabili grazie a prodotti disponibili. La pubblicità è oggi la onnipervasiva liturgia del potere, perchè la sua totale fruibilità (che si manifesta a prescindere dall’acquisto del prodotto propagandato) è la dimostrazione del fatto che all’ordine del discorso egemone non esistono alternative. Anzi si può dire che la pubblicità è l’ideologia stessa del potere, che t’illude di essere libero quando ti consente un cambio di canale col telecomando, (mentre l’unica libertà possibile sarebbe quella di buttare il televisore). La pluralità dei canali e dei palinsesti è paragonabile ai diversi personaggi all’interno di una medesima onnipotente narrazione. Il cabaret sinistrese di Zelig o di Crozza Italia, e peggio ancora il notiziario che si pretende demistificatorio di Striscia cavalcano la medesima volgarità dei titoli dei giornalacci di Feltri o Belpietro. Cambiano soggetti e complementi, non la sintassi, soprattutto non cambia la visione antropologica di fondo, che equipara l’uomo a una macchina pulsionale e mimetica nutrita da feticci intercambiabili. Lo si nota soprattutto in politica, quando il potere presunto e l’opposizione presunta utilizzano la medesima retorica, colorata di segno opposto, come dice con buona sintesi lo scrittore Nicola Lagioia:

Credo che un buon libro sia sempre, di per sé, contro il potere, perché usa necessariamente, per sua natura, un linguaggio antitetico rispetto a quello dominante, che oggi per intenderci è il linguaggio pubblicitario, inteso ovviamente in senso lato (il linguaggio politico è quasi sempre pubblicitario, spesso lo è anche quello giornalistico, certe volte lo è quello informale nelle chiacchiere tra intellettuali, nei casi più penosi si infila anche nel privato delle case e nelle camere da letto). È per questo che ritengo che tutta l’opera televisiva di uno come Antonio Ricci sia una fedele espressione del fascismo del mondo dei consumi: usa lo stesso linguaggio. E chi se ne frega se lo fa per criticare Berlusconi o Brunetta: se usi la stessa lingua del tuo nemico dichiarato, sei già lui

Leggi l’intera intervista a Nicola Lagioia su Nazione Indiana

marzo 30, 2010

Alle origini della narrazione(2) NARRAZIONI PATOLOGICHE: IL DELIRIO di Valter Binaghi

Quando l’autodifesa del soggetto va a discapito di una corretta percezione del reale, ci troviamo di fronte a un primo caso di narrazione patologica: il delirio. Se ne possono distinguere tipi diversi, ma poichè nemmeno gli psichiatri sono concordi nell’adottare una tipologia definita, limitiamoci ad alcuni comportamenti ben distinguibili anche a livello di senso comune e, coerentemente al nostro approccio poco accademico e molto ruspante, esaminiamo diverse risposte deliranti a una disavventura emotiva tra le più frequenti. Per esempio: chiedo di uscire ad una bella ragazza di nome Ambrosia di cui mi sento perdutamente innamorato. Ambrosia, educatamente ma decisamente, mi risponde di no.
Elaborazione paranoica. Ovvero il complotto. Ambrosia non esce con me perchè i tanti che mi vogliono male le hanno raccontato cose orribili sul mio conto. Quindi insisto, finchè avrò smascherato il complotto e lei, che non mi ama, mi amerà.
Delirio di onnipotenza. Ambrosia mi ama talmente che non poteva darmi un consenso così banale. Vuole da me una grande prova d’amore. Il suo no è in realtà un si.
Utopia. Ambrosia non mi ama ma mi amerebbe se fossi più aitante e muscoloso, e magari imparassi il francese per sciorinarle citazioni di Prevert in lingua. Fra sei mesi vedrete.
Risentimento. Il fatto che Ambrosia non esca con me prova che non vale un granchè. Non è alla mia altezza e, dopotutto, non mi è mai veramente piaciuta.
Indifferenza emotiva. Ambrosia non esce con me ma non è la fine del mondo, una che me la dà prima o poi la trovo. Domani ci provo con Maria.

Tutte queste narrazioni hanno in comune il rifiuto del soggetto di ristrutturare la propria percezione di sè e del mondo, cioè la capacità di includere il NO di Ambrosia, di prendere sul serio la sua alterità, di accettare l’impossibilità pura e semplice.
Ci credereste? Stamattina ho letto i giornali per vedere i commenti dei politici italiani sui risultati delle elezioni amministrative, e queste forme del delirio ce le ho ritrovate tutte. Non intendo dire che i nostri politici siano tutti da ricovero (qualcuno sì, dai) ma che nella narrazione di ciò che è avvenuto mettono in opera gli stessi meccanismi di sistematica esclusione di porzioni importanti del reale. Lo scopo, ovviamente, è quello di rassicurare il proprio elettorato e di continuare ad essere impunemente i cloni di se stessi mentre questo paese va a rotoli per la manifesta irreperibilità di una sintesi politica realistica e lungimirante.

Elaborazione paranoica. Ovvero i Berluscones. Se il PDL ha perso voti è colpa dei giudici comunisti, della stampa organizzata, di tutti quelli che odiano il Capo. Li snideremo uno a uno, smaschereremo la loro malafede e il popolo tutto capirà e amerà chi deve. Ma Berlusconi è in caduta libera: a vincere le elezioni è stata la Lega, che detterà i tempi dell’agenda politica sul federalismo. Fini, che l’ha capito da un pezzo, si è già defilato formando una corrente alternativa. Il governo avrà grossi problemi da qui a qualche mese.
Delirio di onnipotenza. Ovvero la Lega. La rivoluzione comincia dal nord ma prima o poi tutti capiranno che il federalismo fiscale e la xenofobia sono la ricetta per la prosperità. Chi non ci vota è perchè ancora non ci conosce. Saremo pedagogici e persuasivi. Ma la Lega esiste da venticinque anni almeno. Possibile che non si sia ancora ben spiegata? Non sarà che dell’Italia a questi non frega niente e si vede? O riescono a imporre il federalismo fiscale (una secessione mascherata) nei prossimi diciotto mesi, o possono salutare le agognate riforme e il favore degli elettori.
Utopia. Ovvero il PD. Siamo ancora bruttini, puzziamo di comunismo, il maquillage non è completo, serve ancora tempo per riunire tutte le culture d’opposizione. Quando saremo socialisti ma anche no, cattolici ma anche no, giustizialisti ma anche no, allora potremo rappresentare davvero tutti. Detto da gente che ha vinto due volte le elezioni e ha prodotto governi inconsistenti per lacerazioni interne, è una bella prova di coerenza.
Risentimento. Ovvero la sinistra radicale. Il popolo è alienato, plagiato dalle Tv di Berlusconi, inutile inseguirlo su questo terreno. Manteniamo la nostra purezza rivoluzionaria e speriamo nel blackout. Siamo ancora a Robespierre. A questi del popolo non è mai fregato niente: solo carne da cannone per spacciare astrazioni concepite a tavolino. Una Riserva Indiana fatta di professorini, scrittorini, critici letterari. Intanto il popolo al nord vota la Lega, al Sud uomini della mafia in cambio di pane e lavoro.
Indifferenza emotiva. Ovvero l’UDC. Alleati con noi si vince. Di qui o di là, è un segnale per tutti: noi esistiamo. Detto dagli unici che osano fregiarsi della croce come simbolo politico, fa effetto. Questi sarebbero quelli dei valori non negoziabili.

marzo 29, 2010

All’origine della narrazione(1) INTEGRITA’ DELLA MEMORIA E CONDIVISIONE DEL REALE di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 8:05 pm
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Foto tratta da qui

Prendiamo la cosa da lontano. Qualche giorno fa chiedevo consiglio a un amico psicoterapeuta.
Mia figlia vorrebbe iscriversi a Psicologia. “E’ una narratrice nata”, gli dicevo: “Ha scritto racconti bellissimi, già premiati in diversi concorsi. Le materie scientifiche invece non è che l’appassionino più di tanto, e in Matematica è una frana (come suo padre). Certo, dice di voler fare la psicoterapeuta da quando aveva tredici anni, ma sono perplesso sulla scelta della Facoltà. E’una disciplina di derivazione positivistica, con materie come Statistica, Psicofisiologia, non vorrei che la disgustassero. E poi, la psicoterapia è una strada lunga. Chi sa se le doti di scrittura che ha mostrato finora basteranno a sorreggerla…”
E lui mi ha risposto: “Narrazione? E’ l’essenziale. Cosa credi che faccia uno psicoterapeuta se non aiutare la gente a ricomporre i frammenti di una narrazione spezzata?”
E mi ha spiegato che la salute mentale dipende essenzialmente dalla capacità di articolare la propria vita interiore e le relazioni con gli altri in una narrazione coerente, che garantisca integrità del soggetto e condivisione del contesto, continuamente messe in questione dal carattere traumatico dell’esperienza. Insomma, la narrazione sarebbe la forza elementare della vita psichica, che però rischia continuamente d’interrompersi per la rimozione dell’inconfessabile o l’irresolutezza del conflitto. Il terapeuta è non tanto un narratore, ma un induttore della capacità narrativa che si è arrestata.
Questa cosa mi ha scatenato una serie di riflessioni che vorrei condividere. Mi sembra una via d’uscita alle estenuanti e accademiche discussioni tra critici o tra critici e scrittori sulla natura e la qualità del romanzo, nelle quali sventuratamente mi sono incartato più di una volta, sul Web e fuori. Mi pare di aver capito solo adesso il motivo per cui i critici non intercettano mai i veri motivi della qualità di un romanzo (che essi confondono continuamente con la rispondenza di questo a una loro idiosincrasia stilistica o ideologica) e soprattutto la ragione per cui i critici in Italia sono lontanissimi dai gusti dei lettori, ostinandosi ad esaltare scritture autoriali e leziose, quasi sempre sterili dal punto di vista narrativo. Il fatto è che i critici sono chiusi nel testo e peggio ancora interpretano il mondo come un testo, mentre la narrazione è innanzitutto un’urgenza vitale, o addirittura è la vita stessa nel suo divenir consapevole di sè. Tolta quest’anima al romanzo, è tolta anche la sua funzione catartica: ciò che rimane è il caput mortuum di ciò che si conviene di chiamare “letteratura”. Una parola che ormai, quando la sento, metterei mano alla pistola se l’avessi. In mancanza di meglio, mi tocco i cabasisi, come quando passa un funerale.
Continua.

marzo 28, 2010

ALL’ORIGINE DELLA POESIA di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero,Poesia — vbinaghi @ 6:57 pm
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Diego Rivera – La venditrice di calle

Cosa c’è all’origine della poiesis? Dell’atto creativo, dell’arte, della poesia, grande e piccola? Questa è una domanda che coinvolge tutte le forme espressive, tutti i poeti e gli artisti di valore e mediocri. Una domanda che poco ha che fare con la tecnica, il gusto, il valore dell’opera. E’ una domanda sulla genesi dell’atto creativo, sul terreno da cui germina. Se poi è un terreno o non piuttosto uno slancio, un raggio di luce polverosa, un aprirsi e un aprire…
Le mie sono rilessioni, forse un po’ disordinate, nascono ai margini di una dichiarazione di Fabio Franzin, a proposito dell’origine e del senso della sua poesia. Fabio ricorda un episodio credo abbastanza lontano nel tempo, quando capitò in in un bar proprio nell’attimo in cui il titolare stava rimproverando malamente una giovane cameriera. L’ “umiliazione” dipinta sul volto della ragazza non doveva essere dimenticata, e lui avrebbe scritto e descritto il dolore che portava con sé, identificandosi nella figura del poeta-terapeuta, che cerca col canto di volgere il dolore muto in parola, rendendolo accettabile e, nei limiti dell’arte, eterno. Ma anche in quella del poeta-cavaliere, raddrizzatore dei torti che la vita, ahimè, elargisce.
Troppa sofferenza infatti, troppa bellezza, troppa caducità nel dolore di quella ragazza, qualcuno doveva strapparle all’oblio e immortalarle. Perché non fossero sprecate, almeno, e perché fosse fatta giustizia. Il che era possibile, secondo il poeta, solo “cantandole”. Sciogliendone l’implicito di durezza in acqua feconda, germinativa (“semantica”). Strappandole alla impenetrabilità minerale del puro istante, e consegnandole alla Memoria collettiva. Elevandole alla perennità radiosa dell’archetipo.

Continua a leggere su La fata centenaria

marzo 27, 2010

Gianni Biondillo presenta “Ucciderò Mefisto”

Domenica 28 marzo
Gianni Biondillo incontra Valter Binaghi, autore di Ucciderò Mefisto (Perdisa pop).
L’appuntamento è alle 11.00 presso Libreria Centofiori, Piazza Dateo 5 – Milano.

marzo 26, 2010

L’INDIFFERENZA E’ UN REATO di Ferdinando Camon

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 4:31 pm
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(Da: Avvenire, 24 – 3 – 2010, ora sul suo blog)

C’era una notizia atroce ieri sui giornali: figlia ingaggia due killer, prima uno poi l’altro, a distanza di mesi, per uccidere il padre. È un “parricidio lungo”: non dura un attimo, ma mesi. Non è un raptus, ma odio. Come Erica. Come Maso. Non smettiamo mai di parlarne, perché non smettiamo mai di soffrirne: il padre dà la vita al figlio, il figlio toglie la vita al padre. È un gesto snaturato. Per fortuna, raro.
Più frequente l’altro caso, che viene da Pescara. Qui, in una strada, davanti a un pub, un ragazzotto rom, poi arrestato, per un banale equivoco (uno spintone), ha sferrato due pugni micidiali a un giovane del luo, che non conosceva: questo è piombato a terra in coma, e in coma è ancora. Ora, che teppisti scatenino la furia nelle strade, nei bar, negli stadi, succede, non è una novità. Ci fa ragionare sul pericolo dei malavitosi, singoli o a bande. Ma qui il problema è un altro, non sta nei protagonisti, sta in noi: quel ragazzo mandato in coma, tra il mondo di qua e il mondo di là, è rimasto lì a lungo, davanti al pub, sul marciapiede, i clienti lo vedevano, la gente che passava lo vedeva, nessuno s’è chinato, nessuno l’ha tirato su, nessuno ha chiamato la polizia. Il ragazzo in coma è stato soccorso soltanto quando è passato di lì un suo amico, che lo ha riconosciuto. A quel punto però era impossibile risalire all’aggressore e alla sua gang. Per fortuna (fare giustizia è una fortuna) sulla scena stava puntata una telecamera: nel filmato s’è visto tutto, e il responsabile è stato preso.
Domanda: perché quell’indifferenza nei presenti? È una domanda che torna ciclicamente. A Napoli un killer della camorra esce da un bar, vede uno di un’altra cosca in piedi, gli s’accosta alle spalle, gli spara due colpi, quello cade, lui gli si china sopra con calma e gli esplode il colpo di grazia. Poi se ne va, non corre ma cammina. Sul corpo morto o morente è tutto un viavai: gente che entra e gente che esce dal bar, gente che passa per il marciapiede, lo scavalcano piedi di uomo, piedi di donna. Nessuno si ferma. Un morto non ci riguarda. Un morente ancora meno. Per fortuna, anche lì, c’è una telecamera: con mesi di ritardo prendiamo il killer. Ma perché quell’indifferenza?
Ci torna in mente la scena del morto in spiaggia: estate, bagnanti che entrano ed escono dal mare, gente che parla al cellulare, gente che usa il cellulare per fotografare il morto. Ma nessuno interrompe la propria vita. Mors tua, vita mea non significa “la tua morte è la mia vita”, come in guerra, ma “la tua morta è un problema tuo, la mia vita è un problema mio”: ognuno risolva i propri problemi.
Noi abbiamo tre romanzi a monte di quest’epoca, tre grandi opere che presagivano il “male morale” che ci avrebbe avvelenati. Sono “Gli indifferenti” di “Moravia, “La Nausea” di Sartre, e “Lo straniero” di Camus. Mi son chiesto spesso quale delle tre ci rappresenti di più. E rispondo: “Gli indifferenti”. La Nausea è un rifiuto del mondo (lo vomitiamo), l’estraneità è una separazione (siamo stranieri al mondo), con l’indifferenza vediamo e sentiamo, ma non ci turbiamo. Cervello e nervi sono apatici. Troppi messaggi li hanno de-sensibilizzati. L’abulia morale è una pratica corrente. Bisognerebbe reagire, e finalmente qualcuno lo sta facendo. Torniamo un attimo a Pescara: la polizia ha trovato l’aggressore, ieri avrebbe chiuso le indagini, oggi prosegue. Perché dice: “Vorremmo sapere: chi è quella ragazza che dal bar mandava pigre occhiate alla vittima, rantolante a terra, e intanto continuava a sorseggiare la sua bibita?”. La polizia la ritiene colpevole di un reato: omissione di soccorso. Il soccorso è un dovere. L’indifferenza è un crimine. Siamo d’accordo.

marzo 25, 2010

PANE E ACQUA di Concita De Gregorio

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 6:59 pm
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(Da: L’Unità, 23 marzo 2010)

Qualche volta mi è capitato di dimenticare le rette scolastiche. La mensa, soprattutto. Quando i figli sono tutti piccoli, bollettini diversi scadenze diverse: le portano a casa negli zaini dicono mamma tieni, uno appoggia distratto il pezzo di carta sulla mensola, poi magari non si trova più, si perde in mezzo ad altre carte. Si paga in ritardo, con la penale, senza decreti ovviamente, e finisce lì. La prossima volta si sta più attenti. Non si pensa mai – e questo dipende dal fatto, credo, che siamo cresciuti, la mia generazione è cresciuta in un Paese dove la scuola pubblica specie quella elementare era fantastica, la cura dei bambini un bene superiore condiviso – che le colpe dei padri possano ricadere sui figli. C’entrano anche certi insegnamenti primari, certo, tipo questo. Perciò non succede niente, se un padre dimentica di pagare una retta di certo la scuola farà in modo che il bambino non sia neppure sfiorato da un pensiero che non saprebbe concepire. Se – più grave, più triste – i genitori non possono, invece, pagarla, la scuola – il comune, l’ente pubblico, lo Stato – si fa carico della debolezza dei grandi e protegge i piccoli. È ovvio che quando i bambini si siedono a tavola, a mensa, devono avere nei piatti tutti la stessa pasta al sugo. Non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché. Perciò ci saranno cose più gravi ma mi dispiace, non riesco a pensare ad altro che a quei nove bambini che lunedì si sono seduti ai piccoli tavoli spostando le piccole sedie, hanno aspettato che arrivasse come ogni giorno la signora con carrello e hanno visto la pasta nei piatti degli altri, il pane nel loro. Scuola elementare di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Il comune (Lega, Pdl) aveva avvisato: questa la spiegazione. Sette bimbi stranieri, due italiani: pane e acqua. Riuscite a immaginarvi di avere sei anni, sedervi a tavola coi compagni, vedervi porgere un pezzo di pane, la pasta nei piatti degli altri e i loro sguardi su di voi? Sentire il compagno che chiede «perché tu mangi il pane», e non sapere cosa rispondere? Provate ad andare a ritroso negli anni, a mettervi in quelle scarpe e quei grembiuli: che cosa fareste? Piangereste, restereste in silenzio, mangereste il panino, dareste una spinta al compagno rovesciando il piatto? Ma che paese siamo diventati? Ma cosa ci è successo? Ma come è possibile che abbiamo smarrito persino l’istinto a tutelare l’innocenza, la cura dello sguardo di un bimbo, il suo valore? Cosa ci stiamo a fare, di cosa parliamo se non sappiamo sentire e insegnare questo? Da dove possiamo ripartire se non da qui?

Il resto, tutto il resto, ne consegue. Mille posti in meno alla Fiat, altre mille famiglie che presto non potranno pagare le rette. Andate a cercare la notizia nei giornali, nei tg. Cercate bene, poi fateci sapere. A qualcuno interessa se da domani ci saranno mille posti di lavoro in meno? Non tocca mai a noi, non è vero? Sono storie di poveri, una minoranza. E se nostro figlio è compagno di banco e di classe dei nove a pane e acqua alla fine sarà meglio cambiargli scuola, che magari poi fa domande a cui non sappiamo rispondere. È così imbarazzante sentire i bambini che domandano perché. Diamogli la play station, così stanno zitti.

marzo 24, 2010

Michele Lupo recensisce UCCIDERO’ MEFISTO

Questo piccolo libro di Valter Binaghi è una dichiarazione d’amore. E fossimo in vena di slogan giornalistici aggiungeremmo: Valter Binaghi è l’ultimo romantico. Che oggi suonerebbe straniante non perché questo genere di affermazioni porti con sé la tracotanza di un linguaggio da rotocalco seppure midcult. E’ che presa sul serio, la scena descritta nell’affermazione è quella di un camminare a ritroso, un pensiero forte e avventuroso che marca una differenza sensibile rispetto al regime del presentismo, dell’esperienza evanescente e consumistica cui sembra voler soggiacere l’Occidente attuale – consiglio a tal proposito di leggere gli ultimi libri di Massimo Rizzante o di Mario Perniola.

Leggi tutto l’articolo su La poesia e lo spirito

marzo 23, 2010

COMA PROFONDO di Valter Binaghi

Quando mi chiedono cosa penso dell’aborto procurato, rispondo che è un omicidio.
Quando mi chiedono cosa penso della donna che abortisce, rispondo: penso di lei quello che penso di un soldato in guerra. La gente non va in guerra perchè le piace, ma perchè ce la mandano, e una volta lì è mors tua vita mea. Guerra, perchè la povertà, la solitudine e l’ignoranza sono un nemico armato di fronte al quale è disgrazia più che colpa soccombere.
Quando mi chiedono cosa penso della legge che depenalizza l’aborto rispondo che potrebbe permettersi di cassarla solo chi può garantire di sconfiggere per sempre povertà, solitudine e ignoranza. In caso contrario, sarebbe infierire due volte su chi già dovrà convivere con un rimorso.
Quando mi chiedono cosa penso della Chiesa di Cristo io dico che non mi vergogno di farne parte, perchè in quelle braccia aperte dall’alto di una croce che guarda il mondo c’è posto per tutti, anche per me.
Quando mi chiedono perchè non mi schiero coi “cattolici” sempre e comunque, rispondo che quello è un partito, e coi partiti non si sa mai come va a finire: segui un Vendola e ti ritrovi un Frisullo, per dire.
Quando mi chiedono cosa penso delle esternazioni pubbliche della CEI nella persona di Bagnasco, rispondo che una comunità, per quanto estesa, è ospite o membro di uno Stato, non viceversa. Le esternazioni di un ospite dipendono dal tono.
Quando mi chiedono se esistono valori non negoziabili rispondo si. Per me e la mia famiglia esistono. Ma se non sono gli stessi di tutti quelli con cui vivo allora la mia comunità, senza rinnegare se stessa, accetta un contesto di convivenza che è fatto anche di negoziazioni.
Quando mi chiedono se voterei un candidato favorevole alla depenalizzazione dell’aborto rispondo che il problema non si pone, perchè essa è già legge dello Stato. Inoltre, chi dice di voler combattere l’aborto, dovrebbe combattere solitudine, povertà e ignoranza, e mettere la famiglia (non le banche o le imprese) al centro della propria politica. Chi facesse questo avrebbe certamente il mio voto, senza bisogno di Bagnasco. Aggiungerei che chi inserisce nei propri programmi di governo regionale o nazionale un tema del genere dell’aborto o dell’eutanasia andrebbe demistificato. Si tratta di questioni di fronte a cui la coscienza dovrebbe essere lasciata libera da pressioni di partito, proprio perchè implicano valori non negoziabili come il diritto alla vita ma anche il libero arbitrio. Per questo c’è posto anzi bisogno di parole eticamente forti dalla società civile o dalle chiese, capaci di persuadere le coscienze, non di rimpinguare il bottino elettorale di questo o quest’altro.
Quando mi chiedono se le esternazioni di Bagnasco aiuteranno il centro-destra, rispondo che non lo credo. Il cattolicesimo presunto del centro-destra è molto evidentemente un instrumentum regni, esattamente come l’illuminismo presunto del centro-sinistra. Dalla politica la gente (che è più tomista di Bagnasco) si aspetta la risoluzione dei problemi nell’ordine temporale, non la direzione di coscienza. L’epoca delle ideologie (compresa quella “cattolica”) è fortunatamente finita.
Tranne per qualcuno, che vegeta su rendite di posizione, in coma profondo. Come chi ha fatto della rivoluzione un mestiere. O chi rimpiange l’alleanza tra il Trono e l’Altare.

marzo 22, 2010

COMA ETILICO

Dai ragazzi, che è cotto. Straparla, dice che se gli si dà ancora il voto in due anni sconfigge il cancro. Ma ha una paura fottuta. Dopo aver zittito le opposizioni in TV rifiuta un confronto con Bersani (con Bersani, mica con Giulio Cesare!). La manifestazione di sabato, poi. è il massimo. Centocinquantamila per la Questura, un milione per lui che fa dire ai suoi colonnelli che la Questura è in coma etilico.
Ecco cosa gli risponde il Sindacato di Polizia

In sintesi:
“Cosa spera di ottenere se Gasparri parla di un Questore in coma etilico e Cicchitto definisce la Polizia deviata? Glielo diciamo noi cosa otterrà: un violento scontro sociale senza precedenti in cui i mandanti, questa volta in maniera palese, (in altri tempi lo furono in maniera oscura), saranno proprio i rappresentanti del Governo che dovrebbero tutelare la società e non darla in pasto ai beceri istinti di chi, nel nome di un’impunità che sente arrivare dall’alto, si sentirà autorizzato a sbeffeggiare il lavoro di tutti quei Poliziotti impegnati nella tutela della sicurezza e della legalità”.

I suoi alleati si sono defilati da un pezzo (Casini), prendono le distanze (Fini) o restano nei pressi per spolpare la carcassa (Bossi), ma il caudillo è cotto e stracotto. Domenica prossima, alle regionali, gli si può dare la spallata finale. Chi continua ad appoggiare un soggetto simile, dovrà vergognarsene davanti ai nipoti e ai libri di storia.

marzo 21, 2010

LO SCRITTORE ALL’ISOLA DEI FAMOSI

Non c’è più racconto
(andandosene, cacciato, dall’isola e dalla TV)
Aldo Busi (scrittore)

Avevo cercato di veder l’Isola proprio per osservare come l’avrebbe “interpretata” Busi, ma mi ero imbattuto in spezzoni in cui lui se la prendeva con Sandra Milo, ridotta una specie di pupazzo senile dai capelli rossi-con-ricrescita e bocca pompata asimmetricamente: ho provato impulsi di solidarietà per lei.
Poi in altri spezzoni l’ho visto battibeccare con un giovane abbronzato e palesemente in soggezione, con almeno 40 anni meno di lui, su cui alzava il ditino ammonitorio in perfetto genere «Io so’ io e voi nun siete un cazzo» (G. G. Belli).
Mi sembrava un po’ facile e un po’ troppo scontato andare lì a fare la parte dell’inclito tra i bruti e ho pensato: Guarda un po’ Busi, sta facendo esattamente quello che ci si aspettava da lui: lo credevo più bravo.
Insomma faceva lo Scrittore (peraltro già ampiamente mediatizzato come danzatore del ventre con piume e moralista mediatico da talk show del pomeriggio) in mezzo a un branco di deficienti che erano lì per i suoi stessi motivi: soldi ed eventualmente un rilancio personale
Ieri mi sono guardato su YouTube l’intervento incriminato e ho avuto lo stesso disagio: generalizzava impropriamente e banalmente sul Paese a partire dall’Isola dei Famosi – che è come generalizzare sulla musica italiana a partire da Leone di Lernia –, diceva cose molto risapute e del tutto inutili sulla sessualità del Papa al puro scopo di farsi cacciare da lì, snocciolava doppi sensi, urlava di essere orgoglioso di pagare le tasse senza che il contesto glielo richiedesse, faceva battute sulle zinne delle astanti, eccetera: e soprattutto trattava con sufficienza gli altri «poveri» isolani.
Insomma, proprio perché voglio separare lo scrittore dall’uomo, in questo caso meglio dire dal personaggio, mi sia consentito affermare che quella dell’altra sera è stata una triste e degradante (per lui e per chi la vedeva da casa) messa in scena di una contestazione inesistente, nel senso doppio di ampiamente prevedibile e di interamente circoscritta nell’ambito del mezzo televisivo e nella stessa scrausissima trasmissione.
L’ultimo atto di un intellettuale incapace di gestire veramente e con VERA ASTUZIA lo spazio mediatico che pure si era, caso quasi unico, conquistato.
Busi è intelligente e in alcuni casi ha detto cose che condivido, ha scritto cose che forse mi sono piaciute, tuttavia si fida troppo della propria intelligenza e questa è la via maestra per rimediare qualche bella figura da pellaio, come si è puntualmente verificato.
Pessimo.

Francesco Pecoraro (scrittore) in un commento su Nazione Indiana

La cultura televisiva si è in un certo senso evoluta a un livello tale da sembrare invulnerabile a qualsiasi minaccia di trasfigurazione. In altre parole, la televisione è diventata capace di inglobare e neutralizzare ogni tentativo di cambiamento o anche di denuncia degli atteggiamenti di passività e di cinismo che la televisione stessa richiede dal Pubblico per poter essere commercialmente e psicologicamente efficace in dosi di parecchie ore al giorno. [...] Nella misura in cui può spazzare via convenzioni obsolete mettendole in ridicolo, la tv riesce a creare un vuoto di autorità. E poi indovinate da cosa viene riempito? La vera autorità su un mondo che ora percepiamo come costruito e non come rappresentato diventa lo stesso mezzo di comunicazione che ha costruito la nostra percezione del mondo. Secondo, nella misura in cui la tv si riferisce esclusivamente a se stessa e smonta gli standard convenzionali come ormai privi di valore, essa risulta invulnerabile agli attacchi dei critici per i quali ciò che trasmette è brutto e superficiale e volgare, in quanto ogni giudizio del genere fa riferimento a standard convenzionali, extratelevisivi, di profondità, buon gusto, qualità. Inoltre, il tono ironico dell’autoreferenzialità televisiva fa sì che nessuno possa accusare la tv di cercare di abbindolare la gente. L’autoironia è sempre una forma di sincerità interessata.

David Forster Wallace (scrittore) citato da Enrico Macioci (scrittore) nello stesso thread su Nazione Indiana

marzo 20, 2010

SANGUE DEL SUO SANGUE: UN READING

Filed under: Bacheca — vbinaghi @ 4:32 pm
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Domenica 21 marzo – ore 11

Libreria MEME LIBRI – Parabiago, via S. Maria 16

Ai microfoni Roberta Borsani e Valter Binaghi

Alle tastiere – Alberto Della vedova e Luca Lazzaroni

marzo 19, 2010

LIBRI LETTI(3) DELUSIONI

Laura Pariani – Milano è una selva oscura (Einaudi)

pariani selva oscura

Di lei avevo lette le prime raccolte di racconti uscite per Sellerio e poi il romanzo “La signora dei porci”. In quei casi, la ricerca linguistica sull’anima popolare e la tragedia dei poveri attraverso un recupero del dialetto era anche corposamente narrativa. Questo invece è un libro che trasuda letteratura e folklore, con un personaggio mai vivo e una voce narrante inutilmente sentenziosa, ma senza una filosofia. Siamo già all’accademia. Noioso, indisponente.

Francesco Pacifico – Storia della mia purezza (Mondadori)

Pacifico Storia della mia purezza

Avevo letto suoi interventi critici sul blog di minimum fax (Minima et Moralia), li avevo trovati fini, intelligenti, di buona scrittura. Confermo: l’uomo è intelligente e scrive bene, ma il romanzo non c’è. L’esordio è divertente, anche se già macchiettistico: il cattolico integralista che non scopa, e un bel giorno entra in crisi dopo una sbirciata di troppo alle tette della cognata. Il complottismo antisemita demistificato (ma l’ha già fatto Eco con “Il pendolo di Foucault”, perchè ripetere?). Poi naufraga in una permanenza parigina che serve all’autore per sciorinare i suoi studi sugli scrittori ebrei e cosmopoliti che (presumo), gli piacciono tanto: i Roth, i Richler, i Bellow, ma personaggi e situazioni sono talmente improbabili e pretestuosi che la cosa risulta una vacua esibizione di stile. Nel finale, i personaggi che dicono la loro sulla vicenda e sul protagonista defunto. Mi provoca lo stesso fastidio che mi aveva dato la lettura del (finora fortunatamente) unico romanzo di Piperno. Poi scopro che entrambi sono redattori di “Nuovi Argomenti”. Ragazzi intelligenti, che studiano e insegnano letteratura, un passo avanti al romanzesco, ma non è che si può scrivere solo per piacere a Cortellessa. L’opposto di Moccia, letteratura senza una storia, ma il romanzo è la cosa più simile a un essere vivente: ci vuole un’anima prima di mettergli intorno ciccia di parole. Bocciato.

marzo 18, 2010

LIBRI LETTI(2) CONFERME

Tullio Avoledo – L’anno dei dodici inverni (Einaudi)

Prima con Sironi, ora con Einaudi, Avoledo pubblica un romanzo all’anno e sono uno più bello dell’altro. Nessuno come lui, in italia, riesce a coniugare qualità della scrittura e invenzione a un vero sondaggio nella profondità dei sentimenti umani. Non esito a dire che resta il mio modello. Qui un risarcimento d’amore, l’impossibile tentativo di conciliare ogni cosa porta il protagonista a un viaggio nel tempo. Detto così sembrerebbe fiction: leggetelo e vedrete che non c’è niente di più vero di certi sogni.

Wu Ming – Altai (Einaudi Stilelibero)

In passato ho avuto a che dire coi Wu Ming sulle loro onnipervadenti strategie mediatiche, ma il percorso letterario da “Q” attraverso “Manituana” fino a questo “Altai” è stato sempre quello di un romanzesco avventuroso e accattivante eppure storiograficamente colto, aperto al respiro epico delle grandi narrazioni, progressivamente liberato da incrostrazioni ideologiche e universalmente godibile. Ci si diverte, si medita sul senso dei percorsi umani, si sogna un futuro per la specie.
Su Altai, che secondo me è il loro libro migliore, ho scritto qui

Niccolò Ammaniti – Che la festa cominci (Einaudi Stllelibero)

Devono avergli detto che l’ultimo “Come Dio comanda” era inutilmente nichilista e deprimente, e lui ci ha dato questo per farci morire dal ridere. Il ritratto di un’Italia becera tra volgarità miliardarie, satanismo da avanspettacolo e onanismo degli ambienti letterari. Ma il ritratto è prevedibile e volgare quanto ciò che vorrebbe stigmatizzare, e quindi non fa che aggiungere una sequenza al Blob. Libro noioso, inutile, perfino maldestro nel finale. E’ una conferma, per me, perchè Ammaniti è uno scrittore inspiegabilmente sopravvalutato.

Andrea Cotti – Un gioco da ragazze (Colorado Noir)

Una progettata strage familiare, sulla falsariga del caso di Erika e Omar. Non si può definire noioso perchè tiene bene il ritmo del noir (anche se il finale è inutilmente circonvoluto), ma certo lascia il tempo che trova.
E’ la conferma del fatto che ormai siamo ben lontani dal noir dei maestri francesi e americani degli anni trenta quaranta e cinquanta cui ci si vorrebbe ispirare: questa caterva di romanzi di genere, che pendono dalla cronaca (meglio dalla telecronaca, ovvero dalla versione televisiva della realtà e delle passioni umane), hanno ormai poco a che vedere con la capacità di liberare anima che è propria della letteratura, indipendentemente dal soggetto. Sono libri che nascono per diventare sceneggiati, parlano la lingua dell’alienazione e pretendono di farvene evadere: la malattia che si propone come la cura di se stessa.

marzo 17, 2010

LIBRI LETTI(1) – SCOPERTE

In questi ultimi tre mesi ho letto più narrativa che negli ultimi tre anni messi insieme. Questo dipende dal fatto che, finalmente, dopo molto tempo, ho infilato anche su consiglio di amici una serie di romanzi di grande valore, di quelli che garantiscono realmente la possibilità che la letteratura sia una forma di conoscenza dell’umano, ben superiore a quella delle cosiddette scienze umane. Non mi sento un critico e in ogni caso non ho tempo di scrivere vere e proprie recensioni, ma chi frequenta il blog e/o i miei libri e si riconosce nella mia sensibilità forse potrà trarne consigli utili.
Qui parlo di autori e libri che ho scoperto, anche se spesso si tratta di opere scritte parecchio tempo fa e magari già tradotte da tempo in italiano, ma recentemente rieditate.

Ernesto Sabato – Sopra eroi e tombe (Einaudi)

Credo non sia esagerato dire che questo dello scrittore e saggista argentino è uno dei grandi romanzi del Novecento. Tanto geometrico ed esangue Borges, quanto furibondo e materialmente metafisico questo suo connazionale, che nella storia di un amore impossibile e di un’ossessione paranoide riesce a dare la percezione di quell’abisso insondabile che è il destino umano, con una scrittura potente e visionaria.

Richard Yates – Revolutionary Road (Minimum Fax)

Già considerato un capolavoro e poi ingiustamente dimenticato in favore delle debordanti logorree di Pynchon e De Lillo, questo, insieme a “Sinfonia pastorale” di Philip Roth è il grande romanzo americano del secondo dopoguerra. Storia di un matrimonio che naufraga nella tragedia quando si scopre costruito su un narcisismo a due. E’ la metafora geniale della decadenza antropologica prima che morale in cui l’occidente contemporaneo si è avvitato. Scrittura sontuosa, proprio perchè mai documentaristica nè letterariamente innamorata di sè stessa. Difficile aggiungere qualcosa sull’America che è tutti noi.

Murakami Haruki – Norwegian Wood (Einaudi)

Murakami Haruki – Kafka sulla spiaggia (Einaudi)

Due libri probabilmente imparagonabili: il primo un romanzo di formazione interamente giocato sull’adolescenza e l’amore, il secondo quello che da noi si definirebbe un capolavoro del “fantastico”. Eppure su tutto aleggia la stessa misteriosa lievità, la purezza di scrittura di un autore che sto leggendo interamente (ho altri due suoi libri sul comodino), e che non fa che confermare il mio antico amore per il pensiero, la cultura, lo stile spirituale del Giappone.

Domenico Starnone – Spavento (Einaudi)

Una scoperta, perchè avevo già letto diverse cose sue e, pur trovandolo scrittore di valore notevole, nessuna mi aveva convinto fino in fondo. Questo è un capolavoro: fantasie e vie di fuga di un uomo alle prese con la malattia e il fantasma del declino e della morte. La prosa matura e lieve di uno scrittore compiuto, l’umorismo di un saggio che funziona da cura omeopatica dell’angoscia.

Ettore Malacarne – La conquista dello spazio (Eumeswil)

Una raccolta di racconti che ho messo senza esitazione tra i miei libri preferiti del genere, vicino a “Un coccodrillo sull’altare” di Guido Conti e “Dove credi di andare” di Francesco Pecoraro. Si tratta di otto racconti di lunghezza media, in cui l’autore “spazia” dalle aperture dell’adolescenza al mito della Londra degli anni Settanta, dalle miserie del sociale a un perfido reportage su Vienna. Scrittura pulita ed efficace, ispirazione autentica, ritmo incalzante e soprattutto la stoffa di un narratore di razza.
Ho postato uno dei racconti qui.

marzo 16, 2010

RIDE IL TELEFONO di Marco Travaglio

Da Il Fatto Quotidiano, 16 marzo 2010

C’è un solo genere letterario più avvincente delle intercettazioni: i commenti alle intercettazioni sui giornali berlusconiani e “riformisti” (cioè berlusconiani non appartenenti a Berlusconi). La linea di quelli berlusconiani doc è nota: dipende da chi è l’intercettato. Se è Berlusconi, le intercettazioni non si devono pubblicare, anzi non si devono proprio fare. Se è qualcuno del centrosinistra, si devono fare e pubblicare anche se coperte da segreto. Infatti, ora che c’è di mezzo il padrone, il Geniale chiede addirittura di “intercettare i magistrati” per “scoprire e punire chi passa notizie ai giornali”.

E’ lo stesso Geniale che pubblicò testualmente quelle segrete (neppure trascritte) tra Fassino e Consorte prima delle elezioni del 2006, conservate in cassaforte dalla Procura in attesa di inviarle al gip e di lì alla Camera. E’ lo stesso Geniale che pubblicò le foto di un non indagato a proposito di una vicenda privata (Sircana in auto nei pressi di un trans), estranee al fascicolo processuale. Poi Panorama pubblicò le telefonate segrete tra il premier Prodi e alcuni personaggi che ne raccomandavano altri. E noi, convinti che il giornalista debba pubblicare tutte le notizie d’interesse pubblico, segrete o non segrete, di provenienza giudiziaria o diversa, scrivemmo che il Geniale e Panorama avevano fatto benissimo, anche violando il segreto (per Fassino e Prodi) e la privacy (di Sircana), visto che si trattava di personaggi pubblici e, nel terzo caso, di un tentato ricatto. Ma noi scriviamo per i lettori, non per il padrone.
Poi ci sono i giornali berlusconiani del secondo tipo: quelli terzisti e “riformisti”. Sono tutti lì a spaccare il capello in quattro pur di non parlare dei fatti che disturbano le loro opinioni, anzi le smentiscono. Si domandano dov’è il reato, come se minacciare il presidente dell’Agcom e il dg della Rai perché trovino un pretesto per chiudere Annozero fosse cosa lecita (l’ha spiegato ieri il procuratore Capristo, rispondendo alla richiesta-boomerang del geniale Ghedini, quali sono i reati: vedi agli articoli 317 e 338 del Codice penale). S’interrogano pensosi sulla competenza di Trani, come se la questione si ponesse durante le indagini e non alla fine. Chiedono – per le penne di Macaluso jr. e di Cerchiobattista – di “attendere una sentenza definitiva” per giudicare ciò che è già sotto gli occhi di tutti. Ecco: se vedono un tipo uscire da una banca in mascherina e calzamaglia col sacco pieno, questi aspettano la Cassazione per gridare al ladro.

Intendiamoci: la costernazione dei “liberali” del Pompiere della Sera dinanzi alle intercettazioni raccontate dal Fatto è comprensibile. Da anni si affannano a spiegare che: il miglior alleato del Banana è Di Pietro; chi racconta i processi al Banana fa il suo gioco; ogni puntata di Annozero gli regala migliaia di voti; e, naturalmente, la tv non sposta voti. A furia di ripeterlo, sono riusciti a convincerne i leader del Pd e di mezza sinistra, che infatti detestano Di Pietro e Santoro, non parlano dei processi al Banana e il conflitto d’interessi non solo non l’hanno mai risolto, ma manco lo nominano più.

Poi purtroppo, a sbugiardarli, provvedono le intercettazioni: dal crac Hdc al caso Saccà allo scandalo Scodinzolini-Agcom, immortalano regolarmente il Banana tutto preso a cancellare Di Pietro dalle tv (Mentana fu cacciato per averlo invitato a Matrix e Costanzo ha rivelato che il Banana lo chiamava solo quando aveva l’ex pm nel suo Show), a fucilare Annozero (come già Sciuscià), a bloccare i programmi che parlano dei suoi processi e cioè a dimostrare che la tv i voti li sposta eccome. Infatti la tv è e rimane sua. Mai una volta che lo si senta dire: “Di Pietro e Santoro mi fanno guadagnare voti, dunque li voglio in onda 24 ore su 24 a parlare dei miei processi”. Ecco: Di Pietro e Santoro sono i suoi migliori alleati (diversamente da Casini e D’Alema, vere spine nel fianco), ma il Banana non lo sa: non se n’è mai accorto. Qualcuno, per favore, lo informi. Oppure avverta i pompieri della sera che è ora di cambiare musica.

marzo 15, 2010

CONSIDERATE LA VOSTRA SEMENZA… di Roberta Borsani

Postato ieri su La fata centenaria

Non sembra, ma una volta noi italiani eravamo un popolo capace di dare uomini di grande spirito, come quelli della famiglia Cervi: i sette fratelli barbaramente fucilati dai fascisti. Vent’anni di fascismo non avevano potuto spazzare via del tutto quel sentimento che alberga nell’uomo, animale politico, e gli fa cercare il bene comune. I fratelli Cervi sono l’espressione più nobile della natura sociale e politica dell’uomo. Quando mi sento dire che fascisti e partigiani erano un po’ la stessa cosa, che bisognerebbe abolire il 25 aprile, io penso ai fratelli Cervi, alla loro madre, morta di crepacuore, al padre e alle sorelle, mai liberi dal peso dei ricordi. Non è sentimentalismo, ma è la coscienza dei valori senza i quali non c’è grandezza di popolo. E nella famiglia Cervi, io vedo depositato quanto di prezioso c’è – ma, ahimè, forse dovrei dire c’era – nello spirito del popolo italiano. L’attaccamento ai legami familiari, la capacità di condividere tutto, dai frutti della terra alla lotta partigiana (una cosa rara in tempi in cui la separazione dei beni è d’obbligo anche in casa di coppie che ideologicamente si professano marxiste), l’amore per il lavoro agricolo fatto con coscienza e intelligenza, per la cultura, quando la cultura esprime cura e sollecitudine per l’uomo e quanto lo circonda. Ho letto che in casa Cervi (una famiglia di origine umile, contadina) non mancavano libri, non solo di letteratura, ma su ogni argomento. Anche su agricoltura e apicoltura…
Quando noi italiani guardiamo quieti e indifferenti i nostri ministri abbandonarsi ai comportamenti più animaleschi e squallidi (Il Ministro della Difesa che prende a cazzotti un giornalista perché pone domande non concordate; quello della Pubblica Amministrazione che insulta i lavoratori del settore; il Presidente del Consiglio che aizza i cittadini contro i giudici minando la loro già fragile fiducia nelle istituzioni) mi domando “fino a quando?”. Per quanto tempo dovremo sopportare di vedere il nostro paese, la patria dei fratelli Cervi, vilipeso, ridicolizzato, umiliato? Per quanto tempo dovremo vergognarci di essere italiani?
A scuola ho chiesto ai ragazzi che cosa li rende orgogliosi di essere italiani. Ci hanno pensato un bel po’, poi, rassicurati, hanno risposto: “la cucina”. La cucina e nient’altro. Finché ci saranno mamme e nonne capaci di cucinare risotto ai funghi e melanzane alla parmigiana, l’Italia avrà ancora un senso ai loro occhi. Quando anche le nostre donne si scorderanno dell’antico modo di vivere, eclissandosi in qualche centro estetico a curarsi la cellulite, per somigliare un po’ di più alla Daddario, allora L’Italia non esisterà più.
Oppure c’è troppa amarezza nelle mie parole, forse questi sono giorni particolarmente tristi, talmente eccezionali da non poterne tenere conto per eventuali previsioni. Un buco nero insomma, una luttuosa parentesi. Forse da qualche parte resiste la radice buona dell’Italia, e bisognerebbe cercarla. Un pezzo, anche piccolo, sarà sopravvissuto, nascosto ben bene, sottoterra.
Magari nella cucina, che agli occhi dei ragazzi è ancora “casa” e “patria”, si è rifugiato il seme di una futura grandezza. Nella semplicità del quotidiano, nel lavoro onesto che si compie senza pensare semplicemente al guadagno, nel lavoro retribuito o gratuito, mai prezzolato. Nei legami familiari, che ancora resistono, a differenza di quanto è accaduto in altri paesi. Un ottimo scudo protettivo contro l’omologazione, l’individualismo, la spersonalizzazione. La famiglia era il nostro punto forte. Ha resistito ai colpi di radicali e pseudosocialisti, ma non ha resistito al berlusconismo.
In questo frangente, possono esserci di aiuto proprio le parole di Alcide Cervi, un uomo che la storia ha ferito più di chiunque altro. Il 28 ottobre 1945, nel corso di una cerimonia, in cui gli fu consegnata una medaglia d’oro, recante,da un lato l’effigie di Alcide, e dal’altro un tronco di quercia dai sette rami spezzati, disse:
“Mi hanno sempre detto… tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta… la figura è bella e qualche volta piango…ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo.”
E questo è il seme che l’Italia, il Bel Paese, deve ritrovare. Presto però, prima che sia troppo tardi.

marzo 13, 2010

POLITICAMENTE SCONVOLTO di Valter Binaghi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 8:10 pm
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Quando ho aperto questo blog ho promesso a me stesso che non avrei ceduto (mai più nella vita!) alle pressioni dell’ideologia dominante, ovvero del pensiero più consono ad aver successo nei salotti (in Italia è essere de sinistra, da almeno quarant’anni a questa parte), ma nemmeno alle lusinghe del potere reale, del denaro o della promessa di averne. Così, ho evitato di schierarmi e se è successo di stigmatizzare gli atti di una classe dirigente l’ho fatto in modo circostanziale, sforzandomi di non assumere un partito preso.
Ho visto cadere con sollievo il governo Prodi senza contribuire al successo del suo avversario, constatando che è comunque un cattivo governo quello che è ostaggio di divisioni interne o peggio di groppuscoli da prefisso telefonico, ma soprattutto manca di un progetto politico, di una visione a lunga distanza. Ho trovato deprecabile l’utilizzo strumentale che il centro-destra ha fatto della dabbenaggine dei cattolici, condizionando l’agenda politica con quelle che dovrebbero restare questioni di coscienza, e constatato l’immoralità di Mister B. senza chiudere gli occhi di fronte a situazioni analoghe e peggiori prodottesi nell’altro schieramento.
Ho ribadito più volte che la presunzione del centro-sinistra di rappresentare la parte “buona” del paese, condannando gli altri venti milioni di elettori al rango di corrotti o di stupidi è una delle principali cause d’inconsistenza dell’attuale opposizione, che anzichè farsi carico dei problemi dei cittadini preferisce lucidare un blasone identitario che appartiene a un altro secolo.
Ultimamente ho litigato con mio figlio sull’opportunità, da me sostenuta, di riammettere le liste elettorali “irregolari”, perchè qualsiasi cosa è meglio di un’elezione con un solo candidato. Ho sostenuto su questo blog e su altri che il discredito delle istituzioni in Italia non è iniziato con gli attacchi di Berlusconi alla magistratura, ma con un marxismo post-rivoluzionario e protratto fuori tempo massimo, che ha educato la mia generazione a considerare lo Stato come “servo della borghesia” (qui Berlusconi ha raccolto e cambiato di segno, più che seminare)
Ma adesso non ce la faccio più.
Quello che quest’uomo sta facendo a questo paese, ai giovani che crescono in questo clima, lo scempio che viene sistematicamente operato del linguaggio corrente e del pensiero quando s’insinua il sospetto che ogni forma di opposizione al capo del governo è frutto di malafede o di complotto, quando si azzera la comunicazione politica pur di imbavagliare l’avversario, è ultimativo: io mi chiedo se sia ancora possibile mantenere quel minimo di equilibrio e di oggettività che mi ero proposto tre anni fa.
Lo dico? Lo dico.
Non tutti i candidati di centro sinistra alle lezioni regionali sono tali da entusiasmarmi o anche soltanto da rassicurarmi. De Luca in Campania è un obbrobrio, se vivessi nel Lazio preferirei astenermi piuttosto che votare la Bonino, l’unico che voterei con convinzione, se fossi pugliese, è Nicky Vendola, soprattutto perchè la gente lo ha apprezzato e lo ha imposto all’apparato di baffetto.
Non solo non aderirei al centro-sinistra organicamente, ma prenderei in seria considerazione il centro-destra se vivessi in Inghilterra o in Francia. Non qui. Berlusconi ha comprato una classe politica (e probabilmente anche pezzi dell’opposizione: come si spiega se no l’assenza di una legge sul conflitto d’interessi negli anni di governo del centro-sinistra?), la tiene in ostaggio e quel che più conta tiene in ostaggio un intero paese con i suoi interminabili problemi giudiziari. La sua protervia istituzionale, la sua volgarità rappresentano e fomentano il peggio del peggio del carattere nazionale.
Sono collassato, politicamente sconvolto.
Alle prossime regionali bisogna provare a liberarci di questo soggetto. Un insuccesso pesante spingerebbe anche i suoi a prendere le distanze (ne hanno piene le scatole, s’è capito, senza il provvidenziale souvenir del duomo che lo ha vittimizzato davanti alle masse qualcosa sarebbe già successo in Alleanza Nazionale, la Lega s’è capito che sta alla finestra).
Silvio Berlusconi è il peggio che ho visto in questo paese, in più di mezzo secolo di vita. Votate Topolino, la Pantera Rosa, Tex Willer, votate chi cazzo volete purchè serva a levarcelo dai coglioni.

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