
Diego Rivera – La venditrice di calle
Cosa c’è all’origine della poiesis? Dell’atto creativo, dell’arte, della poesia, grande e piccola? Questa è una domanda che coinvolge tutte le forme espressive, tutti i poeti e gli artisti di valore e mediocri. Una domanda che poco ha che fare con la tecnica, il gusto, il valore dell’opera. E’ una domanda sulla genesi dell’atto creativo, sul terreno da cui germina. Se poi è un terreno o non piuttosto uno slancio, un raggio di luce polverosa, un aprirsi e un aprire…
Le mie sono rilessioni, forse un po’ disordinate, nascono ai margini di una dichiarazione di Fabio Franzin, a proposito dell’origine e del senso della sua poesia. Fabio ricorda un episodio credo abbastanza lontano nel tempo, quando capitò in in un bar proprio nell’attimo in cui il titolare stava rimproverando malamente una giovane cameriera. L’ “umiliazione” dipinta sul volto della ragazza non doveva essere dimenticata, e lui avrebbe scritto e descritto il dolore che portava con sé, identificandosi nella figura del poeta-terapeuta, che cerca col canto di volgere il dolore muto in parola, rendendolo accettabile e, nei limiti dell’arte, eterno. Ma anche in quella del poeta-cavaliere, raddrizzatore dei torti che la vita, ahimè, elargisce.
Troppa sofferenza infatti, troppa bellezza, troppa caducità nel dolore di quella ragazza, qualcuno doveva strapparle all’oblio e immortalarle. Perché non fossero sprecate, almeno, e perché fosse fatta giustizia. Il che era possibile, secondo il poeta, solo “cantandole”. Sciogliendone l’implicito di durezza in acqua feconda, germinativa (“semantica”). Strappandole alla impenetrabilità minerale del puro istante, e consegnandole alla Memoria collettiva. Elevandole alla perennità radiosa dell’archetipo.
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