
Foto tratta da qui
Prendiamo la cosa da lontano. Qualche giorno fa chiedevo consiglio a un amico psicoterapeuta.
Mia figlia vorrebbe iscriversi a Psicologia. “E’ una narratrice nata”, gli dicevo: “Ha scritto racconti bellissimi, già premiati in diversi concorsi. Le materie scientifiche invece non è che l’appassionino più di tanto, e in Matematica è una frana (come suo padre). Certo, dice di voler fare la psicoterapeuta da quando aveva tredici anni, ma sono perplesso sulla scelta della Facoltà. E’una disciplina di derivazione positivistica, con materie come Statistica, Psicofisiologia, non vorrei che la disgustassero. E poi, la psicoterapia è una strada lunga. Chi sa se le doti di scrittura che ha mostrato finora basteranno a sorreggerla…”
E lui mi ha risposto: “Narrazione? E’ l’essenziale. Cosa credi che faccia uno psicoterapeuta se non aiutare la gente a ricomporre i frammenti di una narrazione spezzata?”
E mi ha spiegato che la salute mentale dipende essenzialmente dalla capacità di articolare la propria vita interiore e le relazioni con gli altri in una narrazione coerente, che garantisca integrità del soggetto e condivisione del contesto, continuamente messe in questione dal carattere traumatico dell’esperienza. Insomma, la narrazione sarebbe la forza elementare della vita psichica, che però rischia continuamente d’interrompersi per la rimozione dell’inconfessabile o l’irresolutezza del conflitto. Il terapeuta è non tanto un narratore, ma un induttore della capacità narrativa che si è arrestata.
Questa cosa mi ha scatenato una serie di riflessioni che vorrei condividere. Mi sembra una via d’uscita alle estenuanti e accademiche discussioni tra critici o tra critici e scrittori sulla natura e la qualità del romanzo, nelle quali sventuratamente mi sono incartato più di una volta, sul Web e fuori. Mi pare di aver capito solo adesso il motivo per cui i critici non intercettano mai i veri motivi della qualità di un romanzo (che essi confondono continuamente con la rispondenza di questo a una loro idiosincrasia stilistica o ideologica) e soprattutto la ragione per cui i critici in Italia sono lontanissimi dai gusti dei lettori, ostinandosi ad esaltare scritture autoriali e leziose, quasi sempre sterili dal punto di vista narrativo. Il fatto è che i critici sono chiusi nel testo e peggio ancora interpretano il mondo come un testo, mentre la narrazione è innanzitutto un’urgenza vitale, o addirittura è la vita stessa nel suo divenir consapevole di sè. Tolta quest’anima al romanzo, è tolta anche la sua funzione catartica: ciò che rimane è il caput mortuum di ciò che si conviene di chiamare “letteratura”. Una parola che ormai, quando la sento, metterei mano alla pistola se l’avessi. In mancanza di meglio, mi tocco i cabasisi, come quando passa un funerale.
Continua.
la letteratura è testo, infatti, dici bene, e se tu ti prendessi la briga di dare un’occhiata alle storie della letteratura europee, vedresti che iniziano tutte dai primi documenti nelle relative lingue, non dai primi romanzi in quelle lingue, il romanzo è UNA delle forme che la letteratura ha preso nei secoli, non l’unica, e grazie a dio non ha ancora fatto morire tutte le altre.
se tu ti limitassi a dire a me interessa solo il romanzo e il romanzo solo in quanto urgenza vitale, a me non verrebbe in mente di contestartelo, ognuno ama quel che gli pare e legge quel che gli pare [per quanto mi sembri strana la cecità con la quale non vedi come contribuisca l'industria editoriale, a portarti a vedere il romanzo come unica forma vitale della letteratura]
ma tu, che pure rivendichi il fatto di essere ignorante in campo letterario e di non avere orecchio addestrato, vuoi polemizzare con i “critici” e con tutta una tradizione variegata e complessa di opere e letture, e per di più in tono perentorio
“ciò che si conviene chiamare letteratura”, come dici, si conviene chiamare letteratura non per arbitrio di qualche giovane accademico contemporaneo particolarmente sterile, ma per una convenzione secolare maturata all’interno di un sapere tramandato del quale bisognarebbe, prima di contestarlo, avere almeno qualche conoscenza, e soprattutto, che forse è la cosa più importante, invece di predilegere i peggiori e polemizzare con loro, andare a caccia dei migliori e imparare da loro
Commento di alcor — marzo 30, 2010 @ 5:10 pm |
Bembo? Che ha ingessato la letteratura italiana per tre secoli?
I marxisti da Galvano della Volpe a Luperini che hanno contribuito a creare e perpetuare la dicotomia fasulla tra realismo e finzione?
La Policastro che rivendica il diritto di leggere quello che le è congeniale?
O Cortellessa, che organizza nuovi santuari della lettura alla faccia di Kant, che già nella Critica del Giudizio definiva il piacere estetico come una condivisione del bello, più che una universalità percorribile?
Mi verrebbe voglia di rileggere i critici se i critici mostrassero un po’ più di consapevolezza esistenziale e filosofica intorno alla categoria del narrare.
Come ha dimostrato Bachtin, per esempio. E’ sua e non mia l’affermazione secondo cui il romanzo raccoglie e invera i generi letterari dell’antichità.
Poi c’è l’esercizio di stile. Che mi annoia a morte.
Commento di vbinaghi — marzo 30, 2010 @ 8:06 pm |
Valter, in realtà io non commento per te, tu hai scoperto la letteratura a 40 anni per farne un certo uso,quei 40 anni perduti non sono recuperabili, e non sono recuperabili soprattutto perché evidentemente la letteratura, che è un corpo complesso, non ti riguardava, commento nella preoccupazione che passi qualcuno dei tuoi allievi e pensi che la letteratura sia questa cosa impoverita e schematica di cui parli e quelli che a vario titolo se ne occupano dei despossenti.
Io non so che cosa tu intenda per “esercizio di stile” ma so che come lettore hai dei limiti, grossi, hai orecchio per un’unica tonalità, e dove senti quella, ti pare che il libro sia un buon libro, come per il fasullissimo romanzo di Lilin, una sola che tu prendi per roba autentica.
Che tu non veda le patacche dipende anche dal tuo disprezzo per quello che, non distinguendolo, chiami esercizio di stile che è una marcatura di verità, verità dell’opera, che non ha niente a che vedere con quella “realtà” che ti ossessiona tanto e che ti pare di così grande valore.
Ma ripeto, non lo dico per te, tu sei una causa persa, voglio solo mettere una pulce nell’orecchio dei tuoi eventuali giovani lettori, se Bachtin (che non è un critico letterario) fosse stato un lettore così limitato, tu oggi non potresti leggere i suoi libri.
Commento di alcor — marzo 31, 2010 @ 2:04 am |
E non per te, ma per eventuali altri più sensibili, riporto le parole della Bachmann: “Noi tutti crediamo di conoscerla, la lingua,e infatti la adoperiamo. Non così lo scrittore, lui, lui soltanto non può adoperarla”
E infatti la lingua si adopera per ordinare il pranzo al ristorante, se chi scrive la adopera allo stesso modo quando scrive, non è uno scrittore, anche se riuscirà a mettere assieme un “romanzo” e persino a trovare chi se lo legge, ma la scrittura della Bachmann ti sembrerà certamente “autoriale e leziosa”.
Commento di alcor — marzo 31, 2010 @ 2:24 am |
E’ commovente che ti preoccupi di spargere il tuo verbo raffinato per i miei alunni, ma arrivi tardi. Ci hanno già pensato i loro insegnanti di Lettere (formatisi alla scuola dell’onanismo stilistico o della radiografia strutturalistica) a fargli passare la voglia di leggere. Non lo sapevi? Fuori di classe si buttano direttamente sulla playstation. A meno che non passi di lì qualche barbaro come me che gli mette in mano un’avventura di Jack London, o una prosa che scazzotta il lettore tipo John Fante, o un umorista sopraffino come il Benni di vent’anni fa. Allora dicono: che bello! Meglio ancora se te lo sentono leggere. Perchè vedi, Alcor, ci sono uomini e caporali. Gli uomini sono spontaneamente mitopoietici, i caporali circoscrivono, selezionano, distinguono e si autopromuovono a eletta schiera. Ma il dire originario, l’Ursage heideggeriana che tu ben conosci, è il mito. Ed è il mito che trova la sua lingua, non viceversa. Tu Heidegger l’avrai pure letto in tedesco, ma secondo me ci hai capito poco. Era un boscaiolo della metafisica, andava a pensare nella Foresta Nera. Frequentava ambienti accademici solo per deriderne le superfetazioni concettuali. Era della razza degli Junger, non dei Manganelli o dei Siti, e nemmeno dei redattori di Nuovi Argomenti che scrivono per piacere a Cortellessa. La qualità è vita e supplemento di vita, per questo rinasce ogni volta che le accademie bruciano, anche dalle favole contadine o dai cantori girovaghi. C’è più vita e arte in una ballata di Woody Guthrie che nelle mille pagine dei Canti del Caos di Moresco. Ma che te lo dico a fare?
La letteratura è mito stiracchiato dai critici e la critica letteraria è una parentesi nella galassia Gutemberg, il mito invece risorge ogni volta dalle sue ceneri, dalla bocca dei bambini e dei lattanti, come disse qualcuno. Ci sarebbe da ringraziare il Signore per questo, ma voi invece no. Siete incazzati perchè gli scrittori si sono stufati di accettare le vostre glosse.
Non tutti e non sempre, certo. C’è ancora gente che si rifiuta di arruolarsi tra i pompieri del Senso.
Rizzante, per esempio, quando scrive:
“La critica è un atto di umiltà nei confronti di qualcosa che ha un «coefficiente d’attrito» enormemente superiore a quello che ogni sua lettura può mettere in campo. Nihil interpretandum sine admiratio. Questo atto d’umiltà è l’unica forma di “militanza” che mi sento di condividere.”
Si può leggere interamente qui
Commento di vbinaghi — marzo 31, 2010 @ 3:21 am |
Ti risponderò con Bachtin:
“Il romanzo è un genere artistico. La parola romanzesca è parola poetica…”
il tuo discorso sul romanzo nega questa premessa, è negandola che tu trasformi il romanzo in fiction.
Non so che cosa tu abbia letto di Bachtin, ma lo hai scorciato per poterlo utilizzare, scorciato e direi anche sconciato.
Tu hai purtroppo un’idea utilitaria del romanzo, se leggerai, e so che non lo hai letto perché non diresti quello che dici, il capitolo che si intitola ‘La parola nel romanzo’ in “Estetica e romanzo”, potrai vedere da te quanto povera sia l’idea di romanzo che tu hai, proprio rispetto al Bachtin che citi.
Ma, lasciando stare la polemica di Rizzante con altri critici, che cosa pensi che sia il “coefficiente d’attrito” di cui parla? dove pensi che si situi? nelle trame che hai offerto qui ai tuoi ospiti, mostrando con che semplicità tu credi si formi un testo romanzesco, del genere troviamo una trama e mettiamola in parole? nel plot pieno di senso? ma il plot pieno di senso non esiste.
Forse non ti eri accorto che Bachtin, per restare nella tua metafora, è un caporale.
Commento di alcor — marzo 31, 2010 @ 8:49 am |
Quanto a Heidegger, non credo proprio di non aver capito quel poco che ho letto, il fatto che la sua indagine filosofica sia appunto un’indagine filosofica, sempre testi che presentano una plurivalenza di sensi, prende in esame. Holderlin, non la poesiola sentimentale, Trakl, non i testi di un cantore girovago.
Non si può ridurre la complessità a riassunto, anche se gestire i riassunti è più facile e comodo.
Certo, la complessità può intimorire, non è rassicurante, e nello sforzo di affrontarla si può produrre anche materiale di second’ordine, ma anche l’idea di romanzo che tu esponi, per come la esponi, è di second’ordine.
Commento di alcor — marzo 31, 2010 @ 9:23 am |
e ancora, “i caporali circoscrivono, selezionano, distinguono”
appunto ciò che fa Heidegger, perché senza questa pratica preliminare non si pensa, in ogni attività umana la circoscrizione del problema, la selezione e la distinzione sono i presupposti non solo del pensiero, ma di ogni decisione e azione
certo che hai una curiosa idea di uomo, o almeno che hai un curioso modo di rappresentare l’uomo, come se non fosse sempre uomo nel suo tempo, anche per chi cerca l’UR-uomo, l’Ur-cosa, l’Ur-parola, gli uomini sono istintivamente interroganti, prima viene la domanda, poi – forse – una risposta o un’ipotesi di risposta che sarà oggetto di una nuova domanda, tu procedi all’incontrario, armi di risposte la tua casa, tanto che spazio alle domande non ne resta più
ma forse io sottovaluto la tua tensione verso l’idea di dio, certo, dio non si interroga, ma è – appunto – dio
Commento di alcor — marzo 31, 2010 @ 10:07 am |
Tanta fatica per non accorgersi nemmeno che la categoria della “narrazione” come la uso qui è prima antropologica che letteraria e secondo me è proprio l’aver dimenticato questo che fa di molta critica letteraria un discorso puramente autoreferenziale.
Curioso anche che mi accusi di esaltare la fiction rispetto allo stile quando la separazione tra questi due fattori è proprio ciò che io depreco.
Certo che la distinzione e la circoscrizione dei campi è fondamentale in ogni esercizio teorico, ma senza un “ritorno alle cose stesse”, come diceva Husserl, ogni teoria rischia di diventare una scolastica che nasconde del fenomeno più di quanto riveli. Distinguere tra parola “adoperata” e “parola poetica” è suggestivo, ma solo suggestivo se la distinzione non è definibile in termini di idee chiare e distinte. E’ ciò che proverò a fare nei prossimi post, proprio perchè non credo al monopolio esoterico del gusto da parte di massonerie parauniversitarie, ma nella capacità di indicare chiaramente quando una narrazione è un dono di Senso o una banale riproduzione di stereotipi. La Lebenswelt del lettore è il Senso, non il Testo. L’astrazione del Testo è ciò che rende plausibile la Critica, ma devo ricordarti che la narrazione è prima orale che scritta, prima psicologica che professionale?
Capisco che non ti piaccia che ti si dica che non hai capito Heidegger. D’altro canto neanche a me piace essere trattato come uno che non distingue Borges da Asimov. Questo succede quando qualcuno ti restituisce una caricatura di quello che sei o di quello che dici, e ti rende pam per focaccia.
Commento di valter binaghi — marzo 31, 2010 @ 10:30 am |
no, valter, ho ben visto che tu prediligi l’ottica antropologica, potresti anche prediligere quella sociologica, non avrei nulla da obiettare, quando il campo di indagine è chiaro, è chiaro
il problema è che tu confondi i piani e usi l’ottica antropologica contro quella letteraria, mentre potrebbero convivere, perché quella letteraria può comprenderla, ma non il contrario
inoltre io non ti accuso di esaltare la fiction contro lo stile, è peggio, ti accuso di confondere la fiction (che è un prodotto di intrattenimento editoriale, cioè industriale) con il romanzo, lo “stile”, questa tua bestia nera, non è separabile, ma è assente quando la lingua è inerte e morta (adoperata)
che tu deprechi questa eventuale separazione (in nome di cosa, di una lingua “neutra”? ma se pensi che esista una lingua neutra del romanzo vai proprio contro quel Bachtin che sembri amare tanto e che la nega, sostenendo come ho detto sopra che la lingua romanzesca è poetica. Certo, parla del grande romanzo, non della fiction) tuttavia non mi risulta, nei fatti, e spero di non essere stucchevole se torno a citare qui Lilin.
Distinguere tra parola “adoperata” e parola “poetica” è suggestivo solo per chi, come te [e non è questo il rimprovero, tuttavia] è all’oscuro delle riflessioni sulla lingua poetica (sia nella prosa, che nella poesia, sia ben chiaro). Ai poeti, anche se la Bachmann non era certo digiuna di filosofia, non compete la definizione in termini chiari e sistematici, questo compete semmai, perchè non è detto che sia un problema sempre chiaramente circoscrivibile, ma comunque è la direzione nella quale devono procedere (di nuovo, l’interrogarsi), i filosofi.
Testo e senso non sono separabili, vedi che ti contraddici, la separazione tra testo e senso è sorella di quella improbabile separazione tra narrazione e stile di cui sopra. Tuttavia riconosco che estrapolare il senso dal testo permette la sinossi, il manuale. Non dico che non serva a un primo sguardo d’insieme, ma poi si deve passare al corpo intero del testo, ed è lì che tu incontri le tue bestie nere, gli intellettuali senz’anima.
Smettila di parlare di massonerie parauniversitarie, tu sai che non ne faccio parte.
Quanto a Heidegger, sbagli, mi si può dire con molta chiarezza che non lo ho capito, non ho mai sostenuto di averlo capito integralmente, sostengo di aver capito quel poco che ho letto, quel poco che ho letto, ripeto, che è cosa ben diversa dall’aver detto di aver capito Heidegger, tuttavia è ridicolo che lo si dica per tapparmi la bocca, e questa è un’altra storia.
Quanto alle caricature, sei tu che ne produci a carriolate, caricature dei critici, degli accademici, degli intellettuali, ottime macchiette per la satira, ma pessimi riferimenti se si vuol fare un discorso serio sulla critica, in quel caso, nomi e testi, please, e temo che potrò contraporre a ogni testo a tuo p0arere astruso, brani altrettanto astrusi, per chi non ha strumenti, di Bachtin e di quel poco che ho letto di Heidegger.
Commento di alcor — marzo 31, 2010 @ 11:40 am |
aggiungo, distinguere tra lingua “adoperata” e poetica e compito dei filosofi e soprattutto, nel corpo a corpo con il testo, dei critici che tu hai in dispitto, e per questa distinzione gli strumenti ci devono essere, gli strumenti sono sempre aggeggi complessi, che si sono affinati e anche specializzati nel tempo, e chi li vuol possedere non può fare una semplificante piazza pulita delle riflessioni che li hanno preceduti.
Commento di alcor — marzo 31, 2010 @ 11:50 am |
è compito
Commento di alcor — marzo 31, 2010 @ 11:51 am |
Passo. Quella che mi ritorna è un’altra caricatura, in cui non mi riconosco.
In sintesi: il Vico parlava di una “barbarie della riflessione” che soffoca le epoche di decadenza, ed è questo a cui mi riferisco, senza privilegiare critici lettarari ma includendovi volentieri filosofi e scrittori degli ultimi trent’anni. Se ne esce recuperando vita (visto che il termine “anima” a te non piace, ma come ben sai in greco sono sinonimi). Se vuoi capire il mio atteggiamento non devi pensare a un rifiuto della complessità, ma a una ridefinizione delle categorie a partire dalle essenze che si danno originariamente nel fenomeno: un po’ quello che ha insegnato l’Husserl della Krisis, applicato all’atto della narrazione che è per me innanzitutto mitopoiesi. Si può fare solo epochizzando la scolastica dominante e anche quella d’opposizione. Non perchè ci si sente superiori, ma perchè si è scoperto di soffocare nei musei e di respirare nel naif. A costo di passare per stupidi e ignoranti. Ma “nec scire sed sapere cupio”.
Commento di valter binaghi — marzo 31, 2010 @ 12:16 pm |
Una volta ti avevo consigliato di leggere il Bachelard dei saggi sull’immagine poetica. Non so se l’hai fatto, ma quella è l’unica “scuola di lettura” che funziona con me, non solo per come sono adesso, ma dopo il disgusto degli anni universitari. Una lettura che potenzia il testo, proprio perchè non ne fa l’autopsia e nemmeno interroga la questura sulla sua provenienza. Per me non è diversa dalla lettura fatta da Heidegger dei poeti (che però mi è meno accessibile per motivi linguistici) o da quella che faceva Girard del romanzo borghese. Sopno ermeneutiche instaurative, come direbbe Ricoeur, il grande autore di “Tempo e racconto”. Fuori da questo, per me c’è non una anoressia programmatica, ma una disaffezione cronica, che però considero salutare.
Commento di valter binaghi — marzo 31, 2010 @ 12:26 pm |
ma allora, se ti ritorna una caricatura, e sai che non vengo qui acidamente per fartela, interrogati sul tenore dei tuoi testi e dei tuoi commenti
io penso che ci siano delle incoerenze, nei discorsi che fai, quanto dovuti agli degli intrecci non depurati con la tua storia, le tue idiosincrasie biografiche e caratteriali, ovviamente tu solo lo puoi sapere, ma io mi aspetto che punti la lente sulla “cricca”, sull’intellettuale senz’anima”, sulle massonerie parauniversitarie il ragazzino di passaggio, non tu.
pensi davvero che non abbia incontrato cricche e massonerie, io? ma francamente, perché devo perdere il mio tempo su quelle, quando so che ci sono in ogni ambiente, che fanno parte dell’umano, che ci sono state e ci saranno? mi scelgo gli interlocutori migliori e i piani più nutritivi
mentre questa insistenza non sulla bontà dei ragionamenti, ma sull’indegnità di chi li fa, sposta tutto sul piano della comunicazione
scusa se io che non son filosofa cito Perniola a te che lo sei, ma citando a sua volta Fitoussi, Perniola in “Contro la comunicazione” sostiene che la comunicazione sia “il mezzo privilegiato delle ideologie, le quali costituiscono appunto un insieme di opinioni e dottrine già pronte, assunto acriticamente a sostegno dell’azione politica. La nostra età non sarebbe perciò affatto caratterizzata dal tramonto delle ideologie (cioè dei cosidetti “grandi racconti” che come il comunismo, il liberalismo, il fascismo ecc. pretendono di fornire una spiegazione totale del mondo), ma semmai da una loro semplificazione e banalizzazione estrema che fa cadere l’aspetto concettuale a favore dell’emozionalità”
questo vedo io in certe tue posizioni
vedo male?
cmq sono d’accordo, chiudiamo, almeno per ora, la domada è più che altro un invito che ti faccio a chiedertelo tu stesso
resta che l’assunzione della vita vera a valore e la svalutazione dell’aspetto concettuale a favore dell’emozionalità, ti calza, per come appari, nonostante il tuo amore per “le idee”, e forse proprio per questo
Commento di alcor — marzo 31, 2010 @ 12:44 pm |
non avevo visto il tuo secondo commento, no, Bachelard non l’ho letto, per ora non ho tempo, ma gli altri li conosco, però non posso credere che tu sia ancora al “disgusto degli anni universitari”, che diamine, ma ti pare che valga la pena?
ciao
Al
Commento di alcor — marzo 31, 2010 @ 12:49 pm |
Per miei limiti oggettivi, ho fatto molta fatica a leggere questo scambio stilettato d’opinioni; fatto salvo l’entusiasmo per la la possibilità (a me, ahimè, negata 40 anni fa) di poter leggere London a scuola piuttosto che altro.
Ma qualcosa mi ha riportato a vecchi discorsi fatti in un’umida cantina di ritrovo di una palestra di Judo, dove (in modo rozzo, of course…) si azzardava l’ipotesi che il Poeta fosse Ulisse piuttosto che Omero. L’ipotesi oltraggiosa, mi parve, poi, non priva di precursori quando scoprii in che modo Vyasa il cieco dettava il Mahabharata al fanciullo, che alla fine si rivelerà essere suo figlio. Personaggio, cantore ed autore allo stesso tempo. Già, ma questo è mito.
Ciao a tutti
Commento di aiace — aprile 1, 2010 @ 1:11 am |
… e ognuno ha i suoi ruzzi preferiti.
Auguri Valter, auguri Aiace
Commento di da — aprile 4, 2010 @ 10:33 am |
[...] qui vi linko il diciassette, che parla fra le altre cose di George Lakoff e di metafore, e qui il primo della serie, su un tema che ci sta a cuore: narrazione e [...]
Pingback di A me mi piace (aprile 2010) « Tarantula — ottobre 4, 2010 @ 8:16 am |