Hai letto il romanzo che vincerà il premio Strega? Parla di adolescenza disperata, di una città operaia tradita dai sindacati, è psicologico e sociale il giusto.
Poi c’è l’altro esordiente, quello Mondadori, che parla di scuola, di un insegnante tipo “Attimo fuggente”, di uno studente innamorato, di una ragazza morta di leucemia. E’ romantico.
Poi c’è il nuovo Moresco, che parla di una donna incontrata durante un incendio. E’ letterario, e infiammabile.
Poi c’è una ristampa di Genna. Di che parla Genna? Genna parla di Giuseppe Genna, come in “De profundis”. Maleducato. Come si fa poi a vendere un libro, se non si sa di che parla?
Il malcostume promozionale che ha invaso case editrici, recensioni giornalistiche e gossip a vari livelli (anche presso i templari dell’intelligentja webbica 2.0), concede o addirittura incentiva che l’interesse per una narrazione nasca dall’argomento di cui tratta. Come se in una narrazione si potessero realmente separare forma e contenuto, voce narrante e argomento della narrazione.
Oddio, non è che non si possa fare: ma quando si può fare agevolmente e la narrazione suscita interesse per il suo “contenuto” si può star certi che ci troviamo di fronte a un cattivo racconto oppure a un equivoco. Il racconto può essere artisticamente pregevole, ma i mezzi per promuoverlo gli fanno il peggior torto che si possa immaginare.
Perchè il racconto (e non parlo solo del romanzo di trecento pagine, ma anche della novella di Orkeny di trenta righe), non parla mai di qualcosa. Parla del tutto.
Non è un’esagerazione, e ve lo dimostro con un argomentazione “per assurdo”. Se la narrazione parlasse di qualcosa, sarebbe rispetto al mondo una metonimia o una sineddoche, cioè sfrutterebbe una parte o una contiguità per alludere all’intero, quindi non avrebbe la caratteristica che invece nel post precedente di questa serie abbiamo mostrato come fondamentale della narrazione d’invenzione e dell’opera d’arte in genere: l’unità e l’integrità della forma. Dunque l’opera d’arte sta al mondo come un intero all’intero: non metonimia nè sineddoche, ma metafora del reale.
Ed ecco smascherato il secondo equivoco che circonda la narrazione letteraria: l’annosa questione del realismo. Pare che un’opera sia realistica quando richiama o addirittura include più o meno esplicitamente frammenti della storia, della vita sociale o della cronaca contemporanea. Sarebbe realistico un romanzo che cita delitti di mafia o scandali sessuali del ventunesimo secolo più del “Signore degli Anelli” di Tolkien. Monumentale sciocchezza, questa, dal momento che l’unico realismo cui l’opera d’arte può e deve aspirare è quello dell’integrità e della coerenza della propria forma, la capacità del simbolo (metafora, se si preferisce), di alludere al mondo intero, non riproducendo una parte codificata dell’esperienza collettiva, ma proprio consentendo al lettore di fare quello che l’esperienza personale e la cronaca non consentono mai, cioè contemplare nel microcosmo dell’opera la sferica compiutezza dell’Essere parmenideo.
E non si tratta di un accessorio della vita: sarebbe tale, la narrazione artistica, se si limitasse a “spiegarci” qualcosa che non sappiamo, a darci “un emozione in più” o a svelarci i retroscena di uno storico intrigo. Invece l’arte è necessaria allo spirito quanto il pane al corpo, proprio perchè è l’unico modo che abbiamo di contemplare nel simbolo la totalità.
La narrazione è metafora del tutto, e questo ci permette anche di contestare la tradizione che da Aristotele in poi vorrebbe vedere nella metafora una “trasposizione”, cioè un’alternativa abbellita alla percezione del fenomeno, alla sua designazione in un linguaggio familiare ed abusato.
Poichè l’opera è metafora non di “qualcosa” già altrimenti conosciuto ma della “totalità” non solo indicibile ma anche inconcepibile, ecco che l’espressione poetica è una rivelazione di nuove possibilità d’essere(1), non una traduzione, e va oltre le intenzioni coscienti dell’artista medesimo, il quale avrà pure il controllo delle sue tecniche narrative, ma deve la propria ispirazione all’immersione nell’Ignoto(2), e ciò che porta alla luce del linguaggio è un “Dire” originario(3)
Grazie alla comprensione della “metaforicità” dell’opera d’arte, noi possiamo conoscere non un frammento o una sequenza ma qualcosa come un mondo, e in questo modo ci si svela anche il valore conoscitivo della metafora, che si fonda non solo sull’analogia tra due cose conosciute (questo è il caso di metafore ormai “secolarizzate” dal linguaggio corrente) ma tra ciò che è mondo oscuramente appercepito e l’immagine o la narrazione che l’opera ci offre corporalmente.
Concludo con un brano importante di un autore importante, cui devo molto di quello che ho capito sul valore conoscitivo della metafora: George Lakoff(4). Qui si mostra come un dominio profondo e indicibile, quello dell’amore, venga compreso alla luce di una narrazione metaforica, quella del viaggio. L’interesse di Lakoff non è direttamente rivolto all’estetica, ma all’aspetto epistemologico della metafora in quanto tale. Si tratta di un testo illuminante, di cui gli intenditori dell’argomento mi saranno grati. Un altro brano di Lakoff avevo già postato qui.
UNA FIGURA DEL PENSIERO di George Lakoff
Da duemila anni a questa parte ci viene insegnato un dogma che non è quasi mai stato messo in discussione e che ha finito per essere considerato come una definizione: la metafora come figura del discorso. Come tale, essa è stata considerata di pertinenza solo di linguaggi particolari, come quelli della poesia e della persuasione. Essendo un problema di linguaggio, e non di pensiero, si potrebbe fare a meno della metafora. Se avete qualcosa da dire, potete presumibilmente dirlo in maniera semplice senza far ricorso a metafore; e se avete scelto la metafora, lo avete fatto con qualche scopo poetico o retorico, forse per eleganza o economia, ma certamente non per la chiarezza del discorso e del pensiero. La metafora è stata considerata in contrapposizione al linguaggio letterale comune e quotidiano, un linguaggio che può essere semplicemente vero o falso, adeguato direttamente al mondo opppure no.
(…) Nel 1978 tenevo un piccolo seminario (cinque studenti in tutto) di cui la metafora era uno degli argomenti. Avevo ricevuto una copia della prepubblicazione dell’antologia di Ortony (1979) su metafora e pensiero, e ne stavamo discutendo i vari capitoli. Un giorno una studentessa arrivò troppo turbata per lavorare; annunciò di avere un problema con una metafora, e domandò aiuto al gruppo: il suo ragazzo le aveva appena detto che il loro rapporto “aveva imboccato un vicolo cieco.
Trovandoci a Berkeley negli anni Settanta, la classe le venne naturalmente in soccorso. Quella metafora ha senso – ci rendemmo conto ben presto – solo se si sta viaggiando verso qualche destinazione, e solo se l’amore viene considerato come una forma di viaggio. Se si finisce in un vicolo cieco mentre si è in viaggio verso una specifica destinazione, non si può proseguire nella direzione in cui si sta andando: bisogna tornare indietro. “Quello che davvero vorrei”, diceva la ragazza, “è che entrassimo in un’ altra dimensione.”
Non c’è niente come una delusione amorosa per mettere in discussione una filosofia immobile da tempo. La metafora, secondo la posizione tradizionale, avrebbe dovuto essere una queestione di discorso, non di pensiero; e ci trovavamo invece di fronte non soltanto a un modo di parlare dell’amore come viaggio, ma a un modo di pensare all’amore in quegli stessi termini e di ragionare sulla base di quella metafora.
(continua…)
















