Nel post precedente si è visto come il riferimento a tempi lunghissimi, medi o brevi (relativamente alla lentezza o alla velocità dei cambiamenti) può orientare diversamente la rappresentazione del tempo e addirittura la formazione di un principio di realtà, generando atteggiamenti più conservatori o più progressisti. Questo diventa molto importante quando si passa da una narrazione personale (il racconto della nostra vita che ci facciamo continuamente e determinana la nostra identità) a una narrazione storica, che pretende di avere un valore pubblico in quanto riguarda il mondo in cui tutti abitiamo. Ma c’è mondo e mondo.
Se intendiamo come mondo quella comunità d’esperienza che è condivisa da tutti i fruitori di una narrazione storica, allora questo mondo può essere anche molto ridotto, innanzitutto in ampiezza. Pensiamo per esempio alle “storie di paese”, che riguardano fatti o macchiette destinati a restare ignoti al di fuori del borgo, rispetto a quelli che invece sono i capisaldi di una storia nazionale.
Ma la riduzione del campo può essere determinata non solo dalla ristrettezza dei confini: gli orizzonti si restringono anche a causa di interessi settoriali. Per esempio Saviano in Gomorra racconta una Campania interamente accentrata sull’economia criminale e il sottogoverno della camorra, ma questo avviene perchè il suo libro – un mix di romanzo e reportage – è esplicitamente dedicato a questo. Il che significa che se Berlusconi gli rimprovera di fare cattiva pubblicità all’Italia, ha torto in quanto non è una storia dell’Italia contemporanea che Saviano ha inteso di scrivere: d’altro canto si potrebbero accusare le sue televisioni di dare un’immagine anche peggiore del nostro paese tra reality show, pupe e secchioni, se non fosse evidente che questi programmi non intendono essere narrazioni storiche ma forme d’intrattenimento per sottosviluppati mentali.
Tuttavia, la forma peggiore di riduzione d’orizzonti, l’unica che può intenzionalmente falsificare la narrazione storica, è quella dettata dall’ideologia, ossia da una rappresentazione interessata a semplificare la realtà, omettendo elementi scomodi o il cui valore s’intende deliberatamente sminuire, quando invece la comunità d’esperienza a cui la narrazione storica è diretta ne ha sancita l’importanza e il significato. Qui la storia diventa il luogo di un saccheggio più che di una narrazione, e l’omissione certifica la malafede del narratore.
Nell’attesa di arrivare alla riscrittura della storia a cura di un “Ministero della Verità” Orwelliano, abbiamo qui un capolavoro firmato da un membro dell’attuale “Partito dell’Amore”. Come vedete, si tratta di un manifesto commemorativo del 25 aprile. Leggete e vediamo se vi salta all’occhio, come è accaduto a me, una vistosa mancanza.
Cosa manca? La Resistenza.
In questo capolavoro a cura del presidente della provincia di Salerno Cirielli (ma non è quello che ha firmato una delle tante leggi “ad personam” per ostacolare i processi del premier?) la Resistenza è sparita. Siamo stati liberati dagli americani, che ci hanno portato democrazia e Coca Cola, e questo è tutto quello che merita ricordare.

… comunque: Buon 25 Aprile a tutti.
Commento di aiace — aprile 25, 2010 @ 6:17 pm |
Avevo letto queste tue riflessioni sul racconto come categoria esistenziale. lì per lì l’idea poteva anche sembrare giusta. Ma a parte che ricordo che ne parlasti relativamente a un colloquio con uno psicologo, sicchè essendo gli psicologi una categoria di parassiti, mi verrebbe da dire che casomai il racconto potrebbe essere una parassitazione dell’esistenza. e sotto certi aspetti lo è.
mi rendo però conto che anche questa è un assimilazione di tipo linguistico, una metafora, valida ma parziale. Ed è vero che quando si parla di vita, è facile assecondare le metafore. che allora la vita è un viaggio per il turista, è malattia per il malato, è sogno per il vagabondo etc. .
te se invece di fare lo scrittore facevi il muratore, avresti pensato “l’edilizia come categoria esistenziale” ah ah .. e in effetti anche lì ci sono le fondamenta, il tetto e le finestre sul mondo.
Comunque forse l’unica obiezione più intelligente che mi viene da farti, è che la narrazione è una struttura lineare bidimensionale, la vita invece no
Ciao,k.
Commento di k. — aprile 26, 2010 @ 6:29 pm |
Allora, l’ultima cosa è sacrosanta. Nel senso che la vita è appunto l’indicibile. La missione della parola è rendere manifesta la vita, nel senso di comprensibile, e non c’è altro modo che raccontarla. Poi è altrettanto vero che ogni metafora è settoriale, nel senso che racconta da un punto di vista, ma forse il racconto d’invenzione è meno settoriale, riesce ad essere più inclusivo, anche del racconto storico, e questo è quello che vorrei dimostrare.
Commento di vbinaghi — aprile 26, 2010 @ 11:00 pm |