La prima e più importante differenza tra narrazione storica e narrazione poetica è che la storia deve riferirsi obbligatoriamente a ciò che effettivamente è accaduto. La notazione più classica a questo proposito è quella di Aristotele che nella “Poetica” scrive:
…compito del poeta è di dire non le cose accadute ma quelle che potrebbero accadere e le possibili secondo verosimiglianza e necessità. Ed infatti lo storico e il poeta non differiscono per il fatto di dire l’uno in prosa e l’altro in versi (giacché l’opera di Erodoto, se fosse posta in versi, non per questo sarebbe meno storia, in versi, di quanto non lo sia senza versi), ma differiscono in questo, che l’uno dice le cose accadute e l’altro quelle che potrebbero accadere.
Il che sembrerebbe deporre per il monopolio della verità da parte della narrazione storica, anche se poi Aristotele aggiunge:
E perciò la poesia è cosa più nobile e più filosofica della storia, perché la poesia tratta piuttosto dell’universale, mentre la storia del particolare. L’universale poi è questo: quali specie di cose a quale specie di persona capiti di dire o di fare secondo verosimiglianza o necessità, al che mira la poesia pur ponendo nomi propri, mentre invece è particolare che cosa Alcibiade fece o che cosa patì.
Cosa significhi veramente questo passaggio, è compito di una riflessione estetica e gnoseologica non di poco conto, che non è questo il momento di affrontare
La seconda importante differenza riguarda l’incompiutezza della storia rispetto al racconto d’invenzione. Il racconto storico è sempre provvisorio, destinato ad essere completato dai posteri che, conoscendo gli effetti a lunga distanza di un avvenimento, possono coglierne il significato meglio dei contemporanei. Ad esempio nessuno nel 1798 avrebbe potuto scrivere la frase:
Nel 1798 nacque l’autore delle Operette Morali.
Ma soltanto:
Nell’anno corrente è nato Giacomo Leopardi, dai conti Monaldo e Adelaide.
Il mondo storico come totalità non è accessibile alla comprensione di una generazione, e possiamo immaginare una comprensione simile solo in Dio che, come diceva Severino Boezio, ha una conoscenza del mondo come “totum simul”, in cui i momenti successivi del tempo sono compresi in un’unica appercezione.
Per contro, qualcosa di simile avviene all’autore di un racconto di finzione, nel quale si dispiega un mondo intero e autosufficiente. Anche qui tocchiamo un punto nodale: in che senso l’opera letteraria (o meglio: l’opera d’arte in genere) sia qualcosa di simile a un “mondo”, contrapposta al carattere frammentario delle nostre esperienze e conoscenze, è materia di speculazione estetica e forse anche metafisica.
Infine, c’è nel racconto storico un elemento di responsabilità morale, che gli impone di essere all’altezza non solo dei tempi, ma anche della consapevolezza, della maturità di giudizio acquisità dalla comunità cui si rivolge. Il ricorso al mito è usuale in Omero, episodicamente tollerabile in Erodoto, pericolosamente regressivo in uno storico del Settecento. Non solo. Nella storiografia italiana contemporanea, il cui orizzonte è determinato dalla conquista faticosa della democrazia, certe narrazioni che equiparano la lotta dei partigiani che per affermare la democrazia versarono il sangue a quella dei repubblichini che combatterono per difendere il regime nazi-fascista, per quanto fossero giovani animati da sincera passione, risulta moralmente prima che politicamente inaccettabile, come scrive splendidamente Ferdinando Camon in un’articolo di due giorni fa:
La passione non è il metro giusto per misurare gli eventi della Storia. Spassionatamente è bene che abbia vinto la parte dei partigiani, e che la parte dei nostalgici abbia perduto. Deve sottoscrivere questa premessa chiunque voglia fare informazione, insegnare nelle scuole, o sedere in Parlamento. Chi sostiene il contrario, che questa è una giornata luttuosa, e che l’onore va reso ai combattenti della Repubblica Sociale, non dovrebbe né sedere in Parlamento né salire in cattedra né entrare in una redazione.
Per contro, non è questa la moralità che va chiesta all’autore di un racconto di finzione. Il Dostoevskij delle “Memorie dal sottosuolo” scrive la storia di un personaggio ignobile, ma la sua nobiltà sta nello scriverla tutta e fino in fondo, mostrando senza reticenze un destino, una possibilità di vita che spetta al lettore avvertire come una metafora del male morale.
aprile 27, 2010
Alle origini della narrazione(15) DAL RACCONTO STORICO AL RACCONTO D’INVENZIONE di Valter Binaghi
12 commenti »
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Io condivido l’assunto per cui non è certo la passione il criterio di misura per gli eventi della storia, ma non vedo come possa esserlo il moralismo, o, peggio ancora, l’opportunismo (il cantare sempre e solo le glorie dei vincitori).
Se, come opportunamente richiamato nel testo aristotelico, lo storico è il narratore dell’accaduto, non vedo perchè celebrare l’accaduto come il giusto, il buono e il bello.
Fuor di metafora, le narrazioni comparatrici di partigiani e repubblichini, che per inciso immagino disgustino parimenti gli uni e gli altri, non sono tanto immorali (a meno di voler considerare morale il semplice diritto del più forte, ché altro non è il voler celebrare i vincitori e demonizzare gli sconfitti) quanto storicamente inesatte. Lo storico deve dar conto delle vittorie e delle sconfitte, non farsene cantore, a meno che non voglia farne la poetica, cosa nobilissima e affatto utile a compiersi, ma altro rispetto alla storia.
Anzi, direi che è a questo livello, quello in cui la storia diventa materia di narrazione poetica, che i vinti possono sperare in un riscatto, e questo sì è opera moralmente meritoria, massimamente meritoria.
Non mi si fraintenda – sarebbe facile – non sto alludendo ad un apologia nostalgica e ucronica di quanto bello sarebbe stato se le cose fossero andate diversamente… ma penso alla capacità del poeta di capire le ragioni nobili e profonde che infiammarono quelle passioni, sconfitte dal fuoco degli altri, giacché non esiste conflitto in cui le ragioni siano tutte dalla parte dei vincitori e i torti tutti dalla parte dei vinti… o meglio esiste, ma solo nella propaganda made in Hollywood. Manichea appunto.
Pretendere però il giuramento partigiano da parte di chiunque abbia, o ambisca ad avere, un ruolo pubblico, oltre a non avere nulla di morale, anzi a me suona parecchio di immorale, non ha neppure nulla di quanto è proprio della ragion storica, che, in quanto tale, sa riconoscersi transeunte e certo non conculcabile ope legis.
Questa sorta di psicopolizia invocata contro anche solo l’ipotesi che taluno non condivida la vulgata resistenziale, magari simpatizzando con le ragioni dei vinti, che poi erano la maggioranza solo qualche anno prima della fine della guerra, è peraltro funzionale a quella mitologia denunciata, e giustamente, come massimamente impropria per chi volesse ragionar di storia, dove il revisionismo è la regola del mestiere.
Riassumendo, la storia non ha dogmi nè narrative privilegiate, lo storico, se non è di corte, sa che il vincitore non è moralmente superiore al vinto, anche se fa comodo crederlo.
Il poeta, al contrario, privilegia le narrative, ma ancora, la riuscita della sua poetica non dipende tanto da chi ha deciso di cantare, se troiani o achei, ma da come ha saputo rendere le etterne ragioni del conflitto, da quanta a-temporalità è riuscito distillare dal temporale.
Oggi sarebbero i poeti, se ci fossero, coloro i quali avrebbero il dovere, morale aggiungo, di pacificare l’impacificabile mediante l’ascolto e il canto delle reciproche ragioni sanguinosamente in conflitto.
Il legislatore, invece, che s’impancasse a dire cosa si debba pensare per poter avere il diritto di parola in pubblico, riesce a tradire ragion storica e ragion poetica, accrescendo un risentimento che dovrebbe essere dovere, sempre morale, di tutti sanare.
Ciao
Commento di Giampaolo — aprile 27, 2010 @ 9:24 pm |
Giampaolo, mi sa che non hai letto l’articolo intero di Camon, questo
http://www.ferdinandocamon.it/articolo_2010_04_25_Liberazione.htm
da cui si capisce che non per sposare le ragioni dei vincitori, ma perchè considera (giustamente) la democrazia come un punto di non ritorno (in termini oggettivi di civiltà), l’autore si augura la liberazione della vita pubblica da chi ha fatto (e ancora si ostina a fare)professione di fede in una delle due forme di totalitarismo che ha funestato il secolo scorso (comunismo compreso). Come preferisco dire io: lo storico dev’essere non solo all’altezza dei tempi, ma anche della maturità di giudizio acquisita (altrimenti non c’è speranza di progresso spirituale, e tutto è veramente solo in balia del relativismo delle opinioni o del diritto del più forte).
Commento di vbinaghi — aprile 28, 2010 @ 12:39 am |
Confermo di non aver letto l’articolo, replicavo solo a quanto letto nel tuo post. Anche ora, dopo averlo letto, mi pare piuttosto naif. Non tanto per l’avallo indiretto alla tesi crociana sul fascismo come malattia morale, tesi inconsistente proprio perché viziata dal moralismo che segnalavo prima, e che informa di sè le rancorose e sprezzanti pagine di un Bocca, per citarne uno solo, ma proprio per la lettura secondo la quale la democrazia sarebbe il vertice del movimento unitario italiano.
La democrazia, semmai, è stata un incidente di percorso dell’unità d’Italia, dovuta alla viltà di una monarchia indegna di sè che ha quindi lasciato determinare le patrie sorti dai vincitori della guerra, ammesso poi che si possa chiamare democrazia quanto è successo dal ’45 in poi. Se bastano davvero un parlamento e delle elezioni per poter parlare di democrazia allora tutti i totalitarismi ne possono vantare la presenza.
Di crathos al demos non se ne vedeva prima e non se ne vede oggi, da qui la mia critica di ingenuità a queste letture resistenziali e celebrative dell’esistente come se fosse il migliore dei mondi possibili, o peggio ancora come se si fosse sempre sulla breccia a tenere il nemico a bada. Il primo nemico da tenere a bada, se si vuole davvero raccogliere la lezione passata, è quello della retorica, quello che oggi celebra la democrazia (che bombarda allo stesso modo della dittatura), così come quello che prima celebrava la nazione, la classe, il mercato, il plesso tecno-scientifico e via dicendo.
Io ritengo si possano evitare le secche del relativismo, che aborro quanto te, senza doversi trovare aedi di una forma di governo piuttosto che un’altra. Il progresso spirituale non si manifesta nei plebisciti e nelle maggioranze, può al massimo essere favorito o sfavorito da alcune forme politiche (e sinceramente la democrazia non mi pare brilli di una luce particolare quanto a fomento di spiritualità, anzi), ma certo non dipende da quelle.
Il relativismo non lo si supera sposando la narrativa degli uni aniché degli altri, dicendo che la democrazia e i suoi fautori furono i buoni e gli altri, pur eroici, i cattivi, così dicendo si resta nella logica di parte, del relativo appunto. Il relativismo doxastico lo superiamo solo in prospettiva teologica, capendo le ragioni del “male”, o meglio dell’avversario, dello justus hostes. E’ la teodicea, per quanto in disuso, l’unica uscita dagli opposti partigianismi, certo inarrivabile da parte di chi fa professione di razionalismo, lo sapeva bene Erodoto, che infatti poneva il piano divino a fondamento dell’edificio storico.
Commento di Giampaolo — aprile 28, 2010 @ 10:14 am |
I miei punti di riferimento sono un’antropologia personalista e una filosofia della storia di tipo vichiano. Per dire che c’è progresso dal mito alla saga e dalla saga alla storia, e quest’ultima è inevitabilmente legata a una evoluzione della coscienza in senso ecumenico e democratico. Poi, siccome “corruptio optimi pessima”, la democrazia porta cpn sè il rischio delle sue perversioni, e lì hai buon gioco a evidenziarle. Ma l’uso che faccio del termine, si riferisce a una categoria del politico, nella quale, come faceva già Tocqueville, vedo un punto di non ritorno, e non certo alla malandata democrazia nostrana, meno che mai al delirio demagogico e mediatico dell’era berlusconi.
Commento di vbinaghi — aprile 28, 2010 @ 1:33 pm |
… le ragioni dei vinti? Parliamo della resistenza al nazifascismo? Quali sono, per cortesia? (mammamia !)
Commento di aiace — aprile 28, 2010 @ 8:12 pm |
Sì, ci sono anche la ragioni dei vinti, Aiace, come sempre, solo un manicheismo massimalista non le può nè le vuole vedere. La retorica del male assoluto è buona giusto per i salotti bene.
Io capisco il senso politico, anche metapolitico se vogliamo, che si può dare alla democrazia, e certo non sono così meschino da voler giudicare il valore di una forma politica dalle sue aberrazioni correnti, ciò premesso però, corre il dovere teoretico di capire se appunto queste aberrazioni siano semplici deroghe dalla prisca e originaria forma oppure no. Da questa prospettiva la categoria politica del potere-popolare non offre alcuna garanzia in ordine alla promozione dei valori spirituali, o materiali che siano. Del resto, pur volendo onorare la filosofia della storia vichiana, che ha tutto il mio rispetto, non si può però non vedere che la categoria politica della democrazia è antica quanto quella dell’oclocrazia (la sua deformazione) così come quelle dell’aristocrazia (degenerante in oligarchia) e monarchia (degennerante in tirannide). Questo per dire che nel ritmo dei corsi e ricorsi storici difficilmente l’ideale democratico potrebbe vantare un primato, non già storico ma anche solo valoriale, rispetto agli altri.
Da qui la mia difficoltà ad accettare la retorica democratica e quella ad essa conseguente del consenso.
Come se il consenso sia in qualche modo garanzia di verità o bene. La somma di 2+2 sarà sempre 4 anche il giorno in cui la maggioranza consensualmente decidesse che sia 5…
La teologia medievale, saggiamente, non si esprimeva favore di nessuna forma di governo, ritenendole tutte in potenza positive laddove intenzionate al bene comune, questa l’unica discriminante, non la forma con la quale tendervi. L’enfasi sui meccanismi di partecipazione e consenso, le forme cioé, a me pare scontino un formalismo (per molti versi di matrice kantiana) con tutti i limiti e le aberrazioni ad esso connesse.
Commento di Giampaolo — aprile 29, 2010 @ 7:59 pm |
Capisco quello che dici, anche se nell’inciso leggo una interpretazione dei ricorsi vichiani che non approvo (è quella che deriva da una lettura crociana, che non mi è mai sembrata la più calzante). Difendo la democrazia partecipativa come una conquista irrinunciabile non solo e non tanto come forma di governo, ma come forma adulta della libertà personale, come ne ha parlato ad esempio Mounier (che sicuramente conosci). Quanto al garantire valori spirituali, credo che nessuna gestione del potere possa farlo, e l’errore è pensare che rifugiarsi nell’autoritarismo possa riportare il popolo all’innocenza di una condizione infantile, sottraendolo ai rischi della libertà. Il contenuto della democrazia (come a suo tempo ha spiegato anche Popper, e prima di lui Tocqueville) non è lo strapotere della maggioranza, ma le istituzioni di garanzia che ne temperano gli umori.
Certo, quello che si vede in giro in questo momento non sembrerebbe confermarlo, ma, come si dice a Napoli, “ha da passà a nuttata”
Commento di vbinaghi — aprile 30, 2010 @ 12:26 am |
Lei Giampoalo sembra voglia far dialettica, ma sull’esempio proprio sbagliato. Parlavamo delle eventuali ragioni dei vinti nella resistenza al nazifascismo: molto semplicemente, me le vuole elencare? Tipo a), b), c) etc… Così sui fatti (sui drammi!) ci si può intendere.
Commento di aiace — aprile 30, 2010 @ 2:15 pm |
Io non sto affatto celebrando l’autoritarismo, che per inciso non ritengo l’opposto della democrazia, la quale ci ha mostrato in più occasioni il proprio volto autoritario. Trovo anzi che mai come nelle, pur degradate ma pur sempre tali, democrazie odierne vi sia una regressione infantilistica, voluta e perseguita tenacemente, dei cittadini, a favore dell’esercizio irresponsabile del potere da parte di pochi indegni, molto più che nelle dittature passate.
Tocqueville parlava ammirato della democrazia americana perché, a suo avviso, in essa ravvedeva una struttura pensata per garantire a ciascun cittadino eguali condizioni di competizione. Quanto ciò fosse reale non vorrei discuterlo ora, quello che invece vorrei rimarcare è che, pur ammettendo che l’uguaglianza relativa alle condizioni di competizione possa essere un buon criterio di valutazione di una forma di governo, questo non ha un legame strutturale con la democrazia, ma può essere garantito anche da tutte le altre forme politiche.
La partecipazione alle responsabilità pubbliche non è appannaggio della democrazia, si è verificata storicamente in ogni altra forma di governo.
Più in generale, trovo viziata di storicismo la tesi per cui l’oggi sia preferibile ai tempi passati. Non per misoneismo, ma perchè una filosofia della storia siffatta ha mostrato le proprie contraddizioni da tempo ormai. Il progresso o è morale o non è. Che oggi le istituzioni democratiche garantiscano una maggior realizzazione del bene rispetto a ieri non consta, anzi. Il progresso è una possibilità, non una certezza della storia, da qui anche la mia non perfetta consonanza con le tesi vichiane (per altri versi a me care).
Premesso, Aiace, che la dialettica è arte nobilissima e per pochi, e che dunque non avrei problema alcuno ad ammettere di farne o averne fatta (ammesso di averne le capacità), non è però questo il caso, io discutevo tesi di ordine filosofico e storiografico, non il merito dei fatti storici, peraltro già allusi dall’articolo di Camon donde si era partiti. Le tutt’altro che eventuali ragioni dei vinti non sarò certo io a poterle cantare o narrare, è stato già fatto dagli autori citati nel pezzo summenzionato, oltre che dai Pansa, dai Buscaroli, da un Leon Degrelle, da un Pound e da mille altri.
Ma davvero lei crede che solo i partigiani fossero i giusti della patria, mentre tutti gli altri dei semplici bruti aventi solo il proprio particulare come obiettivo? Schierarsi dalla parte del sicuro sconfitto, come era la Germania del fine ’43, non denota un grande spirito di convenienza, i repubblichini furono persone che si votarono consapevolmente alla morte pur di difendere ideali ben più alti che il libero mercato, i diritti alla degenerazione morale, l’individualismo e le mille altre amenità delle democrazie sedicenti liberali. Gente che credeva nella dignità di una patria con un destino e missione precise, in un’europa come Gemeinshaft, non nel burocratume odierno, nel primato dell’etico sull’economico (ancorché concepito more hegeliano), della famiglia sull’individuo etc. Ideali contestabili, se si vuole, ma certo non meno nobili o degni di altri, come capziosamente si persiste a voler far passare.
Commento di Giampaolo — aprile 30, 2010 @ 10:11 pm |
Bè Giampaolo, neanche tu devi attribuirmi la tesi storicistica per cui “l’oggi sia preferibile ai tempi passati”. Io parlo di un progresso della coscienza nel quale si fa più temibile la possibile degenerazione. Come quando ti ritrovi ad interloquire con due figli ventenni che discutono le tue indicazioni anzichè con due bambini delle elementari che vedono in te il loro dio. La tentazione di rimpiangere la bella unità di un tempo è forte, ma va superata in funzione di una volontà razionale e che ne ristrutturi i termini su altre basi. Il mio giudizio sul fascismo non è quello crociano (una mostruosità, un bubbone spuntato su un tessuto sano). Credo che sia stato il tentativo di riproporre un orizzonte mitico eroico ad un epeca che non era più in grado di riconoscervisi, se non ripiegando sulle pulsioni più regressive. Che sono poi le stesse che traducono la democrazia in populismo. E soprattutto non ho mai parlato di malafede in chi ha combattuto. Ma l’errore, anche se compiuto in buona fede, resta tale. Dovresti superare la contrapposizione tra comunità patriottica tipica del mondo preindustriale e società sfilacciata e anonima dell’occidente contemporaneo, magari rivolgendoti ad autori che hanno provato a ri-pensare la categoria della comunità, come Mc Intyre o Lasch, o Illich (la sua idea di società conviviale). E’ chiaro che tutto questo ha un senso meno utopico se si prende atto del fallimento dell’economia di scala, della globalizzazione e del monomito tecnologico. Qualcosa che io avverto come inevitabile, ma che non vedrò, e porterà con se una fase inizialmente catastrofica.
Commento di vbinaghi — maggio 1, 2010 @ 9:59 am |
Ma io non ripropongo affatto un passatismo di massima, anzi. Solo pongo l’enfasi sul fatto che presente e passato debbano essere valutati su di un metro che non sia loro interno, metatemporale. Da qui la necessità, a mio avviso, di una teologia della storia a fondamento delle diverse filosofie della storia. E’ la Gerusalemme celeste il fine, ben consci che nessuna Gerusalemme terrena ne potrà eguagliare la gloria. Ben inteso nè fascismo nè liberismo nè socialismo hanno mai riconosciuto questa verità trascendente, sono tutte eresie immanentiste.
I riferimenti fatti ai comunitari e al milieu degli ideali fascisti li ho fatti solo per replicare a chi sosteneva l’inesistenza di mete ideali e alte presso di loro, non già che io li condivida, i miei riferimenti sono ben lungi dai cascami dell’idealismo.
Convengo con te che la fine di un sistema insostenibile, perché fondato su una contraddzione palese, come il nostro non può che essere prossima, e sarà catastrofica, l’auspicio è che la kata-strophè sia un rivolgimento non più verso il basso, come avvenuto dall’era moderna in avanti, ma verso l’alto, dove per natura l’uomo tende.
Ciao e buona domenica
Commento di Giampaolo — maggio 1, 2010 @ 2:52 pm |
Teologia della storia, certo che si. Ma attenzione: il Dio che si rivela è Trinità, e la teologia della storia deve prenderne atto. Quella di Gioachino da Fiore lo era (ma ha generato equivoci pericolosi, Hegel compreso). Anche quella di Vico, a suo modo, lo è. Se cerchi in rete, c’è un lungo saggio di Voegelin sul Vico che sicuramente t’interessa. Se non lo trovi scrivimi qui
valterbinaghi@alice.it
e te lo allego io.
Commento di vbinaghi — maggio 1, 2010 @ 3:53 pm |