Doctor Blue and Sister Robinia

aprile 28, 2010

Alle origini della narrazione(16) IL RACCONTO D’INVENZIONE: UN MONDO INTERO di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 5:35 pm


René Magritte, Le Château des Pyrenées, 1959

Nel post precedente osavo affermare che nel racconto d’invenzione (e più in generale in ogni rappresentazione artistica) “si dispiega un mondo intero e autosufficiente”
Proviamo a vedere in che senso questa affermazione può accordarsi con quanto già sosteneva Aristotele nella “Poetica”, quando definiva le caratteristiche di ciò che è oggetto di una “fabula”

Si ha l’unità del racconto non già, come credono alcuni, con il trattare di un’unica persona, perché ad una sola persona accadono molte cose ed anzi infinite, dalle quali, anche a prenderne alcune, non risulta nessuna unità; allo stesso modo, di un’unica persona molte sono anche le azioni che compie, dalle quali non risulta un’unica azione.

Qui sembra che il filosofo insista molto sulla “selezione” operata dall’autore, che non deve preoccuparsi di tutto ciò che al protagonista potrebbe capitare, ma solo di quelle vicende che possano comporsi in unità, cioè in una forma che sia soprattutto coerente. E infatti esalta le scelte di Omero

…poiché nel comporre l’Odissea, non prese a poetare su tutto quanto accadde ad Odisseo, come, ad esempio, che fu ferito sul Parnaso e che finse di essere pazzo nell’adunanza, due fatti dei quali il verificarsi dell’uno non comportava di necessità o con verosimiglianza il verificarsi dell’altro, ma costruì l’Odissea attorno ad un’unica azione, quale noi diciamo, e così anche l’Iliade.

Aristotele dunque non ritiene che il racconto debba essere onnicomprensivo degli accidenti che occorrono a un medesimo soggetto, e nemmeno esclusivamente incentrato su un protagonista (il che potrebbe realizzarsi nell’Odissea ma non nell’Iliade): l’essenza del racconto sta più che altro nella sua capacità di vivere di vita propria rispetto a tutto ciò che l’esperienza o la logica potrebbero rivendicare per completarlo secondo i loro criteri. Per la prima volta nel pensiero occidentale si assiste alla formulazione di un principio di autonomia della dimensione estetica, che viene evidentemente identificata con la compiutezza della forma.
Per Aristotele il racconto deve essere

tale da costituire un tutto concluso, ed occorre che le parti dei fatti siano connesse assieme in modo tale che, se qualcuna se ne sposti o sopprima, ne risulti dislocato e rotto il tutto, giacché ciò la cui presenza non si nota affatto, non è per niente parte di un tutto.

Ciò che ho definito la “coerenza della forma” e che Aristotele chiama un “tutto concluso”, si trova solo nell’opera d’arte. Non nell’oggetto tecnico, che è parte di una catena di “utilizzabili”, cioè di una serie mai conclusa di mezzi-fini. Non nell’esistenza, in cui il decorso temporale riprende il passato degli eventi e li rilancia verso un futuro che potrà interpretarli compiutamente. Non nel linguaggio in quanto modo di comunicazione, dove il senso ultimo delle nostre espressioni è affidato a un’interprete che è ancora di là da venire (il soggetto psicologico che noi siamo, e che diverrà più consapevole di sè, in definitiva la “semiosi infinita” di cui parlava Peirce). Non nella scienza, che procede per tentativi ed errori come vorrebbero gli empiristi o per rivoluzioni strutturali come vorrebbe Kuhn, che reinterpretano a partire da un nuovo paradigma le conoscenze che componevano un disegno organico dettato da un modello di spiegazione precedente e dove, in ogni caso, ogni risposta fa sorgere nuove domande. Non nella vita morale, dove ci svincoliamo da beni minori per aderire a più allettanti promesse ma non accade mai che qualcuno possa rivendicare il possesso pieno e duraturo della felicità. La nostra vita è in fieri, la nostra parola è incompiuta, il nostro sapere è falsificabile, perfino il vero oggetto del nostro desiderio è ignoto, al punto da farci disperare del suo appagamento a meno di non collocarlo in una dimensione che trascende il divenire, Dio.
C’è un solo luogo in cui la forma compiuta diventa accessibile, e questo luogo è l’immagine statica (attenti: non la percezione che è sempre frammento e richiede ampliamenti e focalizzazioni ulteriori) o il racconto dinamico (verbale o musicale che sia) che si sostanzia di una temporalità conchiusa. Ciò che non possono offrire nè la cosmologia scientifica nè quella religiosa (la quale conferisce un senso al nostro agire e desiderare ma non gli dà definitivo compimento), è la forma esteticamente intesa a donarcelo.
Un mondo, nè più nè meno.

4 commenti »

  1. Ho come l’impressione che ti troveresti abbastanza d’accordo con le idee che il mio amico Renato Calligaro fa poi culminare nel suo concetto di “tempo fermo”.
    ( per eventuali curiosi una buona sintesi qui: http://www.arteadesso.net/tempofermo/numeri/1/tempofermo1_4.htm )

    Commento di elio_c — aprile 28, 2010 @ 7:10 pm | Replica

  2. Molto interessante, in effetti. Me lo voglio rileggere con calma stanotte. Hai fatto molto bene a linkarmelo.

    Commento di vbinaghi — aprile 28, 2010 @ 7:56 pm | Replica

  3. Il punto centrale è questo:

    “Certamente tutta l’umanità ha un bisogno fondamentale, costitutivo, di forma. Questo bisogno può essere conscio o solo inconscio. Quando il bisogno è conscio, l’uomo diventa “interlocutore” della forma, si trova cioè nella situazione esistenziale di bisogno di forma, di predisposizione alla forma, e quindi di conscia ricerca della forma”

    Sono molto meno daccordo sull’origine animale del bisogno di forma e sull’uso che Calligaro fa dell’antropologia di Gehlen. Importante invece questo passaggio:

    “In termini generali un’opera (pittorica, letteraria, cinematografica, musicale ecc.) è un oggetto comunicativo, coniugazione di narrazione (significato) e formazione (forma): è una narrazione. In una narrazione qualsiasi significato e forma non coincidono. In una narrazione qualsiasi si può cambiare la forma senza che cambi il significato. In una narrazione artisticamente riuscita invece narrazione e formazione coincidono. Significato e forma coincidono.

    E soprattutto questo:

    “Il riconoscimento della qualità di artisticità è transtorico e transculturale, si può solo sentire (nel pensiero simbolico) e si manifesta al di là e nonostante i condizionamenti culturali e di gusto, mentre l’interpretazione (esperienza ermeneutica e giudizio di valore) è in gran parte soggettiva, condizionata dalle variazioni di gusto nel tempo, nelle culture e negli individui, non essendo i “valori” universali, ma solo i valori di una certa cultura. L’interpretazione, che appartiene al pensiero razionale, è dunque storica e culturale e relativa. Il riconoscimento, che appartiene al pensiero simbolico, è transtorico e transculturale.”

    E’il motivo per cui Hegel collocava l’arte nell’universalità dello Spirito Assoluto piuttosto che nella particolarità dello Spirito Oggettivo, cioè ne sanciva una universale partecibilità, non limitata alla condivisione di un sistema culturale.
    Questo di Calligaro è un testo veramente denso e importante.

    Commento di vbinaghi — aprile 28, 2010 @ 11:49 pm | Replica

  4. Mi fa molto piacere questa convergenza, gliela segnalerò :-)

    Commento di elio_c — aprile 29, 2010 @ 10:34 am | Replica


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