Doctor Blue and Sister Robinia

maggio 30, 2010

LA COPPA MALEDETTA di Alberto Garlini

Nell’anniversario della strage dell’Heysel, propongo la narrazione che ne fa Alberto Garlini in quello che considero uno dei (pochi) grandi romanzi italiani dell’ultimo decennio. L’ho letto in ritardo, nonostante che ai tempi in cui pubblicavo per Sironi gli amici Giulio Mozzi e Paola Borgonovo mi avessero invitato a farlo. Faccio ammenda, consigliandolo a chiunque ami la letteratura e questo paese, e voglia conoscere il momento in cui l’Italia ha perso la sua innocenza. Qui una recensione del libro, fatta dallo scrittore Carlo Sgorlon.

(Da: Futbol bailado, Sironi 2004)

Un’ora prima della finale iniziò la strage.
Un bel fresco primaverile che calava sui riflettori, sui tetti di Bruxelles.
Il cielo color arancio pareva il riverbero del rosso delle bandiere inglesi, delle maglie, delle canotte, delle pitture tribali sui volti barbarici. Nel settore Z dell’Heysel i tifosi juventini erano stati mischiati agli hooligans, ubriachi dalla sera precedente. A dividerli solo una rete di metallo e dieci poliziotti belgi.
Una bomba a orologeria, un bomba pronta a esplodere.
Provocazioni. Qualche pisciata sulla bandiera bianconera, qualche sfottò. Gli juventini reagirono spaventandosi, strinsero i figli, dissero allle mogli di allontanarsi con un ultimo abbraccio.
La paura li uccise.
Gli inglesi odorarono la paura, sentirono la paura dell’ altro gruppo come un afrodisiaco dell’ orda, come il sapore del calore di una cagna. Capirono di non avere a che fare con ultras armati, ma con famiglie in gita domenicale, che qualche speculazione aveva portato lì, a farsi masssacrare.
E se c’era da massacrare, si doveva massacrare.
La prima onda sembrò un’illusione ottica, come se l’Heysel fosse un setaccio e qualcuno lo stesse agitando. I rossi si spostavano verso i bianconeri, ritmicamente, dal punto più lontano a quello più vicino alla tribuna centrale. Una hola che portava morte. Presero ad attaccare armati di bottiglie rotte, spranghe e legni raccolti in un cantiere edile incautaamente lasciato accessibile a pochi passi dallo stadio. I vecchi mattoni delle gradinate si sbriciolavano come il pane e fornivano proiettili da lanciare, la rete fu strappata, i poliziotti si dileguarono presi dal panico.
Gli juventini per sfuggire agli attacchi si pressarono scompostamente al muretto alla loro destra, schiacciandosi gli uni con gli altri.
N on c’erano vie di fuga o erano del tutto insufficienti a quella emergenza: solo una porticina di ottanta centimetri in entrata e un’ altra di uguali dimensioni verso il campo. Quest’ultima oltre tutto presidiata dai poliziotti belgi che non intervenivano alle scorribande degli inglesi ma bastonavano selvaggiamente gli italiani che cercavano scampo sul verde del prato. Gli ordini erano ordini, si dovevano evitare le invasiooni. Rimaneva un’unica possibilità, schiacciarsi contro il muretto. E così la gente moriva, tagliata, bastonata, pestata, asfissiata.

Negli spogliatoi si sapeva dei morti: non se ne conosceva il numero preciso, né le circostanze nei dettagli, ma si sapeva della strage. In seguiito la versione ufficiale avrebbe negato l’evidenza, affermando che non erano giunte notizie della gravità di ciò che accadeva. Ma i giocatori saapevano, come potevano non sapere? Arrivavano frotte di tifosi negli spogliatoi per farsi medicare. Gente piangente, insanguinata ovunque, sul volto, lungo il corpo, senza scarpe senza i giubbotti, con tracce di unnghie stampate sulle spalle, come tentativi di rimanere attaccati alla vita.
I brividi, il freddo, il tremore, lo shock.
(…) Platini e Scirea facevano la spola fra l’infermeria e l’arbitro per portare meedicinali, garze, e quello che poteva servire. Anche tè caldo, anche sciarrpe, anche solo una parola di conforto.
Intanto qualcuno più coraggioso usciva alla luce del verde, ritornando con ragguagli mostruosi.
(…) L’attimo dopo il litigio, dopo la morte, quando non c’è più azione, ma il residuo dell’ azione. Quando lo schiaffo è schioccato ma resta il resiiduo dello schiocco. Quando il lutto è nella zona di nessuno della ridiicolaggine. Quando al tribunale dei morti l’innocenza non è ancora provata. Angeli ridenti, angeli disperati.
I corpi sopra i corpi, accatastati come quarti di animali sulla pista d’atletica. Gli uomini agonizzanti, l’incredulità che stringeva mani inerti, un medico italiano che bestemmiava. Le transenne usate come barelle da infermieri che tentavano tracheotomie. Tanto sangue, gole aperte. Assurdi gendarmi a cavallo che andavano su e giù roteando i manganelli. E poi una donna dalla maglia bianca chiudere il ventre aperto del marito, e una ragazza in verde morire serafica con un sguardo felice, e un padre calvo reggere la testa di un bimbo morto. E i massaggi cardiaci, le urla concitate, l’andirivieni isterico, l’esplosione delle persone, il volo impazzito degli uccelli impauriti, e questo frastuono di fondo e i canti degli inglesi, ubriachi epici, come dopo le grandi carneficine medioevali.
E infine un cane, un cane bianco, che faceva la guardia a un cadavere come fosse quello del suo padrone.

«Quando il trapezista muore, entrano i clown … » disse Michel Platini in una intervista dopo l’Heysel.
Aggiunse: «Noi non siamo clown … » ma nessuno gli credette.
(continua…)

maggio 29, 2010

Cristina Di Bonaventura recensisce SANGUE DEL SUO SANGUE

Biancaneve è stata sette anni in una bara. Però lei dormiva, non se n’è neanche accorta. E poi la bara era di cristallo, se apriva gli occhi vedeva tutto. La mia non è una bara, è una stanza. Ma buia, con i muri sporchi e ragni grossi come rospi. E io non sono Biancaneve non ce la faccio a dormire. Se capita faccio brutti sogni. I miei sogni fanno paura. Chissà se Biancaneve ce li aveva dei sogni così. Secondo me no, altrimenti si svegliava.

Aprite la mente, chiudete in un cassetto la razionalità, la logica le prese di posizione e buttate la chiave. Uscite dagli schemi, lasciate che un infinità di sfumature di grigio prendano il posto del bianco e nero. Tutto questo prima di iniziare a leggere questo libro. Roberta Borsani nel suo primo romanzo, coraggiosamente oserei dire, con uno stile narrativo pulito chiaro e coinvolgente ci porta in una storia “diversa” e ci fa conoscere Manuela, la sensitiva, che mette il suo dono a disposizione delle forze dell’ordine quando nonostante le ricerche, le indagini, l’intervento della scientifica, in nessun modo si è arrivati a trovare una persona scomparsa, nei casi di rapimento, o un corpo, nei casi di occultamento di cadavere, una sorta di ultima spiaggia, un gommone di salvataggio a cui restano aggrappate le speranze di chi fino all’ultimo crede nei miracoli.

Leggi l’intero articolo su Corpi Freddi

maggio 28, 2010

The Blue Jukebox (4) David Bowie

Filed under: canzoni — vbinaghi @ 6:51 pm
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maggio 26, 2010

MANOVRE

Io e Roberta siamo molto felici oggi.
Siamo tra i privilegiati che potranno vantarsi di avere contribuito al salvataggio dell’Italia e dell’euro, partecipando agli sforzi richiesti dalla manovra eccezionale del governo Berlusconi: in quanto entrambi insegnanti, avremo infatti gli stipendi congelati fino al 2013, come tutti gli altri dipendenti pubblici di questo paese.
Compiangiamo invece gli sfortunati che non potranno altrettanto vantarsi: imprenditori e professionisti con profitti milionari, percettori di rendite finanziarie su cui non aumentano le tasse neanche di un decimo di punto percentuale ecc, e non possiamo che commiserarli con le parole del poeta:

Oh giornate del nostro riscatto!
oh dolente per sempre colui
che da lunge dal labbro d’ altrui,
come un uomo straniero, le udrà!
Che à suoi figli narrandole un giorno
dovrà dir sospirando: io non c’ era;
che la santa vittrice bandiera
salutata quel dì non avrà.

In compenso, preghiamo per gli onesti intenti del governo di centro-destra: che non debba capitare quello che capitò tra il 1861 e il 1876 alla Destra storica degli eredi di Cavour, che dopo aver raggiunto il pareggio del bilancio con tasse che colpivano i poveri come quella sul macinato, furono allontanati dal governo di un paese che erano riusciti a mettere in ginocchio.
Infine, ci consoliamo del fatto che in mezzo a tali frangenti e sacrifici, almeno qualcuno sta peggio di noi: mamma Gregoraci e babbo Briatore lamentano il fatto che il pupo di due mesi ha perso il sonno dopo che alla famigliola è stato sequestrato lo yacht da sessanta metri finora totalmente ignoto al fisco (e alle guardie costiere?)
Vuoi vedere che il partito dell’Amore non sarà sordo al grido di dolore e presto l’allegro panfilo potrà tornare a manovrare nelle acque d’Ausonia, magari dopo un piccolo condono fiscale tipo quello che si riserva agli esportatori di capitali all’estero o ai proprietari di case abusive?
Volesse il cielo, signora mia!

maggio 25, 2010

UN READING MUSICALE – Giovedì 27 sera

maggio 24, 2010

IL LUOGO DEL RELIGIOSO: OLTRE L’IMMAGINE

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 6:38 pm
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Giulio Mozzi ha postato sul suo blog Vibrisse un brano tratto da un libro di Sandro Bondi, attuale Ministro della Cultura: ne riporto un frammento, potete leggere la versione più ampia qui

La filosofia berlusconiana si rivela chiaramente una sorta di teologia laica o anche, per dirla in termini più moderni, una spiritualità pratica. Non è casuale la definizione della politica come una realtà sia sacra sia laica, fornita da Berlusconi nel discorso pronunciato durante la grande manifestazione di piazza San Giovanni, a Roma, il 2 dicembre 2006. Ecco allora che, in un simile contesto, espressioni che possono apparire legate a un immaginario da fiaba, come quella, celebre, «Ho il sole in tasca», risultano essere i prodromi della promessa di un paradiso a portata di mano, un universo di liberazione e di compimento dell’umano, un potente richiamo alla capacità di sognare, tipicamente presente nelle facoltà naturali dei bambini. Non a caso Giuliano Ferrara ebbe a paragonare Silvio Berlusconi a Mozart, sostenendo che anche in lui, come nel grande compositore, convivono la genialità e un candore fanciullesco. Un incanto produttivo, una sorta di «pari» [scommessa] pascaliano volto a disincagliare le aridità del cuore umano, tendendolo verso un orizzonte ideale trascendente e, insieme, storicamente raggiungibile. Una trascendenza etica e spirituale, pragmatica e operativa, nell’immanenza della storia.

Da un lato, credo di aver sentito in vita mia poche bestemmie peggiori di questa. Dall’altro, il brano è ottimo per capire quale sia l’essenza dell’idolatria. Dando a Bondi un credito che probabilmente non merita, concedendo che non si tratti del solito leccaculo ma di un fervente apostolo, ecco l’idolatra: colui che confonde la capacità dell’immagine di comunicare qualcosa di grande con la Grandezza, addirittura con la divinità.
Il luogo del religioso (e non parlo di paganesimo, ma di cristianesimo, ossia ciò di cui Bondi si professa credente) è precisamente il rifiuto dell’asservimento al finito, al giardino di casa che inevitabilmente costringe a schierarsi ed esclude, e soprattutto alla magia delirante del desiderio (“Fai che queste pietre diventino pane…”). Certo, il berlusconismo non viene dal nulla e quelli che oggi fanno isterica e impotente opposizione hanno le loro colpe.
L’uomo ha fame di significato, di essere libero PER qualcosa e non solo DA qualcosa. L’ideologia illuministica, perduto il messianismo marxista che l’aveva contaminata, si rivela come puro nichilismo e, volenti o nolenti, la socialdemocrazia sterile che è il minimo comun denominatore del centro-sinistra italiano comunica questo e niente più di questo. La finzione ottimistica e pseudo messianica di Berlusconi ha avuto quindi buon gioco proprio sul popolo molto più che sulla piccola e media borghesia (che può permettersi il nichilismo perchè materialmente soddisfatta e quindi continua a votare a sinistra)
Si combatte il Berlusconismo con una teologia (laica, e per laica intendo non una teologia senza Dio ma una teologia non confessionale) vera al posto di una falsa. La libertà dai desideri, l’amore che trascende le passioni, il vincolo comunitario invece dell’individualismo sfrenato. la ricerca della verità oltre le apparenze, la continuità della storia invece del miracolismo.
Se si è in grado di testimoniare questo si può fare opposizione, altrimenti si nega semplicemente, e di negazioni la gente non vive.
Un’intera generazione di politici e intellettuali sessantottini che ha basato la propria cultura sull’anarchia del desiderio e ha dovuto assistere (impotente) a quella che crede trattarsi di un’eterogenesi dei fini e invece ne è il puntuale inveramento, dovrebbe semplicemente avere il pudore di uscire di scena.

Addenda.
Sandro Bondi fa schifo.
Il poeta Davide Rondoni che ha scritto una prefazione alle sue ridicole poesie fa schifo.
Gli uomini di cultura e spettacolo che accettano di mercanteggiare spazi con questo Ministro della Cultura fanno schifo.
L’idea che si possa fare opposizione senza testimoniarla col sacrificio e magari col silenzio può venire solo a chi dell’opposizione ha fatto un mestiere spettacolare e redditizio. Non stiamo a far nomi, ce ne sono anche di grossi e con l’aureola da martire. Ma è gente che fa schifo.

maggio 21, 2010

IL LUOGO DELL’ETICO: FERMO IMMAGINE

Questa bella e coraggiosa signora è Maria Luisa Busi, ex collaboratrice del TG1 diretto da Scodinzolini, quel tizio che prende ordini direttamente da Berlusconi al cellulare.
Come probabilmente già sapete (ma potete leggere i particolari qui) la signora Busi si è dimessa, perchè non si riconosce più nella caricatura di telegiornale che Scodinzolini dirige, spiegando:
“L’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte e l’infotainment quotidiano. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese.”

Io la guardo, in questo fermo immagine, e mi chiedo cos’altro deve succedere in questo paese, dove un parlamento di inquisiti e un governo guidato da un farabutto mettono bavagli all’informazione e si apprestano a varare un provvedimento contro le intercettazioni telefoniche di cui sono stati oggetto, e grazie alle quali conosciamo il malaffare di personaggini come Scajola, Verdini, Bertolaso oltre al solito Berlusconi.
Ma, mi dicono, questa gente gode ancora di ampia fiducia da parte della maggior parte degli italiani. E allora (se è vero) io dico che la maggior parte degli italiani mi fa schifo e pena.
E siccome la scrittura è la mia vocazione e il mio piacere, ma è anche il modo con cui io attesto ai visitatori del blog che la parola è possibile e la vita continua, io adesso mi fermo e da oggi, per un bel po’ mi taccio.
Voglio che chi passa di qui trovi solo questo post, e capisca che non si può cantare con un piede sul cuore, come diceva il poeta, e non si può continuare ad esibire e promuovere se stessi e il proprio pensiero in un paese in cui succede quello che succede, a meno di non portare acqua al mulino di chi dice che, dopotutto, siamo in democrazia. Questa non è più una democrazia, o è una democrazia che sta tirando gli ultimi.
Mettetevelo bene in testa.

A risentirci fra non so quando.

IL LUOGO DELL’ESTETICO: L’IMMAGINE di Valter Binaghi


Marc Chagall – Promenade

Quando penso che la vita è breve, i figli se ne vanno e i miei romanzi non saranno indimenticabili, anzichè farmi prendere dallo spleen (“Sono il Re di un paese piovoso…” scriveva il primo poeta che ho veramente amato, Baudelaire) mi avventuro come un turista accaldato nelle sempre fresche acque della mia vera ossessione: scoprire il luogo dell’estetico, convinto come lo era Dostoevskij che sarà la Bellezza a salvare il mondo.
Il luogo dell’estetico, ossia la cosa più difficile da dire per tutti quelli che si affidano al pensiero razionale, trovandosi perennemente schiacciati tra il materialismo delle sensazioni e l’algida precisione dei concetti. Sta di fatto che pochissimi filosofi hanno realmente detto qualcosa di ficcante sulla Bellezza, e quando l’hanno fatto l’hanno fatto con linguaggi talmente diversi l’uno dall’altro da far pensare al lettore che parlassero di cose diverse.
Per esempio Platone, quando nel Fedro scrive che l’Idea del Bello è l’unica che assuma forma sensibile, e che ha il potere tra tutte le vane parvenze di questo mondo di risvegliare l’Anima al suo destino ultraterreno, sembra lontano anni luce da Aristotele, che nel primo libro della Metafisica afferma essere l’uomo l’unico animale che apprezza le sensazioni per se stesse (non come puri segnali di cibo, sesso o pericolo) e che la meraviglia è il principio della filosofia.
E invece stanno dicendo la stessa cosa.
Così Vico, quando scrive che la poesia viene prima della scienza, e forse quest’ultima è solo una messa a fuoco di ciò che la prima annuncia come una visione, un lampo nel buio dell’ignoranza.
E Schopenhauer, quando sostiene che la contemplazione del vero ci è data solo nell’arte, perchè la scienza (privata dell’idea di finalità, che Galileo ha reciso dalla natura e Kant ha riammesso solo come sentimento soggettivo), è divenuta ormai strumento del desiderio e del bisogno, soggetta alla volontà di potenza (quest’ultimo è Nietzsche, più Schopenhaueriano di quanto avrebbe ammesso).
Anche loro parlano diverso, eppure dicono il Medesimo.

E io, cosa dico?
Dico che della poesia è lecito parlare solo poeticamente, perchè non si possono afferrare le ali di una farfalla con le pinze se non quando l’animaletto è morto, a meno di ucciderlo con l’atto stesso.
Dico che l’incanto è un istante rapito all’urgenza del bisogno e al calcolo dell’utile.
Dico che tra percezione e concetto sta l’immagine, come un corpo nudo di fanciulla, già graziosa ma non ancora addomesticata alla cerimonia della seduzione.
Dico che la specie più diffusa e grossolana d’uomini capisce solo la dualità dei contrari, ma il saggio riconosce la trinità nel creato.
E mentre la percezione è un frammento che rimanda all’intero e la parola promette una conclusione al discorso, l’immagine presenta l’ essere e l’Anima finalmente ha Compagnia.

maggio 20, 2010

SANTORO: DALLA TRINCEA ALL’INCASSO di Massimo Fini

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 8:16 pm
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Tratto da: ComeDonChisciotte

Michele Santoro lascia la Rai, ma sigla un accordo milionario con l’azienda.
Per il giornalista, ci sarà una sorta di prepensionamento che gli dovrebbe fruttare, secondo voci che circolavano ieri in Viale Mazzini, una cifra tra i 2,5 e i 2,7 milioni di euro. L’azienda, comunque “continuerà ad avvalersi della collaborazione di Michele Santoro che, in questo modo, avrà la possibilità di sperimentare nuovi generi televisivi attraverso un ulteriore sviluppo del proprio percorso professionale”. Un breve ritratto di Massimo Fini

(Da : M. Fini, “Senz’anima. Italia 1980 – 2010 – Chiarelettere)

Ci sono i carnefici, le vittime e le finte vittime. Queste sono le peggiori perché hanno l’apparenza delle seconde ma la sostanza dei primi. Alla categoria appartiene di diritto Michele Santoro, specialista nel darsela da martire rimanendo sempre a galla. Quando fu colpito, insieme a Luttazzi e a Biagi dall’”editto bulgaro” di Berlusconi, fece il ponte isterico e si atteggiò a san Sebastiano trafitto dalla protervia del Potere. Ma il meccanismo politico che lo escludeva momentaneamente dalla Rai era lo stesso che per quindici anni (Samarcanda è del 1987) gli aveva permesso di spadroneggiarvi indisturbato, in una posizione di monopolio, tanto nella Prima come nella Seconda Repubblica. Non perde occasione per dichiararsi “scomodo” e “autonomo dai partiti”. Ma che autonomia ha, e può aver mai avuto, uno che, a compensazione della sua cacciata dalla Rai, si fa eleggere parlamentare europeo nella lista Uniti nell’ulivo e che poi, dopo la breve e lucrosa parentesi, rientra in Tv appena i suoi amichetti politici vi hanno rimesso piede?
In realtà Santoro è un doppelgänger di Vespa. Ma meno abile. Ha una tale belluina faziosità che anche quando ha ragione viene istintivamente la voglia di stare dall’altra parte. Non mi stupisce che a Mediaset lo trattassero “come un re”, lo vezzeggiassero, lo coccolassero. Ha fatto guadagnare più consensi lui al Cavaliere di quanti gliene abbiano fatti perdere tutti insieme, con la loro lasciva laudatoria, Bondi, Schifani e Cicchetto. Se la tira da “duro e puro” ma è passato a Mediaset con un contratto miliardario (“non olet”), dopo aver per anni sparato a palle quadre su Berlusconi. Vi faceva la foglia di fico come Antonio Ricci che però ha almeno la scusante di essere lì da sempre.
Ci sono scrittori che hanno lasciato la Mondadori per non essere accusati di criticare Berlusconi e di prendere i soldi da lui. L’ultra ottantenne Montanelli abbandonò il “Giornale”. Altri sono entrati nella scuderia di Arcore, dove il mafioso Mangano, la faceva da stalliere, ma con la pretesa, dopo aver consumato questo stupro consenziente e generosamente pagato, d’esser rimasti vergini. Non è solo una questione di stile. Ma di palle. Di chi le ha e di chi le sventola senza averle. Santoro sembra sempre sul punto di azzannare il mondo intero, ma quando esce dalle denunce generiche e populiste, che sono la sua specialità, e ha a che fare con i potenti in carne e ossa, quelli che ti possono fare davvero del male, diventa uno specialista del dribbling. Una volta invitò Previti. Costui per difendersi da un’accusa più grave afferma testualmente: “Per quarantacinque o quarantasei volte l’avvocato Pacifico mi portò cinquecento milioni dalla Svizzera”, A questo punto ci si sarebbe aspettati che il feroce conduttore dicesse: “Fermi tutti. Lasciamo stare per il momento il resto, che è incerto. Il certo, onorevole Previti, è che lei è stato un colossale trasgressore delle leggi fiscali in anni in cui gli italiani non potevano uscire dal paese, nemmeno per un viaggio di piacere, con più di 800 mila lire”. Santoro fece finta di nulla, tirò dritto e tutto finì nella solita, inconcludente, confusione. Destituito di ogni ironia e autoironia, di qualsivoglia capacità autocritica, privo del senso del limite e dei limiti, soprattutto dei suoi, Michele Santoro è uno che si prende tremendamente sul serio, un “miles gloriosus” che confonde il proprio ombelico con quello del mondo.
Così racconta la sua giovinezza: “Ero molto popolare in città. Un capo vero. A Salerno ero adorato, avevo legioni di fan. Ai miei esami di maturità vennero centinaia di persone. Avevo il massimo di visibilità. Era facile avere tutte le donne che volevo. Come succede ai fenomeni popolari, ai cantanti, agli attori”. A questa fama di sciupafemmine il conduttore di Annozero tiene moltissimo. Ma il vero scopatore, come ognun sa, è silenzioso. Del resto è un uomo dalla volgarità innata, accentuata dal fatto che si ostina a indossare abiti firmati che, antropologicamente, non gli appartengono (la volgarità, com’è noto, è un “non stare nei propri panni” e Santoro è perennemente fuori dai suoi, persino quando è nudo).
Il suo iter è un classico. Da giovane ha militato in Servire il popolo, uno dei gruppuscoli più estremisti e idioti della galassia extraparlamentare (il loro vangelo era il “libretto rosso” di Mao), così a sinistra da finire per confondersi con la destra. Caratteristica che il conduttore ha conservato. Laurea in filosofia con 110 e lode negli anni della contestazione quando il 30 non si rifiutava a nessuno. Poi funzionario del Pci, quando i comunisti erano all’apice. Quindi, come tutti i leader e i leaderini del Sessantotto, l’approdo nei media di regime.

maggio 19, 2010

Mauro Baldrati recensisce JOHNNY CASH. THE MAN IN BLACK

Esce per l’Arcana, storica casa editrice alternativa, con una lunga tradizione di collane di musica, meditazione, spiritualità, controcultura, Johnny Cash, di Valter e Francesco Binaghi.
E’ una interessante fusion di biografia partecipata, più letteraria che analisi storica distaccata – benché la ricostruzione della vita e delle vicende di Cash sia precisa e documentata – e antologia di canzoni tradotte. Quest’ultimo aspetto è stato seguito da Francesco Binaghi, figlio di Valter, studente di 22 anni già appassionato di heavy metal, che si è cimentato con successo coi versi anarchici, malinconici, oscuri e ribelli di uno dei miti della tradizione musicale americana, che trae la sua epica dalla frontiera, dal nomadismo della Grande Depressione, i canti di lavoro del blues rurale, il gospel, i versi d’amore disperato del blues urbano, il country, l’avvento del rock’n’ roll con Elvis, il folk elettrico di Bob Dylan.

Leggi l’intero articolo su La poesia e lo spirito

maggio 18, 2010

SPERO CHE SIA UNO SCHERZO

Filed under: recensioni — vbinaghi @ 4:10 pm
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Antonio Moresco, Gli incendiati (Mondadori 2010)

L’ultimo romanzo di Moresco, celebrato autore dei “Canti del Caos” e da alcuni considerato il Grande Scrittore Italiano dei nostri tempi, mi ha lasciato interdetto.
E’ un attraversamento forsennato di tutti i luoghi comuni del romanzo di genere (l’incontro fatale, l’erotismo morboso, la prostituta schiava che redime il protagonista, il crimine organizzato che assorbe la politica, la sparatoria di venti pagine come scontro all’Ok Corral, i protagonisti non morti che imperversano contro i vivi, fino all’agnizione letteralmente intesa dell’incendio terminale, dove brucia tutto protagonisti compresi).
Da parte di uno scrittore che la critica esalta ma che il grande pubblico ignora (i suoi editori preferiscono creare casi letterari con thrilleroni complottisti, esordienti ventenni o replicanti dell’attimo fuggente), lo interpreto come una via di mezzo tra la vendetta e lo scherzo. Il libro si legge con curiosità, con voracità direi, perchè la prosa è comunque quella di uno scrittore di talento, ma alla fine ti chiedi se ci è o ci fa: tutto è troppo già visto e già letto per non sembrare una provocazione ammiccante.
Poi ti ricordi la storiella su Talete, il filosofo: a furia di sentirsi dire che i filosofi chiacchierano perchè non riescono a fare i soldi veri, Talete durante un’annata eccezionalmente buona per le olive noleggiò tutti i frantoi, così nella zona fu il solo a macinare e fece un sacco di soldi con l’olio. Se fosse così, Moresco ha divorato gli stereotipi del genere per risputarne una caricatura che li snobba, intermezzo comprensibile e accattivante, anche se non mi esalta: realismo o non realismo, oggi siamo troppo poveri di senso per poter vivere di barzellette o parodie.
In caso contrario, non è quel grande scrittore che si dice: se questa è la sua convinta versione dell’allucinazione collettiva che i media c’insegnano a chiamare realtà, mi tengo il Genna di “Dies Irae” o “Italia De profundis” per tutta la vita.

maggio 17, 2010

FISICA DELLA TRASPARENZA di Roberta Borsani

Filed under: Poesia — vbinaghi @ 3:25 pm
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Alcune poesie inedite di Roberta, pubblicate su La dimora del Tempo sospeso, il blog di Francesco Marotta

fisica della trasparenza

l’Essere
si sgrava in controluce

vedi la rossa filigrana
come conduce all’Altro
allo straniero mite

*

la giornata è di ghiaccio e chiara
le montagne spalancano il confine

migra la lana dell’anima
verso ovili flautati
dove la carne è mandorla

(spezzata, si sguscia)

Continua a leggere qui

maggio 13, 2010

The Blue Jukebox(3) ROXY MUSIC

maggio 12, 2010

PADRI SCRITTORI: un dibattito su “Letteratitudine”

L’amico Massimo Maugeri ha invitato alcuni autori di romanzi “in tema” (tra cui il sottoscritto), a misurarsi con le questioni che ruotano intorno a “famiglia e scrittura”. Riporto qui alcuni miei interventi, insieme alle domande che li hanno suscitati, invitandovi a seguire l’intero dibattito su Letteratitudine

Cosa significa essere padri oggi?

Dice Raul Montanari in un intervento precedente: “La paternità è un riflesso sbiadito della maternità”.
Sarei daccordo, se fosse chiaro che questo è solo l’aspetto negativo della paternità – l’espressione indica infatti ciò che la paternità NON è e non può essere: il dato originario, la base fisica della vita e degli affetti. Ma c’è anche una caratteristica specifica dell’essere paterno, ed è l’elemento “culturale”. Il padre viene scoperto più tardi, insieme all’oggettività del logos che non è solo regola ma anche linguaggio universalmente condiviso, proiezione verso un mondo più grande ed aspro rispetto a quello del nido. Per questo, in un’epoca di sbriciolamento dell’etica e della continuità col passato essere padri è più difficile.
Eppure, se la Madre è l’origine, l’immagine del padre diventa a poco a poco l’archetipo dello scopo, della destinazione che trascende l’immediato e il visibile, al punto che la vita spirituale è intesa dalle grandi religioni occidentali come una ricerca del Padre. Certo, non parliamo del padre carnale, ma senza l’esperienza e l’orientamento dati da questo diventa più difficile la proiezione e la costruzione di un futuro, esattamente come la privazione degli affetti materni rende difficoltoso il consolidamento del Sè.

Essere padre è essere responsabili di fronte al prossimo. O no?

Assolutamente si.
Sembrerà banale, ma il solo fatto di sentirsi responsabili di una creatura ti porta a sentirti responsabile di un intera generazione che erediterà il mondo che gli hai lasciato, cioè fa di te uno che pretende per il mondo un futuro. So bene che anche chi non ha figli può preoccuparsi del futuro, ma è chiamato a un’etica più astratta, e dunque più difficile. Per quanto mi riguarda, non ho difficoltà ad ammettere che la paternità mi ha cambiato (dovrei dire mi ha fatto crescere) più di ogni altra cosa al mondo, anche più dell’amore, perchè nell’amore si è comunque contemporanei, e su un piede di parità. L’amore ti chiede di trascendere il tuo egoismo per darti a un altro che comunque ti ricambia. La paternità (o maternità) ti chiede di seminare dove non raccoglierai. E’ così che il mondo avrà un futuro, e non si chiuderà su di noi con il coperchio della bara.

E’ difficile conciliare vita famigliare e vocazione artistica?

Direi che il problema sta nel fatto che si tratta di due cose entrambe terribilmente serie, per cui può essere psicologicamente difficile stabilire e rispettare una gerarchia.
La narrazione familiare non è una delle tante occasionali o parziali di cui siamo attori, come quelle che nascono dalla dimensione ludica, professionale o episodicamente sentimentale. Il fatto che una narrazione familiare impegni due esistenze che almeno in partenza si legano “per sempre” e che in essa nascano e chiedano di essere protette nuove vite, chiede una dedizione assoluta e senza riserve, rispetto alla quale tutto il resto viene dopo. Naturalmente spetta all’equilibrio dei componenti far si che tale narrazione sia un’occasione di libertà e di espressione piena per i soggetti, e non una gabbia soffocante. Questo può accordarsi abbastanza bene con la realizzazione professionale o la dimensione ludica e relazionale delle persone, ma viene seriamente minacciato dalla vocazione artistica. Infatti, anche un’opera d’arte è una narrazione, ma assomiglia più di ogni altra cosa a una gravidanza: tende ad assorbire il meglio e il più delle energie della gestante. Se di romanzo si tratta (e io è di quelli che mi occupo), i personaggi e l’intrigo te li porti appresso dovunque, ed è in base a quelli che ti trovi a considerare ed analizzare le tue esperienze. Ma c’è di più: nella forma che stai elaborando tu vedi il mondo intero, costruisci un simbolo della totalità quale in altro modo è impossibile fruire (non nel sapere, nè nella natura nè nella tecnica nè nelle relazioni, sempre incompiute cioè mai finite), e ti divora una sorta di smania, di urgenza metafisica (anche se non tutti la chiamerebbero così) rispetto alla quale tutto ciò che ti accade intorno rischia di sfiorarti appena. Certo, verrà il momento in cui avrai messo il punto, e l’oggetto compiuto sarà solo un volume in libreria, letto magari solo da una manciata di persone: allora ti sveglierai come da un sogno e tornerai a ricordarti di chi ti ha vissuto vicino, sperando che nel frattempo non ti abbia piantato in asso.
Direte: stai esagerando. Un po’ si, lo faccio apposta. Non sempre e non chiunque scrive vive momenti del genere, ma questo può capitare e capita, perchè il rapporto di uno scrittore con la propria immaginazione è diverso da quello usuale. Nella vita di solito l’immaginazione è uno strumento: prefigura linee d’azione. Nell’arte è un fine: chiede di tradursi in quanto forma in una materia adeguata.
Per quanto mi riguarda, dopo aver fatto esperienze di scrittura a vent’anni, ho smesso e ripreso a quaranta, perchè avevo intravisto questa rivalità pericolosa (almeno per me) e consolidare una famiglia era a mio giudizio la cosa più importante. Eppure, in questi dieci anni da che scrivo, ci sono cascato e come, nel narcisismo dell’artista, e non ho mancato di far soffrire chi mi amava. Poi si cresce dentro e s’impara a considerarsi più artigiani che profeti di un verbo inarrivabile, e la vita vera, quella fuori dei libri, ci guadagna. Ci guadagnano anche i libri?
Forse si, o forse no: tanto peggio per loro.

Sarebbe sbagliato dire gli scrittori non fanno che recuperare, esplicitamente o velatamente, i momenti essenziali del proprio vissuto, esponendoli magari ironicamente, o esorcizzandoli o sublimandoli o cercando di comprenderli mediante un’implacabile ricognizione interiore?

Sarebbe come dire che la scrivania su cui poggia la mia tastiera è legno d’abete. E’ certo ma non è il vero. Il vero è che a farne una scrivania è una forma che non ha più niente a che vedere col materiale di partenza. Il vizio dell’interpretazione psicanalitica dell’opera d’arte è che, riducendola a un’espressione della soggettività, finisce per cogliere dell’arte proprio quello che è meno artistico, cioè la sua capacità di rappresentare una totalità e soprattutto di parlare a tutti. Tutti abbiamo scritto poesie al liceo, ma la maggior parte di noi rileggendole dopo anni prova solo tenerezza per ciò che eravamo e sentivamo, non godimento estetico: mancava la trascendenza dai propri sentimenti che permette alla parola e alla forma di assumere un carattere incondizionato, un’oggettività che è strumento di contemplazione e di conoscenza.
Rovescerei piuttosto la questione, dicendo che ci vuole una certa capacità narrativa per tenere insieme i frammenti della propria vita, e che la nostra identità si fonda molto sulla storia che noi raccontiamo a noi stessi, senza gettare dal finestrino o nel pattume dell’inconscio verità scomode, e tuttavia coltivando l’arte della selezione e dell’oblio, perchè l’identità (anche lei, si) non è semplice magazzino ma forma.

Perchè il protagonista del suo romanzo ucciderà Mefisto?

Perchè Mefisto (lo psicanalista del mio romanzo) non è un vero terapeuta ma un demagogo dell’anima. Anzichè aiutare il suo paziente ad essere più coerentemente sè stesso, assumendo la forma dettatagli dai suoi sentimenti più profondi, lo invita a prendere la via più facile, sbarazzandosi degli ingombri del senso di colpa che invece è ciò che lo richiama alla sua reale vocazione. A farne le spese è una vittima innocente, una donna che ama (come nel Faust di Goethe, di cui il mio romanzino è una specie di riscrittura), che si toglie la vita. Il protagonista, ritornato a sè stesso dopo la tragedia, uccide il suo diavolo tentatore. E’ stato detto che è una parabola sul successo effimero, ma più di questo direi che è una storia d’amore, un’invito a considerare che non sempre il relativismo dei sentimenti e dei legami è l’ultima parola sulla condizione umana.
Prima che l’ondata dell’effimero a tutti i costi investisse la cultura occidentale, si usava distinguere tra amore e passioni, e il primo capitava di scriverlo con la maiuscola. Che poi esistano peccati e colpe contro l’amore, lo sa perfettemante chi l’amore sceglie di coltivarlo, sacrificandovi ciò che è meno nobile.

maggio 11, 2010

The Blue Jukebox(2) ROGER WATERS

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 7:40 pm
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maggio 10, 2010

DOVE ABITANO LE PAROLE – Poesia a scuola con Livia Candiani e Sebastiano Aglieco

Filed under: Poesia — vbinaghi @ 3:54 pm
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Questo post di Giorgio Morale su “La poesia e lo spirito” è semplicemente meraviglioso, grazie a Giorgio (il quale già ha molti meriti per la rubrica che vi tiene) e a Livia Candiani e Sebastiano Aglieco, due persone che ho avuto l’onore di conoscere, e la cui poesia sa toccare il cuore anche a un filosofastro logorroico come me.
Pensare che la scuola italiana possa ospitare iniziative così, rimette le cose al giusto posto: nonostante la Gelmini, nonostante la perniciosa influenza della TV e della cattiva pedagogia di fine millennio, la scuola muore solo se l’uomo muore, e qui c’è vita da attingere a piene mani.

Nashua 9 anni marocchina

La mia mamma moriva,
le chiedevo aspetta
sta
arrivando il mio compleanno,
lei sorrideva e diceva:
avrai un
compleanno bellissimo!

*

Alessandro 9 anni russo

La mano.
Dentro ci sono le vene
fuori arriva l’aria,
le mie mani stringono gli
oggetti
come regali.

*

Oscar 8 anni cinese

I suoni sono cibo
per l’
orecchio.

*

Oreste 10 anni italiano

L’amore
alcune volte
dice boh!

“Il pensiero c’è in poesia, la poesia è senz’altro una forma di pensiero, ma quale? Le poesie in cui il pensiero sta prima dello scritto, fronteggia la poesia, sono proclami, editti che vanno a-capo. Ma un pensiero che nasce dalla poesia, che sorprende chi scrive, questo è sentimento che conosce, conoscenza del mondo attraverso i sensi, la sensibilità, le antenne.”
Livia Candiani

“Parlare della mia esperienza a scuola sul saper leggere e scrivere consapevolmente, sarebbe racconto di una scoperta, negli anni, di come liberarsi di strumenti culturalmente e storicamente precostituiti ed elaborarne di propri. Che vuol dire, essenzialmente, entrare in conflitto con lo stesso modo di intendere la scuola e l’educazione dei bambini. Perché qui non si tratta di insegnare ai bambini a scrivere poesie; si tratta di metterli nelle condizioni di aprire gli occhi e scoprire il mondo con lo stesso entusiasmo con cui, per la prima volta, si vede e si sente il mare”.
Sebastiano Aglieco

Leggi l’intero post su La poesia e lo spirito

maggio 8, 2010

THE BLUE JUKEBOX(1) Neil Young

maggio 7, 2010

L’ITALIA UNITA E’ UN PRIVILEGIO, BISOGNA MERITARSELO di Ferdinando Camon

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 6:37 pm
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(Pubblicato in: Quotidiani delle Venezie 5 maggio 2010, ora anche sul blog di F. Camon))

Mi commuovo quando vado in Sardegna e parlo di libri, perché uno dei libri più importanti e più belli, fra tutte le letterature del mondo, lo ha scritto un sardo: Emilio Lussu, Un anno sull’Altipiano. Lì sta scritto a quale prezzo è stata fatta l’Italia, e più in generale cos’è la guerra, cos’è un comandante, un soldato, cos’erano i Savoia, cos’erano i veneti, i piemontesi, i sardi, i soldati di tutte le parti d’Italia. Qual è il rapporto fra chi comanda e può mandarti a morire, e chi obbedisce e deve andare a morire. L’Italia unita è nata dall’applicazione di questo principio: ogni cittadino dev’essere pronto a morire perché l’Italia sia fatta. Bene, è stata fatta. L’Unità d’Italia sta per compiere 150 anni. E adesso coloro che ne hanno il maggior beneficio, che hanno industrie università sanità scuola funzionanti, buon export, si rifiutano di celebrare il 150esimo anniversario? Non si sentono uniti con i fratelli per i quali il progresso è stato minore, vogliono scrollarseli di dosso, imponendo il principio dell’ognun per sé? Quando si trattava di spartire la morte, tutti dovevano accorrere, ora che si tratta di spartire la vita, a ognuno la sua? Intanto prendiamo atto della realtà: ora come ora, l’Italia è “una” repubblica, unita, e tutti coloro che la governano, in primo luogo i ministri, han giurato sulla sua Costituzione e dunque sulla sua unità. Hanno un solo modo per rifiutarsi di celebrare l’unità: dimettersi dalla carica. Un eletto dal popolo (o nominato dal partito, il che è incostituzionale e la Corte Costituzionale dovrebbe impedirlo, ma finché non lo impedisce così è) non può giurare fedeltà alla Costituzione, e con ciò diventare ministro, e subito dopo fregarsene della Costituzione.
Detto questo, esaminiamo che cosa vuol dire Italia, che cosa Roma, che cosa essere italiano, cioè avere l’Italia per patria. Se io vado a Shanghai e nomino Roma, tutti sanno dov’è. Se nomino Mantova, che un partito ha per decenni scelto come capitale, non la conosce nessuno. Avere Roma come capitale è un privilegio, bisogna meritarselo. Anzitutto con la cultura. Roma capitale è una montagna di luce che illumina ventisette secoli. È una delle poche “città dello spirito” dell’umanità. Quando morì il Comunismo in Unione Sovietica, la casa editrice Einaudi stampò la “Città di Dio” di Agostino. La “Città di Dio” fu scritta per il saccheggio di Roma del 410: con Roma occupata dai barbari si spegneva la luce del mondo. Per la casa Einaudi, la scomparsa del Comunismo era un’altra luce del mondo, Mosca era una seconda Roma, che si spegneva. Altre Rome guidano l’umanità dopo di allora. Oggi New York, domani Pechino. Persa la guida politica del mondo, Roma conserva la guida della massima religione sulla Terra, un miliardo e 150 milioni di cattolici battezzati, due miliardi di cristiani. Essere italiano vuol dire ereditare questa storia e portarla avanti. Ognuno dei 60 milioni di italiani è italiano se lavora in questa direzione. Se uno è arrivato qui da poco, ma lavora paga le tasse rispetta la Costituzione, ha la stessa patria che ho io. Se uno è nato qui secoli fa, ma evade le tasse lavora in nero boicotta la nazione, non merita la cittadinanza. La Storia dell’epoca che attraversiamo crea patrie super-nazionali, non infra-nazionali. La nostra patria di domani sarà l’Europa, non una regione del Nord-Est o la Lombardia o un’isola. Come Europa contiamo qualcosa, come Italia poco, come regione niente. Celebrare o non celebrare l’Unità d’Italia distingue chi ha o non ha senso della storia Ma chi non ha senso della storia non dovrebbe amministrare la repubblica. Al massimo un condominio.

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