Doctor Blue and Sister Robinia

maggio 30, 2010

LA COPPA MALEDETTA di Alberto Garlini

Nell’anniversario della strage dell’Heysel, propongo la narrazione che ne fa Alberto Garlini in quello che considero uno dei (pochi) grandi romanzi italiani dell’ultimo decennio. L’ho letto in ritardo, nonostante che ai tempi in cui pubblicavo per Sironi gli amici Giulio Mozzi e Paola Borgonovo mi avessero invitato a farlo. Faccio ammenda, consigliandolo a chiunque ami la letteratura e questo paese, e voglia conoscere il momento in cui l’Italia ha perso la sua innocenza. Qui una recensione del libro, fatta dallo scrittore Carlo Sgorlon.

(Da: Futbol bailado, Sironi 2004)

Un’ora prima della finale iniziò la strage.
Un bel fresco primaverile che calava sui riflettori, sui tetti di Bruxelles.
Il cielo color arancio pareva il riverbero del rosso delle bandiere inglesi, delle maglie, delle canotte, delle pitture tribali sui volti barbarici. Nel settore Z dell’Heysel i tifosi juventini erano stati mischiati agli hooligans, ubriachi dalla sera precedente. A dividerli solo una rete di metallo e dieci poliziotti belgi.
Una bomba a orologeria, un bomba pronta a esplodere.
Provocazioni. Qualche pisciata sulla bandiera bianconera, qualche sfottò. Gli juventini reagirono spaventandosi, strinsero i figli, dissero allle mogli di allontanarsi con un ultimo abbraccio.
La paura li uccise.
Gli inglesi odorarono la paura, sentirono la paura dell’ altro gruppo come un afrodisiaco dell’ orda, come il sapore del calore di una cagna. Capirono di non avere a che fare con ultras armati, ma con famiglie in gita domenicale, che qualche speculazione aveva portato lì, a farsi masssacrare.
E se c’era da massacrare, si doveva massacrare.
La prima onda sembrò un’illusione ottica, come se l’Heysel fosse un setaccio e qualcuno lo stesse agitando. I rossi si spostavano verso i bianconeri, ritmicamente, dal punto più lontano a quello più vicino alla tribuna centrale. Una hola che portava morte. Presero ad attaccare armati di bottiglie rotte, spranghe e legni raccolti in un cantiere edile incautaamente lasciato accessibile a pochi passi dallo stadio. I vecchi mattoni delle gradinate si sbriciolavano come il pane e fornivano proiettili da lanciare, la rete fu strappata, i poliziotti si dileguarono presi dal panico.
Gli juventini per sfuggire agli attacchi si pressarono scompostamente al muretto alla loro destra, schiacciandosi gli uni con gli altri.
N on c’erano vie di fuga o erano del tutto insufficienti a quella emergenza: solo una porticina di ottanta centimetri in entrata e un’ altra di uguali dimensioni verso il campo. Quest’ultima oltre tutto presidiata dai poliziotti belgi che non intervenivano alle scorribande degli inglesi ma bastonavano selvaggiamente gli italiani che cercavano scampo sul verde del prato. Gli ordini erano ordini, si dovevano evitare le invasiooni. Rimaneva un’unica possibilità, schiacciarsi contro il muretto. E così la gente moriva, tagliata, bastonata, pestata, asfissiata.

Negli spogliatoi si sapeva dei morti: non se ne conosceva il numero preciso, né le circostanze nei dettagli, ma si sapeva della strage. In seguiito la versione ufficiale avrebbe negato l’evidenza, affermando che non erano giunte notizie della gravità di ciò che accadeva. Ma i giocatori saapevano, come potevano non sapere? Arrivavano frotte di tifosi negli spogliatoi per farsi medicare. Gente piangente, insanguinata ovunque, sul volto, lungo il corpo, senza scarpe senza i giubbotti, con tracce di unnghie stampate sulle spalle, come tentativi di rimanere attaccati alla vita.
I brividi, il freddo, il tremore, lo shock.
(…) Platini e Scirea facevano la spola fra l’infermeria e l’arbitro per portare meedicinali, garze, e quello che poteva servire. Anche tè caldo, anche sciarrpe, anche solo una parola di conforto.
Intanto qualcuno più coraggioso usciva alla luce del verde, ritornando con ragguagli mostruosi.
(…) L’attimo dopo il litigio, dopo la morte, quando non c’è più azione, ma il residuo dell’ azione. Quando lo schiaffo è schioccato ma resta il resiiduo dello schiocco. Quando il lutto è nella zona di nessuno della ridiicolaggine. Quando al tribunale dei morti l’innocenza non è ancora provata. Angeli ridenti, angeli disperati.
I corpi sopra i corpi, accatastati come quarti di animali sulla pista d’atletica. Gli uomini agonizzanti, l’incredulità che stringeva mani inerti, un medico italiano che bestemmiava. Le transenne usate come barelle da infermieri che tentavano tracheotomie. Tanto sangue, gole aperte. Assurdi gendarmi a cavallo che andavano su e giù roteando i manganelli. E poi una donna dalla maglia bianca chiudere il ventre aperto del marito, e una ragazza in verde morire serafica con un sguardo felice, e un padre calvo reggere la testa di un bimbo morto. E i massaggi cardiaci, le urla concitate, l’andirivieni isterico, l’esplosione delle persone, il volo impazzito degli uccelli impauriti, e questo frastuono di fondo e i canti degli inglesi, ubriachi epici, come dopo le grandi carneficine medioevali.
E infine un cane, un cane bianco, che faceva la guardia a un cadavere come fosse quello del suo padrone.

«Quando il trapezista muore, entrano i clown … » disse Michel Platini in una intervista dopo l’Heysel.
Aggiunse: «Noi non siamo clown … » ma nessuno gli credette.

Ad avere progettato, costruito e realizzato nei dettagli quel massacro erano state le stesse persone che davano i soldi ai calciatori. Le stesse identiche persone che avevano gli assegni, i bonifici e pacchetti di carte da centomila nelle ventiquattr’ore. Persone ben conosciute, quelle che prendevano l’ ottantatré per cento dell’incasso. Biglietti in eccesso, stadi inadeguati, percentuali pubblicitarie, ingaggi, iperboli giornalistiche si erano trasformati in corpi morti, in carne macellata. Una magia che stava negli uffici delle varie burocrazie, nei pacchetti da centomila nelle mani dei calciatori. Nelle macchine che si compravano, nelle donne che si scopavano.
Gli juventini decisero di non giocare. Si riunirono, Scirea interpretò lo spirito del gruppo e tutti se ne andarono sotto le docce, per lavarsi e rivestirsi. Erano profumati e pronti per il pullman quando arrivarono i dirigenti della squadra, il delegato Uefa e l’arbitro. Discussioni, molte parole, accavallate. Rispetto, prima di tutto, il rispetto non manca mai, in un discorso che vuole fregarti. Nessuna preclusione ma ragioni di oppportunità. Sia chiaro. Ordine pubblico, forze dell’ordine insufficienti, animi sovraeccitati, scontri all’uscita. Altre parole, altri timori. Le per sone che davano i soldi ai calciatori volevano che i calciatori giocassero, che capissero la necessità della partita. Temevano conseguenze peggiori in caso di annullamento del match.
«Ma come possiamo?».
«Non è una vera finale, è un espediente … ».
«Ma come possiamo?».
Gaetano Scirea fu scortato al microfono dello stadio. Si udì dall’ altooparlante una specie di sospiro. La sua voce: «La partita verrà giocata per consentire alle forze dell’ ordine di organizzare l’evacuazione del terreno. State calmi, non rispondete alle provocazioni. Giochiamo per voi … ».
Giochiamo per voi. Con quella voce tremula, vecchia. Un nido di rondine incollato ostinatamente al tetto.
E la partita si giocò. Sui morti. Condannando per sempre quelle anime alla vergogna, al ridicolo. A vagare nell’inquietudine e nell’angoscia dei processi e delle sentenze per l’oltraggio subito.
E alla fine ci fu anche la coppa. Vinse la Juve per uno a zero, per un rigore inesistente. E la coppa arrivò negli spogliatoi in una bara di leegno, e la bara si aprì e la coppa girò pure sotto le tribune, alzata dalle mani festose, sul sangue dei morti, per il giro d’onore. E i calciatori festeggiarono. E la panchina saltò in aria al gol, per la felicità.
Mentre trentanove corpi ancora caldi, venivano squartati come maiali nelle autopsie dei medici belgi.

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