Vittoria vive e lavora da diversi anni in Scozia. Ha conosciuto molta gente, allacciando numerosi rapporti. Si è affezionata al paese che la ospita, apprezzando molti aspetti di uno stile di vita che all’inizio le è sembrato, immaginiamo, estraneo. Si è innamorata di un giovane che descrive come meraviglioso, attento e sensibile, lontano dal machismo di molti maschi italiani. In Italia aveva lasciato un convivente grossolano, pigro e viziato. Insensibile alla mole di lavoro di cui Vittoria doveva sobbarcarsi per mandare avanti lavoro e casa. Un campione di “italianità”, insomma.
Nel nuovo paese, però, Vittoria ha anche trovato qualcosa che l’ha sorpresa spiacevolmente, talvolta perfino disgustata. Si aspettava donne emancipate e felici. Soddisfatte delle condizioni di parità fra i sessi in cui uomini e donne collaborano, nel rispetto delle reciproche diversità. Soddisfatte di uno stato sociale attento ai bisogni delle madri (lavoratrici e no) e dell’infanzia.
La realtà invece è piuttosto diversa, racconta Vittoria, niente affatto compatta e risolta come ci piace pensarla. E ascoltandola noi sentiamo come molti nostri pregiudizi sulla stabilità e l’efficienza dei paesi del nord siano da rivedere. Sopratutto per quanto riguarda la condizione femminile. Perché emerge un quadro di grande sofferenza, disorientamento, rabbia. Constatiamo desolati l’effetto devastante del carrierismo e del conseguente disconoscimento della identità femminile, considerata una forma di debolezza, quasi una “malattia”, un marchio d’infamia. O più semplicemente una fregatura.
Ascoltiamo però le storie che Vittoria ha voluto raccontare per noi. Storie reali, di vita vissuta. Si potrà obiettare che sono comunque “particolari”, e come tali non rendono la complessità della condizione femminile nell’Europa del nord. Vero. Ma se i governi e i mass media cominciano ad occuparsi molto seriamente di certi comportamenti, progettando eventuali interventi e misure, allora signifca che quei comportamenti non sono più tanto rari. Sono già diventati un “fenomeno”.
Alice, Jess… e l’angelo italiano
“Jess vive con il sussidio di disoccupazione piu’ quello per le madri single. Come molti qui ne approfitta e fa di tutto per non farsi confermare nessuno dei lavori che il Job Centre per disoccupati le offre per rimanere a spese dello stato. Conviene: casa gratis, sanita’ gratis e un assegno settimanale con cui si puo’ vivere. Jess ha 32 anni, sua figlia ne ha 8. Jess vuole fare l’attrice a qualsiasi costo. Alice invece vorrebbe solamente avere una mamma con cui cenare la sera, guardare la TV… le basterebbe sapere che mamma Jess c’e’ e sa che anche lei, Alice, c’è. Per Jess invece esiste solo Jess, in tutte le versioni possibili. Marta, e’ italiana, ha 40 anni, e’ sposata con uno scozzese e ha una bambina di due anni. Si occupa di Alice come puo’ e tutto il tempo che puo’, le da’ da mangiare alla sera e la tiene a guardare la TV fino a sera tardi in casa sua. Jess e’ sempre fuori. E si porta gli uomini in casa. Alice va a scuola da sola alla mattina perche’ Jess deve dormire fino all’una di pomeriggio. Dice che e’ stanca. Alice non pranza e ha sempre freddo. Jess non lava, non stira, non pulisce, non cucina: dice che non e’ una donna di 50 anni fa. Che conosce la parita’, che ha i suoi diritti. Quando Marta le chiede perche’ non si cerca un lavoro che potrebbe far star meglio sia lei che Alice, Jess le ride in faccia e le risponde. Ma perche’ dovrei? A me ci pensa lo stato. Sono ancora giovane. Appena Alice avra’ 14 anni faccio un altro figlio, cosi’ sono a posto. E questo non e’ un caso isolato. Jess vuol fare l’attrice, altre invece vogliono semplicemente bere”
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