Doctor Blue and Sister Robinia

giugno 30, 2010

DALLA SCOZIA CON FURORE. L’EMANCIPAZIONE DIFFICILE di Roberta Borsani e Vittoria

Vittoria vive e lavora da diversi anni in Scozia. Ha conosciuto molta gente, allacciando numerosi rapporti. Si è affezionata al paese che la ospita, apprezzando molti aspetti di uno stile di vita che all’inizio le è sembrato, immaginiamo, estraneo. Si è innamorata di un giovane che descrive come meraviglioso, attento e sensibile, lontano dal machismo di molti maschi italiani. In Italia aveva lasciato un convivente grossolano, pigro e viziato. Insensibile alla mole di lavoro di cui Vittoria doveva sobbarcarsi per mandare avanti lavoro e casa. Un campione di “italianità”, insomma.
Nel nuovo paese, però, Vittoria ha anche trovato qualcosa che l’ha sorpresa spiacevolmente, talvolta perfino disgustata. Si aspettava donne emancipate e felici. Soddisfatte delle condizioni di parità fra i sessi in cui uomini e donne collaborano, nel rispetto delle reciproche diversità. Soddisfatte di uno stato sociale attento ai bisogni delle madri (lavoratrici e no) e dell’infanzia.
La realtà invece è piuttosto diversa, racconta Vittoria, niente affatto compatta e risolta come ci piace pensarla. E ascoltandola noi sentiamo come molti nostri pregiudizi sulla stabilità e l’efficienza dei paesi del nord siano da rivedere. Sopratutto per quanto riguarda la condizione femminile. Perché emerge un quadro di grande sofferenza, disorientamento, rabbia. Constatiamo desolati l’effetto devastante del carrierismo e del conseguente disconoscimento della identità femminile, considerata una forma di debolezza, quasi una “malattia”, un marchio d’infamia. O più semplicemente una fregatura.
Ascoltiamo però le storie che Vittoria ha voluto raccontare per noi. Storie reali, di vita vissuta. Si potrà obiettare che sono comunque “particolari”, e come tali non rendono la complessità della condizione femminile nell’Europa del nord. Vero. Ma se i governi e i mass media cominciano ad occuparsi molto seriamente di certi comportamenti, progettando eventuali interventi e misure, allora signifca che quei comportamenti non sono più tanto rari. Sono già diventati un “fenomeno”.

Alice, Jess… e l’angelo italiano
“Jess vive con il sussidio di disoccupazione piu’ quello per le madri single. Come molti qui ne approfitta e fa di tutto per non farsi confermare nessuno dei lavori che il Job Centre per disoccupati le offre per rimanere a spese dello stato. Conviene: casa gratis, sanita’ gratis e un assegno settimanale con cui si puo’ vivere. Jess ha 32 anni, sua figlia ne ha 8. Jess vuole fare l’attrice a qualsiasi costo. Alice invece vorrebbe solamente avere una mamma con cui cenare la sera, guardare la TV… le basterebbe sapere che mamma Jess c’e’ e sa che anche lei, Alice, c’è. Per Jess invece esiste solo Jess, in tutte le versioni possibili. Marta, e’ italiana, ha 40 anni, e’ sposata con uno scozzese e ha una bambina di due anni. Si occupa di Alice come puo’ e tutto il tempo che puo’, le da’ da mangiare alla sera e la tiene a guardare la TV fino a sera tardi in casa sua. Jess e’ sempre fuori. E si porta gli uomini in casa. Alice va a scuola da sola alla mattina perche’ Jess deve dormire fino all’una di pomeriggio. Dice che e’ stanca. Alice non pranza e ha sempre freddo. Jess non lava, non stira, non pulisce, non cucina: dice che non e’ una donna di 50 anni fa. Che conosce la parita’, che ha i suoi diritti. Quando Marta le chiede perche’ non si cerca un lavoro che potrebbe far star meglio sia lei che Alice, Jess le ride in faccia e le risponde. Ma perche’ dovrei? A me ci pensa lo stato. Sono ancora giovane. Appena Alice avra’ 14 anni faccio un altro figlio, cosi’ sono a posto. E questo non e’ un caso isolato. Jess vuol fare l’attrice, altre invece vogliono semplicemente bere”

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giugno 29, 2010

LA VISIONE DELLA SOPHIA di Albert Rauch(1)

Anche i pensatori russi, primo tra tutti Vladimir Solov’ev, si pongono la questione, formulata un tempo da Goethe nel prologo del suo dramma “Faust”: “Cos’è che tiene unito nell’intimo il mondo?” Gli orientali formulano così questa domanda: “ Chi è che tiene unito nell’intimo il mondo?” Non cercano dunque una forza impersonale, non cercano un’idea platonica, bensì “l’anima del tutto”, o come Goethe formula nell’epilogo del sua dramma: “L’eterno Femmineo che ci eleva.” E ci si meraviglia che questo libero pensatore protestante – Goethe – riconosca l’eterno femmineo in una donna, che appare nella sua forma più bella in Maria, la madre di Dio. Chi è questa figura: Anima mundi, l’anima del mondo, duša mira?
Ecco la risposta: il cosmo non è semplicemente un cumulo di corpi senza vita sino alle più piccole molecole e atomi, più o meno ordinato da leggi ricorrenti che non sono ancora del tutto palesi, ma che la presunzione umana è certa di poter ricercare e penetrare.
Infatti la creazione ha un’anima, è una creatura viva che anima il cosmo nel suo insieme e nelle sue singole parti e forma dal tutto un organismo vivo, amabile e amato infinitamente da Dio, quale sposa, vergine e madre allo stesso tempo.
Vediamo nel macro e microcosmo un ordine e una determinazione che ci meraviglia di continuo. Ma in fondo non comprendiamo di più dei nostri avi che percepivano nell’ordine e nel moto costante delle stelle, o semplicemente nel corpo umano, oppure nel confluire di schiere di formiche verso un formicaio, l’esistenza di un’anima che tutto collega, formando un insieme logico ed efficiente.
Ormai sono passati i tempi in cui ci si rendeva ridicoli se si credeva all’esistenza di un’anima nell’uomo.
Nel frattempo si afferma l’opinione che il cosmo intero sia animato e che “ogni granello di polvere viva” (Goethe). Il cosmo perciò non consiste in un cumulo di corpi inerti, bensì in un organismo vivo, animato da forze positive che vivificano, ordinano e collegano l’insieme.
Per poter giungere a questa considerazione non dobbiamo ispirarci a religioni orientali o a maestri occulti: tutta la Sacra Scrittura è una dottrina sapiente che ci rivela la profonda natura della realtà oggettiva. Particolarmente ed esplicitamente nel libro della Sapienza, collocato alla fine dell’antico testamento, come collegamento al nuovo.
In esso si legge come Dio all’origine, prima di tutti i tempi, realizza una creazione che gli sta dinnanzi tutta pura e santa, come l’amata di Jahwe e come architetto del cosmo. Questa creazione pura, tutta donata a Dio, penetra tutto e vivifica tutto, domina il cosmo e prende dimora in tutti e in tutto. E’ data in dono al genere umano e abita in mezzo al popolo santo di Dio e in Sion, e passa di generazione in generazione alle anime sante.
Questa creazione pura e buona non è mai caduta nell’errore, come la sacra Scrittura narra di Adamo ed Eva o degli angeli maligni, divenuti demoni. Non è divenuta “massa damnata” o “natura totaliter corrupta” (S. Agostino, Lutero). Lo stesso Agostino la vede come “Sapienza creata” – di lei scrive (nel XII tomo delle sue confessioni): “… è certo una creatura in qualche modo intelligente, però affatto coeterna con te, Trinità, e tuttavia partecipe della tua eternità. La soavità della tua beatifica contemplazione trattiene fortemente le sue mutazioni, e l’aderire a te senza alcun cedimento dal giorno della sua creazione la eleva sopra ogni vicenda passeggera di tempi” … ed Agostino così a lei si rivolge: “O dimora luminosa e graziosa, amai la tua bellezza e il luogo dove abita la gloria del mio Signore, che ti edificò e possiede. A te i miei sospiri nel mio pellegrinaggio; al tuo Creatore la preghiera che possegga me pure in te, poiché creò me pure.” (Conf. lib. XII c. 15).
I grandi mistici dell’occidente (Hildegard von Bingen, Jakob Böhne, Anna Katharina Emmerich) e i filosofi della religione russi (Vladimir Solov’ev, Pavel Florenskij, Sergij Bulgakov) vedono allo stesso modo questa anima-mondo in sembianze umane nella figura della Sofia – Madre di Dio – Chiesa.
Forse possiamo proprio in questo momento, in cui si fanno prognosi negative sull’inquinamento e in cui si diffonde nell’opinione pubblica l’idea della fine del mondo, capire ancor più profondamente l’intimo legame tra Dio e questa sua amata creatura.
Non vogliamo ignorare i peccati dell’umanità, i cosiddetti “peccati ecologici”. Ma – a motivo dell’amore che Dio porta verso la Sua creazione – portiamo in seno la rassicurante speranza che la creazione mai cesserà di essere, anche se passerà nell’aspetto di questo mondo, ma sarà assunta nella Resurrezione e nella vita eterna dalla Santissima Trinità.
Potrebbe portare ad una visione più ottimistica del mondo e allo stesso tempo fa sorgere una nuova devozione che ci fa entrare nel grande piano di salvezza dell’amore di Dio, da Lui previsto per la sua creazione.
Vladimir Solov’ev, che nel corso della sua vita ha avuto tre apparizioni della “Sofia – Sapienza”, la chiama sua “eterna amica”, “la bellezza che ci salva”, la “magnifica vergine” o semplicemente con un termine dell’antico russo: Premdurost’ Bošija – sapienza divina o la Sapienza, letteralmente “Super-Sapienza – Υπερ-Σοφια – Pre-Mudrost”.
Per cui, mentre nel mondo greco – fino all’attività missionaria presso i popoli slavi – la Sapienza è identificata con Cristo, il Logos, “forza e sapienza di Dio”, nel mondo slavo si aggiunge un nuovo aspetto: si vede in modo più accentuato la parte umana creata di Cristo che Egli condivide con la Madre purissima (Consubstantialis Patri secundum divinitatem, consubstantialis Matri secundum humanitatem, Papa Leone il Grande). La grande venerazione di “Madre – Terra” e varie altre convinzioni precristiane conferiscono alla Sapienza lineamenti femminei, allo stesso modo la traduzione di Sofia nella lingua antico russa non è semplicemente mudrost’ – Sapienza, bensì Pre-Mudrost’: Sapienza, Super-Sapienza. In suo onore furono costruite le chiese più grandi in quel tempo, che hanno il loro patrocinio nelle festività della Madre di Dio (8 settembre nascita di Maria oppure 15 agosto giorno dell’Assunta).
Solov’ev scorge accenni della Sapienza anche nel mondo induista, anche nella Cabala ebrea e gnostica, come in alcune figure dell’ellenismo, nell’Afrodite e nella vergine Partenone, la vergine protettrice di Atene, nella grande madre, Magna Mater di Efeso. Ma soprattutto nella “Madre Terra” venerata in Russia e lì figura di grande rilievo.
Nella tradizione cristiana Solov’ev vede la Sofia nella donna “Sapienza”, che si presenta negli ultimi libri dell’Antico Testamento e viene in essi spesso nominata. Libri che sono letti nelle liturgie delle festività mariane nella chiesa d’oriente e d’occidente.
In questi libri essa si rivela come “principio –αρχη” della creazione di Dio, come la sposa diletta di Dio, l’architetto dell’universo, gioia di Dio e degli uomini, Amon, τεχνιτης, σκηνη, la dimora della presenza di Dio tra gli uomini, ad essa si riferiscono tutte le altre figure dell’Antico Testamento come “Sion, la figlia vergine”, “Gerusalemme” e specialmente la figura della Sposa nel Cantico dei Cantici. Ella è allo stesso tempo eterna amica, madre e origine, “principio” e corona della creazione. Anche se non é di per sé eterna, ella partecipa della natura di Dio come pura creatura. Con amore casto si unisce al Dio vero e veramente eterno così strettamente, da non staccarsi mai da Lui, senza mai cadere in peccato (S. Agostino Confessioni lib. XII).
(continua…)

giugno 28, 2010

SOFIA di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 10:49 am
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- Ho sognato che stavo davanti alla Legge
- Come in quel racconto di Kafka? -
- Più o meno. C’era un tizio che non voleva farmi entrare. Diceva che mi mancava qualcosa
- Che cosa? -
- A saperlo. Lui diceva solo che così non potevo entrare.
- E tu?
- Ero stanchissimo, più o meno come mi sento adesso. Stanco, con le borse sotto gli occhi, il fegato ai minimi termini, senza appetito, senza gusto per le cose. Ma in più sapevo che era l’ultima occasione, che non c’era più tempo per rimettersi a posto, capisci? Quello non mi faceva entrare e io ho pensato che era finita per sempre e tutto (tutta la mia vita, dico) era stato un sogno diabolico, senza significato
- Una favola raccontata da un idiota?
- Kafka. Shakespeare. La vuoi sapere una cosa? Tu t’intendi di letteratura, ma guarda che la letteratura non ha mai salvato nessuno
- Si dice così, tanto per dire. Impreziosire una conversazione con citazioni, che male c’è?
- Okay, vuoi sentire il resto? Allora io gli chiedo, a quel tizio: “Perchè non posso entrare? A chi non piaccio?” E lui sai che mi risponde? “Non provare a buttarla in teologia”
- Perchè neanche la teologia ha mai salvato nessuno
- Esatto. Ma non è finita. Mi fa: “Vuoi sapere a chi non piaci? A te non piaci. Non riesci a perdonarti, non trovi in te stesso niente che valga la pena di essere salvato. Così sei perduto”
- Si. E’ più o meno quello che ho pensato anch’io quando me ne sono andata. Se restavo con te diventavo come te. Mi stavi risucchiando nel tuo deserto
- Basta con questa storia. Ne abbiamo già parlato un sacco di volte. Te ne sei andata e stai bene dove stai. Sono contento per te
- Ma sei tu che mi hai chiamato. Per raccontarmi questo sogno. Perchè proprio a me?
- Hai ragione, te lo dico. Ho pensato: okay, io non salvo niente di me stesso e non posso pretendere che qualcun altro mi salvi. Ma ci dev’essere pur stato qualcosa in me che dava speranza, un tempo. Qualcosa che valesse la pena. Tu mi hai sposato, per esempio. Sei rimasta con me dodici anni. Abbiamo pure fatto una figlia. Cosa ti piaceva, di me? Ci doveva pur essere qualcosa…
- Ci ho pensato spesso, dopo. Certo che c’era. Mi sembravi diverso dagli altri, votati alla dissipazione, a vivere giorno per giorno senza uno scopo. Uno che portava con sè qualcosa di prezioso, da difendere a tutti i costi, come il custode di un Talismano. Mi pareva che stando con te mi sarei associata alla tua missione. Saremmo stati diversi, noi, avremmo cambiato il mondo.
- E invece? -
- E invece niente. Qualcosa c’era all’inizio, ma poi pian piano mi sono accorta che ti atteggiavi soltanto. Parli bene, scrivi bene, ma è come carta da regalo per avvolgere niente. Il tesoro non c’era. Forse non c’è mai stato. O forse l’hai seppellito da qualche parte, tanto tempo fa, e ti sei dimenticato dove e perfino che cosa.
- Si, credo proprio che il punto sia questo. Seppellito da qualche parte. Ma dove? E soprattutto che cosa?
- Dovresti ricominciare dal principio. Ricordare la tua infanzia….
- Ah no. Basta con gli psicanalisti. Quelli non vedono altro che i panni cacati di Edipo.
- Vedi che non ascolti? Non ho detto psicanalisi, ho detto infanzia. Da bambino uno è fragile, soffre. Il mondo è spietato. Magari seppellisci qualcosa d’importante per proteggerlo.
- Ma che cosa? -
- Il tuo cuore. La tua capacità di amare ma anche di soffrire. La metti lì sotto e così nessuno potrà più deriderti o disilluderti. Pensi che quando sarai più grosso e forte potrai permetterti di nuovo di esporla. Ma la corazza cresce e la cosa viva a furia di stare lì sotto si addormenta.
- Magari soffoca….
- Ma no. Si addormenta soltanto.
- E come la recupero? -
- Devi tornare vulnerabile. Provare tenerezza per quel bambino che eri. Desiderare di esserlo di nuovo.
- Siamo da capo. Io quel bambino non lo vedo. Vedo un tizio goffo e spaurito per cui non provo nessuna tenerezza, solo una gran voglia di liberarmene ed essere all’altezza della situazione.
- Eh già. Non è nel tuo sguardo di oggi che puoi ritrovarlo. Ci vorrebbe lo sguardo di un altro. Uno che ti amava com’eri, che non ha mai smesso di amarti.
- Mia madre?
- Non direi. Evidentemente non è stata capace di proteggerti, di darti fiducia in te stesso. Magari è proprio per lei che hai cominciato a nasconderti.
- Ma esiste uno sguardo del genere? Uno sguardo capace di preservare l’immagine originaria, la forma primitiva di un’anima, così come Dio l’ha voluta al principio? E capace di restituirtela quando ne hai bisogno, come una guida, un angelo custode che ti riporti ogni tanto a te stesso?
- Perchè lo chiedi a me? Sei tu che hai studiato teologia
- Qualcosa come una madre, ma più di una madre. L’eterno feminino di cui parlava Goethe?
- La letteratura non salva nessuno. L’hai detto tu, ti ricordi?
- La Vergine Maria…
- Neanche la teologia salva nessuno
- Uno sguardo, o piuttosto un posto dove andare a recuperare ciò che è perduto?
- Come Astolfo sulla Luna!
- Ancora coi poeti? Basta…
- E allora sbrigatela da solo. Tua figlia domani ha l’orale dell’esame di maturità. Lo so che tu te ne freghi, ma io devo occuparmene. E’ tesa come una corda di violino.
- Non mi hai mai detto perchè hai voluto chiamarla Sofia. Nessuna delle tue nonne si chiamava così, giusto? Perchè allora….?
- Scopritelo da solo, sapientone.

giugno 26, 2010

DONNE CHE ABBANDONANO LE DONNE di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 5:17 pm
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Lucia Merli – Le amiche

(Già pubblicato sul blog di Roberta Borsani: La fata centenaria)

Storie di donne normali. Storie di abbandono. Donne che abbandonano donne.
Sabrina viene operata a una spalla in un noto ospedale milanese. E’ mestruata e l’iniezione di eparina le provoca un’emorrragia. Chiede di essere pulita e rifornita di assorbenti. No, dicono le infermiere, stia tranquilla. Se sporca le lenzuola fa niente, poi ci pensiamo noi. Ma Sabrina è una donna raffinata, esigente, non sopporta di stare in quel modo, tutta sporca e appiccicata. Chiede, si lamenta, educatamente protesta. Il personale di turno, tutto femminile, sbotta: “E’ una rompicoglioni, non si deve permettere”.
Silvana ha due gemellini di nemmeno tre anni e insegna. Chiede che nell’organizzazione dell’orario si tenga conto della sua situazione di madre: il sabato il nido è chiuso, non sa a chi dare in custodia i suoi figli, lo vorrebbe libero. No, dice la vicepreside (un passato da suffragetta), è una questione di democrazia e correttezza. “Tutti uguali a scuola, uomini e donne”. Così il sabato libero ce l’hanno quelli che nella scuola ci sono da vent’anni. I veterani. Quelli del weekend nella casa in Liguria. A Silvana la babysitter costa ogni sabato la bellezza di cinquanta euro.
Rossana ha un compagno, Pino, da quasi quindici anni. Gli è molto legata. Una sera scopre per caso da un paio di foto infilate nella tasca di una giacca che lui ha un’ altra relazione. Le foto sono inequivocabili e la relazione ha ormai qualche anno. Decide di andarsene. Sta male però, s’impasticca di calmanti, va in depressione. Le amiche dapprima la consolano, poi la mollano: “Con la storia di Pino ha rotto”.
Eliana, sposata, tre figli, molti sacrifici, si accorge che il marito sta allacciando una tresca con una collega, sposata e con prole. Dolore, ma anche rabbia, tanta. Immediato out out al marito, il quale scarica la collega e come Lassie torna a casa di corsa. La collega conclude che “Eliana è meschina”.
E poi ci sono le tristi vicende di lavoratrici minacciate (“Se resti incinta te la faccio pagare”) da imprenditrici rampanti, che dei diritti della donna se ne fregano tanto e più dei loro colleghi maschi.
Di storie così se ne possono raccontare tante. Storie non di donne che odiano donne (“niente di personale!”), ma che abbandonano, feriscono con l’indifferenza o il disprezzo, non capiscono. Esattamente come gli uomini. A volte peggio, perché nessuna donna è una sprovveduta (come sanno esserlo spesso i maschi) quando si parla di sentimenti.
Donne insensibili, la cui femminilità è stata fagocitata da una cultura aziendale, reificante. Professionalmente incapaci di riconoscere il bisogno quando è umano, personale, intimo. Di ragionare e decidere secondo un criterio che non sia quello della convenienza e dell’utile.
Donne superficiali, che non sanno più ascoltare. Avvilite dal pettegolezzo, dalla chiacchiera facile, perfino dal cinismo che le nuove tecnologie hanno amplificato. I social network sono strumenti pericolosissimi in questo senso. Salotti virtuali niente affatto impermeabili alla viltà e alla malignità del pettegolezzo e della squalifica. L’impunibilità di cui gode chi vi “ciacola”, scatena infatti gli istinti peggiori.
Poi ci sono donne accecate dal narcisimo per cui non esiste il dolore degli altri ma solo il proprio. Incapaci di riconoscere i propri errori. Cresciute in compagnia delle Barbie, che hanno sempre tutto a disposizione, compresi i vari look da sfoderare nelle varie occasioni, per controllare meglio la realtà attraverso la seduzione. Hanno pochi sentimenti. “Usare” e sedurre è quello che sanno fare meglio. Guai a cercare di fermarle. Perseguono i loro piani procedendo come carri armati.
E spesso la spuntano.

Forse è il caso di riflettere su quello che è accaduto a noi donne in questi ultimi trent’anni. La prima cosa che mi viene in mente è che abbiamo rinunciato a un ordine. Giustamente, è sembrato all’inizio, e in fondo mi sembra anche ora. Perché quell’ordine si era “sclerotizzato”. Era fatto di stereotipi che ci costringevano a rinunciare alla complessità della nostra persona, alle nostre aspirazioni, per abbracciare dei ruoli rigidi e mortificanti. Peccato che, distrutto questo ordine, non ne sia nato un altro, più libero. Più umano e femminile.
Quando ero ragazza annotavo tra le pagine di diario “L’anarchia non è caos ma ordine naturale delle cose”. Simpatico ma sostanzialmente sbagliato, perché non esiste un ordine naturale delle cose. La natura è meccanica, non ordinata. L’ordine è il “Cosmo”, strutturatosi dal Caos sulla base di un principio di armonia e di misura. Il quale, se non viene dall’Alto, viene dall’uomo. Senza, non sarebbe possibile neanche la percezione. La nostra esperienza delle cose si perderebbe nel groviglio di sensazioni frammentarie e disparate.
Distrutto l’ ordine sociale cimiteriale ereditato dal Fascismo (pessima caricatura delle società tradizionali) noi donne non abbiamo saputo lavorare per crearne uno più rispettoso degli esseri umani, a misura di persona. Il mondo in cui non ci fossero individui ma persone alle quali fosse risparmiata il più possibile l’esperienza dell’abbandono, del non accudimento, del disprezzo. E siamo cadute nei meccanismi del cosiddetto ”ordine naturale”, schegge impazzite di un passato che credevamo perduto. Lei ritorna ad avere le curve giuste e lui la clava, ad esempio. Ed ecco le veline, le attricette poppute sbattute in prima pagina, le maliarde nutrite a telenovelas. Oppure, altra versione dell’ordine naturale, rieccoti la lotta per la sopravvivenza dove si arrangia meglio chi è maschio. Vedi le ridicole donne manager poste a rappresentanza della nostra industria e indagate per ogni possibile irregolarità, frode ecc. Donne vendute ai maschi e donne come i maschi, egoiste come i maschi, viziate come i maschi, bugiarde come i maschi. Pardon, certi maschi.

Però, scusate: noi…non eravamo meglio?

giugno 25, 2010

SCRITTORI ITALIANI

Filed under: Divagazioni — vbinaghi @ 8:20 pm
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Lo sapevate? Finalmente anche il pollaio degli scrittori italiani (de destra e de sinistra) ha la sua Gazzetta. Se ne sentiva un gran bisogno: così il gossip nazionale ha qualcos’altro di cui occuparsi oltre a veline e calciatori. Eccola qua.

giugno 24, 2010

L’IO DIVISO: ELEMENTI DI PSICOLOGIA SPIRITUALE di Pavel Florenskij

(Da: “La colonna e il fondamento della verità”, Edizioni Paoline 2010)

Desiderando solo sè stessa nel proprio hic et nunc, la cattiva autoaffermazione si isola in maniera inospitale da tutto ciò che non è sè stessa e, aspirando all’autodivinizzazione, non resta simile nemmeno a se stessa, si frantuma, si decompone e si polverizza nella lotta interiore. Il male è, per natura sua, «regno diviso contro se stesso». Platone già espresse con profondità di pensiero questo frazionamento delle attività del male sotto il velo trasparente dell’ «androginia».
«Un tempo la nostra natura – dice pressappoco l’Aristofane platonico(1) – non era affatto come adesso. Un tempo esisteva ancora l’androgino, un essere composto dei due sessi attuali che era un’unica persona. Gli androgini erano forti, possenti e, inebriati della propria potenza, si insuperbirono “osarono levar la mano contro gli dèi, vollero costruirsi un accesso al cielo per assalirli. Allora Zeus e gli abitanti dei cieli decisero di indebolirli, di tagliare ciascuno a metà in modo che dovessero andare su due gambe e non più su quattro. Disse Zeus: “Se vedo che anche così non si piegano e non vogliono calmarsi, li taglierò ancora a metà e saranno costretti a saltellare su una gamba sola”». Fin qui Platone: aggiungerò soltanto che per lui l’amore è proprio la tendenza istintiva degli amanti a riunire ciò che è separato.
Sarebbe una leggerezza vedere nel mito una semplice favola inventata da Platone. Esso è certamente l’ elaborazione artistica di un arcaico mito popolare di cui troviamo somiglianze anche presso altri popoli. Lo Zand Avesta nel libro del Bundeged racconta che, dal seme di Gayòmart, il celeste toro primigenio (Vita), sparso sulla terra, nacque oruere (= arbor o arvor, l’albero, ma anche «vita» e «anima») il quale, cresciuto, unisce la terra con il principio celeste. Dall’ albero nacque Meshià, il maschio-femmina, l’uomo-donna, quindi Meshià si divise nel corpo maschile (Meshià), e nel corpo femminile (Meshiane), la prima coppia umana.
Certi fili misteriosi connettono in certo modo il nucleo ideale di queste narrazioni con quella del libro della Genesi: «Poi Dio disse: “Facciamo l’uomo … “. Iddio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, Egli li creò uomo e donna» (Gen 1,26-27). Mistici di varie tendenze vi videro non di rado un accenno alla complessità primordiale dell’essere umano, addirittura all’ androginismo primordiale, e ritennero che la differenziazione sessuale fosse una conseguenza del peccato metafisico. Già la setta gnostica degli ofiti riteneva «uomo-donna» il primo uomo; più tardi pensarono la medesima cosa i seguaci della CabbaIa, quasi tutti i pensatori mistici come Jakob Bohme, SaintMartin, Friedrich Baader, gli attuali occultisti, ecc. Rifacendomi a loro, non intendo naturalmente dimostrare la necessità dell’interpretazione androgina della Genesi, bensì quanto sia diffusa la convinzione che l’uomo in origine fosse più integro di adesso e che solo la sua autoaffermazione fu la causa del frazionamento.
L’autoaffermazione della personalità, la sua contrapposizione a Dio è la fonte della frantumazione, della decomposizione della persona, dell’impoverirsi della sua vita interiore; solo l’amore riporta fino a un certo punto la persona all’unità. Ma se una persona, già parzialmente decomposta, non si dà pace e vuole essere dio (“come dèi”) diventa inevitabilmente vittima di frazionamenti e decomposizioni semmpre più incoercibili e reiterati. Questo è il significato ontologico del mito. E noi non vediamo forse davanti ai nostri occhi (sotto il magniloquente pretesto della «differenziazione» e della «specializzazione», o con la brama manifesta del disordine e dell’anarchia) come si frazionino e decompongano sino ai precordi la società e le persone che vogliono vivere senza Dio, e regolarsi senza di Lui, autodefinirsi contro di Lui? La follia, questo disintegrarsi della personalità, non è essenzialmente una conseguenza della profonda deformazione spirituale di tutta la nostra vita? La nevrastenia in continuo aumento e le altre malattie «nervose» non hanno forse la loro vera causa nella tendenza dell’umanità e delle persone a vivere a loro modo, non secondo Dio, a vivere senza la legge di Dio, nell’anomia? Negare Dio ha sempre portato e porta all’insipienza, perché Dio è la radice della sapienza. Chi «proclama in cuor suo», cioè non a parole, ma con la sua anima e con tutto il suo essere: “Dio non c’è”, è uno stolto, (Sal 13,1; 52,2). Così afferma perché la negazione essenziale di Dio e la stoltezza sono la stessa cosa, sono fuse e inseparabili, come hanno scritto Tolstoji e Dostoevskij.
(continua…)

giugno 23, 2010

V.Binaghi recensisce Antonio Paolacci – SALTO D’OTTAVA (Perdisa Pop 2010)

paolacci salto d'ottava

Bisognerebbe essere secondo natura, dice qualcuno, graduali e fluenti come un germoglio che si fa arbusto e poi, raccolta la propria forza dalle certezza del passato, albero possente che stende le braccia (i rami, pardon) al cielo. Bisognerebbe. E forse tale sarebbe la parabola dell’uomo su questa terra, se la linfa che scorre in noi fosse un fiume tranquillo. Ma invece.
Le promesse e i sogni di ieri ci sembrano oggi come le parole di un altro, dettate in una lingua sconosciuta, e alla luce di ciò che crediamo di essere e sapere bussano alla porta della coscienza come un ospite importuno, cui con ipocrita silenzio ci si nega. Quando è avvenuta la frattura? Quando abbiamo preso le distanze dalla febbre che ci divorava un tempo, regalando orizzonti sconfinati e barbarici passi di danza al corpo appena sbocciato dall’ombra?
Fatto sta che lo sdoppiamento è reale, l’estraneità è palpabile: ciò che con un misto di curiosità e repulsione contempliamo nella memoria ci appare lugubre e grottesco, come a Pinocchio fatto uomo appare il burattino sbirolo che fu, abbandonato sulla poltrona. Altre volte, invece è colui, con quella sua purezza assassina, a trafiggerci il cuore con una nostalgia che incrina l’immagine faticosamente scolpita della maturità presunta. Ed ecco allora la lacerazione insopportabile, e la risoluzione omicida. Scendere laggiù, nel passato, e riguadagnare l’intruso, renderlo più simile a noi, farne un antenato addomesticato al presente che non s’intende più discutere. Smussare angoli, potare germogli imbarazzanti, reinventarsi un’infanzia e un’adolescenza che accettino di fare da anticamera alle nostre sale diversamente arredate. Tutto, pur di non riprendere il viaggio con le spalle gravate dalla sporta che ci si è meritati.
E’ di questo che parla – di un’identità riconquistata a prezzo dell’anima – il libro di Antonio Paolacci, un libro che non vi racconterò. Perchè nel montaggio incrociato tra un adulto che è oggi e un ragazzo che fu un tempo riconoscerete voi stessi, come è buono e giusto che sia in ogni narrazione degna di questo nome, quando la forma artistica, indossata dal lettore, lo restituisce a se stesso ed è per lui non semplice strumento (come avviene per la spiegazione scientifica) ma fonte di conoscenza. Perchè dall’innocenza alla frattura, dall’interrogazione inquieta all’omicidio del passato c’è tutto lo spazio di cui avete bisogno per riconoscere la misteriosa opportunità offerta dall’insania che redime e il rifugio in un raziocinio che è riparo eppure definitiva dannazione.
Dirò solo che si tratta dell’opera seconda, dopo il precedente Flemma, di uno scrittore giovane ma nato adulto, e che i due lavori sono caratterizzati da un’invidiabile continuità poetica. Se là l’autore dava forma a una sorta di scomposizione cubista dell’evento cruciale, atteso seguendo le varie direzioni dei protagonisti che si congiungeranno nell’istante fatidico, qui Paolacci compie il processo inverso e mostra come la narrazione, il coraggio di narrarsi a se stessi, è l’unica scommessa possibile dell’identità psicologica, e il suo rifiuto equivalga a una perdita d’anima.
Scrittura accurata, importante. Andamento sicuro, che non concede niente all’isteria dei deus ex machina cui la narrativa di genere ci abitua. Focalizzazione sul dialogo di coscienza, e una giovane prostituta in controcampo, a restituire al protagonista un’immagine non manipolata di sè: come dire che la verità ha bisogno dello sguardo di un altro sulla nostra vita per manifestarsi, e in qualche modo è Grazia ricevuta. Ricevuta, non necessariamente accolta.
In molti scellerati processi svolti di fronte al tribunale dell’Io c’è il silenzio del testimone e le astuzie di un avvocato che fabbrica alibi al colpevole.
La Geenna (l’orrore della morte seconda) è conseguenza.

giugno 22, 2010

SAVIANO FOR PRESIDENT di Valter Binaghi

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 3:47 pm
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Come si sa, ultimamente fioccano critiche all’esposizione mediatica di Roberto Saviano, reo secondo Berlusconi di deturpare l’immagine del paese del Mulino Bianco, e secondo intellettuali di sinistra come Alessandro Dal Lago di utilizzare il successo di “Gomorra” per proporsi come superstar. A queste ed altre posizioni risponde un esauriente editoriale di Carmilla che a me personalmente suggerisce un paio di riflessioni e una provocazione.

A chi dispiace che Saviano sia un’icona (cioè non semplicemente il ritratto di un soggetto umano con le sue parole opere e omissioni, ma un simbolo su cui chi ne è in grado proietta la propria coscienza morale, la propria implicita richiesta di un eroismo che trascende la prosa del mondo e, perchè no, il proprio sentimento religioso che può laicamente declinarsi in termini di assoluta serietà della vita)?
In prima istanza mi verrebbe da dire: a chi (Berlusconi) a sua volta si trova ad essere un’icona che però incarna e giustifica valori opposti: il decisionismo contro la legalità (vedasi processo Dell’Utri e decreto anti-intercettazioni), l’ambizione imprenditoriale sempre e comunque premiata a discapito della giustizia sociale (vedasi l’ultima manovra).
In seconda istanza, mi verrebbe da dire: a chi ha confuso l’intelligenza con la ragionevolezza, al vetero illuminista che è capace solo di demitizzazione e come quei farisei di cui parla il Vangelo non solo non entra nel Regno dei Cieli (leggasi il Valore) ma impedisce che altri vi entrino per puro e semplice risentimento. Di questo tipo mi pare la posizione di quel tale Dal Lago (ma non ho letto il suo libro).
In terza istanza a chi, come me, ha sperato all’inizio che questo non accadesse: perchè questo avrebbe condizionato per sempre la vita di un giovane che magari un giorno si accorgerà di non averne più una propria, di vita. E perchè, un po’ snobisticamente forse, vorrebbe preservare la purezza della letteratura dalla volgarità della politica. Ma è successo, e non credo per volontà del solo Saviano. Quindi adesso il problema non è favorire o evitare questa “iconizzazione”, ma come spenderla per il bene di questo paese. In un paese normale, dove Destra e Sinistra si dividessero su tutto ma non sul culto della legalità e delle istituzioni, non avrei dubbi: Saviano deve restare super partes, un patrimonio di tutti.
Ma questo non è un paese normale.

Fa bene la redazione di Carmilla a sottolineare che Saviano è entrato nel mirino della camorra non per le sue apparizioni televisive ma per le sue inchieste (che precedono Gomorra). Fa bene anche a definire come Gomorra sia stata un’operazione letteraria (discutibile finchè si vuole, con la sua ambigua identificazione tra io narrante e autore) e non una strategia promozionale per portare Saviano a chissà quale posizione di potere.
Dopodichè, però, si potrebbe prendere atto senza tante storie che è la sensibilità popolare a individuare in un’immagine pubblica un’icona. Lo è stato per Berlusconi (su cui la piccola borghesia proietta il proprio arrivismo e il proprio sbrigativo pragmatismo), lo è per Saviano (su cui molti in questo disgraziato paese proiettano il proprio bisogno di pulizia, di coraggio, di legalità). E siccome il vero problema della sinistra è che può convincere (almeno in parte) il ceto intellettuale ma non il popolo perchè non ha icone da contrapporre a Berlusconi, io dico che si dovrebbe prenderne atto e chiedere a Saviano di avere coraggio fino in fondo. Il coraggio di rinunciare a diventare un santino (una specie di Padre Pio per laici) e di assumersi la responsabilità politica di contribuire a legalizzare concretamente questo paese.
Saviano for president. Perchè no?

giugno 20, 2010

IN FUGA DALLA RETE. GLI AMBIGUI VANTAGGI DELL’ETERNA PRESENZA di Marco Mancassola

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 12:11 pm
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(Da: Il Manifesto, 18 giugno 201O)

“C’è da dubitare che uno scrittore con una connessione internet al suo posto di lavoro stia scrivendo un buon libro.” Quando poche settimane fa il quotidiano The Guardian chiese ad alcuni scrittori di fama internazionale di compilare un decalogo con i loro consigli di scrittura, il romanziere americano Jonathan Franzen inserì nel suo decalogo questa norma a difesa della concentrazione. Qualunque scrittore sa quanto sia strategica la battaglia per la concentrazione e in questa battaglia, semplicemente, la rete sta dalla parte del nemico. La rete è informazione, certo, possibilità di eseguire in breve tempo ricerche, di recuperare dati o anche solo di consultare un dizionario online. Ma la rete è soprattutto distrazione. Finestre di chat che sbocciano sullo schermo come fiori di una pianta carnivora, raffiche di email che interrompono il lavoro. Un problema che non solo gli scrittori conoscono bene.

La morte dell’attenzione
Gli allarmi sugli effetti negativi della rete sulle capacità cognitive, oltre che su quelle di relazione sociale, si moltiplicano da tempo. Secondo tali allarmi, la gente non sa più concentrarsi su testi lunghi, schiva i paragrafi troppo compatti, assimila in modo superficiale e frammentato. Lavora saltando da un programma all’altro senza essere davvero presente in nulla. I giornali pubblicano ricerche e articoli sull’argomento che i lettori, il più delle volte, sbirciano distrattamente dopo averli trovati sulla bacheca facebook di un amico.
È stata la manager-scrittrice Linda Stone, dopo aver lavorato per anni ai piani alti di Apple e quindi di Microsoft, a coniare l’espressione Continous Partial Attention. La Cpa corrisponde a quel febbrile stato mentale con cui l’utente passa da un’opportunità all’altra della rete, da una notizia all’altra, da un messaggio all’altro, dedicando a ciascuno un’attenzione momentanea e mai completa, ipnotizzato da un senso di costante ricerca e di crisi senza soddisfazione. Il flusso infinito di informazioni non serve più ad aumentare la nostra consapevolezza ma solo alla nostra necessità di sentirci connessi, non isolati dal network.

Leggi l’intero articolo qui.

giugno 19, 2010

ELOGIO DELL’ATTESA di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 12:28 pm
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Luigi Rossetto – L’attesa del crepuscolo

Arriva il momento in cui artista si accorge di non sentire più. Le immagini escono ancora dalla sua testa, le mani dipingono, scolpiscono, scrivono…ma la sensibilità non c’è più. Il “cuore che fu sì vivo…più non sente”. L’artista si accorge nemmeno con tanto raccapriccio (che chiede una sensibilità ben desta) che la sua mente è un deserto. Se sforna ancora immagini, soggetti, storie, comunque non lo toccano. Si accorge perfino che qualcosa di dolorosamente meccanico e ripetitivo ha preso il posto della gioiosa scoperta. Da qui il tormento.
Cosa fare in momenti come questi?
La risposta è una sola: attendere. Per poterlo fare occorre accettare il silenzio e il vagabondare ozioso dello spirito, cui l’artista non è abituato, attento com’è a scovare nella realtà ciò che può trasformarsi in soggetto di rappresentazione, e a strapparlo. Altro che limpido occhio dell’artista, altro che veggente! Un autentico saccheggiatore, ecco cos’è diventato. Ha lasciato che la complessità della sua persona coincidesse nell’io che crea e produce consapevolmente: una macchina da lavoro, tutto il contrario di quello che aveva immaginato di sé quando gli si era rivelata la vocazione all’arte.

Leggi l’intero articolo su La fata centenaria

giugno 18, 2010

MA COS’E’ QUESTA CRISI? (2) CHE FARE? di Maurice Allais

Dal sito Signoraggio.com traggo questo brano di Maurice Allais, premio Nobel per l’economia. Oltre a consigliare la lettura dell’intero articolo, sul sito sopra citato potrete scaricare il file in pdf. Perdeteci del tempo, ne vale la pena. Per scoprire il grande inganno di chi mette in miseria il mondo.

Se noi consideriamo non soltanto la Storia di questi ultimi decenni, ma allo stesso modo quella degli ultimi due secoli, e persino anche quella dei secoli predenti, i fattori finanziari e monetari dimostrano di avere un’importanza eccezionale nel funzionamento dell’economia nel suo insieme.
Effettivamente se non sono assicurate condizioni monetarie e finanziarie appropriate, l’esperienza mostra che non si potrà avere né efficacia dell’economia, né equità nella distribuzione dei redditi. L’instabilità economica, la sotto-produzione, la disuguaglianza, il sotto-impiego, la disperazione e la miseria che ne risultano, ne sono le conseguenze peggiori.
Tuttavia i profondi disordini riscontrati non possono essere in alcun modo considerati come la risultante inevitabile del funzionamento di un’economia di mercato; essi sono stati, e lo sono in generale, la conseguenza di politiche finanziarie e monetarie messe in atto in un quadro istituzionale inappropriato.
Più che mai sono necessarie riforme, profonde e radicali:

* riforma del sistema del credito
* stabilizzazione del valore reale dell’unità di conto
* riforma dei mercati borsistici
* riforma del sistema monetario internazionale

Il sistema del credito

Infatti il sistema attuale del credito, l’origine del quale è stata persino contingente (accidentale, non necessaria), appare come del tutto irrazionale, e questo almeno per otto ragioni:

* la creazione (o la distruzione) irresponsabile di denaro e potere d’acquisto attraverso decisioni di banche e privati
* i finanziamenti di investimento a lungo periodo con fondi imprestati a breve
* la confusione tra risparmio e moneta
* la grande sensibilità del meccanismo del credito alla situazione congiunturale
* l’instabilità fondiaria che essa genera
* l’alterazione delle condizioni di massima efficacia dell’economia
* l’alterazione della distribuzione dei redditi
* infine l’impossibilità di un controllo approfondito del sistema del credito da parte dell’opinione pubblica e del Parlamento, in ragione della sua eccezionale complessità

Per ciò che concerne l’esperienza di almeno due secoli riguardo i disordini di ogni sorta e riguardo il costante alternarsi di periodi di espansione e recessione, bisogna considerare che i due fattori principali che li hanno amplificati in modo considerevole, se non provocati, sono la creazione di moneta e di potere d’acquisto dal nulla (ex nihilo) attraverso il meccanismo del credito e il finanziamento di investimenti a lungo periodo attraverso prestiti a breve periodo. Si potrebbe tuttavia facilmente rimediare a questi due fattori attraverso una riforma d’insieme che permettesse, se non di metter fine alle fluttuazioni congiunturali, almeno di diminuirne considerevolmente l’ampiezza.
Questa riforma si deve basare su due principi fondamentali:

* La creazione di moneta deve essere di competenza dello Stato e dello Stato soltanto. Tutta la creazione di moneta eccedente la quantità di base da parte della Banca centrale deve essere resa impossibile, in maniera tale che scompaiano i “falsi diritti” derivanti attualmente dalla creazione di moneta bancaria.
* Tutti i finanziamenti d’investimento a un termine prestabilito devono essere assicurati da fondi di prestito a scadenze maggiori, o tuttalpiù alla stessa scadenza.

La riforma del meccanismo del credito deve così rendere contemporaneamente impossibile sia la creazione di moneta dal nulla (ex nihilo), sia il prestito a breve termine per finanziare prestiti a lungo termine, e non deve permettere prestiti a scadenze più vicine di quelle corrispondenti ai fondi prestati. Questa doppia condizione implica una modifica profonda delle strutture bancarie e finanziarie basandosi sulla completa separazione delle attività bancarie, come si presentano ad oggi, e la loro attribuzione a tre categorie di istituzioni distinte e indipendenti:

1. banche di deposito che garantiscono solamente, a esclusione di tutte le operazioni di prestito, gli incassi e i pagamenti, e la tutela dei depositi dei loro clienti: le spese corrispondenti saranno fatturate a questi ultimi, e i conti dei clienti non potranno avere alcuno scoperto.
2. banche di prestito che prestano a scadenze prestabilite. Poiché esse prestano a scadenze minori, l’ammontare complessivo dei prestiti non potrà eccedere l’ammontare complessivo dei fondi imprestati.
3. banche d’affari che prestano direttamente al pubblico o alle banche di prestito e che investono i fondi prestati nelle imprese.

Nel suo fondamento, una tale riforma renderebbe impossibile la creazione di moneta e di potere d’acquisto dal nulla (ex nihilo) attraverso il sistema bancario e il prestito a breve scadenza per finanziare prestiti a scadenza maggiore. Essa non permetterebbe che prestiti a scadenza più breve che quella corrispondente ai fondi imprestati. Le banche di prestito e le banche d’affari servirebbero come intermediari tra i risparmiatori e i prestatori. Sarebbero sottoposte a un obbligo imperativo: prendere in prestito a lungo termine per prestare a scadenza più breve, il contrario di ciò che avviene adesso.
Una tale organizzazione del sistema bancario e finanziario permetterebbe la realizzazione simultanea di condizioni fondamentali quali:

* l’impossibilità assoluta di creazione di moneta e di potere d’acquisto al di fuori della quantità di base creata dalle autorità monetarie.
* L’eliminazione di tutto lo squilibrio potenziale risultante dal finanziamento di investimenti a lungo termine a partire da prestiti a breve o medio termine.
* L’espansione della massa monetaria complessiva, costituita unicamente dall’ammontare di base, a tasso stabilito dalle autorità monetarie
* La notevole se non totale riduzione dell’ampiezza delle fluttuazioni congiunturali
* l’attribuzione allo Stato, cioè alla collettività, del reddito da signoraggio proveniente dalla creazione di moneta, e il conseguente alleggerimento delle imposte attuali
* un controllo agevole da parte dell’opinione pubblica e del Parlamento della creazione monetaria e delle sue implicazioni.

Tutti questi vantaggi sarebbero certamente fondamentali. I profondi cambiamenti necessari dalla loro attuazione andrebbero a scontrarsi naturalmente contro forti interessi e contro pregiudizi profondamente radicati. Rispetto alle gravi crisi che il sistema attuale del credito non ha smesso di provocare da almeno più di due secoli e continua a provocare attualmente, e che le autorità monetarie si rivelano sempre più incapaci di controllare, questa riforma appare come una condizione necessaria per la sopravvivenza di un’economia decentralizzata e per la sua efficacia.

Leggi e scarica l’intero articolo qui

giugno 17, 2010

MA COS’E’ QUESTA CRISI? (1) – IL SEGRETO DEL CAPITALE di Maurizio Blondet

(Da: Schiavi delle Banche, Effedieffe Edizioni)

Avete accumulato un piccolo o grande risparmio: 50 mila euro, 100 mila. Anche 500 mila, se siete un dentista o un bottegaio. La propaganda del capitalismo terminale vi invita, anzi vi spinge, vi obbliga a farlo fruttare: nel futuro, vi dice la sirena seduttrice, vi ritroverete con una bella somma, ben accresciuta, che renderà serena la vostra vecchiaia.
Voi, perciò, affidate i vostri risparmi a un fondo d’investimento, a un fondo pensione. Se i risparmi sono alti, a una società di gestione dei patrimoni. Ogni fondo ha un gestore: un esperto, uno che sa – diversamente da voi – come far fruttare i vostri soldi. Li impiega in azioni e obbligazioni, da esperto qual è: i titoli più lucrosi, nel mix più sapiente.
La realtà è un po’ diversa. La prima cosa che fa’ il gestore, appena ricevuti i vostri soldi, è: comprarsi la Mercedes più grossa sul mercato, aggiungervi una Porsche per i suoi week-end, accaparrarsi un attico di lusso. Per vivere da ricco.
La Mercedes nuova del gestore dovrebbe suscitare qualche sospetto. Si sta occupando davvero di far diventare ricchi noi? La Mercedes l’ha comprata coi soldi nostri; fossero stati suoi, magari, avrebbe scelto un modello più economico. Speriamo almeno che accresca il nostro risparmio, il nostro modesto capitale.
In realtà, i gestori dei fondi, in media, non riescono quasi mai a battere l’indice. Lo hanno provato studi seri (1): perdono soldi più o meno come avreste fatto voi, se aveste giocato in Borsa personalmente. Almeno vi sareste rovinati da soli, senza pagare commissioni. Perché questo è il punto: perda o vinca, per il gestore è lo stesso. Lui, guadagna sempre: si fa pagare per gestire i vostri risparmi. In anticipo. Grasse commissioni. Il capitale, del resto, mica è suo: è vostro. Suo è il lucro.
Ancor peggio, se vi consigliano di mettere i soldi in azioni. Dicono in America: sulla porta di Wall Street (la Borsa) c’è una scritta: Caveat Emptor, stia attento il compratore. Ma questa scritta la vedono solo gli esperti, gli speculatori professionali. E, loro, non hanno nessun interesse ad aprirvi gli occhi, perché la vediate anche voi.
Anzitutto, non vi avvertono che la Borsa è come la caccia alla volpe: un gioco per grandi abbienti. Anche negli Stati Uniti, dove tutti hanno qualcosa in azioni, il 10 per cento delle famiglie detiene l’86 per cento dei titoli. Uno degli scopi primari (e il meno confessato) della Borsa è di fabbricare capital gains (profitti sul capitale) per consentire ai miliardari di evitare le tasse: il prelievo fiscale sui redditi di lavoro è aggressivamente progressivo, sui capital gains o è zero, o è a percentuale piatta (non aumenta col reddito). Ma la Borsa serve anche per fabbricare perdite, in modo da compensare profitti: sempre per consentire ai signori di sfuggire al fisco. Tuttavia, la Borsa ha bisogno dei piccoli risparmiatori. Altrimenti, essendo un gioco a somma zero (2), chi potrebbero spogliare i professionisti dell’azzardo? Da qui l’invito generale, nei tempi del capitalismo ultimo, a diventare tutti azionisti.
Lo chiamano capitalismo democratico: senza dire che esso presenta per il padronato alcuni vantaggi collaterali. Per esempio, se un’azienda paga i suoi lavoratori, in parte, con proprie azioni (come avviene in Usa, e si vorrebbe cominciare a fare in Europa), su quell’emolumento non deve sborsare i contributi previdenziali. Cercano di stimolare persino il vostro patriottismo: mettendo i risparmi in Borsa, finanziate le aziende italiane (non è vero: le imprese si finanziano sul mercato dei titoli solo in percentuale marginale; per lo più s’indebitano con le banche, emettono bond od obbligazioni, o presso merchant bank).
Sempre più seducente, si ripete l’urgente invito a investire i risparmi nei fondi, anche per assicurarsi la pensione: tra vent’anni, il vostro pacchetto di azioni avrà preso un bel valore, e potrete cominciare a realizzarlo. E’ una frode (3): le azioni, fra vent’anni, saranno quasi sicuramente ribassate. Per il solo fatto che allora ci saranno meno italiani di oggi, e quindi la domanda di azioni sarà più debole.
Negli anni ’70, un analista americano di nome Gelvin Stevenson provò a confrontare le performances borsistiche secondo le varie classi di reddito: scoprì che chi ha redditi alti vince, e chi ha redditi bassi, tendenzialmente, perde. E che perde tanto più, quanto più il suo reddito è basso. Fino a pochi anni fa, gli agenti di Borsa – mediatori necessari, se volete acquistare azioni – erano una casta chiusa, un monopolio. Questi sacerdoti del mercato e del rischio, stranamente, si erano protetti da ogni rischio, e dalla concorrenza sui prezzi. Si facevano pagare in commissioni fisse. Ancor oggi, che vincano o perdano (coi soldi vostri), ha poca importanza: loro incassano per ogni transazione che operano a vostro nome. A volte comprano e acquistano coi soldi vostri, solo per accrescere il loro onorario. (…)
Il capitalismo terminale, finanziario, come tende a retribuire il minimo possibile il lavoro, così tende a non retribuire il risparmio. In ogni caso, la sua vittima predestinata è il lavoratore-produttore, colpito da due parti: da salariato, e da risparmiatore.
(continua…)

giugno 16, 2010

INTERCEPTOR(3) Berlusconi fa ribrezzo al mondo

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 10:21 am
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(Dal Corriere della Sera, 15 giugno 2010)

Il ddl intercettazioni diventa un caso internazionale: l’Osce, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, chiede all’Italia di rinunciare al disegno di legge o di modificarlo in sintonia con gli standard internazionali sulla libertà di espressione. «Sono preoccupata che il Senato abbia approvato una legge che potrebbe seriamente ostacolare il giornalismo investigativo in Italia – scrive Dunja Mijatovic, responsabile Osce per la libertà dei media -. I giornalisti devono essere liberi di riferire su tutti i casi di pubblico interesse e devono poter scegliere come condurre una indagine responsabile». Una presa di posizione giudicata «inopportuna» dalla Farnesina. «Da parte italiana, attraverso i canali diplomatici, è stata fatta notare con fermezza l’inopportunità di tale intervento – sottolinea il portavoce Maurizio Massari -. Un intervento su una misura legislativa, il cui iter non è completato, che rischia di interferire e turbare il dibattito democratico in Parlamento».

Leggi l’intero articolo su Corriere.it

giugno 14, 2010

Interceptor(2) MARTIN MYSTERE E JAVA

Filed under: Cronache,Divagazioni — vbinaghi @ 12:33 pm
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Sulle piste del cyberspazio, abbiamo catturato per voi quest’altra chicca telefonica. Si tratta nientemeno che del celebre eroe dell’archeologia misteriosa a fumetti e del suo assistente, un uomo di Neanderthal da lui scoperto durante una delle prime avventure, e divenuto poi suo compagno inseparabile. Godetevela, finchè si può.

MARTIN MYSTERE – Pronto, Java?
JAVA – Hrmggh
MARTIN MYSTERE – Bene, grazie. Solo che mi annoio un po’. Coi Templari ci hanno fatto un sacco di romanzi, le piramidi non tirano più come una volta e il nazismo esoterico è finito su Internet. Non so che cazzo fare, quasi mi do alla politica. Per esempio ci sarebbe l’ultimo mistero d’Italia, che m’intriga…
JAVA – Mmgh?
MARTIN MYSTERE – Ecco qua. Il centro-destra ha fatto il pieno di voti con la paranoia della sicurezza, e adesso Berlusconi si gioca il tutto per tutto, rischiando di spaccare la maggioranza oltre che di scontentare gli elettori, con la legge sulle intercettazioni, che non solo mette il bavaglio ai giornalisti ma soprattutto blocca le indagini. Come me lo spieghi?
JAVA – Grrr mrrr hggh…
MARTIN MYSTERE – Bè, certo, quando hanno scoperchiato il verminaio della Protezione Civile ci ha fatto una figuraccia: un attimo prima Bertolaso voleva farlo addirittura ministro. Scajola e Verdini, poi, coordinatori del partito. Lo capiscono anche gli scemi che i berluscones rubano più del PSI di Craxi (del resto la scuola è quella). Ma ormai è successo, no?
JAVA – Hmghh rrr hggg
MARTIN MYSTERE – Ah, dici che c’è di peggio e devono muoversi prima che salti fuori tutto. La faccenda delle stragi di Mafia, la “nuova forza politica” che si è avvantaggiata dei fatti del 92-93. Ma anche qui: la pista è già aperta, Dell’Utri è stato condannato in primo grado per collusione con la mafia…
JAVA – Rrrrgh mhhh mhhh…
MARTIN MYSTERE – E’ vero, non ci avevo pensato. Devono dimostrare alla mafia di essere ancora loro che comandano. La prova di forza in Parlamento serve a rassicurare quelli. Altrimenti gli mandano un altro Mangano in casa…
JAVA – Grrr shhhh…
MARTIN MYSTERE – Come, c’è dell’altro? Dimmi…
JAVA – Sshhh grrrmmhhh hgrrr…
MARTIN MYSTERE – Geniale. Ma in fondo l’ho sempre pensato anch’io che l’Italia, come in molte cose, anche in questa è l’avanguardia, il laboratorio politico dell’occidente. I politici italiani hanno capito che l’informazione diffusa è il cancro che corrompe le coscienze. Far vedere il trono troppo da vicino, destituisce chi governa di ogni autorità e genera inquietudine e anarchia. Bisogna che la gente abbia immagini da ammirare o detestare, ma somministrate in modo da controllarne gli effetti. Quindi niente telecamere nella stanza dei bottoni.
JAVA – Hrgh pdd…
MARTIN MYSTERE – C’era già tutto nella P2, è vero
JAVA – Hgrrr mhhh shhh…
MARTIN MYSTERE – Cazzo, hai ragione. Quelli mettono il fermo ai poliziotti, mica ai servizi segreti. Una telefonata come questa fra un po’ ci costa un accusa di terrorismo
JAVA – Hggh mhhh…
MARTIN MYSTERE – A meno che usiamo la lingua di Neanderthal, certo. Non mi ricordo come si dice “buona giornata”
JAVA – Prot
MARTIN MYSTERE – Prot

giugno 12, 2010

INTERCEPTOR(1) Paperina e Paperone

Filed under: Divagazioni — vbinaghi @ 3:59 pm
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Mentre il Parlamento italiano sta approvando la legge-bavaglio sulle intercettazioni telefoniche, vi proponiamo – a sostegno del governo – alcuni frammenti provenienti da un’indagine in corso presso la procura di Paperopoli. In quell’infelice paese, dove la privacy viene sistematicamente violata, si osa perseguire come reato anche la menzogna a carico dei politici, con grave nocumento della dignità della loro funzione presso il popolo. Fortunatamente tali eccessi, che pure si sono sporadicamente verificati anche da noi, stanno per essere definitivamente scongiurati dall’ottimo provvedimento in questione.

PAPERINA – Pronto zio, sei tu?
PAPERONE – Si ma sbrigati che ho da fare. Devo riscuotere e contabilizzare, qui è tutto un casino, quelli di Bruxelles mi stanno addosso…
PAPERINA – Devo chiederti un favore, zio. Mi tocca andare a parlare nel Provveditorato di Paperopoli, devo spiegare la riforma della scuola
PAPERONE – E allora, ti abbiamo fatto Ministro della Pubblica Istruzione per questo, no?
PAPERINA – (piagnucola) Zio non ce la faccio più. Quelli sono incazzati neri per via dei tagli al tempo pieno alle elementari, delle classi di trenta alunni alle superiori, e come se non bastasse gli bloccate gli stipendi per tre anni. Non ci voglio andare più a prendere pomodori in faccia.
PAPERONE – Fregatene dei pomodori. Tanto ci sono solo le telecamere di Rockerduck, vi riprendiamo prima e diciamo che è stato un successone, come al solito. Poche proteste dei soliti sfigati ecc Tu ne esci bella come il sole, si fa per dire…
PAPERINA – E quelli del Tg3?
PAPERONE – A quelli lì non ci devi pensare. Coi tagli al personale TelePapero, li teniamo per le palle, vedrai che non fiatano. E Paperozero ricomincia a settembre, se ricomincia. Di mezzo ci sono i mondiali, Paperopoli almeno ai Quarti ci arriva. Che gliene frega ai paperi della scuola? Basta che non gli tocchi i Reality Show.
PAPERINA (mugugna) – Non va bene lo stesso, zio. E’ una questione di dignità. Quelli mi chiedono di parlare della riforma. Ma quale riforma? Non mi avete ancora detto niente, solo tagli di spesa…
PAPERONE – Non ti abbiamo detto niente perchè non c’è niente da dire. La scuola è un parcheggio antropologico fino a vent’anni. Dai vent’anni ai trenta c’è il precariato. Dai trenta in su la nuova etica del lavoro: quella che sta spiegando Paperchionne ai sindacati per Paperiano d’Arco. Quindi cara grazia che ce l’hanno la scuola. Cosa ci metti dentro non frega niente a nessuno. Tanto la scuola di vita si fa in TV e quello che serve per il lavoro s’impara in azienda. E comunque c’è la lezioncina per tutte le occasioni, quella che ti ho insegnato. L’hai imparata a memoria?
PAPERINA – Si zio
PAPERONE – Sentiamo
PAPERINA – Primo: i sondaggi danno il governo Rockerduck gradito al settanta per cento dei paperopolesi. Secondo: chi non accetta il cambiamento è un conservatore. Terzo: i dati in nostro possesso dicono esattamente il contrario di quelli forniti da chi protesta. Colpa della disinformazione e dell’accanimento della stampa di sinistra.
PAPERONE – Bravissima. Vai con questo che vai bene.
PAPERINA – Zio, dicono che di scuola io non so un cazzo…
PAPERONE – Infatti. E’ per quello che ti abbiamo messo lì, così non devi raccontare balle e con la tua faccia da suorina sei credibile, non te l’ho spiegato?
PAPERINA – Si ma non ho capito una cosa. Cos’è il cazzo?
PAPERONE – Ma dove hai studiato, scusa?
PAPERINA – Dalle suore.
PAPERONE – Ecco, appunto. Domani c’è il consiglio dei ministri. Dopo vai a far merenda con quella lì, quella gnocca, come si chiama, quella delle Pari Opportunità, che te lo spiega lei.
PAPERINA – Grazie zio. Lei sì che era brava a scuola. Io per passare l’esame di stato ho dovuto scarpinare fino a Topolinia
PAPERONE – Non preoccuparti cara, ognuno ha le sue virtù. Tu sarai anche una figa di legno, e pure un po’ deficiente, ma obbedisci che è un piacere. Comunque non chiamarmi più a questo numero, capito? Finchè non passa la legge sulle Intercettazioni alla Camera, non siamo tranquilli
PAPERINA – E come faccio?
PAPERONE – Ti regalo una coppia di piccioni viaggiatori. Così cominci ad allenarti a maneggiare qualche uccello. Chissà che prima o poi….

giugno 11, 2010

LE MUSE SONO NUBILI? di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 9:30 am
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Le Muse sono tutte nubili. Nessuna di loro ha famiglia. Arte e affetti domestici vivono un difficile rapporto, fatto più di opposizione che di partecipazione. Questo è quello che generalmente si dice. Infatti cresce il numero di individui che, per potersi dedicare interamente all’arte, non mette al mondo figli, non si lega, perfino si separa. Per potersi meglio dedicare alla poesia, alla pittura, alla scrittura…Allora, si conclude, è in aumento il numero degli artisti, e cresce la qualità delle opere?
No, affatto.
Perciò c’è qualcosa che non torna e il rapimento di chi si dice risucchiato dal proprio delirio creativo risulta, di fatto, sterile. Senza cuore, senza nerbo, senza sangue. Era necessaria tanta solitudine dell’anima, tanta rinuncia, per produrre un risultato tanto scialbo?

Leggi l’intero articolo su La fata centenaria

giugno 10, 2010

The Blue Juke Box(7) James Taylor

giugno 9, 2010

IL CARAVAN – Una storia di scuola

Filed under: Bacheca,canzoni — vbinaghi @ 7:49 pm
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Sono arrivato al Liceo Cavalleri nel settembre del 1989, e due mesi dopo è nato il laboratorio musicale. Mi era sembrato importante mettere a frutto le mie esperienze di musicista e guitto da palcoscenico per promuovere una cultura del fare artistico tra gli studenti, avendo constatato che parecchi già andavano a lezione di musica, suonavano uno strumento o avevano voglia di cimentarsi al microfono.
Così, per la fine di quell’anno scolastico, preparammo un primo concerto-saggio, che si tenne nell’auditorium della Biblioteca Civica di Parabiago e vide la partecipazione straordinaria della mitica band dei Punkreas (il loro batterista di allora, Claudio Castelli, era un nostro studente) in seguito divenuta un gruppo di punta del panorama rock italiano.
Da allora in poi, per quindici anni, cioè fino al gennaio 2005, il laboratorio musicale ha continuato a funzionare, producendo una media di tre spettacoli annuali: si suonava per la festa di Natale e per quella di fine anno, ma anche in occasione dei gemellaggi con scuole di altre nazioni alle cui rappresentative in visita porgevamo il nostro rumoroso benvenuto.
I concerti consistevano essenzialmente in una serie di cover rock, attingendo dai classici degli anni Settanta e Ottanta e dalle ultime novità, ma in qualche caso proponemmo anche spettacoli a tema, come l’anno della morte di Lucio Battisti, quando allestimmo “Gli anni di Battisti”, uno dei concerti più intensi che ricordo.
Nel gruppo sono passati molti ex studenti e sarebbe troppo lungo ricordarli tutti.
Con molti di loro (oggi hanno un’età che va dai 25 ai 35 anni) si è creato un rapporto duraturo che ci ha spinti a formare un Caravan, cioè una compagnia musicale, con la quale nel 2003 abbiamo allestito un Tributo ai Beatles, eseguito poi per una trentina di date negli spettacoli estivi dei Comuni della zona e riproposto nel 2006, in occasione delle celebrazioni del Trentennale del Liceo.

Qualcuno è andato all’estero, qualcuno si è aggiunto. Il Caravan è una specie di casa della musica, dove non si timbra il cartellino e le porte sono sempre aperte. Quest’anno di nuovo abbiamo portato lo spettacolo a Parabiago, Legnano, Milano, Busto Garolfo. Quella di domani 10 giugno a Busto Garolfo sarà l’ultima serata del Tributo ai Beatles. Alberto va in USA, Vito in Germania, un giorno torneranno, ma bisogna cambiare musica, perchè c’è bisogno di nuove canzoni. Da settembre in poi allestiremo un nuovo progetto.
Domani, però, chi non vuol perdersi l’ultimo episodio di una saga entusiasmante è invitato nella bella corte lombarda del
CIRCOLO ACLI di Busto Garolfo (MI):
Via Naymiller 3 (dietro la piazza principale)
ore 21,30
Ingresso libero

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