Doctor Blue and Sister Robinia

giugno 26, 2010

DONNE CHE ABBANDONANO LE DONNE di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 5:17 pm
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Lucia Merli – Le amiche

(Già pubblicato sul blog di Roberta Borsani: La fata centenaria)

Storie di donne normali. Storie di abbandono. Donne che abbandonano donne.
Sabrina viene operata a una spalla in un noto ospedale milanese. E’ mestruata e l’iniezione di eparina le provoca un’emorrragia. Chiede di essere pulita e rifornita di assorbenti. No, dicono le infermiere, stia tranquilla. Se sporca le lenzuola fa niente, poi ci pensiamo noi. Ma Sabrina è una donna raffinata, esigente, non sopporta di stare in quel modo, tutta sporca e appiccicata. Chiede, si lamenta, educatamente protesta. Il personale di turno, tutto femminile, sbotta: “E’ una rompicoglioni, non si deve permettere”.
Silvana ha due gemellini di nemmeno tre anni e insegna. Chiede che nell’organizzazione dell’orario si tenga conto della sua situazione di madre: il sabato il nido è chiuso, non sa a chi dare in custodia i suoi figli, lo vorrebbe libero. No, dice la vicepreside (un passato da suffragetta), è una questione di democrazia e correttezza. “Tutti uguali a scuola, uomini e donne”. Così il sabato libero ce l’hanno quelli che nella scuola ci sono da vent’anni. I veterani. Quelli del weekend nella casa in Liguria. A Silvana la babysitter costa ogni sabato la bellezza di cinquanta euro.
Rossana ha un compagno, Pino, da quasi quindici anni. Gli è molto legata. Una sera scopre per caso da un paio di foto infilate nella tasca di una giacca che lui ha un’ altra relazione. Le foto sono inequivocabili e la relazione ha ormai qualche anno. Decide di andarsene. Sta male però, s’impasticca di calmanti, va in depressione. Le amiche dapprima la consolano, poi la mollano: “Con la storia di Pino ha rotto”.
Eliana, sposata, tre figli, molti sacrifici, si accorge che il marito sta allacciando una tresca con una collega, sposata e con prole. Dolore, ma anche rabbia, tanta. Immediato out out al marito, il quale scarica la collega e come Lassie torna a casa di corsa. La collega conclude che “Eliana è meschina”.
E poi ci sono le tristi vicende di lavoratrici minacciate (“Se resti incinta te la faccio pagare”) da imprenditrici rampanti, che dei diritti della donna se ne fregano tanto e più dei loro colleghi maschi.
Di storie così se ne possono raccontare tante. Storie non di donne che odiano donne (“niente di personale!”), ma che abbandonano, feriscono con l’indifferenza o il disprezzo, non capiscono. Esattamente come gli uomini. A volte peggio, perché nessuna donna è una sprovveduta (come sanno esserlo spesso i maschi) quando si parla di sentimenti.
Donne insensibili, la cui femminilità è stata fagocitata da una cultura aziendale, reificante. Professionalmente incapaci di riconoscere il bisogno quando è umano, personale, intimo. Di ragionare e decidere secondo un criterio che non sia quello della convenienza e dell’utile.
Donne superficiali, che non sanno più ascoltare. Avvilite dal pettegolezzo, dalla chiacchiera facile, perfino dal cinismo che le nuove tecnologie hanno amplificato. I social network sono strumenti pericolosissimi in questo senso. Salotti virtuali niente affatto impermeabili alla viltà e alla malignità del pettegolezzo e della squalifica. L’impunibilità di cui gode chi vi “ciacola”, scatena infatti gli istinti peggiori.
Poi ci sono donne accecate dal narcisimo per cui non esiste il dolore degli altri ma solo il proprio. Incapaci di riconoscere i propri errori. Cresciute in compagnia delle Barbie, che hanno sempre tutto a disposizione, compresi i vari look da sfoderare nelle varie occasioni, per controllare meglio la realtà attraverso la seduzione. Hanno pochi sentimenti. “Usare” e sedurre è quello che sanno fare meglio. Guai a cercare di fermarle. Perseguono i loro piani procedendo come carri armati.
E spesso la spuntano.

Forse è il caso di riflettere su quello che è accaduto a noi donne in questi ultimi trent’anni. La prima cosa che mi viene in mente è che abbiamo rinunciato a un ordine. Giustamente, è sembrato all’inizio, e in fondo mi sembra anche ora. Perché quell’ordine si era “sclerotizzato”. Era fatto di stereotipi che ci costringevano a rinunciare alla complessità della nostra persona, alle nostre aspirazioni, per abbracciare dei ruoli rigidi e mortificanti. Peccato che, distrutto questo ordine, non ne sia nato un altro, più libero. Più umano e femminile.
Quando ero ragazza annotavo tra le pagine di diario “L’anarchia non è caos ma ordine naturale delle cose”. Simpatico ma sostanzialmente sbagliato, perché non esiste un ordine naturale delle cose. La natura è meccanica, non ordinata. L’ordine è il “Cosmo”, strutturatosi dal Caos sulla base di un principio di armonia e di misura. Il quale, se non viene dall’Alto, viene dall’uomo. Senza, non sarebbe possibile neanche la percezione. La nostra esperienza delle cose si perderebbe nel groviglio di sensazioni frammentarie e disparate.
Distrutto l’ ordine sociale cimiteriale ereditato dal Fascismo (pessima caricatura delle società tradizionali) noi donne non abbiamo saputo lavorare per crearne uno più rispettoso degli esseri umani, a misura di persona. Il mondo in cui non ci fossero individui ma persone alle quali fosse risparmiata il più possibile l’esperienza dell’abbandono, del non accudimento, del disprezzo. E siamo cadute nei meccanismi del cosiddetto ”ordine naturale”, schegge impazzite di un passato che credevamo perduto. Lei ritorna ad avere le curve giuste e lui la clava, ad esempio. Ed ecco le veline, le attricette poppute sbattute in prima pagina, le maliarde nutrite a telenovelas. Oppure, altra versione dell’ordine naturale, rieccoti la lotta per la sopravvivenza dove si arrangia meglio chi è maschio. Vedi le ridicole donne manager poste a rappresentanza della nostra industria e indagate per ogni possibile irregolarità, frode ecc. Donne vendute ai maschi e donne come i maschi, egoiste come i maschi, viziate come i maschi, bugiarde come i maschi. Pardon, certi maschi.

Però, scusate: noi…non eravamo meglio?

10 commenti »

  1. Abbiamo pensato e continuiamo a pensare che la nostra “liberazione” dalla subordinazione al maschio passi per la sua imitazione. Naturalmente sbagliamo. L’”ordine naturale” delle cose richiede che le donne facciano leva sulle proprie doti esattamente quelle che ci differenziano dagli uomini. E possiamo essere ogni cosa senza rinunciare ad essere creature eminentemente portatrici di vita, amore, dolcezza, sostegno, forza, grazia, guida, resistenza…
    Restituendo per questa strada ordine all’ordine alterato delle cose.

    Commento di semantica — giugno 26, 2010 @ 10:22 pm | Replica

  2. cara roberta, mi consenti?, trolleggio anch’io:
    finalmente qualche crepa nel muro dell’ideologia della superiorità del genere (femminile della specie umana)
    (ma la prima, veramente reazionaria, non data da quando i più illuminati collettivi femministi hanno elaborato
    il concetto di sorority, tutte le donne sono uguali ma alcune sono più forti e difendono le altre?);
    quella della razza o nella versione “compagna” (il partito garante dell’idea garante della coscienza di classe etc etc)
    le abbiamo seppelite, adesso tocca a questo, mi permetto una critica: i trent’anni di autocoscienza di questa consapevolezza,
    non sono né la fase sorgiva né la fase di maturità di questo mito, bensì la fase finale,
    tutto va ricercato all’epoca in cui il capitalismo becero ha deciso che famiglia = uguale almeno due lavoratori,
    in cambio? libertà consumismo autonomia a-gerarchia etc etc; fortuna vuole che questo modello vale per pochi paesi europei, ed è alla fine …
    apice del trolleggio: madame bovary: faccia quello che vuole, impari il pianoforte, vada a giocare a tennis,
    faccia decoupage, ma la smetta di scassare i cabasisi a noi trogloditi appartenenti al genere maschile della spcie umana (occidentale),
    non siamo noi i colpevoli delle sue sofferenze, noi vogliamo semplicemente vivere

    tutto ciò con immutato affetto

    gunny (o per chi mi vorrà sulla piazza della lapidazione, non mi nascondo: graziano de dionigi)

    ps: ovvio nella nobile arte del trolleggio l’importante è alzare la palla poi la schiacciata compete ad altri

    Commento di gunny1958 — giugno 27, 2010 @ 1:42 pm | Replica

  3. Oh la piccola romantica Emma, sorellina adorabile e sventata…

    Commento di semantica — giugno 27, 2010 @ 3:10 pm | Replica

  4. Gunny, la (ig)nobile arte del trollaggio è rigorosamente anonima, anzi, mai più di due volte con lo stesso nickname (che già quello alla lunga identifica)
    Tu invece, mio nobile amico, al massimo lasci vedere antiche ferite, in cui non c’è niente di guasto tranne il sangue che ancora non è uscito.
    Spurghiamoci tutti quanti, una buona volta, e ricominciamo da zero, anzi da due.

    Commento di vbinaghi — giugno 27, 2010 @ 6:42 pm | Replica

  5. sono d’accordo nella tua lezione, a parte di cominciare a spurgare
    una (per me) insostenibile quota ideologica
    fondante non tanto un pensiero maschile o un pensiero femminile,
    quanto un pensiero che concepisce una “”dialettica”" maschio/femmina,
    ovvio che se si pensa doppio, gli elementi saranno sempre contrapposti,
    se ricominciassimo a parlare di esseri viventi?
    ciao
    ps: troll era nel senso di elfo dispettoso,
    e poi lo sai non riesco (voglio) essere ‘correct’ in nulla

    Commento di gunny1958 — giugno 27, 2010 @ 7:38 pm | Replica

  6. Caro Gunny, di cui conservo un ricordo troppo poetico perchè questo tuo trolleggiare possa anche solo scalfirlo, condivido molte delle tue affermazioni. E’ evidente che il capitalismo con il suo imperativo “tutti al lavoro”, non ama le donne e neppure il “femminile”. Ma cosa c’entra Madame Bovary? E perché i maschi della specie occidentale devono essere dei trogloditi? Io questo non lo penso.
    Io chiedo soltanto alle donne, ciascuna secondo le sue possibilità, di opporre resistenza al sistema costruito negli ultimi due secoli, di non scivolare nelle sue maglie. E’ un sistema orrendo fondato su valori molto “maschili” (competitività, utile, disprezzo dell’irrudicibile all’astrattezza dell’universale…), ma questo non significa che sia fatto dagli uomini nel senso di persone di sesso maschile. Purtroppo il problema dell’Occidente non sono tanto i maschi trogloditi, ma la difficoltà che abbiamo sempre ad integrare femminile e maschile. Dalla loro armonia dipende il nostro futuro.
    Certo il problema è ben più complesso, ma molto in sintesi questo è quello che penso
    Ti saluto con affetto
    roberta

    Commento di roberta borsani — giugno 27, 2010 @ 7:50 pm | Replica

  7. anche questo fa parte della società dell’ impotenza che siamo. è conseguente che la solidarietà e il comunitarismo tra donne viene meno nel momento in cui il potere ha un management unisex, nel senso che perde i caratteri del superio paterno (o a volte materno) per diventare rapporto mercantile. ciao Gunny

    Commento di da — giugno 27, 2010 @ 8:03 pm | Replica

  8. “o prodigio del latte che tracima!”

    Volevo scrivere questa cosa, che io quesa frase della Borsani l’avevo copiata per caso, per mettermici a scherzare su in un altro post. poi però quando l’ho letta mi sono ricordato di quando il mio povero babbo mi raccontava di questo momento speciale tanti anni fa , questa emozione della bollitura, che certo allora c’era poco da mangiare e bisognava stare attenti a non farlo andare di fuori il latte, anche quello. ma ricordo che secondo lui,( e l’espressione del suo volto me lo confermava), chequando il pentolino del latte era sul fuoco, una specie di allarme latente prendeva a tutti i presenti, tipo prima di un terremoto, finchè al momento dell’ebollizzione tutti si mettevano a gridare alzando le braccia; “bolle il latte! bolle il latte!”. come se dalla schiuma dovesse affiorare il leviatano o chissacchì, comuqnue effettivamente come davanti a qualcosa di prodigioso.
    mi chiedo se la Borsani abbia ricavato l’immagine del latte che tracima da una tradizione familiare o che altro.
    certo erano altri tempi, altri problemi. e con questo post non c’entra niente, cioè forse si, il focolare la sera tutti insieme in casa, una specie di arcadia dove si stava bene. io me la spererei così, ma penso che non sia vero del tutto.

    ciao,k.

    Commento di k. — giugno 29, 2010 @ 7:04 pm | Replica

  9. Niente tradizione familiare e nessun focolare (nemmeno nel post).
    Nel mio passato feste natalizie litigiose e vacanze separate.

    p.s.
    Io bevo il tè.

    Commento di roberta borsani — giugno 29, 2010 @ 9:25 pm | Replica

  10. Colgo questo p.s. come fosse una pezzola smarrita, che anch’io preferisco le tisane di menta oppure di camomilla quella raccolta a mano con i pezzi di gambo , che poi sia chiaro non è che sia tutta natura; la camomilla in genere al trovo nei campi a riposo, che magari l’anno prima c’hano buttato l’azoto oppure i diserbi. però effettivamente è bello mettersi lì a strapparla con le mani e l’odore della pianta ha una forza d’antico, come anche i pomodori che poi resta forte sulle mani.

    pensavo sul post che una donna che si rispetti non dovrebbe avere la patente per l’auto , e possibilmente non sapere andare in bicicletta. ma poi perchè. forse in questo ci vedo un potere che smuove e ordina le cose,( come la vita) una forza propria della femminilità, che declinata nella sua espressione volgare potrebbe essere quella forza che “tira più di un trattore in salita”, ma fuori dalla volgarita credo sia una specie di maestosità, che si svilisce nell’azione competitiva, si apprezza in quella conviviale, senza appunto dover fare la madonnina nella nicchia. e questa maestosità non andrebbe sciupata, mi pare nel vestire si possa imparare dalle donne pakistane, che c’ahnno quei vestiti luminosi arancioni, un portamento regale che quando le vedi viene da chinare il capo. e infatti spesso le musulmane non c’hanno la patente, ma questo è uno scherzo

    ciao,k.

    Commento di k. — giugno 30, 2010 @ 7:23 pm | Replica


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