Doctor Blue and Sister Robinia

giugno 28, 2010

SOFIA di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 10:49 am
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- Ho sognato che stavo davanti alla Legge
- Come in quel racconto di Kafka? -
- Più o meno. C’era un tizio che non voleva farmi entrare. Diceva che mi mancava qualcosa
- Che cosa? -
- A saperlo. Lui diceva solo che così non potevo entrare.
- E tu?
- Ero stanchissimo, più o meno come mi sento adesso. Stanco, con le borse sotto gli occhi, il fegato ai minimi termini, senza appetito, senza gusto per le cose. Ma in più sapevo che era l’ultima occasione, che non c’era più tempo per rimettersi a posto, capisci? Quello non mi faceva entrare e io ho pensato che era finita per sempre e tutto (tutta la mia vita, dico) era stato un sogno diabolico, senza significato
- Una favola raccontata da un idiota?
- Kafka. Shakespeare. La vuoi sapere una cosa? Tu t’intendi di letteratura, ma guarda che la letteratura non ha mai salvato nessuno
- Si dice così, tanto per dire. Impreziosire una conversazione con citazioni, che male c’è?
- Okay, vuoi sentire il resto? Allora io gli chiedo, a quel tizio: “Perchè non posso entrare? A chi non piaccio?” E lui sai che mi risponde? “Non provare a buttarla in teologia”
- Perchè neanche la teologia ha mai salvato nessuno
- Esatto. Ma non è finita. Mi fa: “Vuoi sapere a chi non piaci? A te non piaci. Non riesci a perdonarti, non trovi in te stesso niente che valga la pena di essere salvato. Così sei perduto”
- Si. E’ più o meno quello che ho pensato anch’io quando me ne sono andata. Se restavo con te diventavo come te. Mi stavi risucchiando nel tuo deserto
- Basta con questa storia. Ne abbiamo già parlato un sacco di volte. Te ne sei andata e stai bene dove stai. Sono contento per te
- Ma sei tu che mi hai chiamato. Per raccontarmi questo sogno. Perchè proprio a me?
- Hai ragione, te lo dico. Ho pensato: okay, io non salvo niente di me stesso e non posso pretendere che qualcun altro mi salvi. Ma ci dev’essere pur stato qualcosa in me che dava speranza, un tempo. Qualcosa che valesse la pena. Tu mi hai sposato, per esempio. Sei rimasta con me dodici anni. Abbiamo pure fatto una figlia. Cosa ti piaceva, di me? Ci doveva pur essere qualcosa…
- Ci ho pensato spesso, dopo. Certo che c’era. Mi sembravi diverso dagli altri, votati alla dissipazione, a vivere giorno per giorno senza uno scopo. Uno che portava con sè qualcosa di prezioso, da difendere a tutti i costi, come il custode di un Talismano. Mi pareva che stando con te mi sarei associata alla tua missione. Saremmo stati diversi, noi, avremmo cambiato il mondo.
- E invece? -
- E invece niente. Qualcosa c’era all’inizio, ma poi pian piano mi sono accorta che ti atteggiavi soltanto. Parli bene, scrivi bene, ma è come carta da regalo per avvolgere niente. Il tesoro non c’era. Forse non c’è mai stato. O forse l’hai seppellito da qualche parte, tanto tempo fa, e ti sei dimenticato dove e perfino che cosa.
- Si, credo proprio che il punto sia questo. Seppellito da qualche parte. Ma dove? E soprattutto che cosa?
- Dovresti ricominciare dal principio. Ricordare la tua infanzia….
- Ah no. Basta con gli psicanalisti. Quelli non vedono altro che i panni cacati di Edipo.
- Vedi che non ascolti? Non ho detto psicanalisi, ho detto infanzia. Da bambino uno è fragile, soffre. Il mondo è spietato. Magari seppellisci qualcosa d’importante per proteggerlo.
- Ma che cosa? -
- Il tuo cuore. La tua capacità di amare ma anche di soffrire. La metti lì sotto e così nessuno potrà più deriderti o disilluderti. Pensi che quando sarai più grosso e forte potrai permetterti di nuovo di esporla. Ma la corazza cresce e la cosa viva a furia di stare lì sotto si addormenta.
- Magari soffoca….
- Ma no. Si addormenta soltanto.
- E come la recupero? -
- Devi tornare vulnerabile. Provare tenerezza per quel bambino che eri. Desiderare di esserlo di nuovo.
- Siamo da capo. Io quel bambino non lo vedo. Vedo un tizio goffo e spaurito per cui non provo nessuna tenerezza, solo una gran voglia di liberarmene ed essere all’altezza della situazione.
- Eh già. Non è nel tuo sguardo di oggi che puoi ritrovarlo. Ci vorrebbe lo sguardo di un altro. Uno che ti amava com’eri, che non ha mai smesso di amarti.
- Mia madre?
- Non direi. Evidentemente non è stata capace di proteggerti, di darti fiducia in te stesso. Magari è proprio per lei che hai cominciato a nasconderti.
- Ma esiste uno sguardo del genere? Uno sguardo capace di preservare l’immagine originaria, la forma primitiva di un’anima, così come Dio l’ha voluta al principio? E capace di restituirtela quando ne hai bisogno, come una guida, un angelo custode che ti riporti ogni tanto a te stesso?
- Perchè lo chiedi a me? Sei tu che hai studiato teologia
- Qualcosa come una madre, ma più di una madre. L’eterno feminino di cui parlava Goethe?
- La letteratura non salva nessuno. L’hai detto tu, ti ricordi?
- La Vergine Maria…
- Neanche la teologia salva nessuno
- Uno sguardo, o piuttosto un posto dove andare a recuperare ciò che è perduto?
- Come Astolfo sulla Luna!
- Ancora coi poeti? Basta…
- E allora sbrigatela da solo. Tua figlia domani ha l’orale dell’esame di maturità. Lo so che tu te ne freghi, ma io devo occuparmene. E’ tesa come una corda di violino.
- Non mi hai mai detto perchè hai voluto chiamarla Sofia. Nessuna delle tue nonne si chiamava così, giusto? Perchè allora….?
- Scopritelo da solo, sapientone.

2 commenti »

  1. :) sono sempre belli i tuoi racconti, Valter

    Commento di semantica — luglio 2, 2010 @ 10:28 pm | Replica

  2. Ti ringrazio, anche se più che un racconto è un dialoghino pseudo-filosofico…
    Giocare a Platone è sempre una tentazione irresistibile.

    Commento di vbinaghi — luglio 3, 2010 @ 12:38 am | Replica


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