Doctor Blue and Sister Robinia

luglio 23, 2010

Prolegomeni a una recensione – IL NEMICO di EMANUELE TONON

LE TRE EPOCHE DELLA SCRITTURA di Valter Binaghi

Letterarietà. Dibattiti e scontri furibondi in Rete e fuori dalla Rete: la posta in gioco sembra essere il potere di definire cosa sia letterariamente pregevole e cosa meno. Chi deve decidere: il mercato (drogato dallo strapotere dei grandi gruppi editoriali), i premi letterari (idem con patate, cioè con l’aggiunta di giurati che votano gli amici degli amici), o i Critici, dall’alto di una patente acquisita a furia di sudate carte?
Questi ultimi sembrano rivendicare un canone, richiamandosi per lo più alla sovversione linguistica e alla complessità strutturale di opere che indubbiamente hanno segnato il secolo scorso, ma in un paesaggio in cui la diffusione del libro, il numero degli autori e il rapporto tra opera e pubblico era molto diverso da quello di oggi, che non può più prescindere dalla facilità di accesso alla scrittura e alla pubblicazione, anche grazie al Web.
Quello che non funziona nella discriminante posta dai Critici patentati (Andrea Cortellessa su tutti, essendo il più attivo nei dibattiti in Rete) non è solo la mancanza di una presa d’atto dell’evoluzione storica di un canone, e neanche solo il fatto che la sovversione linguistica è un valore da rapportarsi a ogni singolo testo, nel rapporto tra ambizioni e risultati, ma soprattutto a mio avviso l’assenza di una tipologia che permetterebbe di riconoscere non una sola ma almeno tre forme diverse della qualità letteraria, irriducibili l’una all’altra.
Provo a spiegare qui questa mia tipologia ternaria che ho elaborato a partire non da schemi e riferimenti preconcetti, ma da un fatto empirico: amo tre tipi diversi di scrittura di un amore diverso e irriducibile, il che mi porta a impegnarmi in una sorta di poligamia dalla quale non intendo affatto liberarmi. All’interno di ognuno di questi tipi (che non corrispondono ai “generi” classici ma piuttosto a diverse “intenzionalità” che muovono l’atto dello scrivere), so bene riconoscere cosa ai miei occhi vale di più e cosa vale di meno, ma non accetto che opere appartenenti a diverse categorie siano paragonabili tra loro, così come mi sembrerebbe sciocco decidere se è più grande Beethoven o Maradona.

1) Ci sono narrazioni che definirei emergenti, fortemente connotate in senso biografico e generazionale, in cui l’effetto sovversivo è dato soprattutto dall’irrompere di una nuova sensibilità che reclama uno spazio sociale e un ascolto. E’ un tipo di letteratura “d’esordio” che fino alla fine dell’Ottocento era impubblicabile, ma che è cresciuta con la dignità culturale assunta via via dalle giovani generazioni. Se all’inizio abbiamo prose folgoranti come “Una stagione all’inferno” di Rimbaud o “I canti di Maldoror” di Lautreamont, nel Novecento (mercato e massificazione permettendo) ci toccano “Il giovane Holden” e “On the road”, giù giù fino ai loro cloni italioti (”Boccalone” di Palandri, “Jack Frusciante” di Brizzi, ma anche “Volevo i pantaloni” di Cardella e “MelissaP” di Panariello o il Pierantozzi di “Uno indiviso”, fino a “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano). Ovviamente negli ultimi tempi è in questo settore che pesca la macchina editoriale, sempre a caccia di carne fresca per creare nuovi “casi” (l’ultimo è “Acciaio” di Silvia Avallone), il cui valore letterario risulta sempre più vicino allo zero: sarebbe ingiusto, tuttavia, non riconoscere che di queste scritture c’è bisogno, perchè è l’insipienza giovanile più che la saggezza dei vecchi a prolungare l’illusione del mondo.
2) Il secondo tipo è quello a cui appartiene la stragrande maggioranza delle narrazioni romanzesche da Cervantes in poi. E’ il romanzo come rappresentazione compiuta del sociale, in forma realistica o allegorica, che contiene in sè una diagnosi e un posizionamento dell’autore rispetto alle tendenze che il sociale stesso manifesta. Qui la sperimentazione linguistica, quando esiste, assume il senso di una sovversione più politica che psicologica (ma le due cose non si elidono a vicenda) come avviene secondo me in Gadda o Manzoni, e siccome qui la letteratura (dichiaratamente o meno), assume tratti mimetici e pedagogici, inevitabilmente questi parametri devono rientrare in una valutazione di qualità. Qui c’è spazio per il grande affresco sociale, per il cosiddetto romanzo borghese, per il romanzo storico e fantastico, ma anche per la cosiddetta letteratura giallo-noir, che in effetti racconta molto di più sull’antropologia della vita corrente che sul crimine in quanto tale.
3) Il terzo tipo è il più raro, ma anche quello che è più frequentemente oggetto di contraffazione. Dopo il turgore primaverile e l’ampio paesaggio estivo e autunnale, c’è il freddo e la solitudine essenziale di un inverno dell’anima, dove la terra che tutto ha dato in termini comunicativi diventa roccia. Qui la parola cerca, come direbbe l’amico Genna (uno dei pochi in Italia che è genuinamente e obbligatoriamente votato a questa strada e che in almeno due casi ha prodotto opere imprescindibili), una “letteralità” che non è più espressione del soggetto nè dialogo tra soggetto e mondo, ma emergenza dello spirito pura e semplice: non più preghiera del singolo, non più rappresentazione teologica del mondo ma consapevole e (apparentemente) blasfemo tentativo di proseguire la Rivelazione con una voce desolatamente e nudamente umana, una voce che è ogni voce perchè spogliata di ogni soggettività presunta e collocata all’orlo dell’estrema possibilità del parlante.
Qui troviamo pochi giganti (Leopardi, Kafka) e molti cattivi imitatori, che confondono l’onanismo autoriale con la nudità della voce assoluta.
Qui ho trovato di recente un romanzo italiano straordinario, “Il nemico” di Emanuele Tonon.
Come mi succede di rado, qui riconosco la mia incapacità di parlare di un libro che mi ha scosso profondamente, come forse non mi accadeva dai tempi de “La strada” di Cormac Mc Carthy. Per questo vi rimando ai materiali forniti da Giuseppe Genna sul suo sito, in particolare una recensione di Andrea Ponso e una intervista radiofonica ad Emanuele Tonon

luglio 22, 2010

EROISMO AL FEMMINILE di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 8:44 am
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Una riflessione innescata dalla lettura de “L’eroe imperfetto” di Wu Ming 4.

Di eroismo femminile e di eroine si parla poco, e quasi sempre in modo scontato, facendo riferimento sempre alle stesse figure dell’epica classica: Pentesilea, Camilla, Clorinda, personaggi che in un modo o nell’altro ricalcano un modello di eroismo maschile, per lo più combattendo in guerra e sacrificando la propria femminilità. Delle Amazzoni ad esempio (che i greci cercarono in tutti i modi di screditare a vantaggio della pregiudiziale superiorità maschile) si dice che per usare meglio l’arco, fossero disposte a mutilarsi il seno, rinunciando a una mammella. Sono figure affascinanti, nelle quali si incarna un’immagine della femminilità preadolescenziale e verginale che ha una sua intima consistenza e una sua verità. Ma non possono certo pretendere di riassumere in sé la complessità dell’eroismo femminile. Lo dimostra la loro labilità: Pentesilea alla fine si sottomette alla superiorità del maschio, Camilla e Clorinda muoiono entrambe giovanissime.
L’eroe imperfetto di Wu Ming 4 non si addentra nella questione e preferisce soffermarsi sull’importanza che il femminile riveste in relazione al cammino esistenziale dell’eroe, come elemento iniziatico. Il femminile è soprattutto la Grande Madre, tradita, ferita, cercata e subita.
Noi invece, che il tema dell’eroismo femminile abbiamo particolarmente a cuore, proviamo a soffermarci sulla figura dell’eroina, più complessa, densa, sfumata, di quella dell’eroe cui l’epica antica e cavalleresca ci ha abituato. La domanda è: che cosa qualifica in maniera essenziale l’archetipo dell’eroina, quale si presenta nella letteratura e nel folclore?
Antigone, che si appresta a fidare le leggi della polis e il potere del re, seppellendo il corpo del fratello, ci viene presentata da Sofocle come colei che ha il fuoco (la determinazione, la passione) necessario a fare “cose raggelanti”. A differenza della sorella che non osa neppure pensare alla disobbedienza come a cosa possibile, Antigone trasgredisce le regole e si avventura fuori dalla città, dove giace il cadavere del fratello, martoriato dai corvi. Lei ne raccoglierà i resti per dargli la giusta pace nell’aldilà. Infrazione dell’ordine fissato dal potere maschile e “politico” e superamento di ogni inibizione di carattere estetico.
Dal mondo delle fiabe ci viene la conferma di questa figura eroica: l’eroina che uccide il marito Barbablù e ridona vita ai corpi straziati di donne appese nella stanza, non s’intimorisce davanti al marito che le rimprovera di avere violato il suo ordine (non aprire la porta fatidica) e non indietreggia davanti al sangue rappreso, alle mutilazioni, alle ferite…Anzi, spalma il balsamo magico sui poveri corpi e questi, subito, riacquistano vita e interezza.
Marie Louise von Franz nel suo Le fiabe interpretate fa riferimento a un racconto popolare balcanico in cui una fanciulla, per sfuggire a un vampiro, si rifugia in un cimitero, dentro una bara, reggendo lo squallore della morte e della dissoluzione, unica via alla salvezza. E uno dei miti più antichi, quello di Iside che salva il dio della vita cosmica, Osiride, fatto a pezzi dal malvagio fratello Seth (principio della disgregazione) non ci mostra forse la dea mentre raccoglie le varie parti del corpo dello sposo, rimettendole tutte quante insieme fino a ricostituirne la radiosa e trionfante figura?
La bella guerriera del Signore degli anelli, Eowyn (su cui anche Wu Ming 4 si sofferma nel suo libro), dopo aver contribuito in maniera sostanziale e decisiva alla sconfitta del male, rinuncia alle armi per farsi “guaritrice”, ha capito in cosa consista la straordinarietà del suo compito. La pallida intrepida Artemide, dal cuore affilato come una lama e capace di uccidere proprio come un uomo, è superata. La guaritrice dovrà confontarsi con compiti anche più spaventosi di un campo di battaglia. Piaghe, malattia, tristezza…paludi in cui rischierà di affondare mille volte. Posti in cui i maschi si avventurano malvolentieri, di rado, non reggendo il puzzo della decomposizione e l’idea stessa della propia mortalità (pensiamo al re Gilgamesh che, dopo aver molto combattuto, non può reggere il pensiero dell’amico morto Enkidu, il cui cadavere è in lento disfacimento nell’umido terriccio, mangiato dai vermi). Troppo fragile la fiducia maschile nella perennità della vita, che nel corpo femminile è scritta a lettere più grandi.
Eowyn che abbandona l’armatura e si fa guaritrice, porta le aperture e i sorrisi della commedia nella tragedia. E’ lei la dodicesima fata che annulla le maledizioni di una tredicesima non invitata, trasformando la morte tanto perfidamente augurata in un sonno lungo cent’anni. Ma perchè sia un sonno ci vuole una fanciulla – l’eroina- che sia disposta a immergersi nelle foschie della morte, nell’acqua stagnante dove la vita pullula di forme biologiche elementari e inconsce. E’ lì che l’eroina si struttura. Può anche avere un ruolo iniziatico rispetto al destino dell’eroe maschio, il cavaliere. Ma il suo compito primo è quello di pascolare le forme, indirizzandole a destini più luminosi, più grandi. Come Circe, la “Signora del farmaci” e madre di ogni metamorfosi, mal compresa dagli uomini.

luglio 20, 2010

MITO-POIESI E MITO-LOGIA di Valter Binaghi

Wu Ming4 – L’EROE IMPERFETTO (Bompiani 2010)

Per una fenomenologia dell’immaginario

Il saggio di Wu Ming4, che l’autore definisce modestamente un “esercizio di lettura”, richiede a mio avviso una duplice attenzione. In primo luogo, ovviamente, per quanto concerne la lettura dei materiali mitologici e letterari che percorre e per ciò che ne risulta. In secondo luogo, per la collocazione di questo lavoro, che io definirei un contributo a una fenomenologia dell’immaginario.
Con questa espressione intendo qualche cosa che è moderno eppure già molto antico: l’atteggiamento di chi, collocatosi in posizione trasversale rispetto alla mitopoiesi pura e semplice del raccontare, prova a leggere nelle figure del mito e nella loro evoluzione l’accadere del divino nella coscienza umana storicamente intesa, senza far ricorso a uno schema teologico o psicologico pregiudiziale, ma semmai tentando di trarre proprio da esse le indicazioni di un sentiero teofanico che non si distingue dall’e-vento dell’umano. Nel primo caso, infatti, avremmo una sorta di allegorismo che consiste nel trattare le figure del mito come simboli “a chiave”, cioè decifrabili a priori: questo avviene già nell’antichità con la lettura “platonica” della Genesi ad opera del filosofo ebreo Filone Alessandrino e con l’interpretazione che la Patristica cristiana fornisce di miti e misteri greci, considerandoli anticipazioni della rivelazione cristiana. La fascinazione che il mito produce nel lettore “colto” prosegue per tutto il medioevo e l’epoca moderna, raggiungendo la massima espressione nella cultura romantica, dove però emerge in tutta chiarezza l’egemonia di uno schema preconcetto (si pensi alle grandi costruzioni dell’idealismo tedesco) in cui la materia mitologica viene costretta, chiamata com’è a illustrarne e verificarne la capacità onnicomprensiva. E’ certo che questa metafisica del mito ci ha lasciato suggestioni potenti e tassonomie indimenticabili, grazie a uomini di straordinaria erudizione e spirito speculativo come A. Kircher, G.B. Vico, F. J. Schelling, J.J. Bachofen, C.G. Jung; è altrettanto certo però che lo sgretolamento dell’umanesimo moderno e della sua attrezzatura metafisica lascia non solo di queste geniali costruzioni le rovine fumanti, ma anche la doverosa eredità di un approccio inedito, che provi ad ascoltare il mito come rivelazione primigenia, Ursage (“dire originario”), uno sguardo appunto fenomenologico che sarebbe anche per la prima volta genuinamente mito-logico. In questa direzione si è mosso certamente Heidegger nelle sue letture della parola poetica (di Holderlin soprattutto), ma se vogliamo riferirci specificamente all’ambito mitologico, i nomi sono quelli di W.Otto, K.Kerenyi e, in Italia, Furio Jesi. E’ a quest’ultimo studioso che esplicitamente si richiama Wu Ming4, potendo però vantare oltre a una conoscenza erudita della materia mitica ed epica, una frequentazione profonda di quello che resta l’unico grande mito-poeta del XX secolo, cioè R.R. Tolkien, la cui duplice opera di storico della letteratura e grande narratore è in effetti oggetto di dialogo e materia di ricerca in due dei tre saggi che compongono “L’eroe imperfetto”.

WuMing tra mito-poiesi e mito-logia

La medesima duplice vocazione caratterizza il collettivo di scrittura cui Wu Ming4 appartiene: se negli ultimi dieci anni la maggior parte dei loro lavori hanno puntato al romanzo storico prediligendo personaggi che emergono dalle rovine di un mondo alla ricerca di un approdo ancora sconosciuto (“Q”, “Manituana”, “Altai”), è evidente che negli ultimi tempi la consapevolezza mito-logica è cresciuta al punto da fare oggetto di riflessione non solo le produzioni narrative proprie e quelle sentite in qualche modo come affini (si veda la raccolta di testi sulla “New Italian Epic” di cui si è molto parlato in Rete, ora pubblicata in volume da Einaudi Stile Libero), ma anche i monumenti dell’immaginario mitico e letterario di un passato remoto e recente, come avviene in questo libro piccolo ma meritevole.
Il tentativo, esplicitamente formulato in quasi tutte le loro comunicazioni pubbliche, è quello di fare di una crisi di civiltà e di linguaggio l’occasione per una ri-fondazione che trovi nel vigore della narrazione le proprie figure profetiche, scegliendo tra le molte possibilità dei percorsi letterari quello di una narrativa che è popolare nella materia ma colta nelle occasioni ermeneutiche che la materia stessa fornisce: mito-poietica e mito-logica, appunto. Questa è la ragione per cui sono personalmente molto interessato al loro lavoro: nel declino del moderno e dei suoi modelli teorici, è di nuovo all’immaginazione creativa del narratore che si deve chiedere, come un tempo, la visione oracolare di un futuro ancora inconcepibile se non nel profilo incerto del simbolo, meglio ancora se decontestualizzato dalla contemporaneità e dall’antropologia estenuata della vita corrente (e in questo senso darò, spero, il mio contributo in un romanzo storico di prossima pubblicazione). Questa, però, è anche la ragione per cui i Wu Ming si sono attirati gli strali della Critica patentata. Quella accademica, impersonata da Andrea Cortellessa (si veda la recente polemica sulla “Letterarietà”, svoltasi originariamente sul blog di Loredana Lipperini e ora scaricabile su “Carmilla”), perchè colpevoli di usurpare il “canone” che essa difende strenuamente, costruito sull’idolatria dello stile che ha fatto la grandezza della letteratura del XX secolo, contrapposto alla narrativa “di genere e di consumo”. Quella giornalistica, impersonata da Antonio D’Orrico, che giunge addirittura a “vietare” la lettura de “L’eroe imperfetto”, colpevole ai suoi occhi di esaltare uno sperimentalismo ad oltranza (D’Orrico è quello che ha proposto come grande romanzo italiano l’esordio di maniera di un dandy fuori tempo massimo, tale Alessandro Piperno, in seguito segnalando all’attenzione dei lettori capolavori indiscussi come “Ci vediamo al Bar Biturico”).
(continua…)

luglio 19, 2010

PSICOLOGIA PER ALICE(4) Tipi, temperamenti e caratteri

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 6:52 pm
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Tra il singolo e la specie, vi sono configurazioni psico-fisiche ricorrenti, che la terapia medica e psicologica da Ippocrate in su ha utilizzato con profitto come supporto alla diagnosi. E’ evidente, infatti, che un’indulgenza eccessiva al sonno ha un significato diverso in un ghiro che in una gazzella. Dal quaternario dei temperamenti ippocratici (sanguigno, bilioso, atrabiliare e linfatico) alla tipologia elaborata da C.G.Jung, questo genere di tassonomie è stato a suo tempo molto diffuso, per finire oggi in una ingiustificata dimenticanza, che corrisponde a mio avviso a un declino della diagnostica in genere. L’invito ad Alice è in questo caso di fregarsene di ciò che è più “di moda” e non trascurare ciò che invece vanta una solida tradizione, dietro cui si cela di solito una sapienza ardua ma alla lunga più proficua. E per essere definitivamente inattuale, propongo la tipologia settenaria desumibile dall’astrologia antica, nella versione di un celebre occultista. Attenzione: un simbolista parla per simboli. Vediamo di non fare come quell’imbecille che quando il dito indica la luna guarda il dito

I SETTE TIPI PLANETARI NELL’ASTROLOGIA TRADIZIONALE di Oswald Wirth
(Da: “Il simbolismo astrologico, Editrice Atanor)

Cercando se stesso nei pianeti, l’uomo non ebbe difficoltà a ritrovarsi nel loro settenario.
Egli riconobbe in Mercurio la propria mobílità, l’umore inconstante, l’agile prontezza, la rapidità dei gesti e la vivacità di spirito. Mercurio è come lo scoiattolo in gabbia, è l’agitazione perpetua. Tocca tutto, e da delle attitudini universalmente frivole, senza solidità né profondità: Mercurio salta, sgambetta, ride, scherza, e diverte. Superficialmente idoneo a tutto, non è specializzato in niente; impressionabile e mutevole, manca specifìcatamente di carattere. Collocandolo al centro del settenario, si indica la sua neutralità; egli subisce tutte le influenze e dimora indeciso, frammisto persino nel proprio sesso. Nulla essendogli estraneo, risulta l’intermediario obbligatorio di tutto.(…)
Limitiamoci qui di considerare gli altri nei loro contrasti.
Giove simbolizza tutto ciò che è ascensionale. Nell’uomo è il pensiero direttivo, la dignità che si sente responsabile ed accetta di regnare con saggezza sull’insieme della personalità. Coscienza, giustizia, equità, nobiltà, generosità, grandezza d’animo provengono da Giove.
Saturno al contrario corrisponde a ciò che appesantisce, massifica, materializza ed indurisce. Egli si attacca alla terra, e rende schiavi delle necessità; è lui che costringe l’uomo a lavorare per mangiare. Dio triste, rende previdenti ed avari, egoisti e meschini. Tuttavia ai difetti saturniani corrispondono delle qualità che, pur non essendo amabili, non sono meno preziose. Avremo occasione di tornarci.
Il Sole è tanto radioso per quanto Saturno è buio. Il suo calore anima i viventi. Risveglia i dormienti all’attività dell’intelligenza e del corpo. I suoi favoriti sono gli artisti, i poeti, i chiaroveggenti, i pensatori geniali; ma conferisce a tutti la ragione, della quale dobbiamo apprendere a fare un uso giudizioso.
La Luna ci rischiara di notte con incertezza, come l’immaginazione quando il ragionamento perde i colpi. E’ l’astro del sogno, che può rivelarsi lucido. Esso ci consente di divinare giustamente; immaginiamo il nostro sapere, prima ancora di controllarne la relativa esattezza. La luna ci insegna a suo modo, ed avremmo torto a disprezzare ciò ch’ella rivela ai Lunariani di genio.
Marte diviene in noi la motricità, l’ardore attivo che respinge il riposo. Gli necessitano delle azioni, delle preferenze violente; esplode con collera, e si prodiga senza fatica. Non sognando che di conquistare, vocifera e si dimena troppo spesso come un bruto. Ma è felicemente destinato ad incontrare Venere, di cui non può fare a meno, giacché ella assicura il suo equilibrio.
Venere gli rende ciò ch’egli dispensa, essendo la languidezza riparatrice delle forze vitali. Inducendolo al riposo, ella gli fa recuperare le energie che l’ardore disperde. Venere è la madre dei viventi, dunque contiene la vitalità.

Tradizioni relative al settenario dei pianeti

IL CORPO UMANO

I trattati astrologici così ripartiscono le influenze planetarie in rapporto al fisico dei due sessi:
Sole Cuore, arterie, occhio destro, lato destro nell’uomo, lato sinistro nella donna.
Luna Cervello, occhio sinistro, lato destro nella donna, lato sinistro nell’uomo, intestini, stomaco, matrice dal punto di vista delle reazioni nervose (isteria), membrane, linfa, tessuto cellulare.
Mercurio Piedi, mani, dita, lingua, nervi, tendini, milza.
Venere Gola, seni, ventre, fessure, cosce, utero ed annessi.
Marte Sangue, reni, vescica, genitali maschili, fiele, orecchio sinistro.
Giove Polmoni, diaframma, costole, muscoli, vene.
Saturno Ossa, denti, cartilagini, fegato, orecchio destro.

MALATTIE, DEBOLEZZE

Sole Costituzione fragile, vitalità brillante ma di difficile rinnovamento, vita corta, nevrastenia, disgusto di vivere, megalomania, delirio di persecuzione, vista debole, strabismo sincopi, febbri passeggere, malattia di cuore.
Luna Linfatismo, idropisia, pituitismo, catarri, languori, vista cattiva, epilessia, paralisi della faccia e della lingua, atonia, debolezza intellettuale, rilascialllento intestinale.
Mercurio Malattie nervose, agitazioni ed inquietudini, insonnia, infermità spirituali.
Venere Affezioni del bacino, disturbi circolatori, vaneggiamenti e nervosismi.
Marte Infiammazioni, febbri ardenti, alterazioni del sangue, emorragie, pustole, acidità umorali.
Giove Malattie respiratorie, obesità, apoplessia, palpitazioni, essudazioni.
Saturno Raffreddori, lesioni nervose, paralisi alla locomozione, temperamento secco, costipazione, sordità.

PECCATI CAPITALI

Sole Orgoglio, vanità, arroganza, posa.
Luna Pigrizia, indolenza, dissimulazione.
Mercurio Invidia, millanteria, menzogna.
Venere Lussuria, gelosia, rancore.
Marte Collera, crudeltà, impazienza.
Giove Ghiottoneria, sensualità.
Saturno Avarizia, cattiveria, misantropia.

INFLUENZE GENERALI DEI PIANETI

Sole agente di salubrità, purifica l’aria, dà vigore alle piante, assicura il successo alla pesca, provoca gli inaridimenti e gli incendi delle foreste.
Luna Trattiene l’umidità, agente di putrefazione.
Mercurio Fattore di instabilità, causa di sorprese sgradevoli e di tempeste.
Venere Addolcisce la vita, la sua influenza è sempre salutare.
Marte Responsabile di tutte le violenze, devastazioni, terremoti, pesti, corruzioni, fermenti e rivolte.
Giove Fa piovere, feconda la terra e moltiplica i pesci.
Saturno Rovina gli edifici, gli si deve il freddo, la nebbia e la grandine.

luglio 15, 2010

PSICOLOGIA PER ALICE(3) I segni dei tempi

Credere che l’uomo sia immutabile e con lui le possibilità patologiche, è una grossa ingenuità. Ogni tipo di società è soggetto a rischi peculiari, e presta il fianco ad aggressioni morbose che nascono dai limiti stessi della configurazione sociale, della divisione del lavoro, dei rapporti tra sessi e generazioni, della pressione esercitata sulla famiglia.
E’ sotto gli occhi di tutti la crescita esponenziale di violenze contro le donne (dallo stupro all’omicidio), dietro cui un certo femminismo vorrebbe vedere un rigurgito del maschio-patriarca, frustrato nelle sue aspettative da una femmina sempre più emancipata.
Personalmente questa diagnosi non mi convince affatto, perchè nasce dall’isolamento di un fenomeno patologico (pure increscioso e importante) rispetto ad altre patologie altrettanto conclamate, che rigurdano invece soprattutto le donne del nostro tempo, il che fa pensare a un generale indebolimento dei meccanismi di difesa dell’io, in altre parole ad una crescente fragilità dei soggetti che è trasversale all’appartenenza di genere.
Mi sono convinto sempre di più che quello che accade contemporaneamente all’interno di un sistema sia da comprendere in modo unitario. Violenza dei maschi sulle femmine, violenza delle femmine sul proprio corpo (anoressia, per esempio, ma anche diete e chirurgia estetica con alte percentuali di rischio). Ecco perchè non sono soddisfatto di questa diagnosi che mette in primo piano una guerra tra i sessi. Ribadisco che l’unica sintesi che rende comprensibili entrambi i fenomeni sia una sovraesposizione dell’immagine di sè che stimola pulsioni narcisistiche. Un estetismo de noantri che non tollera il diverso, l’imperfetto, lo smacco, Nelle relazioni lo spauracchio è la ferita narcisistica: l’onta, l’affronto, il possibile ludibrio. Una civiltà di vergogna che torna ad avere la meglio su una civiltà di colpa. Un regresso paganeggiante che l’etica monoteista aveva scongiurato.
Responsabilità indirette? Certo il berlusconismo ha dato la stura a pulsioni machiste mai sopite (ma di cui negli anni Settanta ci si vergognava, almeno). Ma anche la pedagogia de sinistra, con l’idea che gli affetti si educano da soli e che la direzione autorevole è sempre e solo fascista, ha fatto il suo peggio.
La domanda si potrebbe porre così: minimizzazione dell’io o messa in questione del maschio-padrone? Se fosse solo il secondo caso, avremmo insieme alla proliferazione di questi maschi frustrati e violenti delle donne felicemente integrate e propositive di una nuova etica dei rapporti. E’ così?
No che non è così. Se non si vuole insistere sugli estremi dell’infanticidio, basta prendere in considerazione la costellazione e la diffusione di disturbi tipicamente femminili (dall’anoressia alla nevrosi da chirurgia estetica) per accorgersi che questo stato di cose non premia nessuno, perchè non è il trasferimento di autonomia e sovranità da un genere all’altro ma una generalizzata involuzione psicologica a caratterizzare questo inizio di Terzo Millennio, e chi non svolge professioni sanitarie ma semplicemente educative (come me) se ne rende conto ogni giorno.
La ricerca delle cause dovrebbe mettere in campo non solo categorie tratte dalla psicologia clinica, ma soprattutto una sociologia della famiglia e delle relazioni sentimentali e, come insisto da tempo, un bilancio della sovraesposizione mediatica che oggi non è solo passiva ma soprattutto attiva. Facciamo finta di non sapere quanta violenza mimetica si diffonde attraverso la pornografia (dove ogni affettività involuta può attingere liberamente agli inferni del sadismo) e come sia facile esercitarsi senza responsabilità apparente in prove tecniche di seduzione e tradimento dietro la maschera di un nickname?
Facciamo finta di non sapere che non gli strumenti mediatici in sè (forse) ma la loro accessibilità da parte di uno psichismo involuto o irrisolto può trasformarli in micidiali fertilizzanti di quello che Kohut ha chiamato il “Sè grandioso”, ossia l’onnipotenza narcisistica che compensa la frustrazione affettiva, non riconosciuta e non affrontata come tale?
L’ostinazione a riportare tutto a rigurgiti patriarcali la trovo non solo stucchevole ma anche pericolosa. Come ogni stato maggiore che si ostina a combattere la guerra precedente, ignora la valanga che sta per sommergere il paese che dice di voler difendere.
Mancano genitori e insegnanti, capaci di riconoscere questa urgenza, pre-ponendola alle pur legittime aspirazioni alla professionalità e all’erudizione. L’analfabetismo affettivo e relazionale, la fragilità di soggetti incapaci di ristrutturare positivamente la frustrazione sono il campo di battaglia in cui ci si dovrebbe fortemente impegnare. Non per togliere competenze e lavoro ad avvocati e psichiatri, ma perchè siano chiamati come è normale ad affrontare l’eccezione irredimibile, non a dettare i ritmi di una normalità su cui ogni società degna di questo nome dovrebbe poter contare(1).

1) Questa breve riflessione nasce come commento sul blog di Loredana Lipperini, che frequento abitualmente oltre che per la ricchezza del dibattito letterario che vi si svolge, per l’attenzione che l’autrice di Ancora dalla parte delle bambine (libro che ho recensito a suo tempo qui) riserva aila questione cruciale dei rapporti tra i sessi e dell’immaginario relativo.

luglio 14, 2010

‘NDRANGHETA IN LOMBARDIA. E VOI DOV’ERAVATE?

Filed under: Divagazioni — vbinaghi @ 6:35 pm
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Fa piacere che il leghista Maroni. Ministro degli Interni, rivendichi il merito di aver colpito al cuore il sistema della ‘ndrangheta in Lombardia, con i 300 arresti di cui si parla oggi su tutti i giornali.
Ma la domanda è: mentre detto sistema si formava e stendeva i propri tentacoli negli anfratti dell’imprenditoria e sui gradini della pubblica amministrazione, voi leghisti, che da anni amministrate paesotti e capoluoghi del nord, dov’eravate?
Troppo occupati a organizzare campagne anti-immigrati, a celebrare ridicoli rituali come quello dell’ampollina, o a tessere il mito del nord onesto e laborioso che Roma ladrona e il Meridione criminale sottopongono a salasso continuo, com’è che non vi siete accorti di quello che tutti sanno da un pezzo, cioè che la ‘ndrangheta prospera nelle regioni del Nord e assogetta interi settori economici, godendo di vaste complicità all’interno di enti locali che voi e i vostri alleati berlusconiani controllate da un decennio abbondante?
Un’imbarazzante latitanza la vostra, che suggerisce due ipotesi: o siete ciechi o siete scemi. Ce ne sarebbe una terza: che a furia di andare a braccetto col partito degli inquisiti vi siate adeguati all’andazzo corrente e siate complici, ma ammettiamo pure che quest’ultima sia un’illazione indimostrabile.
Basterebbero le prime due per svelare ai vostri elettori una colpevole inettitudine che, unita alla protervia e alla volgarità di cui avete dato esempio continuo, vi rende agli occhi di chi ancora ci vede inguardabili.
E invotabili.

luglio 13, 2010

PSICOLOGIA PER ALICE(2) La salute umana è qualcosa d’altro dal puro adattamento biologico

Prendendo le distanze sia dal comportamentismo che dalla psicoanalisi classica, A. H. Maslow è una figura di grande importanza per quanto concerne l’approccio integrale e non riduzionistico alla persona umana da parte di una psicologia che voglia promuovere la crescita interiore e non semplicemente tamponare i danni di un organismo biologico in crisi di adattamento. Dai suoi studi sulla motivazione ha preso le mosse anche una psicologia transpersonale, che fa della realizzazione spirituale l’autentico obiettivo della psicoterapia.

UNA PSICOLOGIA DELLA SALUTE di Abraham H. Maslow

(Da: Verso una psicologia dell’essere, Astrolabio-Ubaldini)

Si profila oggi all’orizzonte una concezione nuova della malattia e della salute umana: una psicologia a mio avviso tanto stimolante, tanto ricca di straordinarie possibilità, che cedo alla tentazione di presentarla pubblicamente prima ancora che sia stata verificata e confermata, e prima che la si possa definire conoscenza scientifica attendibile.
Le ipotesi fondamentali di questo nuovo punto di vista sono le seguenti:
1. Ciascuno di noi possiede una natura interiore essenziale fondata biologicamente, che è in qualche grado ‘naturale’. intrinseca, innata e, in un certo senso limitato, inalterabile o, almeno, tale che non muta.
2. La natura interiore di ciascuno è in parte singolarmente specifica della persona, in parte caratteristica dell’intera specie.
3. È possibile studiare scientificamente tale natura interiore e scoprire a che cosa si apparenti (non inventarlo: scoprirlo).
4. Tale natura interiore, per quanto almeno ne sappiamo fino ad oggi, non sembra intrinsecamente, o primariamente, o necessariamente malvagia. I bisogni fondamentali ( di vita, di sicurezza per il presente, il futuro, di appartenenza e di affetto, di rispetto di sé e di altri, e di autorealizzazione), le emozioni umane fondamentali e le capacità umane fondamentali sono a quanto pare o neutre, pre-morali, oppure, positivamente ‘buone’. Per quel che sappiamo l’impulso distruttivo, il sadismo, la crudeltà, la malizia e così via non sembrano caratteristiche intrinseche, ma piuttosto reazioni violente contro la frustrazione dei nostri intrinseci bisogni, emozioni e capacità. L’ira in se stessa non è malvagia, né lo sono la paura, la pigrizia e neppure l’ignoranza. Ovviamente possono condurre, e di fatto conducono, a un comportamento malvagio; ma la cosa non è inevitabile. È un risultato non intrinsecaamente necessario. Neppure lontanamente la natura umana è cattiva quanto si è ritenuto. In realtà si può dire che le possibilità della natura umana sono state abitualmente troppo poco valutate.
5. Poiché questa natura interiore è buona, o neutra, e non malvagia, meglio sarà portarla alla luce e incoraggiarla, anziché reprimerla. Se le si consente di governare la nostra vita, ci sviluppperemo verso la salute, la fecondità e la felicità.
6. Se questo nucleo essenziale della persona viene negato o represso, la persona si ammala, talora in modi evidenti, talvolta invece sottilmente; a volte subitamente, a volte dopo un certo intervallo.
7. Questa natura interiore non è affatto forte, possente ed infallibile quanto gli istinti degli animali. È debole, delicata e sottile, e facilmente l’abitudine, la pressione culturale, gli atteggiamenti errati nei suoi riguardi la sopraffanno.
8: Pur debole, raramente essa si dissolve del tutto nella persona normale: e forse, neppure nell’ammalato. Seppure negata, resiste sempre, sotterranea, e sempre preme per realizzarsi.
9. In qualche modo, queste conclusioni dovranno tutte articolarsi in base alla necessità della disciplina, della rinuncia, della frustrazione, del dolore e della tragedia. Nella misura in cui tali esperienze rivelano, e favoriscono, e portano a compimento la nostra natura interiore, in quella misura costituiscono esperienze desiderabili. È sempre più chiaro che tali esperienze hanno qualcosa a che vedere con un senso di compiutezza e un senso di energia dell’Io, e pertanto col senso di sana stima e fiducia in se stessi. La persona che non abbia conquistato, resistito e vinto, continua a dubitare: ne sarebbe stata capace? E ciò è vero non soltanto per i rischi esterni; vale pure per la capacità di controllare e differire i propri impulsi, e pertanto di non averne più paura.
Consideriamo che, se tali assunti si dimostrano veri, promettono un’etica scientifica, un sistema naturale di valori, un tribunale d’ultimo appello per la decisione circa il bene ed il male, il giusto e l’ingiusto. Quanto più apprendiamo sulle tendenze naturali dell’uomo, tanto più agevole sarà dirgli come essere buono, felice, fecondo, come rispettar se stesso, come amare, come recare a compimento le proprie potenzialità supreme. Il che significherebbe la soluzione automatica di gran parte dei problemi della personalità che si porranno in futuro. Il compimento sembra consistere nello scoprire a che cosa in realtà si rassomigli all’interno, giù nel profondo, in quanto membri della specie umana e in quanto singoli individui.
Lo studio di tali persone, che giungono alla propria autorealizzazione, può molto insegnarci circa i nostri propri errori, i nostri difetti e le direzioni più adeguate per il nostro sviluppo. Ogni epoca, all’infuori della nostra, ha avuto un proprio modello, un proprio ideale. La nostra cultura li ha scartati tutti: il santo, l’eroe, il gentiluomo, il cavaliere, il mistico. E quasi tutto ciò che ci è rimasto altro non è se non l’uomo ben adattato e privo di problemi, in realtà un surrogato estremamente pallido e dubbio.
(continua…)

luglio 12, 2010

PSICOLOGIA PER ALICE(1) – Non perdere tempo con le neuroscienze

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 7:02 pm
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Mia figlia Alice s’iscriverà a settembre alla Facoltà di Psicologia. Mi piacerebbe che evitasse i fraintendimenti e le perdite di tempo in cui sono incorso io al tempo degli studi universitari, essendo negli ultimi decenni certe facoltà cadute nelle mani di meccanici, gente che si interessa dell’uomo solo per dissolverlo nelle reazioni elementari di una natura nemmeno sperimentata ma escogitata in laboratorio.
Così ho pensato di dedicarle questa rubrichina, più che altro un invito alla lettura e all’approfondimento di autori e questioni importanti sul serio. Cominciando da Bergson. Uno dei pochi giganti della filosofia contemporanea, certo, ma la cui grandezza si fonda soprattutto su un’intuizione psicologica eccezionale.

bergson henri

MENTE E CERVELLO di Henri Bergson
(Da: L’energia spirituale, Raffaello Cortina Editore 2008)

Tenteremo allora di formulare la relazione tra l’attività mentale e l’attività cerebrale, cosÌ come apparirebbe se si eliminasse ogni idea preconcetta, per tenere conto soltanto dei fatti conosciuti? Una formula di questo genere, necessariamente provvisoria, non potrà aspirare se non a una probabilità più o meno alta. Perlomeno la probabilità sarà suscettibile di crescere, e la formula di diventare sempre più precisa, man mano che estenderemo la conoscenza dei fatti. Dunque, vi dirò che un esame attento della vita dello spirito e del suo corrispettivo fisiologico mi porta a credere che il senso comune abbia ragione, e che nella coscienza di un uomo c’è infinitamente di più che nel relativo cervello. Questa è, in linea generale, la conclusione a cui giungo. Chi potesse guardare all’interno di un cervello in piena attività, seguire il via vai degli atomi e interpretare tutto quello che fanno, saprebbe senza dubbio qualcosa di ciò che succede nello spirito, ma ne saprebbe ben poco. Ne conoscerebbe soltanto quello che è esprimibile in gesti, atteggiamenti e movimenti del corpo, quanta azione in via di compimento, o solamente allo stato nascente, lo stato d’animo contiene: il resto gli sfuggirebbe. Si troverebbe, di fronte ai pensieri e ai sentimenti che si svolgono all’interno della coscienza, nella posizione dello spettatore che vede distintamente tutto quello che gli attori fanno sulla scena, ma che non sente una parola di quello che dicono. Senza dubbio, il via vai degli attori, i loro gesti e i loro atteggiamenti, hanno la loro ragione d’essere nel testo che essi interpretano; e se conosciamo il testo, possiamo prevedere più o meno il gesto. Ma il contrario non è vero, e la conoscenza dei gesti ci informerà ben poco sul testo, perché in una buona commedia vi è molto di più dei movimenti con i quali la si scandisce. Così, credo che se la nostra scienza del meccanismo cerebrale fosse perfetta, e perfetta anche la nostra psicologia, potremmo indovinare quello che avviene nel cervello in corrispondenza di uno stato d’animo determinato. Ma l’operazione inversa sarebbe impossibile, perché avremmo la scelta, per uno stesso stato del cervello, tra una quantità di stati d’animo differenti, ugualmente appropriati. Io non dico, notate bene, che uno stato d’animo qualsiasi possa corrispondere a uno stato cerebrale dato: se è data la cornice, non vi si può collocare un quadro qualsiasi; la cornice determina qualcosa del quadro eliminando in anticipo tutti quelli che non hanno la stessa forma e la stessa dimensione; ma, purché la forma e dimensione siano quelle, il quadro entrerà nella cornice. Così per il cervello e per la coscienza. Purché le azioni relativamente semplici – gesti, atteggiamenti, movimenti in cui si scomporrebbe uno stato d’animo complesso siano proprio quelle che il cervello prepara, lo stato mentale si inserirà esattamente nello stato cerebrale: ma ci sono moltissimi quadri differenti che starebbero altrettanto bene in questa cornice; e, di conseguenza, il cervello non determina il pensiero; e il pensiero, perlomeno in gran parte, è indipendente dal cervello. Lo studio dei fatti permetterà di descrivere, con una precisione crescente, questo aspetto particolare della vita mentale che, secondo noi, è solo disegnata nell’ attività cerebrale. Si tratta della facoltà di percepire e di sentire? Il nostro corpo, inserito nel mondo materiale, riceve stimoli cui deve rispondere con movimenti appropriati; il cervello e, del resto, il sistema cerebro-spinale in generale, preparano questi movimenti; ma la percezione è tutt’ altra cosa. Si trattta della facoltà di volere? Il corpo compie dei movimenti volontari grazie a certi meccanismi, già pronti nel sistema nervoso, che non aspettano che un segnale per scattare; il cervello è il punto da cui parte il segnale e anche lo scatto. La zona rolandica, in cui è stato localizzato il movimento volontario, è in realtà paragonabile al posto di manovra da cui 1′addetto indirizza su questo o quell’altro binario il treno in arrivo; oppure a un commutatore da cui un dato stimolo esterno può essere messo in collegamento con un dispositivo motore preso a piacere. Ma, a fianco degli organi del movimento e dell’ organo di scelta, vi è qualcos’ altro, vi è la scelta stessa. Si tratta, infine, del pensiero? Quando pensiamo, è raro che non parliamo con noi stessi: abbozziamo o prepariamo, se non li compiamo effettivamente, i movimenti di articolazione con cui si esprimerebbe il nostro pensiero; e qualcosa di essi deve già disegnarsi nel cervello. Ma non si limita a questo, e lo crediamo, il meccanismo cerebrale del pensiero: dietro i movimenti interni di articolazione, che del resto non sono indispensabili, c’è qualcosa di più sottile, che è essenziale. Voglio parlare dei movimenti naascenti che indicano simbolicamente tutte le direzioni successive dello spirito. Osservate che il pensiero reale, concreto, vivente, è una cosa di cui finora gli psicologi ci hanno detto molto poco, perché esso offre difficilmente una presa all’ osservazione interiore. Quello che normalmente si studia sotto questo nome, più che il pensiero stesso, è un’imitazione artificiale ottenuta componendo insieme immagini e idee. Ma con delle immagini, e persino con delle idee, non ricostruirete il pensiero, così come non farete un movimento con delle posizioni. L’idea è una sosta del pensiero, e nasce quando il pensiero, invece di proseguire il suo cammiino, fa una pausa o ritorna su se stesso: allo stesso modo il calore si ingenera nel proiettile quando questo incontra un ostacolo. Ma come il calore non preesisteva nel proiettile, così l’idea non era parte integrante del pensiero. Provate, per esempio, mettendo fianco a fianco le idee di calore, di produzione, di proiettile, e intercalando le idee d’interiorità e di riflessione implicite nelle parole “nel” e “si”, a ricostruire il pensiero che ho appena espresso con questa frase: “Il calore si produce nel proiettile”. Vedrete che è impossibile, che il pensiero era un movimento indivisibile, e che le idee corrispondenti a ciascuna parola sono soltanto le rappresentazioni che sorgerebbero nello spirito in ogni istante del movimento del pensiero se il pensiero si fermasse; ma esso non si ferma. Lasciate da parte le ricostruzioni artificiali del pensiero; considerate il pensiero stesso; più che degli stati vi troverete delle direzioni, e vedrete che esso è essenzialmente un cambiamento continuo e continuato di direzione interna, che tende, senza posa, a tradursi in cambiamenti di direzione esterna, cioè, in azioni e gesti capaci di disegnare nello spazio e di esprimere metaforicamente, in qualche modo, l’andirivieni dello spirito. Molto spesso non ci accorgiamo di questi movimenti abbozzati, o anche soltanto preparati, perché non abbiamo alcun interesse a conoscerli. Ma non possiamo non notarli quando ci concentriamo sul nostro pensiero per coglierlo ben vivo e per farlo passare, ancora vivo, nell’ anima altrui. Le parole, allora, avranno un bell’ essere scelte come si deve, esse non diranno ciò che vogliamo far dire loro se il ritmo, la punteggiatura e tutta la coreografia del discorso non le aiutano a far sì che il lettore, guidato da una serie di movimenti nascenti, percorra una curva di pensiero e di sentimento analoga a quella che noi stessi percorriamo. L’arte di scrivere sta tutta qui. E’ qualcosa di simile all’ arte del musicista; ma non crediate che la musica di cui parliamo qui si indirizzi solamente all’ orecchio, come ci si immagina di solito. Un orecchio straniero, per quanto possa essere abituato alla musica, non farà differenza tra la prosa francese, che noi troviamo musicale, e quella che non lo è, tra quello che è scritto in un francese perfetto e quello che lo è in modo solo approssimativo: prova evidente che si tratta tutt’ altro che di armonia materiale dei suoni. In realtà, l’arte dello scrittore consiste soprattutto nel farci dimenticare che egli fa uso delle parole. L’armonia che cerca è una certa corrispondenza tra l’andirivieni del suo spirito e quello del suo discorso, corrispondenza talmente perfetta che le ondulazioni del suo pensiero, portate dalla frase, vengono comunicate al nostro pensiero, e che allora ciascuna parola, presa individualmente, non conta più: non c’è altro che il senso mobile che attraversa le parole, altro che due spiriti che sembrano vibrare direttamente, senza intermediario, all’unisono. Il ritmo della parola non ha dunque nesssun altro scopo se non quello di riprodurre il ritmo del pensiero; e quale può essere il ritmo del pensiero se non quello dei movimenti nascenti, appena coscienti, che l’accompagnano? Questi movimenti, grazie ai quali il pensiero si esteriorizza in azioni, devono essere già preparati e come preformati nel cervello. Senza dubbio, scorgeremmo questo accompagnamento motorio del pensiero, e non il pensiero stesso, se potessimo penetrare in un cervello che lavora.
In altri termini, il pensiero è orientato verso l’azione; e, quando non mette capo a un’azione reale, esso abbozza una o più azioni virtuali, soltanto possibili. Queste azioni reali o virtuali, che sono la proiezione indebolita e semplificata del pensiero nello spazio, e che ne indicano le articolazioni motorie, sono ciò che è disegnato nella sostanza cerebrale. La relazione del cervello con il pensiero è dunque complessa e sottile. Se mi chiedete di esprimerla con una formula semplice, necessariamente approssimativa, io direi che il cervello è un organo di pantomima, e soltanto di , pantomima. Il suo ruolo è quello di mimare la vita dello spirito, di mimare anche le situazioni esterne a cui lo spirito deve adattarrsi. L’attività cerebrale sta all’ attività mentale come i movimenti della bacchetta del direttore d’orchestra stanno alla sinfonia. La sinfonia supera da tutti i lati i movimenti che la scandiscono; allo stesso modo, la vita dello spirito supera la vita cerebrale. Ma il cervello, proprio perché trae dalla vita dello spirito tutto ciò che in essa è materializzabile e trasformabile in movimento, proprio perché esso costituisce in tale maniera il punto d’inserimento delllo spirito nella materia, assicura in ogni istante l’adattamento delllo spirito alle circostanze, mantiene senza posa lo spirito in contatto con la realtà. Dunque, non è, per l’esattezza, organo di pensiero, né di sentimento, né di coscienza; ma fa sì che coscienza, o sentimento e pensiero restino tesi sulla vita reale e, di conseguenza, capaci di azione efficace. Diciamo, se volete, che il cervello è l’organo dell’ attenzione alla vita.
È per questo che basterà una leggera modificazione della sostanza cerebrale perché lo spirito intero ne sembri colpito. Parlavamo dell’ effetto di certe sostanze tossiche sulla coscienza e, più in generale, dell’influenza della malattia cerebrale sulla vita mentale. In tal caso, è forse lo spirito stesso a essere disturbato o non lo sarebbe piuttosto il meccanismo dell’inserimento dello spirito nelle cose? Quando un folle sragiona, il suo ragionamento può essere conforme alla logica più rigorosa: sentendo parlare qualcuno affetto da mania di persecuzione, voi direste che egli pecca per eccesso di logica. Il suo torto non è di ragionare male, ma di ragionare di lato alla realtà, fuori della realtà, come un uomo che sogna. Supponiamo, dato che questo appare verosimile, che la malattia sia causata da un’intossicazione della sostanza cerebrale. Non bisogna credere che il veleno sia andato alla ricerca del ragionamento in queste o quelle altre cellule del cervello, né, di conseguenza, che in questi o quegli altri punti del cervello ci siaano dei movimenti di atomi che corrispondono al ragionamento.
No, è probabile che sia l’intero cervello a essere colpito, così come è l’intera corda tesa a distendersi, e non questa o quell’ altra delle sue parti, quando il nodo è stato fatto male. Ma, com’ è sufficiente un allentamento molto leggero dell’ ormeggio per far sì che la barca si metta a ballare sull’ onda, così una modificazione anche leggera dell’intera sostanza cerebrale potrà fare sì che lo spirito, perdendo contatto con l’insieme delle cose materiali su cui di solito si sostiene, senta la realtà mancargli sotto i piedi, vacilli, e sia preso da vertigini. In molti casi, in effetti, la follia inizia proprio con un sentimento paragonabile alla sensazione di vertigine. Il malato è disorientato. Vi dirà che gli oggetti materiali per lui non hanno più la solidità, il rilievo, la realtà di prima. In realtà, il solo risultato diretto del disturbo cerebrale consiste in un rilassamento della tensione, o piuttosto dell’ attenzione con cui lo spirito si fissava sulla parte del mondo materiale con cui aveva a che fare – essendo il cervello l’insieme dei dispositivi che permettono allo spirito di rispondere all’ azione delle cose con delle reazioni motorie, compiute o soltanto nascenti, la cui precisione assicura il perfetto inserimento dello spirito nella realtà.

luglio 11, 2010

NON MI UCCISE LA MORTE di Francesco Marotta

Nel “paese dell’amore“, la tortura e l’omicidio di stato stanno diventando la norma – una regola non scritta ma ampiamente e ferocemente praticata nel silenzio dei molti e nella quasi totale impunità del “braccio armato” e degli esecutori materiali di turno. Gli allarmi di Amnesty International e di altre organizzazioni umanitarie sulla salute e il rispetto dei diritti individuali in Italia, trovano ogni giorno di più tragica conferma.
Il libro di Luca Moretti e Toni Bruno (Non mi uccise la morte, Castelvecchi Editore, 2010, ora liberamente scaricabile dalla rete), partendo dalla ricostruzione delle vicende relative all’assassinio di Stefano Cucchi, getta luce su un intero panorama sempre più pervasivamente caratterizzato dalla prassi del sopruso istituzionale a danno dei soggetti individuati come deboli, come portatori di disagio e di presunte devianze. Ricordate? Per il prode e solerte Ministro della Giustizia, il dott. Angelino Alfano, Stefano Cucchi è morto per una “caduta accidentale dalle scale”; mentre per l’integerrimo, cattolicissimo Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, dott. Carlo Giovanardi, “è morto perché anoressico, drogato e sieropositivo”. Non un barlume di umana pietà in queste parole, né, successivamente, a verità acclarata, un ben che minimo accenno di scuse ai familiari e all’opinione pubblica: un silenzio assordante che la dice lunga sul sentire morale dei dirigenti del partito dell’amore.

Continua a leggere su Rebstein, il blog di Francesco Marotta

luglio 8, 2010

CHE BRUTTA FACCIA HA IL POTERE di Valter Binaghi

Che brutta faccia ha il potere, stamattina.
Il maquillage di regime non funziona più, si aprono sbreghi ovunque. Il Capo ha problemi in casa e fuori, i terremotati de L’Aquila sono arrivati a Roma per protestare contro il ripristino delle tasse e la mancata ricostruzione (le villettine s’è capito che servivano a far lavorare gli amici degli amici). Non si è trovato di meglio che farli caricare dalla polizia e menarli.
Quanto alla manovra economica, anche lì un restyling è impensabile. Certo che è iniqua e pesca da una parte sola, ma il Capo sa che ascoltare regioni e sindacati lo obbligherebbe a tentare di mettersi super partes, tassare oltre agli stipendi le rendite finanziarie, praticare oltre ai tagli lineari tagli mirati agli sprechi effettivi (ma è proprio dove il partito del Capo ha i suoi feudi elettorali) mentre alla Marcegaglia è bastata una telefonata per correggere la manovra a favore di Confindustria.
Patteggiare con l’opposizione? Non sia mai. Dispiacere al proprio elettorato? Anatema! Lui è ossessionato dalla propria immagine di vincente tuttofare (ghe pensi mi) e a questa sta sacrificando quel minimo di razionalità che forse qualcuno intorno a lui gli suggerirebbe.
Così il decreto anti intercettazioni deve passare, dice il Capo, a tutti i costi e prima dell’estate, anche se qualcuno dei suoi ha capito che forse il Capo prima o poi si beccherà il suo lancio di monetine, ma gli italiani restano, e bisogna evitare di diventare politicamente impresentabili con una legge come questa.
Il tg di Minzolini ieri sera ha messo la notizia dei terremotati pestati a Roma dopo un quarto d’ora, dopo le beauty farm di Madonna, qualcuno dice boicottiamolo, ma ha già perso più di un milione di telespettatori, Minzolini si boicotta da solo.
Qualcuno dice ai giornalisti: perchè scioperate? Facciamo una bella free-press in Rete, informazione alternativa. Ma è una pia illusione. Se gli italiani frequentassero più Rete e meno televisione Forza Italia non esisterebbe nemmeno.
L’errore più grande in cui incorriamo tutti noi frequentatori della Rete è di finire col credere che la Rete sia la realtà, mentre ne è solo una proiezione bidimensionale. Ad esempio qualsiasi troll attrezzato di un nickname fantasioso può entrare in un blog letterario e spernacchiare il libro di uno scrittore più o meno valoroso. Lo scrittore può reagire e nel blog un commento vale l’altro. Ma nella realtà il commentatore spernacchiante resta un anonimo lettore, mentre lo scrittore può vantare contratti editoriali e copie vendute e sarà lui ad essere invitato a convegni dove la sua parola avrà un’autorità più o meno discutibile. In Rete i rapporti di forza sembrano azzerati, semplicemente perchè manca la terza dimensione, che determina il peso e la massa.
Credo sia per questo che le denunce per diffamazione in Rete sono molto più rare che nella carta stampata. La gratuità e la facilità della Rete è la sua forza, ma anche la sua debolezza. Chiunque abbia fatto esperienze di vendita sa che le cose regalate sono poco apprezzate, a meno che si tratti di un gadget che sancisce un acquisto. La società di mercato può non piacere ma è un fatto, ergo la battaglia per l’informazione passa ancora dove l’informazione è moneta pregiata.
E allora ben venga lo sciopero dei giornalisti, quelli ancora non asserviti, anche se con loro parteciperanno quelli che tengono il piede in due scarpe, come quella specie di Don Abbondio che dirige il Corrierone (Battista, un nome da maggiordomo che è un destino).
Ma l’informazione è solo il condimento: è la minestra che sta cambiando. Fra qualche mese gli italiani si accorgeranno di che significa avere servizi locali decurtati, una scuola pubblica in via di smantellamento e la cassa integrazione trasformata in licenziamenti, ma quello che temo di più è la vendetta della Lega e la secessione reale del nord che soluzioni pettinate come quelle cui ci ha abituati il centro-sinistra non riuscirebbero ad evitare. L’imbarazzo della sinistra ad affrontare quella che è ormai la questione centrale di questo paese, è peggio dell’Aventino.

Ho finito gli esami di maturità, vado via qualche giorno.
Via dalla Rete, e senza telefono, per disintossicarmi.
Spero di ritrovare ancora le coordinate di questo blog quando torno, anche se concludo con una preghiera che non piacerebbe al mio parroco ma ho ascoltato con le mie orecchie dalla voce di un italiano di vecchio stampo.

“O Gesù dagli occhi buoni
fai sparire Berlusconi”

luglio 7, 2010

ARIANNA E DIONISO. L’ORIGINE DELL’ALCOLISMO FEMMINILE di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 6:18 pm
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Por ti – Nicoletta Tomas Ceravi

(Già postato su La fata centenaria)

Dei racconti di Vittoria, un’amica italiana che vive in Scozia(1), una cosa mi ha particolarmente colpito e sorpreso: l’abuso di alcol in una fascia della popolazione femminile che non è quella delle casalinghe frustrate e deluse, ma quella delle donne manager, in pieno arrembaggio, grintose, sicure (almeno all’apparenza) di sé. Donne che, non appena l’etichetta lo permette, per esempio alle feste aziendali, si “abbandonano” fra le braccia di Bacco (il Dioniso dei romani), rivelando intimità imbarazzanti. Abbandonati i panni di Artemide guerriera, salta fuori una Venere sbevazzona e ammiccante.
Cerco di capire. Perché in Italia, per quanto il consumo di alcol sia in aumento fra le donne, non capita spesso di doverne soccorrere per strada qualcuna non più in grado di reggersi in piedi, magari infortunata per qualche brutta caduta.
Come spesso mi accade quando cerco di capire qualcosa di oscuro e sfuggente, giunge in mio soccorso il mito, la forza luminosa dell’archetipo. E a questo proposito mi viene in mente che la cretese Arianna (colei che con il celebre filo guidò fuori dal labirinto l’eroe greco Teseo, giunto a Creta per uccidere il Minoatauro divoratore di vergini e custodito nel labirinto) trovò proprio nell’abbraccio di Dioniso la giusta consolazione dopo essere stata brutalmente abbandonata da Teseo, mentre giaceva addormentata sull’isola di Nasso, tappa del viaggio verso Atene. Dioniso, per intenderci, è il dio del Tutto, dell’eterno divenire, dell’ebbrezza orgiastica cui è sacra in particolar modo la vite (e tutti i suoi frutti). Le sue seguaci praticano ritualmente l’assoluta e panica immersione nel magma originario, utilizzando il frutto della vite come una droga per raggiungere l’estasi: l’unione con il dio.
Capita che le donne abbandonate cerchino di affogare nel vino i loro dispiaceri. Come se il vino fosse in qualche modo un farmaco, capace di guarire e di restituire…restituire che cosa?
Dioniso è il dio dello slancio vitale, dell’ entusiasmo, della trasgressione dei limiti. Un dio dolce e crudele, mai squalificante. Specchiandosi nella sua vertiginosa pupilla (Dioniso è anche definito “dio degli specchi”) chiunque si sente amato e accettato, parte di un tutto in cui Dio è tutto, perché Dioniso non ha preconcetti. Ogni forma è “in fieri” per lui.
Dioniso trova un fanciulla che piange a causa del tradimento subito e sul fallimento di un’impresa che l’aveva vista svolgere un ruolo fortemente iniziatico. Lei, Arianna (dal cretese Aridela, la “chiarissima”) ha offerto il filo che ha portato ordine nell’intrico del labirinto (figura di tutto cio che è oscuro, inconscio, sacro o aberrante). Il filo rimanda a una struttura chiara (il “filo” del discorso, la continuità progressiva,il logos), a una trama (Arianna prima di Omero è una divinità lunare. La Luna è misura, tant’è che la parola “mese” viene dalla radice indoeuropea mé, che significa appunto “misura, computo” e la misura rimanda al ritmo, alla danza, al disegno costruito secondo precisi rapporti numerici). Teseo però si è avvalso del filo finché gli ha fatto comodo, disconfermandone il senso e la funzione salvifica non appena ha potuto. Arianna è disperata. Lei si è votata completamente al compito di “redimere” il labirinto trasformandolo in luogo dell’iniziazione e della sublimazione degli impulsi. Ora che ne sarà di lei?
La soccore il dio dell’ebbrezza, che in lei subito riconosce la sposa di cui ha bisogno. La luce di Arianna è quella delicata e lunare che il cuore tenebroso, eccessivo, violento di Dioniso, (sempre in balia dei suoi appetiti cannibalici e sempre sul punto di autodistruggersi), brama. E’ una luce diversa da quella dell’eroe ateniese che seduce e abbandona, come fa il logos del pensiero occidentale, nei confonti della natura (origine, inconscio, istinto), di cui non sente più il respiro profondo. Teseo che uccide il Minoaturo e inganna Arianna è come Ulisse che acceca e deride Polifemo, strappa con l’inganno il “segreto” delle sirene; oppure come Giasone che seduce Medea per usarne le arti magiche e poi l’abbandona.
Senza quella luce delicata e rispettosa delle ombre (una luce che fa uscire dal labirinto, non lo abbatte) Dioniso non può essere fondatore di civiltà. Il suo seme può dare origine soltanto a una vegetazione intricata, selvaggia, mostruosa (un labirinto non addomesticato dal filo) da cui non nasce nulla di umano, durevole e significativo. La minaccia costante sotto cui vive Dioniso è l’indifferenziato, la notte in cui raccapriccianti connubi generano essere orrendi e promiscui. Ma c’è una luce che lo può salvare.
Dioniso vede il diadema che Arianna ha sulla fronte, lo afferra e lo getta su in cielo dove rimane a brillare stella fra le stelle. Il ruolo salvifico di Arianna è stato riconosciuto e accolto. E subito anche il Minoaturo (Asterione, “Stellato”) viene assunto in cielo: toro celeste in cui Dioniso può finalmente riconoscersi, libero dagli appetiti di sangue e di morte, dai rituali (il tributo di vergini a precise scadenze) funesti e ossessivi.
Arianna è cole che “assume” in cielo: addomestica la natura selvaggia; sublima e verticalizza l’energia dispersiva e anche pericolosa dello sposo. Salvandolo si salva.
Forse ogni volta che una donna vede disconosciuta la sua funzione iniziatica, e si avverte come abbandonata, non necessariamente da un uomo, ma a causa di una cultura che non la valorizza interiormente (apprezzandola solamente per i suoi meriti professionali), istintivamente cerca in Dioniso (l’ebbrezza orgiastica che sprofonda nel caos primordiale) l’entusiasmo, la natura, la spontaneità a cui attingere le forze del rinnovamento, la spinta indispensabile alla sublimazione. Ma se manca la consapevolezza, se il filo di Arianna è spezzato, se il sonno in cui si sprofonda non viene interrotto da un Dio desideroso lui stesso di cambiamento e di evoluzione, l’ebbrezza orgiastica sarà solo quella distruttiva da cui ci si sveglia come da un incubo. Un’ebbrezza dominata da istinti distruttivi e di morte.
E’ tempo che la donna riprenda coscienza del suo ruolo, della luminosità di cui è custode. Ma è difficile. Non solo il nostro sistema sociale è malato. Anche la famiglia, il cerchio degli amici, dove non è facile per la donna trovare validi alleati.
Immagino che questa mia “lettura” dell’alcolismo femminile tra i ceti medio-elevati possa fare arricciare il naso a molti. Da tempo cerco di leggere certi comportamenti femminili alla luce degli archetipi come si presentano nel folclore, nelle fiabe e nei miti. Non è facile trovare condivisione, nemmeno tra le donne, pazienza. I tempi sono ancora quelli del causalismo e della sociologia da rotocalco.

1) Vedi qui

luglio 6, 2010

THE BLUE JUKEBOX(8) Patti Smith

Filed under: canzoni — vbinaghi @ 6:46 pm
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luglio 5, 2010

JOHNNY CASH. THE MAN IN BLACK – Due recensioni

Giancarlo Susanna su “Rockerilla”

Purtroppo la diffusione della nostra lingua è troppo limitata perché libri come questo vengano letti all’estero.
Dovrebbero essere tradotti in inglese, certo. Ma ce lo vedete un editore americano a pubblicare un nostro libro su Johnny Cash? Tutto questo per raccomandarvelo.
Che Johnny Cash sia stato un gigante della popular music è un dato acquisito dai più, ma è indispensabile capire perché e cosa si muove dietro la figura un po’ cupa dell’uomo in nero.
Procedendo canzone per canzone – i testi sono nella bella versione italiana di Francesco Binaghi – il padre, Valter Binaghi, tesse la trama della vicenda di un artista la cui esistenza è stata fortemente segnata dal dolore e al tempo stesso è diventata emblematica delle vicende storiche degli Stati Uniti.
Siamo più che mai convinti che la conoscenza sia una delle chiavi per tentare di comprendere le contraddizioni del mondo in cui viviamo. Lo diciamo ai nostri lettori più giovani: leggete, leggete, leggete. Possibilmente libri come questo, che dovrebbero essere studiati nelle nostre povere scuole. Troppi eroi di plastica, troppi reality show. E un antidoto a tante sciocchezze è anche qui, tra le pagine di “The Man In Black”.

Andrea Monda su “Romasette”
(supplemento di “Avvenire”, 28 – 10 – 2010)

«Quando la mia vita sarà finita/ e il mio tempo fuggito via, / amici e amori miei, / me ne andrò, non c’è dubbio./ Ma una cosa è certa: / quando verrà il mio momento, / lascerò questo vecchio mondo / con la coscienza a posto». Secondo i curatori del volume il testo di “A Satisfied Mind”, anche se non è stato scritto da Johnny Cash, potrebbe figurare come epitaffio dell’intera vita del grande rock-singer americano. La canzone, scritta da Red Hayes e da Jack Rhodes nel 1955, è stata interpretata tantissime volte, anche da artisti come Jeff Buckley e Bob Dylan ed è finalmente uscita di recente immortalata da Cash in “Ain’t no grave”, sesto volume, postumo, degli “American Recordings” su cui giustamente si sofferma la raccolta di testi curata da Valter Binaghi e suo figlio Francesco.
In effetti senza gli “American Recordings” (la serie di album realizzata da Cash sotto la regia di Rick Rubin dal 1993 fino alla morte del cantante avvenuta l’11 settembre di dieci anni dopo), la carriera di “The Man in Black”, come era noto nel mondo musicale Johnny Cash, sarebbe risultata monca, priva forse del suo capolavoro. Giunto malconcio nel fisico e nello spirito al tramonto della sua parabola musicale, Cash decide di rivisitare il suo percorso, di rivitalizzare il proprio repertorio con la forza della sola voce e qualche nota alla chitarra o al piano. Forse la spinta è quella di lasciare «il vecchio mondo con la coscienza a posto», forse è l’ultimo ruggito del vecchio leone. C’è molta fierezza nella parabola umana di Cash che il libro dei due Binaghi inevitabilmente finisce per raccontare.
L’album postumo prende il titolo da una canzone, “Non c’è una tomba che possa tenere il mio corpo sottoterra”, che ricorda in qualche modo il detto di Guareschi «non muoio neanche se m’ammazzano». E Cash assomiglia non poco a Guareschi: vitale, schietto, diretto, mai diplomatico; talmente innamorato della propria nazione da avere problemi dalla giustizia, la sua è stata una voce acuta, scomoda e inconfondibile, piena di una intelligenza istintiva, animalesca. A fianco a questa vitalità, una forte spiritualità che, nel caso di Cash, si colora di una precisa tonalità biblica. È davvero considerevole, scorrendo i testi presentati in questa raccolta, il debito contratto dal cantautore nei confronti della Scrittura, quasi un compagno di viaggio a cui fare costante riferimento. I «testi commentati» nella raccolta, la prima dedicata a Johnny Cash in Italia, non sono tutti di Cash: ci sono anche diverse canzoni che il cantante ha «solo» interpretato, ma il punto è che una canzone cambia natura e destino una volta che Cash la fa sua, con la sua incredibile voce che sembra sgorgare dal centro della terra. Un libro da leggere ma anche, quindi, da «ascoltare», che rivela di essere più una biografia (di Cash e degli Usa) che una mera antologia di testi.

luglio 4, 2010

SOPRA UNA VECCHIA FOTO di Valter Binaghi(1)

Mi mostrò una foto che aveva nel portafoglio, la foto di un figlio, pensai.
E invece era la foto di un gattino.
Pensai che forse non gli era rimasto più molto altro. La moglie l’aveva lasciato, i figli l’avevano messo in quell’ospizio. Non venivano mai a trovarlo, anzi ogni tanto si dimenticavano di pagare la retta, e a lui toccava dare una mano al giardiniere per guadagnarsi letto e minestra. Normale che non volesse più pensare a loro, ma mi sbagliavo.
- Questa foto l’ha fatta mia figlia a undici anni. Avevamo trovato il gattino per strada. Mi disse: tienilo in mano, papà. E fece lo scatto -
- Foto di lei non ne ha? -
- Si che ne ho. In camera. Vuol vederle? -
- No….cioè si, se le fa piacere. Ma come mai non tiene una di quelle, nel portafoglio? -
- Sarebbe il mio sguardo, non il suo. Del mio sguardo non so che farmene -
- Può spiegarsi meglio? -
Il vecchio professore annuì, e spiegò, pazientemente, come doveva aver fatto centinaia di volte con gli alunni più ottusi.
- Una foto, un disegno, è il mondo visto da un’anima, a un certo momento della sua vita. Chi la osserva la indossa, si trasferisce in quello sguardo, viene ad abitare quel mondo. A quel tempo mia figlia aveva un istinto speciale per lo spettacolo della tenerezza. Vedeva solo cose vive, allo stato nascente. L’idea del dolore e della morte non la sfiorava nemmeno.
- Capisco -
- No, non capisce. Io temevo che questo l’avrebbe resa troppo vulnerabile, l’avrebbe fatta soffrire. Così ho fatto di tutto per rompere l’incantesimo. Le ho insegnato a difendersene. Le mostravo quale brutalità si celi nelle passioni umane, il lato rapace e possessivo di ciò che la gente chiama amore. Alla fine ha capito. Ha imparato a difendersi e a dubitare degli altri. Cominciando da me
- Così adesso…
- Adesso ogni tanto tiro fuori la foto e la guardo. Riassumo in me la sua tenerezza di un tempo
- Non è struggente? -
- Tutti i purgatori lo sono. Non ha letto Dante? -

Quando se ne andò, restai solo sulla panchina.
Il medico, passando mi chiese se avessi bisogno di qualcosa.
M’informai di quell’uomo. Volli sapere se era considerato un malato grave.
- Niente affatto – mi disse. – Anzi. Certo, adesso non è più molto lucido, piange spesso, tormenta gli ospiti coi suoi ricordi patetici, ma in passato qui dentro è stato quasi un consulente per i miei colleghi più anziani. Le sue teorie sull’immaginazione, soprattutto. Ci hanno fornito idee per nuove terapie, come l’induzione infantile -
- Sarebbe? -
- Disegni di bambini sereni, usati come supporti terapeutici . E adesso che abbiamo il casco d’impressione neuronica, ricordi sereni da somministrare a uno psichismo devastato. A proposito, lei ha ricordi sereni? Vorrebbe indossare il casco e cederne qualcuno? E’ previsto un compenso.
- Ricordi sereni? Ci dovrei pensare. Certo che date una grande importanza alle immagini. Come mai non ho visto schermi nè televisori in tutta la clinica? -
- Ma proprio per questo, caro signore. L’immagine ha un potenziale induttivo micidiale. Qui non possiamo permetterci una somministrazione incontrollata. Certo, là fuori è un’altra cosa. Ormai non ci limitiamo a curare gli interni: ci portano gente disturbata da tutta la regione, teledipendenti sconvolti, per lo più. Qui la terapia è semplice: astinenza iniziale e graduale somministrazione di immagini ristrutturanti, vere e proprie icone di serenità
- Un ritorno al medioevo. Il monopolio della produzione d’immagini da parte dei monasteri.
- Solo che questo non è un monastrero, è una clinica. E la nostra religione è il benessere
- E quando se ne vanno?
- Quando se ne vanno, stanno meglio e dovrebbero aver capito la lezione. Starci più attenti, ad assorbire immagini prodotte da artisti nevrotici e stregoni dei palinsesti. Ma si sa, vivere senza televisione e senza computer è praticamente impossibile là fuori, così dopo un po’ ritornano.
- Ho capito. E’ come il lavaggio del sangue per un eroinomane. Keith Richard ne fa uno all’anno da una vita, ed è vivo e vegeto.
- Il problema è la materia prima. Vede, finora abbiamo potuto usare immagini d’infanzie vissute prima degli anni Sessanta. Bambini cresciuti in famiglie vere, bambini che giocavano per strada e nei boschi e vedevano meno di un’ora di TV al giorno. Da un certo momento in poi i ricordi sereni, soprattutto non inquinati da immagini morbose, diventano molto rari. Mi chiedo cosa accadrà quando moriranno questi vecchietti.
- E’ lo stesso per tutte le energie non rinnovabili, credo. Come il petrolio. Fra vent’anni non ce ne sarà più ma c’è grande fiducia nella tecnologia. Gli americani dicono che tra vent’anni avremo qualcos’altro per far funzionare i motori. L’idrogeno, magari.
- Si, dev’essere così. O comunque bisogna crederci. Intanto, se le viene in mente un ricordo sereno e vuol cederlo, mi trova al padiglione 2A.
- Grazie. Ora ci penso.

1) Nelle intenzioni questo dialogo è un contributo a quella che chiamerei una psicologia spirituale. Lo dedico al mio amico Giuseppe Genna e a colui che recentemente fa parte dei commentatori del blog firmandosi K.

luglio 2, 2010

L’IMMAGINARIO METAFISICO di Yves Bonnefoy

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 6:55 pm
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Per disintossicarsi dal gossip letterario e dai cascami del Premio Strega un testo importante sulla natura profonda dell’arte di Yves Bonnefoy, poeta e filosofo, pubblicato sul blog di Giuseppe Genna

E’ all’immaginazione dell’essere cosciente a cui voglio attenermi, quella che non fa mistero nei suoi desideri e nei beni che cerca, quella che, al posto del labirinto notturno, dove l’inconscio è il maestro dei sogni, si esprime nelle fantasticherie (“reveries”), che amiamo fare quando siamo svegli.
L’essere di una cosa o di una persona non è soltanto un fatto di esistenza materiale. Non siamo che vane forme della materia. La “metafisica” è la domanda dell’essere, della cosa.
… L’essenziale, dal mio punto di vista attuale, non è la teologia che spiega, ma il desiderio che chiede. Voglio solo ricordare questo desiderio, che sogna gli essenti, che abitano l’essere al di là dei fenomeni fuggitivi, nonostante la morte e ricordare che questo desiderio si accompagna ad un’angoscia precisa, quella che nasce dal timore che sia vano.
Ecco l’altra operazione che l’immaginazione compie: essa non nutre soltanto il desiderio di avere ciò che non si ha, ma ci permette di sognare che possiamo essere altro da ciò che siamo. Al desiderio comune di avere, di possedere, essa aggiunge o sostituisce il desiderio di partecipare ad una realtà superiore…Nascono così l’immaginazione e l’immaginario metafisico, che vogliono che il mondo che amiamo sia altro, pur restando lo stesso.

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luglio 1, 2010

IL CONCORSO “ESTERNO” IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA di Ferdinando Camon

(Pubblicato su: Quotidiani delle Venezie 30 giugno 2010)

Il senatore Marcello Dell’Utri è stato condannato anche in Appello, sempre con la stessa motivazione: concorso esterno in associazione mafiosa. C’è un modo “di Sinistra” di accogliere la notizia (un politico vicino a Berlusconi ri-condannato per legami con la mafia) e un modo “di Destra” (sì, condannato, ma con pena ridotta di due anni, e assolto per i fatti successivi al ‘92). Sono due letture che non c’interessano. Non è dalla colpevolezza o meno del senatore che parte questo articolo. Quella è poca cosa. A noi interessa una terza lettura, che non guarda né la Destra né la Sinistra, ma semplicemente i nostri interessi, ed è questa: viene riconfermato il principio che esiste un reato di mafia che non è l’appartenenza alla mafia, ma il concorso esterno alla mafia. Chi, da Destra, rifiuta questa sentenza, sostiene che quel reato non esiste, e che è un’aberrazione del Diritto averlo introdotto nella pratica processuale. Perché uno o è mafioso o non è mafioso, non può essere esterno alla mafia e tuttavia mafioso. Io credo che la difficoltà che i nostri tribunali, e perfino le forze dell’ordine, hanno nello scoprire e catturare i mafiosi, stia nel presupporre che esista una precisa linea di confine tra mafia e non-mafia: o sei di là o sei di qua. La sentenza viene invece a ribadire (non è la prima volta) che quella linea non esiste, non c’è una retta a separare mafia da società civile, al posto di una linea c’è una larga zona fatta di collusioni, interessi, scambi, favori, protezioni, che non comportano un’affiliazione, ma una tacita collaborazione o una non-opposizione. Si potrebbe chiamarla “zona grigia”. L’esistenza di una zona grigia, attraverso la quale la mafia concede e riceve favori, è una delle cause per cui la mafia appare invincibile. Uno dei mezzi usati dalla mafia per conservarsi e potenziarsi, è la conquista di un’area esterna ai suoi stretti affiliati, un’area del potere ufficiale, che può essere politico, economico, imprenditoriale, perfino giudiziario. Perciò una delle operazioni da fare da parte delle forze che combattono la mafia è entrare in quella zona grigia, scoprirla e smantellarla. Le parole seguenti non sono io che le pronuncio, è la corte d’Appello di Palermo: Marcello Dell’Utri agiva dentro quest’area.

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