Mia figlia Alice s’iscriverà a settembre alla Facoltà di Psicologia. Mi piacerebbe che evitasse i fraintendimenti e le perdite di tempo in cui sono incorso io al tempo degli studi universitari, essendo negli ultimi decenni certe facoltà cadute nelle mani di meccanici, gente che si interessa dell’uomo solo per dissolverlo nelle reazioni elementari di una natura nemmeno sperimentata ma escogitata in laboratorio.
Così ho pensato di dedicarle questa rubrichina, più che altro un invito alla lettura e all’approfondimento di autori e questioni importanti sul serio. Cominciando da Bergson. Uno dei pochi giganti della filosofia contemporanea, certo, ma la cui grandezza si fonda soprattutto su un’intuizione psicologica eccezionale.

MENTE E CERVELLO di Henri Bergson
(Da: L’energia spirituale, Raffaello Cortina Editore 2008)
Tenteremo allora di formulare la relazione tra l’attività mentale e l’attività cerebrale, cosÌ come apparirebbe se si eliminasse ogni idea preconcetta, per tenere conto soltanto dei fatti conosciuti? Una formula di questo genere, necessariamente provvisoria, non potrà aspirare se non a una probabilità più o meno alta. Perlomeno la probabilità sarà suscettibile di crescere, e la formula di diventare sempre più precisa, man mano che estenderemo la conoscenza dei fatti. Dunque, vi dirò che un esame attento della vita dello spirito e del suo corrispettivo fisiologico mi porta a credere che il senso comune abbia ragione, e che nella coscienza di un uomo c’è infinitamente di più che nel relativo cervello. Questa è, in linea generale, la conclusione a cui giungo. Chi potesse guardare all’interno di un cervello in piena attività, seguire il via vai degli atomi e interpretare tutto quello che fanno, saprebbe senza dubbio qualcosa di ciò che succede nello spirito, ma ne saprebbe ben poco. Ne conoscerebbe soltanto quello che è esprimibile in gesti, atteggiamenti e movimenti del corpo, quanta azione in via di compimento, o solamente allo stato nascente, lo stato d’animo contiene: il resto gli sfuggirebbe. Si troverebbe, di fronte ai pensieri e ai sentimenti che si svolgono all’interno della coscienza, nella posizione dello spettatore che vede distintamente tutto quello che gli attori fanno sulla scena, ma che non sente una parola di quello che dicono. Senza dubbio, il via vai degli attori, i loro gesti e i loro atteggiamenti, hanno la loro ragione d’essere nel testo che essi interpretano; e se conosciamo il testo, possiamo prevedere più o meno il gesto. Ma il contrario non è vero, e la conoscenza dei gesti ci informerà ben poco sul testo, perché in una buona commedia vi è molto di più dei movimenti con i quali la si scandisce. Così, credo che se la nostra scienza del meccanismo cerebrale fosse perfetta, e perfetta anche la nostra psicologia, potremmo indovinare quello che avviene nel cervello in corrispondenza di uno stato d’animo determinato. Ma l’operazione inversa sarebbe impossibile, perché avremmo la scelta, per uno stesso stato del cervello, tra una quantità di stati d’animo differenti, ugualmente appropriati. Io non dico, notate bene, che uno stato d’animo qualsiasi possa corrispondere a uno stato cerebrale dato: se è data la cornice, non vi si può collocare un quadro qualsiasi; la cornice determina qualcosa del quadro eliminando in anticipo tutti quelli che non hanno la stessa forma e la stessa dimensione; ma, purché la forma e dimensione siano quelle, il quadro entrerà nella cornice. Così per il cervello e per la coscienza. Purché le azioni relativamente semplici – gesti, atteggiamenti, movimenti in cui si scomporrebbe uno stato d’animo complesso siano proprio quelle che il cervello prepara, lo stato mentale si inserirà esattamente nello stato cerebrale: ma ci sono moltissimi quadri differenti che starebbero altrettanto bene in questa cornice; e, di conseguenza, il cervello non determina il pensiero; e il pensiero, perlomeno in gran parte, è indipendente dal cervello. Lo studio dei fatti permetterà di descrivere, con una precisione crescente, questo aspetto particolare della vita mentale che, secondo noi, è solo disegnata nell’ attività cerebrale. Si tratta della facoltà di percepire e di sentire? Il nostro corpo, inserito nel mondo materiale, riceve stimoli cui deve rispondere con movimenti appropriati; il cervello e, del resto, il sistema cerebro-spinale in generale, preparano questi movimenti; ma la percezione è tutt’ altra cosa. Si trattta della facoltà di volere? Il corpo compie dei movimenti volontari grazie a certi meccanismi, già pronti nel sistema nervoso, che non aspettano che un segnale per scattare; il cervello è il punto da cui parte il segnale e anche lo scatto. La zona rolandica, in cui è stato localizzato il movimento volontario, è in realtà paragonabile al posto di manovra da cui 1′addetto indirizza su questo o quell’altro binario il treno in arrivo; oppure a un commutatore da cui un dato stimolo esterno può essere messo in collegamento con un dispositivo motore preso a piacere. Ma, a fianco degli organi del movimento e dell’ organo di scelta, vi è qualcos’ altro, vi è la scelta stessa. Si tratta, infine, del pensiero? Quando pensiamo, è raro che non parliamo con noi stessi: abbozziamo o prepariamo, se non li compiamo effettivamente, i movimenti di articolazione con cui si esprimerebbe il nostro pensiero; e qualcosa di essi deve già disegnarsi nel cervello. Ma non si limita a questo, e lo crediamo, il meccanismo cerebrale del pensiero: dietro i movimenti interni di articolazione, che del resto non sono indispensabili, c’è qualcosa di più sottile, che è essenziale. Voglio parlare dei movimenti naascenti che indicano simbolicamente tutte le direzioni successive dello spirito. Osservate che il pensiero reale, concreto, vivente, è una cosa di cui finora gli psicologi ci hanno detto molto poco, perché esso offre difficilmente una presa all’ osservazione interiore. Quello che normalmente si studia sotto questo nome, più che il pensiero stesso, è un’imitazione artificiale ottenuta componendo insieme immagini e idee. Ma con delle immagini, e persino con delle idee, non ricostruirete il pensiero, così come non farete un movimento con delle posizioni. L’idea è una sosta del pensiero, e nasce quando il pensiero, invece di proseguire il suo cammiino, fa una pausa o ritorna su se stesso: allo stesso modo il calore si ingenera nel proiettile quando questo incontra un ostacolo. Ma come il calore non preesisteva nel proiettile, così l’idea non era parte integrante del pensiero. Provate, per esempio, mettendo fianco a fianco le idee di calore, di produzione, di proiettile, e intercalando le idee d’interiorità e di riflessione implicite nelle parole “nel” e “si”, a ricostruire il pensiero che ho appena espresso con questa frase: “Il calore si produce nel proiettile”. Vedrete che è impossibile, che il pensiero era un movimento indivisibile, e che le idee corrispondenti a ciascuna parola sono soltanto le rappresentazioni che sorgerebbero nello spirito in ogni istante del movimento del pensiero se il pensiero si fermasse; ma esso non si ferma. Lasciate da parte le ricostruzioni artificiali del pensiero; considerate il pensiero stesso; più che degli stati vi troverete delle direzioni, e vedrete che esso è essenzialmente un cambiamento continuo e continuato di direzione interna, che tende, senza posa, a tradursi in cambiamenti di direzione esterna, cioè, in azioni e gesti capaci di disegnare nello spazio e di esprimere metaforicamente, in qualche modo, l’andirivieni dello spirito. Molto spesso non ci accorgiamo di questi movimenti abbozzati, o anche soltanto preparati, perché non abbiamo alcun interesse a conoscerli. Ma non possiamo non notarli quando ci concentriamo sul nostro pensiero per coglierlo ben vivo e per farlo passare, ancora vivo, nell’ anima altrui. Le parole, allora, avranno un bell’ essere scelte come si deve, esse non diranno ciò che vogliamo far dire loro se il ritmo, la punteggiatura e tutta la coreografia del discorso non le aiutano a far sì che il lettore, guidato da una serie di movimenti nascenti, percorra una curva di pensiero e di sentimento analoga a quella che noi stessi percorriamo. L’arte di scrivere sta tutta qui. E’ qualcosa di simile all’ arte del musicista; ma non crediate che la musica di cui parliamo qui si indirizzi solamente all’ orecchio, come ci si immagina di solito. Un orecchio straniero, per quanto possa essere abituato alla musica, non farà differenza tra la prosa francese, che noi troviamo musicale, e quella che non lo è, tra quello che è scritto in un francese perfetto e quello che lo è in modo solo approssimativo: prova evidente che si tratta tutt’ altro che di armonia materiale dei suoni. In realtà, l’arte dello scrittore consiste soprattutto nel farci dimenticare che egli fa uso delle parole. L’armonia che cerca è una certa corrispondenza tra l’andirivieni del suo spirito e quello del suo discorso, corrispondenza talmente perfetta che le ondulazioni del suo pensiero, portate dalla frase, vengono comunicate al nostro pensiero, e che allora ciascuna parola, presa individualmente, non conta più: non c’è altro che il senso mobile che attraversa le parole, altro che due spiriti che sembrano vibrare direttamente, senza intermediario, all’unisono. Il ritmo della parola non ha dunque nesssun altro scopo se non quello di riprodurre il ritmo del pensiero; e quale può essere il ritmo del pensiero se non quello dei movimenti nascenti, appena coscienti, che l’accompagnano? Questi movimenti, grazie ai quali il pensiero si esteriorizza in azioni, devono essere già preparati e come preformati nel cervello. Senza dubbio, scorgeremmo questo accompagnamento motorio del pensiero, e non il pensiero stesso, se potessimo penetrare in un cervello che lavora.
In altri termini, il pensiero è orientato verso l’azione; e, quando non mette capo a un’azione reale, esso abbozza una o più azioni virtuali, soltanto possibili. Queste azioni reali o virtuali, che sono la proiezione indebolita e semplificata del pensiero nello spazio, e che ne indicano le articolazioni motorie, sono ciò che è disegnato nella sostanza cerebrale. La relazione del cervello con il pensiero è dunque complessa e sottile. Se mi chiedete di esprimerla con una formula semplice, necessariamente approssimativa, io direi che il cervello è un organo di pantomima, e soltanto di , pantomima. Il suo ruolo è quello di mimare la vita dello spirito, di mimare anche le situazioni esterne a cui lo spirito deve adattarrsi. L’attività cerebrale sta all’ attività mentale come i movimenti della bacchetta del direttore d’orchestra stanno alla sinfonia. La sinfonia supera da tutti i lati i movimenti che la scandiscono; allo stesso modo, la vita dello spirito supera la vita cerebrale. Ma il cervello, proprio perché trae dalla vita dello spirito tutto ciò che in essa è materializzabile e trasformabile in movimento, proprio perché esso costituisce in tale maniera il punto d’inserimento delllo spirito nella materia, assicura in ogni istante l’adattamento delllo spirito alle circostanze, mantiene senza posa lo spirito in contatto con la realtà. Dunque, non è, per l’esattezza, organo di pensiero, né di sentimento, né di coscienza; ma fa sì che coscienza, o sentimento e pensiero restino tesi sulla vita reale e, di conseguenza, capaci di azione efficace. Diciamo, se volete, che il cervello è l’organo dell’ attenzione alla vita.
È per questo che basterà una leggera modificazione della sostanza cerebrale perché lo spirito intero ne sembri colpito. Parlavamo dell’ effetto di certe sostanze tossiche sulla coscienza e, più in generale, dell’influenza della malattia cerebrale sulla vita mentale. In tal caso, è forse lo spirito stesso a essere disturbato o non lo sarebbe piuttosto il meccanismo dell’inserimento dello spirito nelle cose? Quando un folle sragiona, il suo ragionamento può essere conforme alla logica più rigorosa: sentendo parlare qualcuno affetto da mania di persecuzione, voi direste che egli pecca per eccesso di logica. Il suo torto non è di ragionare male, ma di ragionare di lato alla realtà, fuori della realtà, come un uomo che sogna. Supponiamo, dato che questo appare verosimile, che la malattia sia causata da un’intossicazione della sostanza cerebrale. Non bisogna credere che il veleno sia andato alla ricerca del ragionamento in queste o quelle altre cellule del cervello, né, di conseguenza, che in questi o quegli altri punti del cervello ci siaano dei movimenti di atomi che corrispondono al ragionamento.
No, è probabile che sia l’intero cervello a essere colpito, così come è l’intera corda tesa a distendersi, e non questa o quell’ altra delle sue parti, quando il nodo è stato fatto male. Ma, com’ è sufficiente un allentamento molto leggero dell’ ormeggio per far sì che la barca si metta a ballare sull’ onda, così una modificazione anche leggera dell’intera sostanza cerebrale potrà fare sì che lo spirito, perdendo contatto con l’insieme delle cose materiali su cui di solito si sostiene, senta la realtà mancargli sotto i piedi, vacilli, e sia preso da vertigini. In molti casi, in effetti, la follia inizia proprio con un sentimento paragonabile alla sensazione di vertigine. Il malato è disorientato. Vi dirà che gli oggetti materiali per lui non hanno più la solidità, il rilievo, la realtà di prima. In realtà, il solo risultato diretto del disturbo cerebrale consiste in un rilassamento della tensione, o piuttosto dell’ attenzione con cui lo spirito si fissava sulla parte del mondo materiale con cui aveva a che fare – essendo il cervello l’insieme dei dispositivi che permettono allo spirito di rispondere all’ azione delle cose con delle reazioni motorie, compiute o soltanto nascenti, la cui precisione assicura il perfetto inserimento dello spirito nella realtà.