LE TRE EPOCHE DELLA SCRITTURA di Valter Binaghi
Letterarietà. Dibattiti e scontri furibondi in Rete e fuori dalla Rete: la posta in gioco sembra essere il potere di definire cosa sia letterariamente pregevole e cosa meno. Chi deve decidere: il mercato (drogato dallo strapotere dei grandi gruppi editoriali), i premi letterari (idem con patate, cioè con l’aggiunta di giurati che votano gli amici degli amici), o i Critici, dall’alto di una patente acquisita a furia di sudate carte?
Questi ultimi sembrano rivendicare un canone, richiamandosi per lo più alla sovversione linguistica e alla complessità strutturale di opere che indubbiamente hanno segnato il secolo scorso, ma in un paesaggio in cui la diffusione del libro, il numero degli autori e il rapporto tra opera e pubblico era molto diverso da quello di oggi, che non può più prescindere dalla facilità di accesso alla scrittura e alla pubblicazione, anche grazie al Web.
Quello che non funziona nella discriminante posta dai Critici patentati (Andrea Cortellessa su tutti, essendo il più attivo nei dibattiti in Rete) non è solo la mancanza di una presa d’atto dell’evoluzione storica di un canone, e neanche solo il fatto che la sovversione linguistica è un valore da rapportarsi a ogni singolo testo, nel rapporto tra ambizioni e risultati, ma soprattutto a mio avviso l’assenza di una tipologia che permetterebbe di riconoscere non una sola ma almeno tre forme diverse della qualità letteraria, irriducibili l’una all’altra.
Provo a spiegare qui questa mia tipologia ternaria che ho elaborato a partire non da schemi e riferimenti preconcetti, ma da un fatto empirico: amo tre tipi diversi di scrittura di un amore diverso e irriducibile, il che mi porta a impegnarmi in una sorta di poligamia dalla quale non intendo affatto liberarmi. All’interno di ognuno di questi tipi (che non corrispondono ai “generi” classici ma piuttosto a diverse “intenzionalità” che muovono l’atto dello scrivere), so bene riconoscere cosa ai miei occhi vale di più e cosa vale di meno, ma non accetto che opere appartenenti a diverse categorie siano paragonabili tra loro, così come mi sembrerebbe sciocco decidere se è più grande Beethoven o Maradona.
1) Ci sono narrazioni che definirei emergenti, fortemente connotate in senso biografico e generazionale, in cui l’effetto sovversivo è dato soprattutto dall’irrompere di una nuova sensibilità che reclama uno spazio sociale e un ascolto. E’ un tipo di letteratura “d’esordio” che fino alla fine dell’Ottocento era impubblicabile, ma che è cresciuta con la dignità culturale assunta via via dalle giovani generazioni. Se all’inizio abbiamo prose folgoranti come “Una stagione all’inferno” di Rimbaud o “I canti di Maldoror” di Lautreamont, nel Novecento (mercato e massificazione permettendo) ci toccano “Il giovane Holden” e “On the road”, giù giù fino ai loro cloni italioti (”Boccalone” di Palandri, “Jack Frusciante” di Brizzi, ma anche “Volevo i pantaloni” di Cardella e “MelissaP” di Panariello o il Pierantozzi di “Uno indiviso”, fino a “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano). Ovviamente negli ultimi tempi è in questo settore che pesca la macchina editoriale, sempre a caccia di carne fresca per creare nuovi “casi” (l’ultimo è “Acciaio” di Silvia Avallone), il cui valore letterario risulta sempre più vicino allo zero: sarebbe ingiusto, tuttavia, non riconoscere che di queste scritture c’è bisogno, perchè è l’insipienza giovanile più che la saggezza dei vecchi a prolungare l’illusione del mondo.
2) Il secondo tipo è quello a cui appartiene la stragrande maggioranza delle narrazioni romanzesche da Cervantes in poi. E’ il romanzo come rappresentazione compiuta del sociale, in forma realistica o allegorica, che contiene in sè una diagnosi e un posizionamento dell’autore rispetto alle tendenze che il sociale stesso manifesta. Qui la sperimentazione linguistica, quando esiste, assume il senso di una sovversione più politica che psicologica (ma le due cose non si elidono a vicenda) come avviene secondo me in Gadda o Manzoni, e siccome qui la letteratura (dichiaratamente o meno), assume tratti mimetici e pedagogici, inevitabilmente questi parametri devono rientrare in una valutazione di qualità. Qui c’è spazio per il grande affresco sociale, per il cosiddetto romanzo borghese, per il romanzo storico e fantastico, ma anche per la cosiddetta letteratura giallo-noir, che in effetti racconta molto di più sull’antropologia della vita corrente che sul crimine in quanto tale.
3) Il terzo tipo è il più raro, ma anche quello che è più frequentemente oggetto di contraffazione. Dopo il turgore primaverile e l’ampio paesaggio estivo e autunnale, c’è il freddo e la solitudine essenziale di un inverno dell’anima, dove la terra che tutto ha dato in termini comunicativi diventa roccia. Qui la parola cerca, come direbbe l’amico Genna (uno dei pochi in Italia che è genuinamente e obbligatoriamente votato a questa strada e che in almeno due casi ha prodotto opere imprescindibili), una “letteralità” che non è più espressione del soggetto nè dialogo tra soggetto e mondo, ma emergenza dello spirito pura e semplice: non più preghiera del singolo, non più rappresentazione teologica del mondo ma consapevole e (apparentemente) blasfemo tentativo di proseguire la Rivelazione con una voce desolatamente e nudamente umana, una voce che è ogni voce perchè spogliata di ogni soggettività presunta e collocata all’orlo dell’estrema possibilità del parlante.
Qui troviamo pochi giganti (Leopardi, Kafka) e molti cattivi imitatori, che confondono l’onanismo autoriale con la nudità della voce assoluta.
Qui ho trovato di recente un romanzo italiano straordinario, “Il nemico” di Emanuele Tonon.
Come mi succede di rado, qui riconosco la mia incapacità di parlare di un libro che mi ha scosso profondamente, come forse non mi accadeva dai tempi de “La strada” di Cormac Mc Carthy. Per questo vi rimando ai materiali forniti da Giuseppe Genna sul suo sito, in particolare una recensione di Andrea Ponso e una intervista radiofonica ad Emanuele Tonon
