Crociati d’Italia (scusate se vi chiamo così, ma è questo che avete scelto di essere, piuttosto che cristiani, il giorno in cui avete creduto d’investire la fede in politica, al seguito dello Zenone di turno), vi compiango.
Dev’essere stata dura assistere ieri alla pagliacciata del rais, che davanti a cinquecento vergini (???) stipendiate ha osannato l’Islam come religione liberale, ultimo grido in fatto di civiltà, reclamando e ottenendo plateali conversioni pubbliche almeno da parte di un piccolo gruppo di esse (scusate, lo so che è letterario, ma non riesco a non pensare al fiore della gioventù ateniese offerta al Minotauro). E tutto questo a Roma, nel cuore della cristianità, ma soprattutto sotto gli occhi compiaciuti del Divin Nanetto a cui avete dato il vostro consenso, perchè difendesse a spada tratta “le radici cristiane d’Europa”.
Lo so, è una sofferenza, ma che vi devo dire, ve lo siete meritati. Il suo braccio destro è colluso con la mafia, durante il suo regno la prostituzione è assurta alla dignità di anticamera della politica: tutto questo non vi ha spaventati. Siete troppo avvertiti, il sano realismo cattolico di cinquant’anni democristiani vi aveva abituati a compatire i vizi dei potenti, in nome di Interessi Superiori.
La massoneria cattolica che lo appoggia dal principio, Comunione e Fatturazione intendo, vi spiega da anni che è la Comunità che salva, e tutto ciò che si fa in Comunità e per la Comunità è buono: sarà per questo che la Comunità arruola cani e porci e in quindici anni si è mangiata l’intera sanità lombarda.
E che dire della Lega? Vi ricordate il “maiale day”, quando Calderoli voleva buttare piscio di maiale sui luoghi dove gli immigrati musulmani avrebbero voluto edificare una moschea, per scoraggiare l’insano proposito? Oggi Bossi e Maroni abbozzano, e di fronte alle esibizioni imbarazzanti di Gheddafi pensano non tanto agli affari (a quelli ci pensano i contabili del Nano) ma alle garanzie che l’aguzzino fornisce, di tenere qualche migliaio di disperati nelle galere del deserto, piuttosto che farli approdare ai lidi d’Ausonia.
Direte: non è andata meglio agli sciagurati che hanno preteso far convivere la croce con il progressismo equivoco della socialdemocrazia: gli tocca dire che l’aborto è quasi un omicidio perchè il feto è quasi un essere umano.
Verissimo. Il che però dovrebbe suggerire, a voi e loro, che le parole “il mio Regno non è di questo mondo”, pronunciate dal falegname galileo tanti anni fa, andavano prese alla lettera.
Perchè, vedete, a questo mondo si può privilegiare un interesse o un altro, si può perfino sforzarsi di ottenere più verità e giustizia di quanto siano riusciti a fare i propri avi, ma a nessuno è concesso contrabbandare i propri desideri e opinioni come il piano di Dio.
Perchè alla fine gli uomini sono quelli che sono, e mentre non è uno scandalo che si lotti e qualcuno prevalga a suon di maggioranza, è uno scandalo che la sconfitta o lo svergognamento di una strategia tutta umana trascinino con sè il nome di Colui che ha perdonato i suoi assassini, ed è porta aperta di salvezza per il mondo intero.
E anch’io, nel mio piccolo, che Colui ho scelto di chiamare Maestro, vi perdono di aver consegnato il mio paese alla peggiore specie di demagoghi che si sia vista in mezzo secolo. Però, visto che errare è umano ma perseverare è diabolico, sempre nel mio piccolo, un consiglio da darvi ce l’avrei.
D’ora in avanti, a chi vi chiede il voto domandategli cosa intende farne, e misuratelo secondo ciò che la coscienza vi detta, ma anche secondo ciò che la realtà permette, perchè i miracoli li fa Dio solo, e chi li promette è un ignobile ciarlatano. E se qualcuno vi chiede il voto in nome di Gesù Cristo, ditegli che Gesù Cristo non fa mercato nè guerra, e sputategli in faccia.
agosto 31, 2010
CROCIATI D’ITALIA di Valter Binaghi
agosto 30, 2010
LA VITA AI TEMPI DELL’IMPERO di Giuseppe Genna
Se devi arrivare al luogo della terapia, svolta a destra della immensa piazza dove correre è impossibile. Spezzata, diffranta piazza: ha eletto il marciume a sua natura seconda, uno strato di scaglie plastiche e organiche tra ricordi di aiuola. C’è una scuola verso l’angolo con Pellegrino Rossi. Davanti sono schierati i militari che il sindaco richiese, le tute mimetiche, i baschi scuri, l’indolenza di una foga trattenuta. Si tengono lontani oramai gli egiziani, i marocchi, anche i turchi.
La piazza è gremita, interrotta dalle rotaie dei tram lunghi e verdi, acquistati da una controllata Fiat, deragliano spesso, molti feriti a Milano per i tram che sono deragliati da quando sono entrati in funzione. Una strada verticale attraversa e si spegne nella piazza stessa al passaggio pedonale, verso la buca della metropolitana, da cui soffia un vento caldo e carico di polvere chimica. I giornali free press, invecchiati in poche ore, pagine calpestate nella fretta da centinaia di persone, stanno ingricciati tra dente e dente della griglia orizzontale gialla per lo scolo dell’acqua al termine della scalinata di granito della linea tre, la gialla.
Leggi l’intero racconto qui, sul blog di Giuseppe Genna
agosto 28, 2010
CATARSI di Roberta Borsani

Notte dei tempi – Busonero
RACCONTO INEDITO
All’inizio l’acqua non sembrava un problema. Era cambiata la distribuzione, per il resto funzionava tutto come prima, anzi, meglio. Adesso se ne occupavano imprese specializzate, facevano tutte capo alle “Magnifiche Sette”. Roba grossa, multinazionali.
Pensate alle “Sette Sorelle” dicevano in tele, come hanno portato il petrolio fin dentro le nostre case. Al posto del petrolio metteteci l’acqua, il senso è quello, solo che di acqua ce n’è molta di più del petrolio. Perciò è tutto più bello.
Le Magnifiche in effetti avevano aggiustato le migliaia di tubature rotte della rete idrica, eliminato sprechi e intoppi migliorando la distribuzione. Per troppo tempo città e province, perfino intere regioni, stati, avevano dovuto fare i conti con la penuria d’acqua. In certi posti a regolarne i movimenti erano state organizzazioni mafiose, e i Governi avevano spiegato che bisognava assolutamente combatterle e sconfiggerle. Le Magnifiche servivano anche a questo. Chi voleva lasciare un bene tanto prezioso nelle mani di delinquenti e assassini?
E così la gente si era convinta. Efficienza e trasparenza. Che in questo caso signficava tubature a posto e acqua in quantità. L’eliminazione delle fontanelle pubbliche, annoverate tra gli sprechi, suscitò qualche fiacca protesta, subito placata.
Pochi però avevano saputo prevedere che il prezzo dell’acqua sarebbe lievitato in maniera così esagerata. L’aumento (fino al 70%) giunse ai più inaspettato e traumatico, provocando mille allarmate contestazioni.
“L’aumento è più che giustificato” intervenne il Ministro dell’Economia di un paese che le Magnifiche avevano appena preso sotto l’ala. Stava con la sua bella faccia rosa come il culetto di un bambino davanti a un meeting di industriali, che lo fissavano adoranti (e una, dalle gote gonfie di botulino, si slacciò il terzo bottone della camicetta dalla contentezza). “Le aziende non fanno beneficenza. I soldi spesi sono capitale d’investimento, si recuperano con profitto. In cambio abbiamo trasparenza, efficienza, razionalità. Vi piaceva di più quando a controllare l’acqua era la mafia?”.
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agosto 27, 2010
PUBBLICARE CON EINAUDI – LA POSIZIONE DI WU MING
1. Serve a qualcosa porre ossessivamente la stessa questione, come se il problema fosse “farci aprire gli occhi”, “farci ragionare”? E’ tanto difficile rendersi conto che sulla «Questione Mondadori», nodo strategico che riguarda direttamente il nostro lavoro e il nostro stesso esistere, noi abbiamo ragionato, ragioniamo e continueremo a ragionare molto più di qualunque nostro interlocutore? Ed è tanto difficile accettare il fatto che abbiamo tratto conclusioni 1) chiare e 2) diverse da quelle di chi vorrebbe il boicottaggio?
2. Sì, a quanto pare è difficile. E’ più facile (e comodo) pensare che siamo… disinformati, che non abbiamo riflettuto abbastanza, che non ci rendiamo conto. Ecco quindi che si tenta di convincerci, di “aprirci gli occhi”, come se i Boycott Boys avessero la Verità in saccoccia e noi fossimo anime erranti nel Grande Errore.
La differenza tra noi e loro è che noi abbiamo dubbi, perché stare nella contraddizione riconoscendola come tale implica il dubbio (altrimenti non la vivremmo come contraddizione); loro invece dichiarano solo certezze: dobbiamo – fare – come – dicono – loro.
3. Le nostre valutazioni sono, appunto, le nostre valutazioni. Lo abbiamo sempre detto: le nostre scelte e strategie potrebbero essere sbagliate. Se concludessimo di avere sbagliato, lo riconosceremmo come sempre abbiamo riconosciuto i nostri errori (anche gravi e drammatici, come quelli compiuti nei mesi precedenti il G8 di Genova).
Ci stranisce la sicumera, l’approccio fideistico di chi è sicuro che deprivare l’Einaudi di tutti gli autori che non la pensano come Berlusconi sarebbe un colpo inferto a quest’ultimo etc. Sinceramente, di simili certezze non abbiamo affatto invidia e ci fanno anche un po’ spavento.
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agosto 26, 2010
CARO BERSANI
In quello che ormai da anni è il laboratorio e l’ostensorio della politica nostrana, cioè in quell’Eucarestia del dollaro che è il meeting annuale di Comunione e Liberazione, il ministro Tremonti ha chiaramente enunciato il programma di sviluppo industriale del paese, presenti e plaudenti Marcegaglia e Marchionne.
Prima ha parlato di “persona” e “famiglia”, per dare una parvenza cristiana alla nuova Mecca del mercatismo, poi ha aggiunto che se si vogliono «diritti perfetti nella fabbrica ideale», si rischia «di avere diritti perfetti ma di perdere la fabbrica che va da un’altra parte». Oggi «una certa qualità di diritti e regole non possiamo più permetterceli», in uno scenario globale «non possiamo pensare che sia il mondo ad adeguarsi all’Europa, è l’Europa che deve adeguarsi al mondo».
Come con Passera (vedi post precedente) anche qui abbiamo uno strano caso di sdoppiamento della personalità: non è questo lo stesso Tremonti che tre anni fa, dall’opposizione, tuonava contro il governo Prodi e i favori fatti alla finanza internazionale, e in un libro di successo metteva in guardia da una globalizzazione accettata a cuor leggero, in cui paesi come la Cina dove lavoro e diritti si svolgono in condizioni antidiluiviane avrebbero costretto l’Europa a regressi inaccettabili?
Ora, che dall’opposizione si levino proposte di un fronte comune contro il berlusconismo ci farebbe anche piacere, ma a contenuti positivi come stiamo?
Mentre la Lega sta per segare in due il paese e la cricca berlusconiana dà spettacolo di criminalità organizzata, ci era sembrato che parole-chiave come italianità e legalità potessero bastare a riunire chi ancora può permettersi di usarle. Ma adesso che la redditività del capitale viene esposta come un vessillo glorioso e la delocalizzazione in nome del profitto come un ricatto praticabile mentre i diritti dei lavoratori sembrano un opzione discutibile, adesso che ci si chiede esplicitamente di competere con la miseria dei serbi e dei cinesi e si definisce tutto questo nei termini di un progresso inarrestabile, non ti parrebbe il caso, caro Bersani, di aggiungerne una terza?
Come ti suona, per dire, socialismo?
agosto 25, 2010
LA PASSERA AL MEETING di Marco Travaglio
(da: Il Fatto Quotidiano, 24 agosto 2010, ora postato in Voglioscendere)
L’altro giorno, tomo tomo cacchio cacchio, Corrado Passera è sceso dall’astronave che lo riportava sul suolo patrio dopo 20 anni di soggiorno su Saturno, atterrando dritto dritto sul Meeting ciellino di Rimini per tenere una dura requisitoria contro “tutta la classe dirigente italiana” che “non risolve i problemi della gente” e “suscita indignazione”. Applausi scroscianti dalla platea di Comunione e Fatturazione, anch’essa indignatissima contro questa classe dirigente che non risolve i problemi della gente, ma trova sempre il modo di risolvere quelli del Meeting di Cl, anzi Cf, finanziato negli anni dai migliori esponenti della classe dirigente: Berlusconi, Ciarrapico, Andreotti, Tanzi e altri gigli di campo; e ora da Banca Intesa, Eni e Formigoni (coi soldi della Regione Lombardia e delle Ferrovie Nord).
Naturalmente il Passera in questione non è neppure lontano parente del Passera che, già amministratore delegato di Olivetti (poi venuta a mancare all’affetto dei suoi dipendenti), di Poste Italiane (i nostri abbonati ne sanno qualcosa) e ora di Banca Intesa (socia, fra l’altro, del Corriere della Sera in pieno conflitto d’interessi e sponsor del Meeting), appartiene a pieno titolo alla classe dirigente che fa indignare i cittadini, dunque non si sognerebbe mai di sputare nel piatto in cui mangia. Anche perché, in platea, avrebbe potuto imbattersi in uno degli azionisti Alitalia che han perso tutto grazie alla mirabile operazione condotta da Passera nel 2008 per conto del governo Berlusconi, scaricando sui contribuenti la parte marcia della compagnia (un buco da 3-4 miliardi) e regalando quella sana a 15 furbetti dell’aeroplanino.
Nell’operazione Passera era contemporaneamente advisor del governo per trovare i compratori giusti e azionista della Cai, la compagnia acquirente della good company. Arbitro e giocatore. Si è guardato allo specchio e si è detto: bravo Corrado, hai vinto un posto nella nuova Cai, complimenti. Nella Cai sono entrati alcuni noti debitori di Banca Intesa di Passera, tra cui Carlo Toto, patron di AirOne, che vantava 900 milioni di debiti: ora i debiti si sono diluiti nel più grande calderone Cai e Banca Intesa di Passera non ha più nulla da temere. Ce ne sarebbe abbastanza per indignarsi contro questa classe dirigente, se per caso il Passera di Cai e di Intesa conoscesse il Passera di Rimini. Nel caso in cui lo conoscesse, due domande sorgerebbero spontanee. Che bisogno hanno questi cervelloni di rendersi ridicoli? E non sarà che, al posto dell’ometto ridicolo che ci governa, ne arriveranno altri più ridicoli di lui?
agosto 24, 2010
ANCORA SUGLI INTELLETTUALI
Massimo Giannini spiega su Repubblica che il gruppo editoriale appartenente al Caimano è stato oggetto dell’ennesima legge ad-personam, allo scopo di fottere (per l’ennesima volta) il fisco. Il teologo Vito Mancuso, colto da gravi dubbi scopre solo ora che il Caimano è il Caimano (se la filosofia giunge post festum come la nottola di Minerva la teologia italiana deve essersi attardata sulla Salerno-Reggio Calabria, per accumulare simili ritardi) e scrive sul medesimo giornale (appartenente al gruppo De Benedetti, uno che sarebbe il Caimano se potesse) di meditare l’opportunità di pubblicare altrove, chiedendosi se la stessa ipotesi non andrebbe presa in considerazione da altri illustri progressisti come Scalfari o Saviano.
Su Nazione Indiana viene ripreso l’articolo e si scatena un dibattito che in un giorno raggiunge cento dieci commenti, e in cui l’unico autore Mondadori che ha il coraggio intellettuale d’intervenire è Giulio Mozzi, spiegando che nella fattispecie Mondadori è stata assolta in due gradi di giudizio su tre (però, Giulio, il Caimano resta tale, e tu lo sai benissimo, lodo Mondadori docet). Il resto sono i vorrei-ma-non-posso che si sentono da sei mesi a questa parte, e tirare Saviano per la giacchetta di qua e di là.
La mia personale opinione è la seguente.
Se fossi un autore Mondadori-Einaudi, anzichè fare il Robespierre sui blog alla moda o il problematico sui giornali del gruppo (economico) d’opposizione continuando a ritirare lo stipendio dal Caimano, considererei più morale fare lo scrivente e non lo scrittore, cioè parlare coi miei libri (scrivente è il soggetto nell’atto di scrivere) ed evitare di assumere posizioni pubbliche (scrittore è un personaggio pubblico che amplifica la propria scrittura dandole un significato politico) in contrasto con le mie scelte personali.
Capisco che si tratta di un sacrificio pesante per un uomo di pensiero, ma si legittima col fatto che effettivamente la scrittura, finchè resta una forma d’arte, gode dello statuto di porto franco del linguaggio che le è proprio: si può vendere e comprare come ogni oggetto materiale, ma la sua realtà essenziale resta il suo Significato.
So anche che ci sono posizioni diverse (Genna, Wu Ming, De Michele, persone per cui ho stima e considero amici) che ritengono di poter cambiare la situazione “dal di dentro”. E’ una posizione che rispetto ma non condivido. Anche io (come qualunque scrittore italiano) pubblicherei volentieri per il gruppo che vanta la maggiore visibilità editoriale in Italia, ma in quel caso smetterei di usare il megafono pubblico contro il suo proprietario, limitandomi a scrivere opere che magari contribuiscano a superare il berlusconismo come malattia morale di questo paese.
Altrimenti è schizofrenia.
Ci sarà un motivo per cui gli scrittori italiani come maitre à penser non se li caga più nessuno.
Ammesso che in questo momento la direzione FIAT stia attuando comportamenti antisindacali, che tenda a colpire al cuore i diritti dei lavoratori acquisiti negli ultimi trent’anni, gli operai FIAT dovrebbero licenziarsi in massa?
Nessuno glielo chiederebbe certo. Però si chiede agli scrittori di farlo. Perchè (per una sorta di strano fenomeno, per cui l’ideologia rivoluzionaria di ieri diventa il senso comune di oggi), l’intellettuale è colui che deve dare l’esempio, l’avanguardia della rivoluzione. Ma se la rivoluzione è fallita, e al suo posto ne resta il gergo masticato fino a diventare un bolo insapore? Fa niente.
In effetti l’intellettuale non è una vittima in tutto questo: è lui per primo a perpetuare l’equivoco, quando continua a proclamare che c’è una letteratura rivoluzionaria (la sua) e una posa rivoluzionaria anche in assenza di rivoluzione (sempre la sua).
Perchè tutto questo cessi, bisognerebbe che per primo l’intellettuale la smettesse con le pose che non può esistenzialmente sostenere, ma non lo farà.
Dovrebbe tornare ad essere un artigiano della narrazione, rinunciare al predellino e, per dire, su Nazione Indiana si parlerebbe solo del vero e del falso, del bello e del sublime, senza assegnarsi nè distribuire patenti rivoluzionarie o reazionarie.
E’ questo il vero conflitto d’interessi dell’intellettuale italiano, non l’altro, e va perfino oltre la questione mondadori si mondadori no.
agosto 23, 2010
The Blue Jukebox(9) CELTIC SPIRIT
Tra un mesetto sarà in libreria il mio nuovo romanzo, I custodi del Talismano, e come al solito sto preparando il reading musicale con cui sarò in giro a presentarlo. Il romanzo inizia con la storia di un Druido del II secolo a. C, e sarà da questo incipit che attingerò le letture e mi ispirerò per le musiche complementari. Così, ascoltando un sacco di materiale, ho trovato qualche perla che voglio proporre agli aficionados del blog. Buon ascolto!
agosto 22, 2010
Psicologia per Alice(6) L’APPROCCIO SISTEMICO: PSICOPATOLOGIA DELLE RELAZIONI FAMIGLIARI di Ronald Laing
(Da: L’Io e gli altri, Sansoni 1969)
Si compie un notevole progresso se ci si rende conto che non siamo necessariamente quello che gli altri sostengono. Ma la consapevolezza di una discrepanza fra l’identità che già abbiamo, o che vogliamo conseguire, fra l’identità per noi e l’identità per gli altri, è spesso estremamente dolorosa.
Come già abbiamo detto, molti soggetti hanno la tendenza a sentirsi colpevoli o preda di angoscia, rabbia, o dubbi, se le loro autoattribuzioni non concordano con le attribuzioni con le quali gli altri li designano. Il senso di colpa, in particolare, nasce quando tali attribuzioni vengono considerate come imperativi. ( .. .)
Le attribuzioni, dunque, facilitano o compromettono lo sviluppo di un realizzabile senso di sé. Si considerino, per esempio, le seguenti variazioni di un tema fondamentale dell’infanzia. Un bambino esce correndo dalla scuola incontro alla mamma.
1. Il bambino corre dalla mamma, l’abbraccia affettuosamente, e la mamma risponde all’abbraccio, e dice: «Vuoi bene alla tua mammina? »; e a sua volta lo abbraccia.
2. Il bambino esce correndo incontro alla mamma; questa apre le braccia per abbracciarlo, ma egli si tiene un po’ in disparte. Essa gli domanda: «Non vuoi bene alla tua mammina?». Il bambino risponde: «No». E la madre: «Bene, andiamo a casa».
3. Il bambino esce correndo dalla scuola. La mamma apre le braccia per accoglierlo, ma egli sta un po’ in disparte. La mamma gli domanda: «Non vuoi bene alla tua mammina?». Il ragazzo: «No». Allora la mamma esclama: «Non essere impertinente», e gli dà uno schiaffo.
4. Il bambino esce correndo dalla scuola. La madre apre le braccia per accoglierlo, e lui sta un po’ in disparte. La mamma gli domanda: «Non vuoi bene alla tua mammina?». E il bambino: «No». Allora la mamma risponde: «Ma la tua mammina sa che tu le vuoi bene», e lo abbraccia affettuosaamente.
Nella situazione 1), supponendo l’assenza di ambiguità reecondite, si presenta il massimo grado di conferma reciproca e corrispondenza. Invece, nella situazione 2), il desiderio e l’aspettativa iniziale della madre che il bambino risponda alla sua azione, non si realizzano. Essa pone allora una domanda che può essere ambigua, in quanto può mirare sia a ottenere informazioni sui sentimenti del bambino che a invitarlo a una risposta positiva. Sotto il primo aspetto, la madre sottintende il fatto che il bambino ha dei sentimenti nei suoi confronti e naturalmente li conosce, ma che essa non sempre sa «a che punto è» il loro rapporto. Il bambino le risponde che non le vuol bene. Essa non discute la sua affermazione, e manifestamente non lo respinge. Ci si potrebbe domandare se essa «lo lasci fare», o «lasci cadere la cosa», o trovi il modo di punirlo, o di vendicarsi, magari affettando indifferenza, o cerchi invece di avvicinarlo a sé, e cosi via. Potrà occorrere del tempo prima che il ragazzo sappia in che rappporti si trova con sua madre.
Nella situazione 3) il bambino viene ancora trattato con distacco. Le sue azioni e la sua affermazione non vengono invalidate, ma evidentemente si manifesta operante un complesso di regole che disciplinano l’espressione dei propri sentimenti. Sostanzialmente, impara che talvolta è meglio esssere educato e obbediente piuttosto che troppo sincero. Comunque, il bambino sa esattamente in che posizione si trova. Se lo schiaffo non è seguito da manovre piu complicate, la scelta che gli si presenta è relativamente semplice: «Se vuoi trarti da ogni impiccio, tieni almeno la bocca chiusa». Inoltre, egli sa che, per quanto sua madre abbia precisato la ragione dello schiaffo, e cioè la sua «impertinenza», nondimeno essa è rimasta ferita ed arrabbiata. Egli sa che i suoi sentimenti e ciò che egli dice possono produrre in lei un mutamento, e che, se egli la ferisce con le proprie azioni, essa non gli imporrà un senso di colpa, provocando in lui !’insorgenza del rimorso.
Nella situazione 4), la madre non viene toccata da quello che il bambino dice di provare, e controbatte attribuendogli sentimenti che respingono la sua testimonianza. Questa forrma di attribuzione tende deliberatamente a privare di realtà i sentimenti che la «vittima» sperimenta come tali. In tal modo viene eliminata la discordanza.
Ecco alcuni esempi di attribuzioni di questo tipo:
«Tu dici questo. Ma io so che non vuoi dire quello che dici». «Tu puoi pensare di avere questi sentimenti, ma io so che non è vero ».
Il padre dice al figlio, che ha subito prepotenze a scuola e implora che gli sia consentito di abbandonarla: «lo so che non è vero che tu voglia lasciare la scuola, perché nessuno dei miei figli è un codardo».
Un ragazzo persistentemente assoggettato a questo tipo di attribuzioni in famiglia, e ad attribuzioni discordanti o addirittura incompatibili circa la sua stessa situazione, può incontrare una grave difficoltà a riconoscere quali siano in realtà le sue intenzioni e i suoi sentimenti. Non sa piti accertare cosa pensa, né definire le sue azioni.
La madre di Stefano, per esempio, soleva biasimarlo per tutto quello che essa lasciava in disordine. Una volta andò nella stanza dove si trovava il figlio, e lo batté: aveva appena rotto un piatto nell’ altra stanza. Il suo ragionamento era questo: che aveva rotto il piatto perché era preoccupata per lui, cioè, perché egli la faceva preoccupare, e dunque era stato lui, in definitiva, a farle rompere il piatto.
Quando era ammalato, la madre esitava prima di perdonarlo, perché egli si «comportava cosi» (ammalandosi) per sconvolgerla. Insomma, tutto quello che egli faceva era un tentativo per renderla folle. Il ragazzo, in questa fase del suo sviluppo (l’adolescenza) aveva smarrito ogni idea di dove iniziasse e dove terminasse la sua reale responsabilità. (…)
In molti settori della vita del bambino viene prima l’azione; è solo dopo che gli si insegna quelle che sono le sue intenzioni, dicendogli ciò che la sua azione «significa».
Un bambino di otto anni, che viveva a casa con i genitori, aveva un fratello maggiore, beniamino della famiglia, che dooveva venire a passare a casa le vacanze scolastiche. Egli sognò più volte che il fratello veniva investito da un’ automobile o da un camion mentre tornava a casa dalla scuola. Quando riferì il sogno alla madre, questa gli disse che ciò dimostrava quanto egli amasse il fratello, poiché si preoccupava della sua sicurezza. Essa continuò ad attribuirgli un grande affetto per il fratello maggiore anche in presenza di situazioni che a molti sarebbero sembrate indicative del contrario.
Il bambino «credeva» a sua madre, quando essa gli diceeva che egli «amava» il fratello maggiore.
L’attribuzione, naturalmente, opera in entrambe le direzioni. In altri termini, il bambino attribuisce costantemente ai suoi genitori molti sentimenti buoni e cattivi, odio e amore, e al contempo comunica ad essi l’esperienza che ha di loro. Una delle più importanti variabili nel rapporto bambino-genitori riguarda le attribuzioni alle quali i genitori rispondono, e quelle che non li toccano, quelle che essi accetttano o respingono, quelle che li fanno adirare, che li lusingaano, li divertono, e cosi via; e anche le contro-attribuzioni che vengono provocate, e le circostanze che le determinano.
Per esempio, «impertinente» è l’attributo del bambino che attribuisce ai genitori cose che gli è proibito di attribuir loro.
Due attribuzioni contraddittorie e contemporanee, una delle quali, magari, esplicita, e l’altra implicita, possono determinare ingiunzioni celate. Per esempio, quando Margaret aveva quattordici anni, sua madre incominciò a chiamarla, oltre che col suo vecchio nome, «Maggie», anche con uno nuovo: «Margaret». Il fatto che la chiamasse «Margaret» significava per lei che essa era ormai una ragazza «grande», che avrebbe dovuto avere degli amici, e non stare più attaccata al grembiule della mamma; ma il fatto che la chiamava «Maggie» significava che essa era ancora, e sempre sarebbe stata, una bambinetta, che doveva fare solo quello che la sua mammina le diceva. Una sera, alle sei, mentre essa parlava davanti alla porta di casa con alcuni amici, la madre le gridò, affacciandosi alla finestra del piano superiore: «Margaret, sali immediatamente». Il fatto confuse completamente la ragazza. Senti che tutto le sfuggiva, e incominciò a gridare. Non sapeva più che cosa si voleva da lei. Chiamandola «Margaret», la madre le aveva attribuito un ruolo da adulta, o quanto meno, da adolescente. Tale attribuzione comportava l’implicita ingiunzione di comportarsi come una entità indipendente; ma la frase che era seguita era valsa a definirla nuovamente come una bambina, in quanto le aveva attribuito il comportamento appropriato a «Maggie». E come Maggie essa avrebbe eseguito, senza discutere e senza preoccuparsi, qualsiasi ordine che le fosse stato dato. Essa senti che tutto le sfuggiva perché non aveva sufficienti risorse «interiori» per affrontare una situazione nella quale le venivano assegnati due ruoli reciprocamente incompatibili da affrontare simultaneamente.
agosto 21, 2010
Psicologia per Alice(5) LA RIMOZIONE SPIEGATA DAL FILOSOFO di Maurice Merleau-Ponty
(Da: Fenomenologia della percezione, Il Saggiatore)
La rimozione di cui parla la psicoanalisi consiste in questo, che il soggetto imbocca una certa strada – iniziativa amorosa, carriera, lavoro -, che incontra una barriera e che, non avendo la forza di superare l’ostacolo né quella di rinunciare all’impresa, egli rimane bloccato in questo tentativo e impiega indefinitamente le sue forze a rinnovarlo nello spirito. Il tempo che passa non trascina con sé i progetti impossibili, non si richiude sull’esperienza traumatica, il soggetto rimane sempre aperto al medesimo avvenire impossibile, se non nei suoi pensieri espliciti, per lo meno nel suo essere effettivo. Fra tutti i presenti, un presente acquista dunque un valore d’eccezione: sposta gli altri e li destituisce del loro valore di presenti autentici. Io continuo a essere colui che un giorno si è impegnato in questo amore da adolescente o colui che un giorno ha vissuto in questo universo familiare. Percezioni nuove sostituiscono le percezioni trascorse e anche emozioni nuove sostituiscono quelle di un tempo, ma questo rinnovamento interessa solo il contenuto della nostra esperienza e non la sua struttura, il tempo impersonale continua a fluire, ma il tempo personale è imbrigliato. Naturalmente tale fissazione non si confonde con un ricordo, anzi esclude il ricordo, poiché esso dispiega innanzi a noi come un quadro una esperienza trascorsa, mentre questo passato che rimane il nostro vero presente non si allontana da noi, si nasconde sempre dietro il nostro sguardo, anziché disporsi dinanzi a esso. L’esperienza traumatica non sussiste a titolo di rappresentazione, nel modo della coscienza oggettiva e come un momento datato, ma le è essenziale sopravvivere solo come uno stile d’essere e in un certo grado di generalità. Io alieno il mio potere perpetuo di darmi dei «mondi» a beneficio di uno di essi, e con ciò stesso questo mondo privilegiato perde la sua sostanza e finisce per non essere piu se non una certa angoscia. Ogni rimozione è quindi il passaggio dall’esistenza in prima persona a una specie di scolastica di questa esistenza, che vive su una esperienza trascorsa o piuttosto sul ricordo di averla avuta, poi sul ricordo di avere avuto questo ricordo e così via, di modo che, in definitiva, ne conserva solo la forma tipica. Orbene, come avvento dell’impersonale, la rimozione è un fenomeno universale, fa comprendere la nostra condizione di esseri incarnati collegandola alla struttura temporale dell’essere al mondo. In quanto ho degli «organi di senso», un «corpo », delle «funzioni psichiche» paragonabili a quelli degli altri uomini, ciascuno dei momenti della mia esperienza cessa di essere una totalità integrata, rigorosamente unica, in cui i dettagli esisterebbero solo in funzione dell’insieme, io divengo il luogo in cui si incrociano una moltitudine di «causalità ». In quanto io abito un «mondo fisico », in cui «stimoli» costanti e situazioni tipiche si ritrovano – e non soltanto il mondo storico, ove le situazioni non sono mai confrontabili -, la mia vita comporta ritmi che non hanno la loro ragione in ciò che io ho scelto di essere, ma la loro condizione nell’ambiente banale che mi circonda. Cosi, attorno alla nostra esistenza personale appare un margine di esistenza quasi impersonale, che per così dire va da sé, alla quale mi rimetto per mantenermi in vita -, attorno al mondo umano che ciascuno di noi si è fatto, appare un mondo in generale al quale occorre anzitutto appartenere per potersi rinchiudere nell’ambito particolare di un amore o di una ambizione. Come si parla di una rimozione in senso stretto quando io mantengo attraverso il tempo uno dei mondi momentanei che ho traversato e quando ne faccio la forma di tutta la mia vita, così si può dire che il mio organismo, in quanto esistenza anonima e generale, esplica, al di sotto della mia vita personale, la funzione di un complesso innato. Tale organismo non è come una cosa inerte, ma abbozza anch’esso il movimento dell’esistenza. Nel pericolo può certo accadere che la mia situazione umana cancelli la mia situazione biologica, che il mio corpo aderisca senza riserve all’azione. Ma questi momenti non possono essere altro che momenti, e perloppiu l’esistenza personale rimuove l’organismo senza poter né passare oltre, né rinunciare a se stessa – né ridurlo a sé, né ridursi a esso. Mentre sono prosternato da un evento luttuoso e tutto preso dal dolore, già i miei occhi errano davanti a me, si interessano sornionamente a qualche oggetto brillante, ricominciano la loro esistenza autonoma. Dopo quel minuto in cui volevamo rinchiudere tutta la nostra vita, il tempo, per lo meno il tempo prepersonale, ricomincia a fluire, e trascina con sé se non il nostro proposito, almeno i sentimenti calorosi che lo sostenevano. L’esistenza personale è intermittente, e quando questa marea si ritira, la decisione non può piu dare alla mia vita se non un significato forzato. La fusione dell’anima e del corpo nell’atto, la sublimazione dell’esistenza biologica in esistenza personale, del mondo naturale in mondo culturale, è resa possibile e al tempo stesso precaria dalla struttura temporale della nostra esperienza. Ogni presente coglie a mano a mano, attraverso il suo orizzonte del passato immediato e del futuro prossimo, la totalità del tempo possibile; esso supera così la dispersione degli istanti, è in condizione di dare il suo senso definitivo al nostro stesso passato e di reintegrare all’esistenza personale persino quel passato di tutti i passati che le stereotipie organiche ci fanno indovinare all’origine del nostro essere volontario. In questa misura, anche i riflessi hanno un senso, e lo stile di ogni individuo è ancora visibile in essi come il battito del cuore si fa sentire fino alla periferia del corpo. Ma questo potere appartiene a tutti i presenti, ai presenti trascorsi come al nuovo. Anche se pretendiamo di comprendere il nostro passato meglio di quanto esso comprendesse se stesso, tale passato può sempre rifiutare il nostro giudizio presente e rinchiudersi nella sua evidenza autistica. Anzi, esso lo fa necessariamente in quanto io lo penso come un presente trascorso. Ogni presente può pretendere di fissare la nostra vita, ecco ciò che lo definisce come presente. Poiché esso si dà per la totalità dell’essere e poiché per un istante riempie la coscienza, noi non ce ne liberiamo mai completamente, il tempo non si rimargina mai interamente su di esso: ogni presente rimane come una ferita attraverso la quale defluisce la nostra forza. A maggior ragione il passato specifico che è il nostro corpo può essere riafferrato e assunto da una vita individuale solo perché tale vita non lo ha mai trasceso, lo nutre segretamente e vi impiega una parte delle sue forze, solo perché esso rimane il suo presente, come si vede nella malattia, durante la quale gli eventi del corpo divengono gli eventi del giorno. Ciò che ci permette di centrare la nostra esistenza è anche ciò che ci impedisce di centrarla assolutamente, e l’anonimato del nostro corpo è inseparabilmente libertà e schiavitù. Così, per riassumere, l’ambiguità dell’essere al mondo si manifesta con quella del corpo, e quest’ultima si comprende mediante quella del tempo.
agosto 18, 2010
UN APPUNTO SULLA FINE DEGLI INTELLETTUALI di Francesco Pecoraro
(Già pubblicato sul suo blog, Tashtego)
Si dice della fine degli intellettuali.
Non tanto come estinzione di specie, quanto come sopravvenuta incapacità di incidere, di contare, di esserci, di avere voce in capitolo.
In assenza di dati di qualche tipo, tutti concordano su questo, senza però essersi messi d’accordo sul significato del termine “intellettuale”, da sempre intendibile in senso intensivo (il pensatore) o estensivo (chi non fa un lavoro manuale: lo scriba).
In genere è inteso come intellettuale solo chi appartiene alla categoria dei «pensatori non specializzati» (Cortellessa), una resecazione che trascura una vasta categoria di persone che ha un enorme peso sulla formazione della così detta «pubblica opinione», sia in senso oppositivo che (molto più spesso) in senso consensuale rispetto al potere.
Se si vuole riflettere su questo argomento non si può fare a meno di avere un quadro sociologico del ruolo del pensiero e della sua trasmissione nelle democrazie massmediatiche.
Non solo: nell’ambito delle gerarchia socio-culturale, occorrerebbe farsi un quadro “di chi parla a chi”, escludendo in via preliminare che l’intellettuale sia mai stato in grado, quando non si è fatto dirigente politico (Lenin, Trotsky, eccetera) di parlare direttamente alle «masse popolari», facendo a meno della mediazione delle classi dirigenti, le uniche capaci di intendere il suo discorso e di calarlo nella teoria e nella prassi dell’agire quotidiano, ordinario o straordinario che sia.
In altre parole l’intellettuale, organico o meno che fosse a un partito politico, è sempre stato un borghese che parlava a borghesi come lui, incidendo solo là dove poteva essere ascoltato e compreso e, finché sono esistite una borghesia e una classe dirigente (economica, politica, culturale) intellettuali, il suo discorso aveva modo di penetrare, sovente non visto, nelle fessure della società, impregnandole.
Dalle pagine del Corriere della Sera, Pasolini (sempre lui) parlava ai lettori del Corriere della Sera, cioè a un ristretto gruppo di acculturati e però annidati nei gangli della politica, dell’economia, della società.
Il problema è dunque dell’intellettuale e del suo recettore: se scompare o si modifica il recettore, la voce dell’intellettuale non solo cade nel vuoto, ma perde progressivamente i veicoli disposti ad ospitarla, sino a scomparire anch’essa, lasciando il campo a un vasto e molto meno visibile strato di scribi capaci di influenzare in modo indiretto e profondo lo stato mentale del Paese.
La mia tesi è che non sia scomparso l’intellettuale, ma che si sia modificato profondamente quello che un tempo era il suo recettore, cioè una classe dirigente che è stata progressivamente riassorbita nei ranghi di uno sterminato ceto medio post borghese, principalmente dedito al culto delle tre effe: fiction, fitness, fashion (Labranca).
Su questo Ceto Medio [medietà culturale, non di censo, ché ricchi e poveri vi condividono la stessa cultura (l’orientamento politico conta poco)], che chiamo Grande Ripieno (GR), hanno presa gli scribi, intendendo per scriba colui/colei che opera all’interno dei mezzi di comunicazione di massa, costruendo giorno per giorno l’impalcatura dello stato informativo e immaginativo della società.
È lì che si gioca la vera partita ed è dal quel terreno che l’intellettuale, tranne qualche eccezione su cui molto di discute (Saviano, Busi) è stato decisamente espulso.
La riduzione culturale dell’università ha fatto il resto, facendo mancare all’intellettuale anche quel prestigio accademico che lo poneva se non altro tra coloro che venivano scelti come consigliori del Principe.
Oggi, per docenti e studenti, l’università è un luogo di emarginazione piuttosto che di inclusione, dove vengono esperite mere pratiche di acculturazione minima per masse di giovani sempre più spaesati, de-motivati e soprattutto partecipi dei valori emanati e caldeggiati dagli scribi, con mezzi ben più potenti della lezione universitaria.
Allora sono loro, gli scribi, cioè gli intellettuali intermedi tra potere e Grande Ripieno, che lavorano in e per la televisione, nei giornali, nelle case editrici, nelle agenzie di pubblicità, nel cinema, alla radio e in ogni altro luogo da cui si può parlare direttamente alle masse, quelli capaci di incidere sulla coscienza del Paese ed è quindi, banalmente, quello il terreno cruciale della formazione di una cultura di massa post-borghese.
Gli intellettuali, intesi come «pensatori non specializzati», possono al più dialogare tra loro, perché nel momento in cui (raramente) si accostano ai mezzi di comunicazione di massa, o ne sono respinti, o vi sono usati secondo le modalità proprie di quei mezzi.
Tertium (per ora e fatta salva l’eccezione Saviano, caso a sé molto complicato) non datur.
C’è stato un tempo che è durato sino agli inizi degli Anni Ottanta e oltre, in cui una classe di intellettuali-autori, ha sostanzialmente gestito una parte rilevante del discorso trasmesso dai mezzi di comunicazione di massa, in particolare di quello più potente, la tv, giocando un ruolo decisivo sulla formazione di quella parvenza di culturale nazionale che ancora sussiste nel Paese.
Era una cultura scolastica, crocian-gentiliana, se si vuole, perfettamente corrispondente ai valori borghesi della classe allora culturalmente egemone, ma che, anche nella versione più cattolicamente addomesticata, era pur sempre portatrice di principi e virtù civili.
Estintasi quella classe egemone, crollate una per una le Case Politiche che per cinquant’anni avevano dato ricovero agli intellettuali, sovente come meri «fiori all’occhiello», proteggendoli, aiutandoli, garantendo loro spazi e risorse, il pensatore non specializzato si è ritrovato nudo come una lumaca senza guscio, privo di protezione ma anche di ascolto, portatore di messaggi che non interessavano più nessuno, perché la cultura della «civiltà montante» (Asor Rosa) era un’altra, egemonizzata da altri, in nome di altri e nuovi poteri.
Una volta liberi tutti, ci si aspettava l’avvento radioso di un pensiero finalmente liberato dalle «pastoie ideologiche», ma si dovette constatare che senza ideologia, senza nutrimento nel (e del) politico, il pensiero semplicemente si disidrata e si dissecca, non riesce più a scorrere nel sistema vascolare del Paese, dove ormai scorre tutt’altro fluido, questo sì ancora potentemente ideologico, iniettato da chi per primo è riuscito a «trovarne la vena» (De Benedetti, Carlo).
agosto 17, 2010
MORTE DI UNO SCRITTORE DI MERDA di V. Binaghi
(Già pubblicato su “La poesia e lo spirito, 22 luglio 2007″)
“Bastardi maledetti, vi ucciderò uno a uno, schifose chiaviche incartate in recensioni di terza pagina, le marchette che elargite a chi vi nominerà come becchini strapagati al prossimo funerale della letteratura, dove sceglierete come finalisti i libercoli degli amici degli amici proprio come avete fatto stasera, rottinculo: Il feto nella bottiglia, Pantecane a colazione, La mano sinistra di Azazel, e via così a spalmare merda in copertina per nascondere scritture insulse da liceali, mentre chi intinge la penna nel sangue della lingua viva è condannato alla fame, voglio vedervi morti e pisciare sul vostro cadavere, cornuti”.
Filava sparato a centossanta all’ora sull’autostrada quasi deserta, masticando bestemmie con la voce arrochita dai molti martini ingollati al ricevimento offerto dagli sponsor del Premio Letteratura Noir Rocco Scerlocco (una banca e un industriale di conserve alimentari), dopo aver incassato con signorile nonchalance l’esclusione dalla terzina dei finalisti, strette una decina di mani sudate e buttato lì un complimento discreto a una cronista di coscialunga. Adesso aveva sete, di nuovo.
Venti chilometri all’uscita, appena tre all’Autogrill.
Pigiò ancor più sull’acceleratore, maledicendo la carretta che aveva sperato di cambiare con i soldi del premio (“E’ praticamente tuo” aveva assicurato il suo agente, e lui gli aveva pure creduto, prima di scoprire che l’egregio aveva un altro autore di scuderia tra gli aspiranti finalisti, cui aveva garantito il medesimo successo). Adesso la gamba rigida sul pedale gli faceva quasi male, e un accenno di nausea gli schiudeva la gola ma avrebbe bevuto ancora, qualcosa di fresco però, una birra, ecco, e poi vomitato magari, sì, vomitato come un cornuto qualsiasi nel cesso dell’autogrill. Finalmente il cartello.
L’autore di Inferni a buon mercato spalancò la portiera e attese qualche secondo prima di mettere le gambe fuori. L’autogrill vegliava nella notte come uno di quei cani di casa che dormono con un occhio solo, imbelle e indifferente: bar tabacchi e pompe di benzina, due auto appena parcheggiate e un’altra che arrivava proprio in quel momento, si arrestò a pochi metri dalla sua. Nessuno scese, peccato, avrebbe fatto volentieri due chiacchiere, e poi a quell’ora quale automobilista non sogna una tardona in cerca d’amore? Dalla sua posizione non poteva vedere nemmeno se l’autista fosse maschio o femmina. Quello spense le luci e non diede segno di vita: probabilmente voleva solo farsi una dormita.
Bevve una birra alla spina e masticò patatine mollicce da una ciotola, residuo dell’aperitivo di sei ore prima. Vomitò compostamente nel water del locale, uscì.
Il passo era malcerto, ma lo stomaco aveva smesso di roteare come una centrifuga.
Pensò che avrebbe dormito due giorni almeno, e arrivato all’auto armeggiò con la chiave prima di centrare la serratura. Era talmente concentrato in quell’incombenza divenuta improvvisamente difficile, che non udì la portiera aprirsi e chiudersi, e l’autista dell’altra auto venire verso di lui, finchè l’ebbe di fronte.
Aveva una pistola in mano, di grosso calibro.
Un colpo solo, in faccia, ridusse il suo volto a una maschera ripugnante, come se l’assassino avesse obbedito alle indicazioni splatter di uno scenografo di quart’ordine.
Come le indagini chiarirono ben presto, l’assassino non era un collega invidioso, un editore truffato nè un debitore insoluto, ma, molto semplicemente, un lettore, che aveva interpretato alla lettera una delle sue pagine peggiori: “Esecuzione all’autogrill”
Raschiato il barile del noir, strizzate le mammelle alla cronaca nera per l’ultima goccia di siero spacciabile, l’autore aveva finito con lo scrivere la sceneggiatura del proprio omicidio. Il lettore – uno squinternato, ma chi oggi non lo è? – si era limitato a realizzare.
Perchè tutta quella gente aveva proprio ragione: lui era uno scrittore di merda, e a furia di spalmare merda sulla pagina si regalano strane idee alla brutta gente.
agosto 16, 2010
SCRITTORI E VAMPIRI di Roberta Borsani
Quanto legittimamente il reale può essere oggetto di rappresentazione artistica? In che misura l’artista è libero di utilizzare persone e circostanze reali, anche private, come materia di ispirazione? Rispondere a queste domande significa porsi il problema del rapporto tra verità storica e verità poetica.
In teoria la libertà della verità poetica è assoluta. Perché tra la storia e la rappresentazione c’è un salto di qualità, non una semplice distanza. La storia ha una propria pienezza di significato del tutto indipendente dalle sue trasfigurazione poetiche e la poesia può condurre avanti all’infinito il gioco di creare e ri-creare ispirandosi al reale in nome della libertà dell’immaginazione. La libertà dell’artista è infinita perché il mondo con cui ha a che fare è un mondo possibile. Estetico.
Dante ad esempio ha tratto ampiamente dalla storia del suo tempo il materiale da rappresentare. I suoi personaggi hanno il volto e il nome di soggetti realmente vissuti o addirittura ancora in vita. Cosa sgradita a molti suoi contemporanei che videro amici e parenti stigmatizzati in base ai loro vizi e condannati all’Inferno. Allegoria, trasposizione simbolica e anagogica su una base letterale magari esigua ma propizia, si poteva giustificare Dante. Però vedere il padre o il fratello immortalati sulla base di un vizio non piace. Che diritto aveva Dante di farlo? Non ci si pensa mai…
Io ho cominciato a pensarci vedendo valenti scrittori cedere alle richieste del mercato e accettare di raccontare attraverso romanzi o sceneggiature televisive eventi di cronaca (spesso, ma non sempre, nera), i cui protagonisti sono generalmente ancora in vita. Se qualcuno manca non mancano i parenti che, di fronte alle rappresentazioni di vicende dolorose e drammatiche in cui sono stati più o meno direttamente coinvolti, non possono non rinnovare la sofferenza, i dubbi, sentimenti magari feroci di colpa, rabbia. L’umiliazione di vedere la storia propria o di un congiunto reinterpretata sulla base, ovvio, di esigenze artistiche e d’impatto (purtroppo anche commerciali), può risultare intollerabile. A tutti è nota la polemica nata intorno al romanzo “Bianca come il latte rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia, ispirato alle vicende di una studentessa morta di un male incurabile. La madre della liceale ha accusato D’ Avenia di avere tradito la tragedia di sua figlia, riducendola ad «un insieme di paradigmi e di frasi fatte» ( vedi l’articolo di Paolo Di stefano, Corriere della sera, 28 febbraio 2010). Lo scrittore può avere però dalla sua solidi argomenti: la libertà di poeta, per il quale la verità storica è sostanzialmente materia d’invenzione. Persona e personaggio non si possono identificare. La sostanza della rappresentazione ha più a che fare con il virtuale che con la realtà. Il personaggio non è mai la persona. Verità sacrosanta.
Difficile però stabilire chi, tra lo scrittore e la famiglia, sia nel giusto. Solamente del dolore si può dire con certezza da che parte stia. Un solo dubbio: D’Avenia non poteva ispirarsi intimamente alla vicenda trasfigurandola completamente, onde evitare riferimenti a circostanze spinose che necessariamente avrebbero prodotto un impatto emotivo anche traumatico sui parenti ? O almeno, contattare questi ultimi, tastarne la disponibilità a leggere della propria figlia, mutata artisticamente in personaggio? Che cosa l’ha spinto a non celare, pudicamente potremmo quasi dire, il soggetto storico della sua ispirazione?
Dietro c’è una questione antica. Qualcuno disse che Orfeo il cantore abbia preferito perdere la “persona” Euridice, labile esistenza transeunte, in nome del “personaggio”, soggetto eterno di trasfigurazione poetica. Ritenendo magari, chissà, che la fama imperitura val bene una morte precoce. Non la pensa così il greco Achille però: ad Ulisse che lo consola negli Inferi rammentadogli come la sua morte in giovane età sia il presupposto di una gloria senza fine, risponde che un’eternità di gloria non vale un minuto di vita trascorsa alla luce del sole, fosse anche da schiavo. Meglio persona viva, anche per poco, che personaggio.
Oggi la questione è ancora più complicata. Il reality sta facendo saltare paletti ed equilibri faticosamente costruiti tra realtà e poesia, verità e rappresentazione. La stessa figura dell’artista e dello scrittore ne risente, perdendo l’ultima parvenza di “aura”.
Qualcuno, ad esempio, non esita a chiamare i propri personaggi, tratti brutalmente dalla vita di tutti i giorni, con il loro nome di persona, riportando esattamente parole, riflessioni, confidenze tali e quali furono ingenuamente affidate all’orecchio avido dello scrittore.
Altri, poiché la scrittura è terapeutica, utilizzano le loro pagine per beffeggiare nemici, ex amanti, concorrenti. Nomi e circostanze possono mutare, ma i segni perché qualche accorto lettore possa riconoscervi i soggetti storici ci sono. Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è insomma ammesso e anzi suggerito. Di solito è la scrittura di chi simula sotto un’apparenza di sdegno il puro risentimento. La rappresentazione distorta dell’altro è vissuta come curativa e appagante. Uno sfogo cattivo. Oggi però si chiama Reality book.
L’artista, insomma, è in generale uno con il pelo sullo stomaco? E l’arte è di sua natura spudorata?
(continua…)
agosto 15, 2010
agosto 14, 2010
RETORICHE ESTIVE
In un articolo comparso sul “Manifesto” e poi su Nazione Indiana, Cristian Raimo scrive:
A che gioco linguistico abbiamo giocato negli ultimi vent’anni? Quale è stato il linguaggio dominante della Seconda Repubblica? Quello che va tenuto presente con chiarezza è che con Berlusconi, con la sua pervasività nella scena politica, si è attuato un cambiamento totale nel nostro modo di parlare, e quindi – per restare a Wittgenstein – per relazionarci con il mondo. La Seconda Repubblica (…) non è stato solo un sistema di potere, ma è stato un sistema di potere che si è fatto sistema linguistico, nuovo assetto sociale.
Qual è stata la più significativa trasformazione che ha portato la discesa in campo del ’93, in questo senso? Che Berlusconi ha via via fatto piazza pulita del livello referenziale del linguaggio, sostituendolo con un livello che potremmo definire “performativo vuoto”. Qualunque cosa Berlusconi dice non si riferisce a una questione in sé (che siano le tasse, il governo, il terremoto, le elezioni, o qualunque altro tema): quello che Berlusconi dice è sempre un fare. È un mostrare di esserci, è rassicurare gli italiani con i ghe pensi mì, è farsi vedere sorridente o abbronzato o ferito, è insultare l’opposizione, è fare killeraggio mediatico attraverso i giornali di famiglia, è condizionare i telegiornali pubblici fino a farli omettere le notizie o farli parlare di “strani calzini turchesi”, è vantarsi dei propri risultati o delle proprie virtù sessuali, è divertire con qualche barzelletta, è promettere cure per il cancro… Finisce con l’essere indifferente se le sue frasi siano credibili, sensate, ancorate al reale, non autocontradditorie… Il senso di ciò che dice sta sempre nell’effetto che queste frasi producono. Per questa ragione Berlusconi può permettersi di enunciare un giorno una cosa e smentirla senza troppe remore il giorno successivo. Le sue affermazioni non devono passare il vaglio della coerenza logica o morale. Quello che andrà valutato del suo discorso – se riconosciamo che il senso coincide con l’effetto – sarà solo l’effetto che farà la smentita il giorno dopo.
Analisi ineccepibile, a mio avviso, senonchè per Raimo la strategia che dovrebbe guidare la resistenza politica al berlusconismo dovrebbe incentrarsi su una sorta di anti-retorica, cioè:
imparare a maneggiare un po’ meglio questa retorica “performativa vuota” e rovesciarla a proprio vantaggio. (…) Facciamo un esempio: mettiamo che invece di provare a opporre delle ragioni logiche, un discorso realistico, a un Berlusconi che fa proclami deliranti sul cancro sconfitto in tre anni, noi scoprissimo le carte di questo stile pubblicitario: esasperandolo, parodizzandolo, prendendolo alla lettera. Di fronte a una dichiarazione del genere, un leader di sinistra potrebbe semplicemente dire: “Tre anni sono troppi: la sinistra lo farà entro l’autunno”. Oppure: rispetto a Berlusconi che disegna un qualsiasi progetto politico, si potrebbe replicare: “Apprezziamo molto le posizioni politiche di Berlusconi, l’unica preoccupazione è che Berlusconi puzza, stargli vicino è un problema”. Berlusconi è brutto, Berlusconi puzza, Berlusconi è vecchio, Berlusconi non sa l’inglese, Berlusconi si mangia le parole, Berlusconi c’ha le orecchie a sventola, Berlusconi c’ha la pelle grassa, Berlusconi ha la forfora, etc… Se non fosse per queste ragioni, sarebbe un valente statista. Questo non è abbassarsi al suo livello, questo è comprendere il suo habitus linguistico. Che è perennemente aggressivo, violento, insultante, parossistico. Se quando Berlusconi si riferisce a Rosy Bindi può liquidarla senza troppi pudori come una lesbica cozza, se un quotidiano come il Giornale può titolare a nove colonne Boffo frocio, perché non pensare di opporsi a questo stile provando a disinnescare la violenza evidente e implicita di una comunicazione di questo tipo? Non basta fare i signori. Non è sufficiente esibire un altro stile. E non si tratta neanche di rispondere a violenza con violenza. Occorre invece mostrare l’inefficacia di quest’aggressione, sabotando la violenza. (…) Se qualcuno, per dire, fa un’affermazione, io posso oppormi replicando che è vera o falsa, condivisibile o meno: mi confronto con il contenuto di quest’affermazione. Ma se io voglio oppormi a qualcuno che non fa un’affermazione, ma una minaccia, una promessa, una testimonianza, non ha senso che io mi confronti con il contenuto di questo atto. Posso piuttosto mostrare che questa promessa non è valida, che questa minaccia non è efficace, che questa testimonianza non è credibile. Posso insomma invalidare l’atto linguistico. Così con Berlusconi non ha senso criticare questa o quella sua affermazione, ma ha più forza divincolarsi dal suo abbraccio retorico, per delegittimare costantemente il suo discorso. Smettiamo di porre questioni morali (a che è valso scandalizzarsi perché frequentava minorenni o perché la sua ricchezza è in odore di mafia?) o di disprezzare il suo progetto politico (quale?): ciò che serve per smontare Berlusconi è semplicemente mostrare che si tratta di un pessimo performer, un attore di quart’ordine, un animatore da villaggio turistico noioso, un cantante da crociera sulla via del tramonto. È un vecchio bolso e rompipalle, non una cattiva persona.
Con tutta la stima che ho per Raimo, che leggo sempre con attenzione, questo pezzo mi pare un esempio fin troppo calzante dell’assoluta incapacità dell’intellettuale italiano di sinistra di comprendere la politica, e in qualche modo anche del vuoto politico che in questi anni ha fronteggiato Berlusconi il quale, come ha recentemente ricordato Montezemolo (uno che di monopoli se ne intende), nelle ultime tornate elettorali ha vinto per mancanza di concorrenti.
Questa de-costruzione della retorica berlusconiana cui si opporrebbe una contro-retorica è tanto seducente sul piano analitico quanto politicamente sterile. La retorica del potere è sempre più o meno vuota (vogliamo parlare della “grandeur” mussoliniana, degli “opposti estremismi” d’epoca centrista o della “modernizzazione” craxiana?), ma essa serve a razionalizzare, a giustificare a posteriori, non a generare il consenso, che invece nasce da questioni molto reali.
Al di là delle campagne acquisti che gli procura la sua ricchezza personale e dall’ingenua speranza della piccola borghesia di imitare le sue fortune, il consenso decisivo a Berlusconi viene dalla Lega che gli dà la maggioranza dei collegi del nord (toltogli quello il suo governo nel 94 è caduto e oggi l’asse con Bossi è l’unica forza reale su cui si regge). A sua volta il consenso della Lega nasce dal fatto che ci sono almeno tre regioni del sud soggette ad un’economia criminale, buco nero per la finanza pubblica quasi interamente sostenuta dall’economia settentrionale. Berlusconi è in ostaggio di Bossi e si appresta a varare un federalismo che è in realtà una secessione mascherata, e l’unica maniera per evitarlo è fare quello che nessuno da Giolitti in poi si è mai sentito di fare: risolvere la questione meridionale sul serio, nell’unico modo possibile, non con qualche arresto eccellente ma con una guerra vera all’economia criminale, fatta di esplorazione sistematica di conti bancari e attività imprenditoriali, insomma non bombe “intelligenti” sganciate da diecimila metri ma con il controllo del territorio, quello con cui le guerre si vincono.
Non piace il gergo militare? Neanche a me. Ma in questo paese dove non c’è mai stata una vera rivoluzione, questa è una necessità. Dagli anni Cinquanta all’altroieri l’economia del centro-nord ha potuto tollerare l’anomalia, facendosene carico con le proprie eccedenze, ma nell’ultimo ventennio le cose sono cambiate: tutti hanno capito benissimo che il nuovo boom economico non ci sarà e la minaccia della secessione è reale, se non già iniziata nei fatti (guardate i dati su scolarizzazione, sanità e servizi). Non si tratta di corteggiare la Lega da sinistra, ma di eliminarne la ragion d’essere risolvendo la questione che la origina.
Altro che parole vuote. Italianità e legalità sono parole piene che possono cementare un’alleanza politica, ma solo tra coloro che possono permettersi di usarle.
Se poi si vuole ridere o far ridere alle spalle di Berlusconi, allora è meglio il Vernacoliere. Ma il Vernacoliere esiste da decenni, e non ha mai rovesciato nessun governo nè forgiato alternativi programmi di governabilità.
agosto 13, 2010
PENSIERI ESTIVI AD ALTA VOCE di V. Binaghi
Dice il barbiere stamattina: “Si va al voto”
“Al voto, al voto!” ripete Bossi alla radio con quella vociaccia che vorrebbe sembrare il fratello più fico di Long John Silver, ma è un povero Cristo anche lui, gonfiato da Ercolino-sempre-in piedi per mancanza di successori (il Trota no, dai!), si dice che si ritrovi conciato così perchè si era imbottito di Viagra per scoparsi una soubrette, lui, il “senadur” che voleva imitare il Silvio (è proprio vero che Berlusconi è un Re Mida alla rovescia: appesta e sgonfia tutto quello che tocca).
“Al voto, al voto!” echeggiano i Berluscones, ostentando sicurezza (ma con questa legge elettorale c’è il rischio che al Senato sia pari e patta). Sanno che nemmeno loro sono ancora pronti per una successione, e se il Silvio cuoce al fuoco lento di un governo istituzionale è finito: un patto costituente le riforme potrebbe farle sul serio, e con una maggioranza trasversale, gli italiani forse capirebbero finalmente che un leader maximo non è così essenziale, sarebbe una tragedia per lo psiconano e per il suo partito-azienda, che non avrebbe oggi come oggi nessuna possibilità di sopravvivergli.
I “Finiani” non si capiscono. Non che non li capisca io solo, è che proprio non si capiscono tra loro. Non sanno che consenso avrebbero attualmente nel paese, non sanno con chi fare sponda (Casini, si sa, ti sguscia dalle mani come un’anguilla, e poi è lui che aspira da tempo a guidare un terzo polo, quindi è più credibile: perchè stendergli la passatoia e portargli altro consenso? Rutelli non pervenuto. E’ dal parrucchiere a tingersi i riccioli).
L’opposizione di sinistra è indecisa, come sempre. Attratta dall’ipotesi di una larga coalizione, ma spaventata dall’idea di ripetere “L’armata Brancaleone” degli ultimi anni, cerca un leader perchè ne ha troppi e nessuno del carisma di Berlusconi, in mancanza di quello servirebbe un contrassegno strategico, una linea programmatica che possa credibilmente unire tutti da Fini a Vendola, ma quale?
Bersani ha parlato di un CLN per liberarci dal Berlusconismo. Suggestivo, ma micidiale: ripete la strategia dell’”anti”, già risultata perdente contro il sapiente uso del vittimismo da parte del cavaliere.
Giustamente, Massimo Adinolfi scrive che basterebbe l’aggettivo “italiano” per dare un volto a chi in questo parlamento se lo può permettere (non Berlusconi che, ostaggio di Bossi, sta per varare un federalismo che soffocherà il sud e infatti ha come vero obiettivo la secessione).
Suggerirei, timidamente, un secondo aggettivo: “legale”.
Dovrebbe essere la parola d’ordine condivisa non solo per chi vuole sbarazzarsi del partito degli inquisiti, ma soprattutto per dichiarare guerra alla mafia, che è la vera ragione del sottosviluppo e della corruzione meridionale. Una guerra vera, fatta non di arresti eclatanti (che stanno alla guerra come le bombe sganciate da diecimila metri di altezza) ma di esplorazioni sui conti bancari e sulle attività imprenditoriali (che stanno alla guerra come il controllo del territorio, quello che in Afghanistan non c’è, e infatti la guerra è persa). Costerà sangue, certo, e non potrete avere applausi a Scampia o a Secondigliano, non potrete fregiarvi di arresti eccellenti senza sporcarvi le mani in posti come Rosarno, ma senza sangue non si vincono le guerre.
Certo, per fregiarsi di questo titolo, per dare il via a una “legalizzazione” del paese, bisogna farlo a 360 gradi e smetterla di strizzare l’occhietto quando a essere colti in flagrante sono i cugini, il motociclista o il cantante di successo.
Quando sento che nelle truffe degli yacht sono coinvolti insieme a gentaglia come Briatore e a un campione della sottocultura berlusconiana come Massimo Boldi anche il corsaro de noantri, Vasco Rossi, quello della “vita spericolata”, un ribelle in sedicesimo che mi ha sempre ricordato il peggior Battisti, più che la musica rock, con quei testi ammiccanti al consumo della trasgressione più che a qualche vera forma di emancipazione, penso che è proprio vero, la prima impressione è quella che conta, anche se sembrano agli antipodi Boldi e il Blasco sono emersi negli anni del craxismo e del Drive In, due facce diverse della stessa Italia modernizzata a furia di cocaina e preservativi alla fragola, ma molto più povera d’anima di quanto non fosse quand’era cattocomunista.
Se il CLN è contro questi ammiccamenti, se significa andarci giù duri e fino in fondo, se è una vera rivoluzione (quella che l’Italia non ha mai avuto), io ci sto, Bersani.
Se invece è una manovrina per mettere al posto dello psiconano (che tanto muore da solo) un Prodi, un Draghi o un’altro scagnozzo della Goldman Sachs, e svendere agli amici degli amici qualche altro pezzo di paese come si è fatto in precedenza, allora, Bersani, vaffanculo anche tu.
Sono troppo malizioso? La fiducia è una cosa seria, e una volta che si è persa è più difficile da ricostruire di un imene.
Ci vorrebbe una faccia non solo nuova (Vendola non ha niente che non va, per me, però non è con lui che si potrà ricostruire un arco costituzionale), ma capace di riunire più che di dividere. Come ho già scritto (e non era una semplice provocazione), io chiederei a Saviano.
agosto 9, 2010
ROBERTO COGO recensisce LA POESIA DI ROBERTA BORSANI
(Sul numero 47 della Rivista Le Voci della Luna)
Roberta Borsani intesse magistralmente i suoi chiari versi brevi con l’uso di elementi naturali o di evocative pseudo-ninne-nanne infantili — mai versi banali, sempre simili a rami carichi di frutti su grandi alberi dai nomi ignoti o ancora da riconoscere o scoprire. Verbo e nominazione attraggono e stimolano subito l’attenzione e l’interesse, sia nell’autrice che nel lettore, essendo affrontati a viso aperto nel tentativo di svelarne le diverse sfaccettature e i sovrappiù di senso — in un gioco ripetuto di metapoetici riflessi, rivolti però verso l’esterno, verso il mondo sacro delle cose e delle creature, con rispetto e devozione. Mai vi si trova traccia di gretta autocontemplazione o di compiacimento. In questa chiave poetica, i sogni si mescolano e fondono con i diversi momenti del giorno, col trascorrere del tempo breve dell’esistenza. Sono momenti in cui l’essere abbraccia la natura delle cose in una percezione-sensazione di panica vicinanza al divino immanente, mentre i richiami di fantastiche cantilene aprono e richiudono, in un battito di ritmo, lontananze e immagini di verità spazio-temporali — rese come d’incanto semplici e fruibili dalle scelte lessicali dell’autrice, tutte rivolte a un alto grado di limpida trasparente leggibilità. Riprendendo una celebre espressione del filosofo americano A. D. Whitehead, poi adottata da poeti del calibro di R. Duncan, R. Creeley, C. Olson e G. Snyder, parlerei per questa poesia di immediatezza presentazionale — quel contatto primo con le cose o con le loro immagini reso con un’esplosione di luce, come un bagliore svelato al suo interno, oppure come una dinamica proiezione rivolta a inconsueti mondi di lontananze e di futuro, a frutti, e mi ripeto, ancora tutti da riconoscere o scoprire. Questo mi pare uno dei grandi compiti della poesia che Roberta Borsani sembra tenere in grande considerazione. Poesia del senso, dell’attesa e della ricerca partecipe sia al dolore cosmico che alle umane vicende, riassunte nelle domande-chiave di sempre, attraverso l’uso elegante di versi semplici ed esigui ma sempre ricchi di metaforici echi e rimandi.
Sullo stesso numero della Rivista, una silloge di poesie inedite, tra cui:
ti cerco mio infinito
nel cielo
cado
da un tenue trapezio
di puro pensiero
plano su foglie fresche
sdraiate sull’acqua
non mi rompo
ho male solo all’anima
dentro
c’è rimasto il bisturi
del pianto di passero
nei giorni di neve
(continua…)
IL BLOG COMPIE TRE ANNI
In questi tre anni è stato visitato in tutto 536.404 volte.
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Nel mese di agosto posterò un po’ a singhiozzo, perchè vado e vengo da casa al mio “buen retiro” in collina dove non ho telefono, computer e collegamenti.
Un’estate serena a tutti.















