1. Serve a qualcosa porre ossessivamente la stessa questione, come se il problema fosse “farci aprire gli occhi”, “farci ragionare”? E’ tanto difficile rendersi conto che sulla «Questione Mondadori», nodo strategico che riguarda direttamente il nostro lavoro e il nostro stesso esistere, noi abbiamo ragionato, ragioniamo e continueremo a ragionare molto più di qualunque nostro interlocutore? Ed è tanto difficile accettare il fatto che abbiamo tratto conclusioni 1) chiare e 2) diverse da quelle di chi vorrebbe il boicottaggio?
2. Sì, a quanto pare è difficile. E’ più facile (e comodo) pensare che siamo… disinformati, che non abbiamo riflettuto abbastanza, che non ci rendiamo conto. Ecco quindi che si tenta di convincerci, di “aprirci gli occhi”, come se i Boycott Boys avessero la Verità in saccoccia e noi fossimo anime erranti nel Grande Errore.
La differenza tra noi e loro è che noi abbiamo dubbi, perché stare nella contraddizione riconoscendola come tale implica il dubbio (altrimenti non la vivremmo come contraddizione); loro invece dichiarano solo certezze: dobbiamo – fare – come – dicono – loro.
3. Le nostre valutazioni sono, appunto, le nostre valutazioni. Lo abbiamo sempre detto: le nostre scelte e strategie potrebbero essere sbagliate. Se concludessimo di avere sbagliato, lo riconosceremmo come sempre abbiamo riconosciuto i nostri errori (anche gravi e drammatici, come quelli compiuti nei mesi precedenti il G8 di Genova).
Ci stranisce la sicumera, l’approccio fideistico di chi è sicuro che deprivare l’Einaudi di tutti gli autori che non la pensano come Berlusconi sarebbe un colpo inferto a quest’ultimo etc. Sinceramente, di simili certezze non abbiamo affatto invidia e ci fanno anche un po’ spavento.
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1) Come ho già scritto altrove, le posizioni astratte dal contesto non rivelano alcun senso della libertà decisionale. Il contesto è che in Italia la casa editrice col catalogo più poeticamente eversivo è di proprietà del Caimano, il quale comunque non ha cambiato i connotati alla casa editrice medesima (certo più per convenienza o per indifferenza alla cultura che non per amore di essa).
2) In Einaudi qualunque scrittore italiano (me compreso) ci verrebbe di corsa, se ambisse non alla semplice pubblicabilità o remunerazione, ma proprio ad una sua collocazione nella tradizione culturale che la casa editrice rappresenta.
3) Quello che non si chiederebbe all’operaio Fiat che lavora in un contesto dove si prepara la peggior contro-riforma del lavoro degli ultimi cinquant’anni, lo si chiede allo scrittore, che comunque si serve dell’editore per amplificare le proprie idee, in molti casi portatrici di valore etico indiscutibile. Questo mi pare assurdo.
4) Dove non sono daccordo con voi è su un altro punto. Dite giustamente di non eludere la contraddizione ma parlarne, “per dire che c’è ed è stridente”, ma non siete abbastanza conseguenti su questo. La contraddizione è che non ci sono rivoluzionari senza rivoluzione, e l’unica posizione coerentemente concessa all’intellettuale in questo contesto è quella della testimonianza con la propria arte: politicamente parlando, prendere atto del fatto che non esiste un predellino rivoluzionario quando il medesimo è fornito dal potere mediatico dominante. Smettere di dividere il mondo in rivoluzionari e reazionari e cominciare ad usare categorie come onesti e disonesti (detto degli uomini), complessi e grossolani (detto dei testi), umani e disumani (detto dei comportamenti). Rinunciare a quel manicheismo che per altri versi vi urta ma che la categoria di cui sopra non manca di perpetuare. Si tratta di rinunciare a un potere che non è quello del denaro o delle armi ma di un credito che eccede quello dell’arte e che oggi e in questo contesto risulta equivoco.
Commento di vbinaghi — agosto 27, 2010 @ 10:48 am |
Ciao Valter come stai?
Ho seguito il dibattito.
Solo due cosette. Il vero problema – visto che, a mio avviso, Roma 2010 non è Weimar 1933, sempre che non ci si voglia fare del male da soli – non è con “chi” pubblicare o meno, ma “cosa” si pubblica. O detto altrimenti: se si pubblica perché si hanno cose da dire oppure se si pubblica perché Narciso e il Mercato devono avere entro Natale la loro libbra di carne.
Da questo punto di vista, per chiunque abbia un minimo di cultura teologica approfondita, il caso Mancuso non è un caso, se non nei termini di un chiaro disturbo narcisistico di personalità… Roba insomma, da terapeuta di fiducia, signora mia, e non da prime pagine nazionali o da blog “de panza” come il tuo.
Ti abbraccio, come sempre.
Carlo
Commento di Carlo Gambescia — agosto 27, 2010 @ 3:41 pm |
E’ veramente bello risentirti, Carlo.
E sulla teologia di Mancuso la pensiamo uguale.
Commento di vbinaghi — agosto 27, 2010 @ 4:55 pm |