Doctor Blue and Sister Robinia

settembre 29, 2010

UN READING PER JOHNNY CASH

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 11:48 pm

Venerdì 1 ottobre ore 21.30

CASA DEL POPOLO Via Roma 78/80
Arona (NO)

Letture e canzoni a cura di
Valter Binaghi
Alle chitarre:
Marco Paiano
Massimiliano Tollin

LIBERTA’ di Ernst Junger

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 12:43 pm
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Trovo questa citazione di un autore che amo moltissimo ma che non ho letto integralmente in Almanacco Romano e qui ripropongo in un giorno buio (il compleanno di Berlusconi e Bersani insieme – che coppia)

«Io non sono un liberale – almeno non nel senso che per questo scopo ci si debba mettere insieme e si debba votare. La libertà la portiamo dentro di noi; un buon cervello la realizza in ogni regime. Riconosciuto come tale, avanza dappertutto, passa qualunque linea. Non è lui a traversare i regimi, sono loro che lo traversano, quasi senza lasciar traccia. Può fare a meno di loro, non loro di lui. Se sono duri, ciò affina l’intelligenza»
(Ernst Junger – Il problema di Aladino – Adelphi)

settembre 27, 2010

PSICOPOLITICA(3) PEDANTERIA DEL CENTRO di Valter Binaghi

Il Centro è innanzitutto e letteralmente un elemento di uno schema spaziale. Sarebbe meglio dire che ci sono tre schemi spaziali all’interno dei quali il termine Centro ha un senso e, data la diversità dei “frames”, ha un senso diverso in ognuno di essi.
C’è lo schema spaziale che corrisponde all’asse verticale, dove il Centro è la medietà tra alto e basso.
C’è lo schema spaziale che corrisponde all’asse orizzontale, dove il Centro è la medietà tra destra e sinistra.
Infine, c’è lo schema spaziale che corrisponde all’intersezione, dove il centro è il punto in cui si incontrano minimo due, massimo infinite rette. Si può visualizzare come il centro di una raggera o come quello di una circonferenza.
Brevemente, vorrei mostrare come l’utilizzo del termine Centro in politica risente volta a volta di uno di questi tre “frames” (più spesso risulta dalla loro contaminazione) con effetti diversi di rispondenza alla realtà sociale e di acquisizione del consenso.

Stando a storici delle religioni come Georges Dumezil, pare che la rappresentazione sociale e religiosa dei popoli indoeuropei sia fortemente condizionata dall’asse verticale. Indiani, Persiani, Celti, Germani, Greci e Romani hanno declinato il loro pantheon nei termini di Divinità uraniche e oziose, divinità profetiche e combattive, divinità telluriche fattive e generatrici, il cui schema romano ad esempio è Jupiter-Mars-Quirinus. A questo pantheon corrisponde la stratificazione sociale sacerdoti-guerrieri-produttori, ancora riconoscibile nella Repubblica platonica e molto evidentemente riprodotta nel medioevo europeo (oratores-bellatores-laboratores). La secolarizzazione della civiltà occidentale ha tradotto questo asse verticale nei termini di una gerarchia puramente economica (borghesia-ceto medio-proletariato), cui però resta ambiguamente appiccicata qualcosa dell’antica dignità, quando si parla a proposito della borghesia di una “classe dirigente”, il che implicherebbe una certa supremazia spirituale in quella che, in effetti, è semplicemente un’oligarchia della ricchezza.

La consapevolezza del carattere puramente laico e materiale delle distinzioni sociali moderne, ha portato via via la politica a sposare, dopo le rivoluzioni borghesi, il “frame” dell’asse orizzontale. A questo si aggiunge il carattere “progressivo” della società industriale, caratterizzata molto più dall’innovazione delle tecniche che dalla conservazione dell’ordine tradizionale. Ecco allora la geografia parlamentare tipica dei secoli XIX e XX. Se l’estremo di destra raccoglie istanze conservatrici e quello di sinistra istanze rivoluzionarie, il centro diventa il luogo dell’equilibrio e dei “moderati”, garanzia di governabilità quanto più esso si estende ai danni delle frange estreme. Questo in Italia si traduce nella politica del connubio di Cavour, nel “pendolarismo” della politica di Giolitti e poi nei lunghi anni della dominanza democristiana, il cui slogan vincente negli anni di crisi del modello era mettere in guardia gli elettori dagli “opposti estremismi”.

In apparenza, il “frame” orizzontale è anche oggi molto “à la page”, dato l’affollamento al centro e la ricerca ossessiva dei voti del “ceto medio” da parte di formazioni che un bipolarismo goffamente adattato alla complessa realtà italiana costringe a connotazioni conservatrici o progressiste. In realtà, la crisi profonda di questo “frame” sarebbe evidente da tempo, a chi avesse occhi per guardare. Infatti, le forze politiche che si sono maggiormente avvantaggiate negli ultimi dieci anni sono precisamente quelle che hanno abbandonato nei fatti quel modello, messo irrimediabilmente in crisi dalla fine della guerra fredda. Il partito di Berlusconi si è sapientemente denominato “Forza Italia”, facendo leva sul riscatto nazionale e sul “nuovo miracolo italiano”, propugnando un’idea di libero mercato come capace di arricchire tutti e puntando sulle icone nazional-popolari del calcio e dello spettacolo più che sui tradizionali elementi della conservazione. Fintanto che gli è stato possibile propugnare questa immagine, ha raccolto molti consensi. Se oggi è in declino, è perchè la crisi economica svela impietosamente il carattere “di classe” della sua politica, ad esempio con la manovra economica straordinaria che mette le mani in tasca agli impiegati statali, coi tagli alla scuola, col disinteresse mostrato nei confronti dei danni prodotti dalla globalizzazione sull’occupazione, pur di non frenare l’espansione dei ceti imprenditoriali che delocalizzano e di non tassare le rendite finanziarie di quello che è il suo vero elettorato di riferimento.
Non conosce battute d’arresto anzi è in evidente crescita di consenso la Lega, che fin dall’inizio ha evitato l’ubicazione nel “frame” destra-centro-sinistra per puntare tutto sull’identificazione con la comunità locale. Percepita come movimento popolare prima ancora che come partito interclassista, la Lega raccoglie consensi dall’alto al basso della piramide sociale e come è noto ha tolto ai partiti di sinistra il voto degli operai del nord.
A pagare le spese è proprio la sinistra, che è risultata molto in ritardo nell’abbandonare il modello orizzontale e quindi non riesce a differenza di Lega e Pdl a suscitare empatia generalizzata perchè appare arroccata in difesa dei soli ceti salariati. A quel punto cade nel trappolone e cerca di mettere insieme proletariato e ceto medio, cercando il consenso di quest’ultimo, senza rendersi conto che il ceto medio è il luogo dell’angoscia, che scatena pulsioni conservative e trascina con sè chiunque vi si riferisca. Provo a spiegarmi meglio. E’ stato detto che il ceto medio rappresenta la più vistosa smentita alle previsioni marxiste: Marx prevedeva una concentrazione economica in pochissime mani, una proletarizzazione dell’intera società e la scomparsa dei ceti medi. Il XX secolo ha mostrato esattamente il contrario: è sul ceto medio sempre più esteso (non solo piccola impresa, artigianato, professionisti e burocrati ma anche la cosiddetta aristocrazia operaia) che si è fondato il consenso crescente al sistema capitalistico. Questo è vero, come è vero però che il ceto medio, nella misura in cui si percepisce come tale, è costantemente lacerato tra l’ambizione a salire la scala sociale e la minaccia di perdere posizioni ed essere risucchiato nell’inferno del proletariato o della precarietà. Infatti le sue scelte politiche oscillano da un consenso ai “moderati”, alla ricerca di soluzioni fasciste o parafasciste nei momenti di crisi economica. Insomma, nella misura in cui si rivolge a un “ceto medio”, la sinistra non fa che confermare il “frame” da cui il ceto medio trae origine: quello dell’asse verticale, dove la borghesia è “classe dirigente”, uno che comanda è meglio di troppe chiacchiere e la spesa pubblica è una sciagura che toglie sangue alla produttività. A loro volta gli operai si sentono traditi, non capiscono le diatribe dei leader PD su chi includere e chi escludere dalle alleanze e si allontanano dalla sinistra e dal voto.

Un modo per superare l’inattualità e la stasi del pantano politico in cui l’Italia si trova, è quello di lasciarsi alle spalle gli assi verticale e orizzontale, ed assumere un universalismo politico non presunto ma reale, che mette al centro non la scalata sociale nè l’ossessione della novità o della conservazione, ma la qualità della vita. L’acqua pulita e gratuita, Internet a costo zero, energia solare ed eolica al posto del petrolio, legalità nel sociale e nel politico, pari opportunità per uomini e donne: queste cose non sono di destra nè di sinistra, non portano acqua al mulino dei ricchi o dei poveri. In quanto elementi oggettivamente riconosciuti di progresso, possono essere trasversalmente condivisi, e una volta condivisi la loro realizzazione può creare occupazione e profitto. Fra i tre “frames” che ho proposto, questa narrazione intercetta l’ultimo, dove il centro è la persona o il programma che si propone come luogo d’intersezione delle aspirazioni di tutti. Un centro che è ovunque e in nessun luogo, e non si lascia ridimensionare da posizioni antagoniste, un po’ come il Jolly in un mazzo di carte, che può servire in qualsiasi combinazione e quindi non si scarta mai. Uso apposta questa immagine, perchè questa è la posizione attualmente assunta da un comico, Beppe Grillo, che col suo movimento si pone molto consapevolmente in quest’ottica, ed è l’unico che può farlo, perchè la sua immagine pubblica non solo glielo consente ma addirittura glielo richiede. Solo un buffone? Attenzione, è un buffone che denunciava lo scandalo Parmalat mesi prima che la magistratura se ne occupasse, che espulso dalla televisione ha costruito con il Web (il luogo senza gerarchie nè direzioni, dove ogni punto è un centro potenziale) un movimento che ha decine di migliaia di aderenti ed è destinato a crescere. “Attenti al buffone”, titolava un vecchio film. La politica italiana è il luogo dello sperpero, delle rendite di posizione, delle millanterie e di vecchi generali che combattono la guerra precedente. Fossi in loro, comici involontari, avrei paura di un comico vero.

settembre 25, 2010

PSICOPOLITICA(2) I FRAMES DELLA GELMINI di Valter Binaghi

Frame
Il linguista George Lakoff definisce come “frames” le strutture narrative in cui noi inseriamo i vari elementi del linguaggio e della percezione del reale, cioè le forme all’interno delle quali ciò che accade entra in uno o l’altro orizzonte di significato. Ad esempio, nel post precedente si mostrava come l’amministrazione Bush è riuscita a imporre la reazione all’attacco delle Twin Towers come una “guerra al Terrore”, e come l’egemonia di questo “frame” abbia creato di fatto le premesse per uno stato di guerra permanente.
Poichè le grandi nazioni fanno grande politica, e le piccole ne fanno di piccola, noi ci accontentiamo di un esempio molto più modesto. Prendiamo la riforma scolastica Gelmini, e vediamo come l’opposta lettura che se ne fa dipende essenzialmente dalla sua inclusione in narrazioni antitetiche. Dopodiche, visto che non ci fingiamo indifferenti e abbiamo una nostra ben precisa opinione in proposito, ci chiederemo come è possibile smascherare quella che a noi appare una narrazione scorretta, sostenuta più dalla propaganda del partito di governo che dalla realtà dei fatti.

La pulzella.
Gelmini, come Giovanna d’Arco, libera la patria dall’occupazione straniera, cioè dai parassiti che hanno occupato la pubblica amministrazione (e soprattutto la scuola) negli anni di governo del centro-sinistra. Sono sciatti, impreparati e soprattutto troppi: una casta che riproduce se stessa senza alcun beneficio per la collettività. Lei, intemerata pulzella, scende dal cielo (è troppo giovane per essere compromessa con le amministrazioni precedenti) armata unicamente della sua visione: una scuola nuovamente meritocratica ed efficiente, che fa risparmiare i contribuenti ridimensionando il corpo insegnante per diminuire il rapporto docente per alunni. La sua comunicazione algida per non dire frigidina viene interpretata in questo “frame” come una conferma del suo essere super partes, al servizio non di una strategia politica ma di una missione trascendente: il bene comune.

La strega.
Non c’è spreco nella scuola italiana (le cui risorse sono state costantemente ridotte nell’ultimo decennio)(1), e per quanto riguarda il numero di insegnanti per alunno, che è superiore alla media europea, va ricordato che esso comprende anche gli insegnanti di religione, anomalia tutta italiana che però il partito della Gelmini si guarda bene dal mettere in discussione. I tagli della Gelmini (perchè di questo si tratta, avete mai visto una riforma a costo zero?) sono il classico strumento di un governo di destra per attuare ai danni della collettività quella che Lakoff definisce “privatizzazione predatoria”(2). Esso conduce in effetti a un peggioramento nella qualità dei servizi pubblici soprattutto nei confronti delle fasce più deboli (disabili, alunni in difficoltà, aspiranti a corsi universitari cui è imposto il numero chiuso) a fronte di crescenti sussidi erogati alla scuola privata. Il sacrificio degli innocenti e dei poveri alla logica del profitto (dei pochi) configura l’operato non della pulzella ma della strega: la comunicazione algida e distante della Gelmini nasce dalla sua funzione strumentale più che soggettiva in questa operazione (più che un ministro dell’istruzione con una visione propria è la scure di Tremonti)

Strategie perdenti e vincenti
Quale strategia per smontare la narrazione mistificante? Basta intervistare chiunque è realmente coinvolto nei problemi della scuola pubblica (insegnanti, studenti di ogni ordine e grado, genitori) per rendersi conto che la Gelmini sta riuscendo nella difficile impresa di mettere tutti daccordo sul carattere catastrofico della sua riforma presunta. Eppure, nell’opinione pubblica generale, la cosa non viene adeguatamente percepita, anzi la Gelmini rivela un certo gradimento. Perchè?
Scrive Lakoff: “La prima lezione sull’uso del framing in politica è non accettare il framing dell’avversario”(3). Purtroppo è esattamente quello che accade quando la protesta nei confronti della riforma viene esibita soprattutto dai precari. In quanto non assunti nella pubblica amministrazione, essi vengono percepiti come un “optional” di cui la pubblica amministrazione può fare a meno (anche se la realtà è ben diversa: essi sono da molti anni essenziali per un servizio adeguato, e la mancata assunzione è dipesa da scelte politiche che hanno stornato fondi dalla scuola per indirizzarle ad altri comparti). Lasciare ad essi la protesta conferma la narrazione di regime: sono le truppe di occupazione che resistono al Risorgimento guidato dalla Pulzella. In generale, è sbagliato che la contestazione della riforma venga dagli insegnanti soli, perchè si tratta di una categoria particolare che chiede empatia generale, inoculando il sospetto di una difesa corporativa.
La strategia da seguire è invece quella di presidiare i media con la protesta di genitori e alunni che contesteranno i disservizi inevitabilmente prodotti dalla scure della sciagurata Mariastella. Gli innocenti colpiti smentiscono la narrazione di regime e la sua pretesa di migliorare la scuola, e soprattutto in questo caso è una componente non particolare ma universale del tessuto sociale che chiede empatia. Riduzione del tempo pieno alle elementari, classi scoperte alle medie inferiori e superiori per mancanza di ore a disposizione, impossibilità di affrontare situazioni di difficoltà in classi troppo numerose, impossibilità di fornire corsi di recupero per mancanza di fondi, alunni disabili cui manca un numero adeguato di ore di sostegno. Tutto questo sarà avvertito pesantemente dai genitori: gli insegnanti si preoccupino di organizzare questa protesta più che di dar voce alle pur legittime doglianze di categoria. In questo modo e solo in questo modo la scuola pubblica può tornare ad essere al centro della narrazione sociale, ed essere difesa da chi la sta colpendo al cuore.

NOTE

1) Basta leggere G. De Michele, La scuola è di tutti, Minimum Fax pagg. 206-224, dove si dà corretta lettura dei dati numerici sulla scuola italiana.
2) “La privatizzazione predatoria è un mezzo di trasferire ricchezza dai contribuenti ai ricchi investitori, rendendo i ricchi molto più ricchi, derubando nello stesso tempo i cittadini ordinari della sicurezza e delle opportunità che lo stato dovrebbe fornire” (G. Lakoff, Pensiero politico e scienza della mente, Bruno Mondadori, pag. 160)
3) Ivi, pag. 183

settembre 23, 2010

PSICOPOLITICA(1) LA GUERRA AL TERRORE di G. Lakoff

(Da: Pensiero politico e scienza della mente, Bruno Mondadori 2009)

Un’idea ingannevole e distruttiva può essere introdotta in presenza di un trauma e poi ripetuta così spesso da entrare per sempre nelle nostre sinapsi. A quel punto, non se ne va più. Dobbiamo inibirla, aggirarla e fornire alternative.
Per alcune ore dopo la caduta delle torri gemelle l’11 settembre 2001, i portavoce dell’amministrazione fecero riferimento alll’evento usando il termine “crimine”. Anzi, Colin Powell sostenne all’interno dell’ amministrazione che esso fosse trattato come tale.
Ciò avrebbe implicato il ricorso a tecniche della lotta internazionale contro il crimine: controlli dei conti bancari, intercettazioni telefoniche, reclutamento di spie e informatori, impegno nella diplomazia, collaborazione con le agenzie di intelligence di altri paesi e, se necessario, l’esecuzione di limitate” operazioni di polizia” con le forze militari. Ciò avrebbe portato a capi d’accusa, proocessi, prove e alla determinazione dell’innocenza o della colpevolezza degli imputati in una corte di giustizia. I terroristi sarebbero stati considerati criminali, e non eroici combattenti, da coloro che pretendevano di rappresentare. In effetti, questi metodi sono stati finora i più efficaci a livello internazionale per affrontare il terrorismo e sono stati adottati con successo in Gran Bretagna.
Ma il frame del crimine non è riuscito a imporsi nell’amministrazione Bush che, invece, ha scelto accuratamente una metafora bellica: la “guerra al terrore” .
Le sinapsi del cervello cambiano più prontamente e drasticamente in condizioni traumatiche e 1’11 settembre fu un trauma nazionale di prim’ ordine. Esso consentì all’ amministrazione Bush di imporre la metafora della “guerra al terrore” e di renderla immodificabile. Le guerre letterali, come quelle metaforiche, sono condotte contro gli eserciti di altre nazioni. Finiscono quando gli eserciti sono sconfitti militarmente e viene firmato un trattato di pace. Il terrore è una condizione emotiva. È in noi. Non è un esercito. Non si può sconfiggerlo militarmente e non si può firmare con esso un trattato di pace.
“Guerra al terrore” significa guerra senza fine. Lo slogan è stato usato dall’ amministrazione Bush come espediente per ottenere poteri da tempo di guerra virtualmente illimitati – e ulteeriore potere interno – per il presidente. Come? Perché parlare di “terrore” attiva una risposta di paura e la paura attiva una visione del mondo conservatrice, in cui un leader potente, pronto a usare la sua forza, offre protezione e sicurezza.
La metafora della guerra è stata scelta per ragioni politiche, e principalmente per ragioni di politica interna. La metafora definisce la guerra come il solo modo di difendere la nazione. Nel suo contesto, essere contro la guerra come risposta adeguata significava essere antipatriottici, essere contro la difesa della nazione. Passsare da “terrore” a “terroristi” mantiene ancora la metafora bellica.
La metafora della guerra ha posto i progressisti sulla difensiva.
Da quando ha preso piede, qualsiasi rifiuto di accordare al presidente pieni poteri nella condotta della guerra ha esposto i progressisti in Congresso all’ accusa di essere antipatriottici, riluttanti a difendere gli Stati Uniti, disfattisti, traditori. E una volta che i militari hanno iniziato le operazioni, la metafora della guerra ha creato una nuova realtà che rinforza se stessa.
La metafora della guerra ha consentito al presidente di assumere i poteri di guerra, che lo hanno reso politicamente immune dalle critiche, anche le più gravi, e gli hanno conferito uno straordinario potere per realizzare all’interno il programma dell’ultradestra: il potere di spostare denaro e risorse dalla spesa sociale alla difesa e alle industrie collegate; il potere di ignorare la tutela ambientale sulla base delle esigenze militari; il potere di allestire un sistema di sorveglianza interna per spiare i cittadini e intimidire gli awersari politici; il potere sul dibattito politico, poiché la guerra prevale su tutti gli altri argomenti. In breve, il potere di rimodellare gli Stati Uniti secondo la visione dell’ultradestra a tempo indeterminato.
Di più, la metafora della guerra fu stata usata come giustificazione per l’invasione dell’Iraq, che Bush aveva pianificato fin dalla prima settimana successiva all’assunzione dell’incarico. Frank Luntz, l’esperto del linguaggio della destra, raccomandava di riferirsi alla guerra in Iraq come al principale fronte della “guerra al terrrore”, anche se era noto che Saddam Hussein non aveva nulla a che fare con 1’11 settembre e, anzi, considerava Osama bin Laden un nemico. Fox News usava il titolo “guerra al terrore” quando mandava in onda filmati sull’Iraq. Chi non ricorda le “armi di diistruzione di massa”? Esse sono state inventate dall’amministraazione Bush per instillare il terrore nel cuore degli americani e per giustificare l’invasione. Rammentiamo che la guerra all’Iraq era stata invocata molto tempo prima dell’11 settembre e sostenuta fin dal 1997 dai membri del Project for the New American Century, che più tardi avrebbero avuto un ruolo dominante nell’amministrazione Bush. Perché?
La strategia neoconservatrice prevedeva di usare le armi per connseguire obiettivi economici e strategici nel Medio Oriente: assicurarsi il controllo di riserve petrolifere al secondo posto nel mondo per importanza; collocare basi militari nel cuore del Medio Oriente a scopo di intimidazione economica e politica; aprire i mercati e le opportunità economiche del Medio Oriente alle imprese americane; porre la cultura americana e un governo controllabile al centro del Medio Oriente. La giustificazione fu 1’11 settembre: identificare l’invasione dell’Iraq come parte della “guerra al terrrore” e affermarne la necessità allo scopo di proteggere l’America e diffondere la democrazia.
All’interno, la “guerra al terrore” è stata un grande successo dell’ultradestra. Con George Bush per la seconda volta alla Casa Bianca l’ultradestra ha collocato suoi giudici alla Corte suprema; in tutto il paese sono stati designati giudici di destra e 1′esecutivo si è riempito di personale reclutato negli ambienti di destra con il compito di attuare obiettivi interni senza rapporto con le guerre all’ estero. Le spese sociali sono state drasticamente ridotte. Deregolazione e privatizzazione sono dilagate; persino le strade di grande comunicazione sono state privatizzate. Il denaro dei contribuenti è stato trasferito agli ultraricchi, che sono diventati anncora più ricchi. L’ambiente ha continuato a essere saccheggiato. La sorveglianza sui cittadini è entrata in funzione. I profitti delle corporation sono raddoppiati mentre il livello dei salari è sceso. I profitti petroliferi sono saliti a quote astronomiche.
La metafora è ancora operativa. Dobbiamo ancora toglierci le scarpe negli aeroporti e rispettare il divieto di introdurre bottiglie d’acqua sugli aerei. La “sicurezza” negli aeroporti ci dice concretamente che dobbiamo avere paura. Lo stesso incessante riichiamo alla “guerra al terrore” evoca – inconsciamente se non consciamente – paura. I candidati repubblicani alle elezioni presidenziali del 2008 hanno ripetuto la frase instancabilmente. La candidatura stessa di Rudy Giuliani si è basata sul presupposto che lui poteva “combatterlo” meglio di chiunque altro. John McCain ha cercato di sembrare altrettanto deciso. Mitt Romney voleva combatterlo con più tortura: due Guantanamo!
La metafora della “guerra al terrore” è ancora l’ingrediente principale della politica interna della destra.

settembre 22, 2010

UN LIBRO SULL’INCONSCIO POLITICO

2008, trad. it. di G. Barile, Bruno Mondadori, Milano, 2009
Recensione di Luca Mori.

Secondo George Lakoff, celebre studioso di linguistica e scienze cognitive, c’è una «vecchia idea di ragione, risalente all’Illuminismo, secondo la quale la ragione è conscia, letterale, logica, universale, sottratta alle emozioni, incorporea e funzionale agli interessi di chi la esercita» (p. 2): tale concezione non ci permetterebbe di capire nulla riguardo a processi e fattori alla base del consenso politico, che non è l’esito di calcoli consapevoli, di un soppesare e di un pattuire espliciti su condizioni e contenuti razionalmente definiti.
L’autore dichiara di aver iniziato a occuparsi di politica nel 1994, dopo essersi imbattuto in un rompicapo: «come progressista, non riuscivo a capire come facessero a stare insieme le principali posizioni conservatrici» (p. 92), tra cui il taglio delle imposte, la contrarietà all’aborto, ai matrimoni gay e al controllo sulla vendita delle armi da fuoco, la scarsa attenzione alla tutela ambientale e la difesa della tort reform, cioè di una norma «che limita la possibilità dei cittadini di citare per danno le grandi corporation». Il punto è: come stanno insieme le idee di chi si riconosce in queste linee politiche e, viceversa, quelle di chi non si riconosce in nessuna di esse?
Per affrontare questo problema alla luce delle più recenti indagini sulla mente, nel 2003 Lakoff aveva fondato a Berkeley un think tank di area democratica, il Rockridge Institute. Cinque anni dopo, nell’aprile 2008, comunicando la chiusura dell’istituto, lo studioso denunciava lo scarso interesse dei “progressisti” per gli aspetti cognitivi della politica (per la cognitive policy), conseguenza proprio della loro concezione desueta della ragione conscia, logica, letterale e spassionata.
L’istituto studiava i rapporti tra linguaggio e politica, in particolare i meccanismi attraverso cui le parole veicolano frames (“cornici”, schemi di interpretazione del mondo), generano associazioni e comportamenti, fissano credenze e preferenze. Le principali posizioni conservatrici, così come quelle repubblicane, sono tenute assieme da narrazioni, frames e grandi metafore, come quella che vede nel Presidente degli Stati Uniti un padre severo, rigido e puritano (repubblicana) o un padre benevolo e premuroso (democratica). Decisivo è il peso dell’inconscio cognitivo, cioè del fatto che – secondo una versione radicale della teoria – «il 98 per cento dell’attività mentale ha luogo senza che ne siamo consapevoli» (p. 3). Ci sono narrazioni, come quelle del “farcela da soli”, di “salvazione” o di “reinvenzione di sé”, con ruoli ricorrenti come quelli dell’Eroe, della Vittima, del Cattivo e degli Aiutanti, che sarebbero per così dire «fissate nei circuiti neurali del cervello», al punto da poter «essere attivate e funzionare inconsciamente, automaticamente, come per riflesso» (pp. 39-40). Così capita che vediamo i personaggi che calcano la scena politica in termini di narrazioni e associazioni e, «allo stesso modo vediamo noi stessi come se avessimo solo le scelte definite dai frame e dalle narrazioni culturali del nostro cervello» (ibidem). La ripresa di questi dispositivi narrativi, declinati di volta in volta in relazione ai personaggi in competizione per il consenso, presiede alla costruzione di frames emotivamente coinvolgenti e persuasivi, perché il radicamento cerebrale delle strutture drammatiche attraverso cui interpretiamo inconsciamente il mondo s’inserisce in una rete di percorsi che coinvolgono anche il sistema limbico, «la parte più antica del cervello in termini di evoluzione», in cui si trovano due «percorsi emozionali con due differenti neurotrasmettitori», il circuito della dopamina e quello della norepinefrina, collegati rispettivamente a sensazioni di felicità e soddisfazione e di paura, rabbia e ansia (pp. 31-32).
L’impatto delle narrazioni e delle cornici che le supportano diventa palese, secondo Lakoff, se si considerano casi concreti come la Prima guerra del Golfo: mentre la narrazione di autodifesa per il blocco degli oleodotti imputato a Saddam Hussein non bastò a rendere accettabile all’opinione pubblica l’idea di una missione di guerra in Iraq, la narrazione di salvazione nei confronti del Kuwait stuprato parve un motivo sufficiente. Nel caso della successiva guerra voluta da George W. Bush, fu la narrazione di autodifesa il perno su cui costruire la legittimazione dell’intervento: ciò fu possibile anche se il pomo della discordia, cioè gli arsenali nucleari segreti, erano un’invenzione. Del resto, c’era pur sempre il tema della cosiddetta esportazione della democrazia, altro slogan efficace nella narrazione di salvazione, che solo la presidenza di Barack Obama ha abbandonato.

Leggi l’intero articolo qui.

settembre 21, 2010

IL POSSIBILE E IL REALE di Henri Bergson

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 6:39 pm
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Avete mai sperimentato davvero la vita come creazione continua? Non combinazione ogni volta diversa di carte assegnate una volta per tutte in precedenza, ma come novità assoluta, divenire che è sorgiva inesauribile. Volete capire perchè lo scientismo (con le nuove varianti a base genetica o di neuroscienze) ha un effetto non solo deprimente sulla rappresentazione dell’uomo, ma costruisce un ridicolo automa che dell’umanità e più in generale della vita è solo una brutta caricatura? Volete sapere che differenza c’è tra intelligenza filosofica e semplicismo concettuale? Leggete questo breve saggio di un gigante del pensiero contemporaneo.Tratto dalla raccolta: Il pensiero e il movente, Olschki 2000

Vorrei tornare su di un argomento di cui ho già parlato, la creazione continua d’imprevedibile novità che sembra realizzarsi nell’uniiverso. Per parte mia, credo di sperimentarla ad ogni istante. Per quanto mi rappresenti nel dettaglio ciò che sta per accadermi, quanto è povera, astratta, schematica la mia rappresentazione, in confronto con l’avvenimento che si verifica! La realizzazione porta con sé un che d’imprevedibile che cambia tutto. Devo, ad esempio, assistere ad una riunione; so quali persone vi troverò, attorno a quale tavolo, in quale ordine, per la discussione di quale problema. Ma allorché esse arrivano, si siedono e discorrono come mi aspettavo, dicono precisamente ciò che pensavo avrebbero detto, ecco che l’insieme mi dà una impressione unica e nuova, come se esso fosse disegnato in quel momento con un solo tratto originale dalla mano di un artista. Addio immagine che me ne ero fatto, semplice giustapposizione, raffigurabile in anticipo, di cose già conosciute! Ammetto che il quadro non ha il valore artistico di un Rembrandt o di un Velasquez: esso è nondimeno inatteso e, in questo senso, egualmente originale. Si osserverà che ignoravo il dettaglio delle circostanze, che non disponevo dei personaggi, dei loro gesti, dei loro atteggiamenti, e che, se l’insieme mi si presenta come qualcosa di nuovo, è perché mi fornisce un soprappiù di elementi. Sennonché io ho la stessa impressione di novità davanti allo svolgimento della mia vita interiore. La provo, più viva che mai, davanti all’azione voluta da me e di cui ero il solo padrone. Se delibero prima di agire, i momenti della deliberazione mi si presentano alla coscienza a somiglianza degli schizzi successivi, ciaascuno unico della sua specie, che un pittore facesse di un suo quadro; ma l’atto stesso, compiendosi, pur realizzando quanto voluto e di conseguenza previsto, assume nondimeno la sua forma originale. E sia pure, si dirà; forse vi è qualcosa di originale e di unico in uno stato d’animo; ma la materia è ripetizione; il mondo esteriore obbedisce a leggi matematiche; una intelligenza sovrumana, che conoscesse la posizione, la direzione e la velocità di tutti gli atomi e gli elettroni dell’universo materiale ad un istante dato, calcolerebbe qualsiasi stato futuro di questo universo, come noi facciamo per una eclissi del sole o della luna. – Lo concedo, a rigore, quando non si tratti che del mondo inerte, benché la questione cominci a diventare controversa, almeno per i fenomeni elementari. Ma questo mondo non è che un’ astrazione. La realtà concreta comprende gli esseri viventi, coscienti, che sono inseriti nella materia inorganica. Dico viventi e coscienti, perché ritengo che il vivente sia in linea di principio cosciente; esso diviene incosciente di fatto lì dove la coscienza si assopisce, ma, perfino nelle regioni in cui la coscienza sonnecchia, nei vegetali per esempio, vi è evoluzione regolata, progresso definito, innvecchiamento, insomma tutti i segni esteriori della durata che caratterizza la coscienza. Perché, d’altronde, parlare di una materia inerte in cui la vita e la coscienza s’inserirebbero come in una cornice? Con quale diritto si pone in primo luogo l’inerte? Gli antichi avevano immaginato che un’Anima del Mondo assicurasse la continuità d’esistenza dell’universo materiale. Spogliando questa concezione di ciò che ha di mitico, direi che il mondo inorganico consiste in una serie di ripetizioni o di quasi-ripetizioni infinitamente rapide che si sommano in cambiamenti visibili e prevedibili. Le paragonerei alle oscilllazioni del bilanciere dell’orologio: queste accompagnano la distensione continua di una molla che le collega tra loro e di cui esse scandiscono il progresso; quelle ritmano la vita degli esseri coscienti e ne misurano la durata. Così, l’essere vivente essenzialmente dura; dura, proprio perché elabora senza sosta qualcosa di nuovo e perché non vi è elaborazione senza ricerca, ricerca senza un procedere a tentoni. Il tempo è questa stessa esitazione, o non è assolutamente niente. Soppprimete la coscienza e il vivente (e non potete farlo se non con uno sforzo artificiale di astrazione, poiché il mondo materiale, ancora una volta, implica forse la presenza necessaria della coscienza e della vita), otterrete, in effetti, un universo i cui stati successivi sono teoricamente calcolabili in anticipo, come le immagini, giustapposte sulla pellicola cinematografica, prima del suo svolgimento. Ma allora, a che pro lo svolgimento? Perché la realtà si dispiega? Come mai non è dispiegata? A che serve il tempo? (Parlo del tempo reale, concreto, non di quel tempo astratto che è soltanto la quarta dimensione dello spaazio). Tale fu un tempo il punto di partenza delle mie riflessioni. Cinquant’anni fa, ero fortemente condizionato dalla filosofia di Spencer. Mi accorsi, un bel giorno, che il tempo non vi aveva alcun ruolo, non faceva niente. Ora, ciò che non fa niente non è che un niente. Eppure, mi dicevo, il tempo è qualche cosa. Dunque, agisce. Cosa può fare? Il semplice buon senso rispondeva: il tempo è ciò che impedisce che tutto sia dato in un tratto. Esso indugia, o piuttosto è indugio. Dunque, deve essere elaborazione. Non sarà, allora, veicolo di creazione e di scelta? L’esistenza del tempo non proverebbe che vi è indeterminazione nelle cose? Il tempo non sarebbe questa stessa indeterminazione?
Se questa non è l’opinione della maggior parte dei filosofi, è perché l’intelligenza umana è fatta proprio per prendere le cose dall’ altro capo. Dico intelligenza, non dico pensiero, non dico spirito. Accanto all’intelligenza vi è, in effetti, per ciascuno di noi, la percezione immediata della propria attività e delle condizioni in cui si esercita. Chiamatela come volete; è il sentimento che abbiamo di essere creatori delle nostre intenzioni, delle nostre decisioni, dei nostri atti, e di conseguenza delle nostre abitudini, del nostro carattere, di noi stessi. Artefici della nostra vita, persino artisti quando lo vogliamo, lavoriamo continuamente a modellare, con la materia che ci è fornita dal passato e dal presente, dall’ eredità e dalle circostanze, una figura unica, nuova, originale, imprevedibile come la forma che lo scultore dà all’argillla. Di questo lavoro e di ciò che ha di unico ci accorgiamo, senza dubbbio, mentre esso si fa, ma l’essenziale è che lo facciamo. Non dobbiamo approfondirlo; non è neanche necessario che ne abbiamo piena coscienza, al pari dell’ artista che non ha bisogno di analizzare il suo potere creativo; egli lascia questa cura al filosofo, e si contenta di creare. In compenso, bisogna che lo scultore conosca la tecnica della sua arte e sappia tutto ciò che se ne può apprendere: questa tecnica concerne tutto ciò che la sua opera avrà in comune con altre; dominata dalle esigenze della materia sulla quale egli opera e che gli s’impone come a tutti gli artisti, essa ha a che fare, nell’ arte, con ciò che è ripetizione o fabbricazione, non più con la creazione stessa. Su di essa si concentra l’attenzione dell’ artista, è quanto chiamerei la sua intellettualità. Similmente, nella creazione del nostro carattere, sappiamo molto poco del nostro potere creativo: per conoscerlo, dovremmo ritornare su noi stessi, filosofare, risalire la china della natura, poiché la natura ha voluto l’azione, non ha molto pensato alla speculazione. Dal momento in cui non si tratta più semplicemente di sentire in sé uno slancio e di assicurarsi che si può agire, ma di rivolgere il pensiero a se stesso, affinché colga questo potere e capti questo slancio, la difficoltà diventa grande, come se occorresse invertire la direzione normale della conoscenza. Al contrario, noi abbiamo un interesse capitale a familiarizzare con la tecnica della nostra azione, cioè a trarre, dalle condizioni in cui essa si esercita, tutto ciò che possa fornirci ricette e regole generali sulle quali orientare la nostra condotta. Non vi sarà novità nei nostri atti che grazie a quanto di ripetitivo avremo trovato nelle cose. La nostra facoltà normale di conoscere è, dunque, essenzialmente una potenza di trarre ciò che vi è di stabile e di regolare nel flusso del reale. Si tratta di percepire? La percezione s’impossessa di vibrazioni infinitamente ripetute che sono luce o calore, per esempio, e le contrae in sensazioni relativamente invariabili: sono trilioni di oscillazioni esteriori che la visione di un colore, in una frazione di secondo, condensa ai nostri occhi. Si tratta di concepire? Formare una idea generale è astrarre da cose diverse e cangianti un aspetto comune che non muti o che, almeno, offra alla nostra azione una presa invariabile. La costanza del nostro atteggiamento, l’identità della nostra reazione eventuale o virtuale nei confronti della molteplicità e variabilità degli oggetti rappresentati, ecco in primo luogo ciò che indica e disegna la generalità dell’idea. Si tratta, infine, di comprendere? Occorre soltanto trovare dei rapporti, stabilire delle relazioni stabili tra fatti che passano, trarre leggi: operazione tanto più perfetta quannto più la relazione è precisa e la legge matematica. Tutte queste funzioni sono costitutive dell’intelligenza. E l’intelligenza è nel vero in quanto si lega, ella amica della regolarità e della stabilità, a ciò che vi è di stabile e di regolare nel reale, alla materialità. Essa tocca, allora, uno dei lati dell’ assoluto, così come la nostra coscienza ne tocca un altro quando coglie in noi una perpetua efflorescenza di novità o quando, dilatandosi, simpatizza con lo sforzo indefinitamente rinnovatore della natura. L’errore comincia quando l’intelligenza pretende di pensare uno degli aspetti come ha pensato l’altro, e vorrebbe svolgere una funzione per la quale non è stata fatta.
(continua…)

settembre 20, 2010

LA SCUOLA AI TEMPI DI FACEBOOK di Roberta Borsani

Le nuove generazioni di studenti si incontrano su facebook. Si scontrano su facebook. Si insultano, si minacciano, si sfidano, si diffamano. Difficilmente fanno la pace. Spetta poi alla scuola rimettere le cose a posto. Ricostruire la rete delle relazioni se non amichevoli almeno civili, indurre gli offesi al perdono, rendere edotti i diffamatori e i detrattori delle possibili conseguenze del loro comportamento.
Facebook e affini sono il nuovo ring, dove si può giocare a mostrare muscoli e denti. Dove scorticare vivo un rivale in amore o un avversario sportivo. E’ un gioco, è per finta, perciò anche la sofferenza che ne deriva non può essere che per finta.
Invece non è per finta. Forse perché il confine tra virtuale e reale è diventato tanto labile ma le offese bruciano davvero. E poi facebook è una vetrina e le offese esibite vengono amplificate dalla semplice visibilità. Al dolore si aggiunge insomma l’umiliazione. Perché le parole scritte bruciano, e anche le immagini. Ciò che viene pubblicato su facebook o su qualsiasi sito di facile consultazione non si può strappare e cestinare come fosse stampato su un foglio di carta. Resta lì. E la vittima non ci può fare niente, soprattutto se chi attacca prende le precauzioni che lo pongono al riparo da denunce. Una cosa molto vile, ma la viltà non disgusta più il cuore degli uomini come un tempo. Basta guardare alla politica, alla stampa scandalistica, agli scoop finalizzati al ricatto.
Non è un’età di galantuomini e i ragazzi lo sanno. Ogni colpo basso è ammesso, soprattutto quando risulta tanto facile nascondere la mano. L’adolescente poi è facilone di natura. Anche egocentrico, poco propenso ad indentificarsi empaticamente nel vissuto altrui. La civiltà mediatica reprime ulteriormente la sua sensibilità sottoponendolo a un bombardamento di stimoli, che lo rende praticamente indifferente davanti a omicidi stupri tsunami… Tanto è per finta, no?.
I genitori non sono messi meglio, cresciuti anche loro in piena civiltà mediatica, e i nonni, dopo l’infanzia segnata dalla guerra e dai bombardamenti, hanno visto naufragare il sogno di un mondo migliore nelle tragedie collettive o familiari trasmesse nei notiziari, a Chi l’ha visto ecc.
Tutti insomma (giovani e vecchi) “hanno fatto il callo”. Il dolore degli altri non li tange. E’ perciò un mondo di potenziali bulli. Chi si trattiene lo fa per il timore delle conseguenze, non per rispetto e non per civiltà. Ma i ragazzi hanno quella dose di audacia e incoscienza da sperimentare l’incursione nella zona del proibito. Come i giovanissimi apaches si avventurano in zone interdette o nell’accampamento nemico. Solo che gli apaches non pensavano “tanto è per finta”. Tutt’al più sopravvalutavano le forze. Il senso di realtà però c’era, ed intatto.
Ora sempre più spesso gli insegnanti si devono occupare di questioni nate spavaldamente su internet e degenerate in tragedia. Coinvolti i familiari, un po’ umiliati di non poter risolvere le cose come si faceva un tempo. Perché nell’uso dei mezzi informatici, dei social forum, di facebook e messanger sono molto più svegli i ragazzi. Tu intervieni per difendere l’onore del/la tuo/a figliolo/a infangato e ti ritrovi tu stesso sbeffeggiato in un modo che non ti lascia spazio per qualsiasi reazione civile. Un pugno in faccia sarebbe la cosa migliore, pensi, ma non si può. La legge lo proibisce.
E allora si chiede aiuto agli insegnanti. Segue una serie di sfibranti colloqui con i ragazzi (vittime , testimoni, persecutori), con i familiari, lo psicologo dell’uno e dell’altro. E per finire assemblee di classe e discussioni tra chi è per punire chi vuole capire chi deve correre a casa perché ogni ora di assemblea costa la bellezza di tredici euro in babysitteraggio.
Ne esci sempre più convinto che questo è proprio un mondo di pazzi. E che la scuola è come il vallo di Adriano. Dopo di lei, non ci sono che i barbari.

settembre 19, 2010

DIMENSIONI DEL SIGNIFICATO di Bernard Lonergan

Le ultime discussioni (scuola, trasmissione del sapere, accoglienza o rifiuto della complessità) mi hanno fatto ricordare questo autentico gioiello. Testo di lunghezza desueta per un blog, ma sintesi ineludibile da parte di quello che considero uno dei pochi grandi maestri del nostro tempo: «Dimensions of Meaning», conferenza tenuta alla Marquette University, Milwaukee, Wisconsin, il 12 maggio 1965. Pubblicato per la prima volta in Collection, Papers by Bcrnard Lonergan, New York 1967, 252-267. Ora in Ragione e fede di fronte a Dio (Queriniana 1992).
I sottotitoli sono aggiunti da me.

1. Il mondo mediato dal significato

Il tema di questo saggio è il significato; un tema che, a prima vista, sembrerebbe assai secondario. Ciò che conta è la realtà. Ciò che importa è in primo luogo non il mero significato, bensì la realtà che è significata.
Un’affermazione del genere è indubbiamente esatta, ma fino a un certo punto. Essa infatti, implica, a mio parere, un abbaglio, in quanto che non tiene conto del fatto che la realtà umana, la materia stessa della vita umana per così dire, è non solamente significata, bensì in larga misura costituita dagli atti di significato. Esattamente queesto vorrei ora esporre.
Fino a che uno è perduto in un sonno privo di sogni, o giace impotente in coma, il significato non entra a far parte del suo essere. Fino a che uno è infante, cioè, nel senso etimologico del termine, non parla, è impegnato nell’imparare a sviluppare, differenziare, mettere insieme, raggruppare in sintesi sempre più ampie le proprie caapacità di operare coi movimenti della testa e della bocca, del collo e. delle braccia, degli occhi e delle mani, nel venire a capo delle difficoltà che ci sono nello stare eretti sui piedi, e poi a camminare barcollando da un posto all’altro. Quando l’udire e il parlare incominciano a sviilupparsi, si rivolgono agli oggetti presenti, per cui il significato è dapprima limitato al mondo dell’immediatezza, a un mondo quindi che non va al di là del nido d’infanzia, e che non sembra essere meglio conosciuto per il fatto di non essere solamente oggetto di esperienza, ma anche significato. In questi casi tutto sembra dar ragione alla tesi secondo la quale la realtà viene prima, mentre il significato è affatto secondario.
Man mano però che il dominio e l’uso della lingua si sviluppano, si verifica un’inversione dei ruoli. Infatti le parole designano non appena ciò che è presente, bensì anche ciò che è assente, non appena ciò che è vicino, bensì anche ciò che è lontano, non appena ciò che è passato, bensì anche ciò che è futuro, non appena ciò che effettivamente è, bensì anche ciò che è possibile, ciò che è ideale, ciò che dovrebbe essere e verso il quale noi continuamente tendiamo pur senza raggiungerlo. Per questa via noi veniamo a vivere, non come l’infante in un mondo dell’esperienza immediata, bensì nel mondo più vasto che ci viene dischiuso dai ricordi di altri uomini, dal senso comune della comunità in cui viviamo, dalle pagine della letteratura, dalle fatiche degli studiosli, dalle ricerche degli scienziati, dalle esperienze dei santi, dalle meditazioni dei filosofi e dei teologi.
Questo mondo più vasto, mediato dal significato, non rientra nell’esperienza immediata di nessun uomo singolo. Non è neppure la somma, l’integrale della totalità di tutti i mondi dell’esperienza immediata. Il significato infatti è un atto che non ripete semplicemente l’esperienza, ma va al di là di essa. Ciò che è significato non è soltanto sperimentato, bensì anche in qualche modo capito e, di solito, anche oggetto di un’affermazione. :È questa aggiunta del capire e del giudicare che rende possibile il mondo più vasto mediato dal significato, gli conferiisce la sua struttura e la sua unità, lo dispone in un tutto ordinato di differenze pressoché innumerevoli, parte conosciuto e familiare, parte nella penombra di cose che conosciamo ma che non abbiamo mai esaminate né esplorate, parte nella regione smisurata di ciò che non conosciamo affatto. È a questo mondo più vasto mediato dal significato che noi ci riferiamo quando parliamo del mondo reale, e nel quale viviamo giorno per giorno la nostra vita. È questo mondo più vasto mediato dal significato che noi sappiamo essere insicuro perché il significato è insicuro: accanto alla verità c’è infatti anche l’errore, accanto ai fatti ci sono le finzioni, accanto all’onestà c’è l’inganno, accanto alla scienza c’è il mito.
Oltre il mondo che noi andiamo conoscendo, c’è il mondo che facciamo. Ma ciò che facciamo, prima lo intendiamo. Noi formiamo delle immagini, tracciamo dei piani, indaghiamo sulle possibilità, pesiamo i pro e i contro, stipuliamo contratti, diamo ed eseguiamo innumerevoli ordini. Dall’inizio alla fine del processo abbiamo a che fare con atti di significato: senza di essi il processo non avrebbe luogo, né la meta potrebbe essere raggiunta. I pionieri che per primi giunsero nel nostro continente, trovarono spiagge e terraferma, montagne e pianure; ma ricoprirono il paese di città, lo allacciarono con strade, lo sfruttarono con le loro industrie, fino al punto che ora tra noi e il mondo anteriore della natura si frappone il mondo fatto dall’uomo. Ora tutto questo mondo aggiunto, fatto dall’uomo, artificiale, è il prodotto complessivo, ora pianificato ora caotico, di atti di significato.
Ma l’attività dell’uomo non si limita alla trasformazione della natura; c’è anche la trasformazione dell’uomo. Questo appare in maniera del tutto palese nel processo di educazione, e quindi nella differenza che c’è tra il bambino che incomincia a frequentare l’asilo e il candidato al dottorato che sta scrivendo la sua dissertazione. Ma la differenza cui l’educazione dei singoli uomini dà origine non è che la ricapitolazione di un più lungo processo di educazione dell’umanità, di evoluzione delle istituzioni sociali e di sviluppo delle culture. Le religioni e le varie forme dell’arte, le lingue e le letterature, le scienze, le filosofie, gli scritti di storia, tutte queste cose hanno avuto il loro inizio rudimentale, si sono sviluppate lentamente, hanno raggiunto il loro vertice, forse sono entrate in una fase di declino per sperimentare poi, in un altro contesto, un rinascimento. Ciò che è vero delle conquiste culturali è vero anche, benché in maniera meno appariscente, delle istituzioni sociali. La famiglia, lo stato, il diritto, l’economia, non sono entità fisse e immuutabili. Si adattano al cambiamento delle circostanze; possono venire riconcepite alla luce di nuove idee; possono subire mutamenti rivoluzianari. Inoltre – e questo è ciò che intendo mettere in rilievo – tutti questi cambiamenti sono essenzialmente cambiamenti di significato: cambiamenti dell’idea o del concetto, del giudizio o della valutazione, della domanda o dell’ordinazione. Si può cambiane lo stato riscrivendo la sua costituzione; più sottilmente ma non meno efficacemente lo si può cambiare reinterpretando la costituzione in altro modo, influendo sulla mente e sulla volontà dei cittadini così da cambiare gli oggetti che ispirano loro stima, impegnano la loro fedeltà, infiammano la loro lealtà. La comunità è costituita da un campo comune di esperienze, da un modo comune di capire le cose, da una norma comune di giudizio, da un comune consenso. In questa comunità risiede la possibilità, la fonte, il fondamento del significato comune; in questo significato comune sta la forma e l’atto che si esprimono nella famiglia e nella politica, nel sistema giuridico ed economico, nel costume e nelle istituzioni educative, nella lingua e nella letteratura, nelll’arte e nella religione, nella scienza e nelle opere di storia.
Mi sia permesso di riassumere quanto finora ho detto.
Ho preso in considerazione l’obiezione secondo la quale il significato è una cosa meramente secondaria; ciò che conta è la realtà che viene significata, non il significato che si riferisce a essa. Nella mia risposta ho messo in rilievo che le funzioni del significato vanno oltre quelle tenute presenti dall’obiezione. Non nego che per il bambino, il quale sta imparando a camminare, prima viene il suo piccolo mondo dell’immediatezza mentre le parole di cui fa uso sono soltanto una grazia aggiunta. Man mano però che il bambino diventa uomo, il mondo dell’immeediatezza si contrae in un angolo per nulla vistoso e di scarsa importanza del mondo reale, che è i! mondo conosciuto soltanto attraverso la mediazione del significato. Inoltre c’è la trasformazione che l’uomo compie del suo ambiente; una trasformazione effettuata attraverso gli atti intenzionali che prospettano dei fini, scelgono i mezzi, assicurano i collaboratori, dirigono le operazioni. Infine, accanto alla trasformazione della natura c’è la trasformaazione dell’uomo stesso. In questo secondo tipo di trasformazione il ruolo del significato non è meramente direttivo bensì anche costitutivo.

2. Il controllo del significato: l’epoca classica

Si potrebbe continuare nella studio delle funzioni costitutive del significato, la qualcosa condurrebbe a toccare molti e profondi temi. Poiché è nel campo nel quale i! significato esercita una funzione costitutiva che la libertà umana raggiunge il suo culmine. E lì anche la sua responsabità diventa la più grande possibile. È nel medesimo campo che viene alla luce il soggetto esistenziale il quale scopre da se stesso che tocca a lui decidere che cosa fare di se stesso. È lì che gli individui si alienano dalla comunità, che le comunità si scindono in fazioni, che le culture fioriscono e si avviano al declino, che la causalità storica esercita i! suo potere.
Preferisco tuttavia far uso del poco che ho detto e del molto che spero di aver suggerito semplicemente come di un trampolino. Ho cercato di far vedere che il significato è una parte importante della vita umana. Vorrei ora aggiungere che la riflessione sul significato e il conseguente controllo del significato sono ancora più importanti. Se infatti i mutamenti sociali e culturali sono fondamentalmente mutamenti nei significati colti e accettati, il mutamento nel controllo del significato contraddistingue le grandi epoche della storia dell’umanità.
L’espressione classica del tentativo di controllare il significato l’abbiamo nei primi dialoghi di Platone. Ivi è descritto Socrate che pone damande molto semplici, ascolta pazientemente le risposte, per mostrare poi, invariabilmente, che nessuna delle risposte date è soddisfacente. Le domande non erano astruse. Al contrario, erano domande alle quali ogni uomo dotato del senso comune normale, a maggior ragione poi gli ateniesi, riterrebbe di essere in grado di rispondere. Che cos’è il coraggio? Che cos’è la padronanza di sé? Che cos’è la giustizia? Che cos’è la conoscenza? Nessuna vorrà dire di non aver nesssun’idea della differenza che c’è tra i! coraggio e la viltà, o di non sapere che cosa vuol dire il controllo di sé, o di non essere mai riuscito a stabilire che cosa gli uomini intendono per giustizia, o che per lui conoscenza e ignoranza sono la stesso. Ma se tutti pensavano di saper evidentemente rispondere alle domande di Socrate, nessuno era in grado di dare quel tipo di risposte che Socrate cercava. Socrate infatti cercava definizioni universali, e cioè enunciati brevi ed esatti, validi per tutti i casi di coraggio e, al tempo stesso, solo per i casi di coraggio; o validi per tutti i casi di autocontrollo e solo per essi; o che potevano essere applicati a ciascuno e a tutti i casi di giustizia e solo alla giustizia.
Ora, qualunque cosa si pensi della profondità del pensiero platonico, noi tutti possiamo vedere da noi stessi che quanto Socrate andava facendo nei confronti degli Ateniesi era un esperimento riguardante il significato. Il risultato di tale esperimento era chiarissimo. Ci sono almeno due livelli di significato. C’è il livello primario, spontaneo, nel quale nai facciamo uso del linguaggio ordinario. C’è un livello secondario, riflesso, sul quale noi non soltanto facciamo uso ma anche diciamo che cosa intendiamo con il linguaggio ordinario. Ora al livello primario, spontaneo, gli ateniesi si trovavano a loro agio; conoscevano perfettamente la differenza tra coraggio e viltà, tra sapere e non sapere; non c’era nessun pericolo che confondessero l’uno con l’altro, e che si travassero imbarazzati nell’uso di questi termini. Ma, per quanto ciò possa avere del paradossale, questa loro padronanza non bastava per passare al livello secondario, riflesso, ed elaborare definizioni soddisfacenti del coraggio, del controllo di sé, della giustizia, della conoscenza. Al contrario la definizione era una nuova idea. Socrate doveva spiegare sempre di nuovo che cos’è una definizione, mostrare che una buona definizione deve valere omni et soli cioè dev’essere applicabile a tutti i casi del definito e soltanto a essi. Gli ateniesi comprendevano ciò che Socrate voleva dire, ma non erano in grado di fornire nessuna definizione. Socrate stesso sapeva che cosa voleva dire, ma anche lui non era in grado di fornire nessuna definizione. Stando all’oracolo di Delfi Socrate era il più sapiente degli uomini; ma il motivo di questo riconoscimento aveva dell’ironico: egli era il più sapiente perché sapeva almeno di non sapere.
Senza dubbio i miei ascoltatori domanderanno un’autorità più competente che non l’oracolo di Delfi prima di convincersi che Socrate era davvero sapiente. A che cosa serve questa mediazione del significato, questo passaggio dal livello primario, sul quale noi sappiamo benissimo che cosa vogliamo dire, al livello secondario nel quale scopriamo che è estremamente difficile dire che cosa esattamente intendiamo? Sembrerebbe uno spreco vano di tempo, uno sforzo eccessivo dedicato a un’inutile sottigliezza. Così, in un primo momento. Ma se ci pensiamo su, arriveremo piuttosto a dire di no. E non sono poche le ragioni a favore di questa rettifica.
(continua…)

settembre 18, 2010

GLI ANTICHI MAESTRI di Diego Fabbri

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(Da: Diego Fabbri, Processo a Gesù, Newton Compton, Roma 1994)

Si narra come un Rabbi di celebrata saggezza, allorché gli toccava un compito difficile, si recava in un certo punto del bosco, accendeva un fuoco propiziatorio, si raccoglieva in preghiera, e la cosa desiderata si adempiva.
Alcune generazioni dopo un altro illuminato Rabbi, Mosè Leib, trovatosi di fronte allo stesso compito andò nel bosco e disse: -Non possiamo più accendere il fuoco, non conosciamo più le parole delle antiche, segrete preghiere, però sappiamo ancora dov’è questo punto del bosco – .
E ottenne quanto chiedeva.
Passarono altre generazioni e Rabbi Israel, nella medesima situazione, chiamò a sé i suoi e disse: -I secoli sono trascorsi, non possiamo più accendere quel fuoco, non possiamo più dire quelle misteriose preghiere, non conosciamo più nemmeno quel luogo nel bosco, ma possiamo raccontare di come la cosa si è adempiuta nel passato- . E la cosa si adempì ugualmente anche quella volta per forza di commemorazione.

settembre 16, 2010

FASCISMO PEDAGOGICO di Girolamo De Michele

E’ uscito (è il caso di dire: a fagiolo) proprio in questi giorni il libro di Girolamo De Michele “La scuola è di tutti” (Minimum Fax, 15 euro), che da oggi ho sulla mia scrivania. In attesa di leggerlo e discuterne come merita (con Girolamo, insegnante, filosofo e narratore, abbiamo iniziato male tre anni fa dandocele di santa ragione sui blog, per scoprire poi che persone in cui domina un’autentica volontà di conoscenza si assomigliano più di quanto credano), vi propongo questo estratto, già pubblicato su Carmilla. Quel che io credo, in proposito, è che un fascismo pedagogico esista e sia implicito in certi atteggiamenti cristallizzati nella scuola italiana, anche se non li declinerei esattamente alla maniera di De Michele. Del pari, credo che oltre al fascismo pedagogico ci si debba guardare da un nichilismo non formale ma sostanziale, che emerge da posizioni relativistiche e da certe pretese di “neutralità” che De Michele invece sembra a volte esaltare. Ma il merito di un testo va al di là dell’adesione alle sue tesi. Chiarezza e determinazione servono a capire di più le proprie ragioni, anche quando non sono le stesse che il testo afferma

Io non sostengo che ogni singola caratteristica di quelle che andrò a enumerare sia in sé pedagogicamente fascista: ne ha la potenzialità, ma non lo è in sé. Vale a dire: una di queste caratteristiche potrebbe esistere (e a volte accade) all’interno di una didattica non fascista. Il tratto fascista emerge quando alcune di queste caratteristiche fanno sistema, si legano l’una all’altra. Facendo sistema, rendono concreta la possibilità, o la predisposizione, al fascismo che cova dentro ciascuna di esse.
Dal punto di vista di una comprensione della scuola del fascismo storico, considero un falso dilemma la reale natura della pedagogia (e della prassi ministeriale) di Giovanni Gentile: le differenze tra Gentile e il fascismo, e anche il riconoscimento di alcuni tratti tuttora validi della pedagogia gentiliana, non contraddicono il fatto che la sua teoria venne a costituirsi come uno dei tratti della fascistizzazione dello Stato e della costruzione dello Stato totalitario.

Funzione selettiva

La funzione che Gentile attribuiva al liceo – nello specifico, a quello classico – era di formare la classe dirigente del paese. In linea teorica, questa selezione non era il mero rispecchiamento della distinzione di classe: l’appartenenza ai ceti dominanti non era, secondo il filosofo, elemento sufficiente a determinare l’accesso alle funzioni dirigenti della società. Nondimeno l’uomo universale, «forte della piena coscienza dell’esser suo», in definitiva l’uomo eroico è per Gentile «l’uomo, dicasi pure, delle classi dirigenti; senza il quale non è neanche possibile quell’altro [uomo] della buona digestione». Si può argomentare che la scuola fascista diede, nel riformare e attenuare certi aspetti della riforma Gentile, un riconoscimento sociale a quel ceto medio che del fascismo aveva costituito il terreno di coltura, e che costituiva la base di consenso del regime. E che la Carta della Scuola di Bottai riconosceva l’avvenuto ingresso delle masse popolari nella scuola e sanciva «l’avvento di fatto di una scuola popolare». Nondimeno, lo stesso Bottai ammoniva che «una scuola di popolo in tanto è tale in quanto è capace di selezionare». E tale proponimento viene più volte ribadito da Bottai contro l’eccessiva diffusione sul territorio dei licei classici: «Ridotto il liceo classico a scuola per tutti, la cultura classica corre il rischio di precipitare verso un generico verbalismo ed un formalismo del tutto esteriore» [Gianluca Gabrielli e Davide Montino (a cura di), La scuola fascista, Ombre Corte, Verona 2009, pp. 37-38, 115].
È evidente che questa selettività affondava le proprie radici in una divisione di classe che la scuola, al di là dell’utopia di Gentile e dei casi isolati di subalterni che riuscivano a conseguire una preparazione d’eccellenza, si incaricava di fatto di sedimentare, legittimare e perpetuare.

Ogni sistema scolastico che abbia come obiettivo non il più ampio conseguimento del più alto grado di preparazione possibile, ma la selezione di una élite è classista nei fatti, e potenzialmente fascista.

Autoritarismo

L’insegnamento è, nella visione di Gentile, basato sulla libertà: su un libero atto dello spirito all’interno del quale soggetto e oggetto si fondono nel processo vivente della coscienza che apprende. Ma tale libertà, ammonisce Gentile, è libertà per il docente, mai per l’allievo. A fondamento di questa visione è la convinzione che senza classe dirigente non c’è società, che la società non «è concepibile senza classi dirigenti, senza uomini che pensino per sé e per gli altri». La scuola fascista, con la militarizzazione del corpo, con la fascistizzazione della didattica, con l’eliminazione dello spazio tra tempo della scuola e tempo della vita, non farà altro che dare forma più esplicita e rozza all’assunto che il magistero del docente ha lo scopo di inculcare nello scolaro l’idea che l’autorità è un elemento naturale e necessario, e dunque non può essere messa in discussione.
Il mito dell’autorevolezza non fa che ricoprire di ipocrisia questo assunto. Un mito che si presenta spesso con correlati al limite del ridicolo: ad esempio che un insegnante non possa mettere il massimo dei voti, perché significherebbe elevare lo studente all’altezza del docente.

Ogni didattica che non ammetta la possibilità di errore, che non riconosca il valore formativo della messa in discussione e della critica degli assunti del docente da parte dello studente è potenzialmente fascista.

Didattica normativa

La scuola fascista ebbe, come punto di approdo, l’elaborazione di una serie di «catechismi» e di slogan che rendevano i contenuti da apprendere non solo facili da memorizzare, ma soprattutto acquisibili senza alcun uso della facoltà di giudizio. Credere, obbedire, combattere era la sintesi di una didattica finalizzata a rendere naturale, istintiva l’obbedienza alla norma, che in quanto tale non poteva essere messa in discussione.
Non potrebbe esistere distanza più grande rispetto all’idea di cittadino-persona presente all’interno della Costituzione nata dalla Resistenza, che concepisce la massima espansione della persona, delle sue capacità, dei suoi diritti – sino alla possibilità di inserire nuovi diritti all’interno della Carta Costituzionale. La messa in discussione delle norme è il vero discrimine tra queste due concezioni della scuola.

Ogni sistema scolastico che non contempli tra le proprie finalità la formazione di menti in grado di esercitare con giudizio la critica dello stato di cose esistente – di avere il coraggio del sapere – è potenzialmente fascista.

Totalità

Il ministro Gentile si faceva «un punto di merito dell’aver sbarazzato il funzionamento dell’amministrazione scolastica dal metodo della consultazione di commissioni eterogenee e delle rappresentanze di classe» [Adolfo Scotto di Luzio, La scuola degli italiani, Mulino, Bologna 2007, p. 147], rifiutandosi al confronto con le organizzazioni degli insegnanti. Non è un caso, e non solo perché nei congressi degli insegnanti il filosofo idealista ha più volte assaporato il gusto della contestazione e dell’essere in minoranza: il metodo di lavoro di Gentile è coerente tanto con la sua filosofia, quando con l’ideologia totalitaria del fascismo. Come non si può spezzettare la totalità dello Stato ammettendo la rappresentazione degli interessi particolari, così il punto di vista della Totalità non può ammettere punti di vista particolari o differenti: conta solo il tutto, non le parti.
La scuola, integrata all’interno dello Stato fascista, non sfugge a questa reductio ad unum: il valore creativo e costituente del conflitto che scaturisce dall’incontro-scontro tra interessi diversi non può avere spazio all’interno della totalità organica che si incarna in chi si attribuisce il possesso, o l’interpretazione univoca, della Volontà Generale.
Il sistematico rifiuto del confronto con gli insegnanti e gli studenti sembra oggi essere ridiventato il metodo di lavoro del ministro e dei suoi collaboratori: ne è un significativo esempio la delegittimazione dello Statuto delle studentesse e degli studenti, che trova accoglienza nella parte peggiore della scuola.

Ogni concezione della scuola che rifiuti di attribuire il diritto di critica, o quantomeno di interpellanza, a tutti i soggetti coinvolti nel processo educativo è potenzialmente fascista.

Semplificazione

«Il fascismo», scrive Mussolini nella Dottrina del fascismo, «aspira a risolvere solo i problemi che si pongono da sé e che da sé trovano o suggeriscono la propria soluzione». Dietro questa concezione c’è l’idea di una dottrina commisurata a un mondo tutto sommato semplice, dove pochi elementi invarianti – la lotta permanente, l’emergere dei superiori sugli inferiori, lo Stato, il culto della personalità – sono sufficienti a orientarsi nel permanente divenire della storia. La riforma Gentile, per ragioni diverse (nelle intenzioni del suo autore), presentava un quadro disciplinare altrettanto semplice, fondato su un numero limitato di discipline. E questo dato non cambia quando il fascismo si impossesserà, con la militarizzazione del tempo libero, di quel tempo che Gentile pensava dovesse essere dedicato al «lusso» della cultura. Comunque motivata, dietro questa idea di scuola c’è la convinzione che un numero relativamente basso di campi disciplinari – o addirittura uno solo, che li riassume tutti – sia sufficiente a orientarsi nel mondo.

Nell’epoca della globalizzazione – che non ha reso complessa la società: ha mostrato questa complessità in tutta la sua evidenza – ogni idea di scuola che rifiuti o eluda il confronto con la complessità e ricerchi soluzioni semplicistiche e semplificatorie è potenzialmente fascista.

(continua…)

settembre 15, 2010

LE NOTTI BIANCHE di Vincenzo Guerrazzi

(…) I nostri amministratori, di destra e di sinistra, sono tutti preoccupati della precarietà e della solitudine giovanile: poco lavoro, niente soldi, problemi per le famiglie ecc. La preoccupazione primaria è dare una soluzione a questo serio problema. Detto fatto. Sindaci e Sindache si son messi in contatto telepatico tra loro: dobbiamo fare qualcosa prima dell’autunno… il problema giovanile è trasversale, riguarda tutti, senza distinzione di appartenza politica. I giovani sono il nostro futuro, sono la nuova classe dirigente, sono la speranza del pianeta, sono la gioia di vivere e… Intanto chiudiamo in bellezza la fine dell’estate con una grande festa: una festa per la felicità, una notte gioiosa di canti, balli, musica e tanti tanti balocchi per far felici i nostri ragazzi. Come la chiamiamo? A qualcuno deve essere venuto in mente il romanzo di Dostoevskij, e oggi queste feste si chiamano ovunque Le notti bianche.
(…) E’ caduto il Muro di Berlino, si è dissolta l’Unione Sovietica, si è allargata l’Europa e i Sessantottini che hanno applaudito l’ingresso a Teheran di Khomeini, hanno preso il potere e sono ben saldati con leghe di acciai speciali alle loro poltrone con figli nipoti e amanti. Nel frattempo si sono anche incanutiti ma si sentono sempre giovani più dei giovani. E per questo hanno pensato di organizzare le feste di fine estate per far sognare i giovani disoccupati. Tutti i sindaci e le sindache vogliono legare alla loro città i cantanti, gli uomini e le donne di spettacolo di cent’anni fa. Che senso ha spendere il pubblico danaro per legare a una città un personaggio popolare che non porta nulla se non se stesso? Che investimento è questo? E’ semplice insensatezza. Questi attempati signori, collezionisti di banconote, più invecchiano e più sono ingordi. Non si accontentano mai di quello che hanno, forse al loro posto lo sarei anch’io. Nessuno di quelli che occupano la Torre dice la verità sul nostro tempo. Sono tutti scopritori del passato.
Ma perché spendere questi soldi per ingrassare questi vecchi lupi mannari e non dare ai giovani la possibilità di esprimere se stessi? Mi rifiuto di credere che in Italia non ci sia una nuova generazione che sappia scrivere una canzone. Non è possibile. Questi vecchi fagocitano i giovani, veri talenti in ogni campo. Le città delle notti bianche hanno problemi di bilancio. Ai bambini degli asili hanno tolto la merendina, ai vecchi tromboni danno gettoni di brillanti. (…)

Leggi l’intero articolo sul blog di Vincenzo Guerrazzi

settembre 14, 2010

L’ITALIA E’ UN PAESE SENZA FUTURO di Christian Raimo

Il ventennale disastro civil-culturale, che in assenza di definizioni migliori abbiamo finito per chiamare berlusconismo, ma che è sinonimo di frantumazione sociale, di depoliticizzazione, di cinismo di massa, potrebbe cominciare a essere veramente contrastato (non tanto legittimando la conversione in articulo mortis di una certa destra a una minima etichetta costituzionale ma) provando a immaginare un paesaggio diverso con un po’ di inedita lungimiranza. Ossia? Ossia si potrebbe impegnarsi a invertire quel processo iniziato negli anni ’80 per cui la gente ha preso a ritirarsi dai luoghi pubblici dentro le mura delle proprie case, ha progressivamente evitato il confronto con il resto del mondo, ha imparato a consumare cultura e intrattenimento in forma privata: si è – per farla breve – trasformata da società civile in audience.

Leggi l’intero articolo su Minima et Moralia

settembre 13, 2010

TIPOLOGIA DEL VAMPIRO di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 10:24 am
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Che i morti senza pace abbiano “sete” di vita, è credenza universalmente attestata(1), come quella che vuole i vivi minacciati da spiriti erranti, fantasmi e vampiri. Ma, come si vedrà, la predilezione per l’uno o per l’altro dei fluidi vitali ne svela un diverso carattere, che non è senza significato per l’individuazione della colpa attraverso la quale, come in un pertugio, essi giungono a valicare la barriera che li separa da noi e ad aggredire l’esistenza mondana.
Nella rievocazione idealizzata dell’antico culto dei morti, il poeta ricorda l’offerta del latte nel mondo classico (in realtà universalmente diffusa, e riecheggiante nell’offerta di dolci durante la festa di Halloween, odierna replica neopagana della celtica Samain)
“Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e viole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte e a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentìa qual d’aura de’ beati Elìsi”.(2)
Qui l’offerta di latte ai morti serve scopertamente a placare la “colpa” di essere ancora vivi a godere la luce del sole, compensando le anime dei defunti (che nel paganesimo classico conducono un’esistenza non più che larvale) con un surrogato di nutrimento. Ciò che in realtà viene esorcizzato è il tormento di non avere adeguatamente corrisposto alla relazione coi congiunti quando erano tra noi scongiurandone il fantasma (proiezione esterna del rimorso): in termini psicanalitici, si tratta di compiere e consolidare l’elaborazione del lutto.
Diverso è il caso del demone femminile Lilith (reso celebre dalla cabala ebraica, ma in realtà diffuso in diverse repliche in tutta l’area mesopotamica(3). Nelle tradizioni ebraiche si tratterebbe della prima femmina d’uomo creata da Dio, la quale rifiutò la sottomissione ad Adamo e fuggì nel deserto. Questa figura, che solo una grossolana distorsione ideologica può interpretare come una sorta di capostipite del femminismo, va in realtà vista come il rifiuto della generazione più che della sessualità, che svela il suo carattere distruttivo: “E’ golosa di seme d’uomo, e sta sempre in agguato dove il seme può andare a finire nell’unico luogo consentito, cioè dentro la matrice della moglie, è suo tutto il seme che ogni uomo ha sprecato nella sua vita, per sogni o vizio o adulterio”(4). Ovviamente concorre a costruire questo tipo di femminile oscuro e vampirico il senso di colpa maschile per lo sperma dissipato, e infatti l’archetipo di Lilith ricompare in pieno occidente secolarizzato, nel momento in cui l’emancipazione romantica della sessualità dalla sua funzione riproduttiva dà origine ai vari tipi della “femme fatale” o della “donna vampiro”, amante insaziabile che toglie all’uomo la signoria su se stesso e lo rende schiavo del vizio:
“infame alla quale son legato
come il forzato alla catena
come il gioco al giocatore ostinato,
come alla bottiglia il beone,
come ai vermi la carogna
maledetta, maledetta sii tu!”(5)
Ancora diversa è la tipologia dei non-morti assetati di sangue, resa celebre dalla leggenda transilvana di Vlad l’impalatore la cui versione letteraria, il “Dracula” di Bram Stoker, è all’origine di innumerevoli narrazioni letterarie e cinematografiche contemporanee.
Si tratta in effetti di una credenza diffusa fin dalla più remota antichità, dove il sangue non è mero nutrimento ma sinonimo dell’anima stessa, ghiotta preda per chi cerca magicamente l’immortalità. I cerimoniali basati sulla libagione del sangue, meglio se di bambini, tormentano l’immaginario soprattutto medioevale e pre-moderno con l’ipotesi più o meno confermata di una stregoneria sempre in agguato dietro le deboli cortine della civiltà diurna. Ma l’immagine del vampiro è dura a morire anche nelle propaggini più razionalistiche della cultura contemporanea, se è vero che Marx definisce in questi termini il “capitale morto”, cioè il denaro, che si nutre del “capitale vivo”, il lavoro umano.
Quanto al successo crescente di cui il vampiro, circondato da un alone romantico e fascinoso, gode nella cultura di massa e soprattutto tra un pubblico giovanile (si pensi al fortunatissimo serial televisivo “Twilight”), bisognerebbe meditare sull’auto percezione di una generazione senza futuro, che vede defluire l’onda progressista dei decenni precedenti e si percepisce a torto o a ragione come una tribù di morti viventi: infatti, secondo le proiezioni economiche ed ecologiche ormai assorbite dal senso comune, essa non avrà a disposizione risorse naturali paragonabili a quelle delle generazioni precedenti per soddisfare la propria legittima brama di vita, e appare condannata alla scarsità. Una generazione che s’immagina vampira in quanto a sua volta vampirizzata: essa infatti stigmatizza la condizione attuale degli anziani e quelli che considera ingiustificabili privilegi (tra cui la stessa esasperante durata della vita) nei termini di un vampirismo esercitato a sue spese, come dimostrano le interviste raccolte da Loredana Lipperini nel suo recente libro dedicato alla terza età(6).

NOTE

1) M. Eliade Trattato di storia delle religioni, Boringhieri 1976 pagg. 205-206
2) U. Foscolo, I sepolcri (vv 124-129)
3) M. Centini, Il vampirismo, Xenia 2000, pagg. 25-30
4) P. Levi, Lilith e altri racconti, Einaudi 1981 pag. 22
5) Baudelaire, Il vampiro, in Opere, Dall’Oglio 1965 pag. 115
6) Loredana Lipperini, Non è un paese per vecchie, Feltrinelli 2010

settembre 11, 2010

RICETTE PER EVOCARE DEMONI di Guido Ceronetti

Non sposerei la teologia di Ceronetti, splendido scrittore e inguaribile gnostico, ma sui demoni occultati in questo secolo apparentemente illuminato ha certo qualcosa da dire. Gli aforismi sono tratti da Il silenzio del corpo (Adelphi 1979), i titoli in grassetto sono miei.

Risvegliare le potenze del mito

Diceva René Guénon che dagli scavi archeologici, compiuti in genere da professori incapaci di capire il senso profondo di certe rovine, possono essere suscitate forze psichiche tenebrose, rimaste per molto tempo sepolte.

Coltivare l’odio

Accaduto a Belfast. Si può arrivare a sparare da un’auto in corsa su una bambina di un anno e mezzo, sola, per odio politico generico contro gli abitanti di quel quartiere. Lo sparatore si considera, di sicuro, un combattente.

Uno psichiatra, parlando dei Baader-Meinhof: “Cerrcano la salvezza in un atteggiamento paranoide, che li rende ciechi di fronte alla realtà, perché ritengono che tutto quanto li circonda sia una macchinazione malvagia”. Su questo punto non sono ciechi, e tuttavia l’uomo non può vedere il male soggiacente, sfuggendo alla punizione che consiste in un accecamento e traviamento totale, se non è un veggente ispirato, e sopra tutto un atleta che ha vinto il male e si è reso immune prima di entrare nella visione. Per Arjuna la vista del Dio sotto l’aspetto terrificante è catartica, resta guerriero e uomo giusto; per un Baader, un poco di lembo sollevato è lo sconvolgimento mentale.

Idolatrare l’ego

I volti, sono del corpo? A volte ne dubito. Sembrano avere vita indipendente, incontrarsi senza il peso del resto. Vengono direttamente dal demoniaco e dall’angelico, dal profondo e dall’alto; il resto è solo terrestre.

Dice lo psicologo inglese Kenneth Strongman, che tra due che si guardano chi distoglie per primo lo sguardo è il dominatore. Può essere vero, perché il più forte ha paura di nuocere guardando troppo a lungo, oscuramente cosciente della forza e dei poteri dell’occhio, e della debolezza delle difese di chi gli sta di fronte: ma fa questo soltanto chi sia dotato di superiore senso morale (dominatore anche per questo); l’empio, sentendosi forte, non distoglierà mai lo sguardo per primo.

Con più forza di Pascal, Gadda dice che Io è il più lurido di tutti i pronomi.

Delegare la libertà all’agire tecnico

Se le modificazioni ecologiche attuali sono dovute a forze psichiche maligne in azione nel nostro mondo (nella nostra sfera), combatterle con mezzi grossolanamente materiali (il sofisma imbecille: Tecnologia buona contro cattiva) non può servire che a farci schernire da loro, perché i mezzi materiali e pratici gli sono perfettamente indifferenti. Quel che potrebbe farli arretrare è soltanto un capovolgimento dottrinale e cultuale, massiccio, in seguito a qualche impensabile predicazione, una conversione, una teshuvà, che per le mute vie intervenisse sulle correnti oscure, spezzasse trame gigantesche di fili; oppure la presenza profilattica di un certo numero di Giusti molto potenti, coscienti di questo e occupati a sventare il colpo. I poveri ecologi devono acccontentarsi di salvare tre o quattro alberi, mentre i demoni ne abbattono in un colpo, nel mondo, nello stesso momento, trecentomila.

Un’amica malata di cancro ci racconta del suo rimanere sola, davanti alla macchina che irradia sopra il suo petto il Cobalto 60. È una macchina parlante: un ronzio strano che ora si alza, ora cessa. In un isolamento completo, con una porta pesantissima alle spalle, sorge quel compagno ambiguo, che si sa micidiale, fuggito e temuto da tutti, che con te solo dovrebbe mostrarsi pieno di benevolenza, e in cambio di denaro guarirti. Ma quale lingua parla quel mostro? Quali avvertimenti mormora? Che cosa racconta? Forse parla di altri che sono passati di lì, e che sono morti, e ti raccomanda di non illuderti, onestamente ti prega: non credermi capace di vincere la morte.

“I crimini dell’estrema civiltà” dice Barbey d’Aurevilly “sono certamente più atroci di quelli dell’estrema barbarie”.

Se non lo costringevano a migliorarsi, il sistema industriale avrebbe avuto gli ultimi sussulti sulla battigia di questo secolo. Tanta disumanità e strazio di vita non poteva tenere. Ma sono volati in suo soccorso, braccia occulte del Male, l’umanitarismo sociale, il filantropismo letterario, il sindacalismo, il marxismo, il laburismo, perfino la religione; redenzione, progresso, salvezza. Ma avete così reso simpatico il male, migliorato l’alito al vampiro, messo guanti di velluto ad artigli inesorabili, che hanno continuato a lacerare. Il sistema industriale cessa di essere distruttivo, e di ingoiare vite umane nelle sue fornaci, soltanto per distruggerci meglio, con l’approvazione di tutti, per diventare il sistema della Distruzione Universale. In qualche caso, è addirittura liberatore, nutritore, conservatore di beni immateriali mediante denaro largito; elimina piaghe; si fa invocare come un Dio benevolo, come Dio unico. Ora che ci ha convinti ad accettarlo, può precipitarci tutti nel fuoco dell’abisso.

Chi tollera i rumori è già un cadavere.

Razionalizzare il soprannaturale

Il pulpito nelle chiese non è più utilizzato, perché il prete non deve più – è un uguale – soprastare ai fedeli. Ma scendendo dal pergamo il prete è salito in stupidità, non è diventato uguale ai fedeli. Prima volava sul gregge, con volo di pipistrello, si alzava fino alla cupola, scendeva a toccare i banchi, girava girava girava, riempiva le cappelle e le navate, il pergamo apotropaico allontanava le miserie, fermava i demoni che volavano a lui dalla massa luti inginocchiata o distratta.

« Che cos’è questa roba? ».
«Il DNA di un caporale austriaco della Grande Guerra, figlio di Klara e Alois Hitler, di nome AdoIf. È la chiave di tutto».
« La chiave di che cosa? Per decifrare un codice genetico, come qualsiasi altra notizia biologica a gesto umano, mi occorre una parola che squarci la tenebra, poi cercherò di fare da solo, brancicando ».
« Scegli: Fato, Zeus, Anra-Maniu, Dio, Predestinaziane, Karma, Ananke, Moira, Peccato, Mistero, Male … ».
« Grazie: ciascuna di queste chiavi-passepartout è buona. Naturalmente non bastano, ma rendono subito superflua quell’altra, che si trova oltrepassata come da un colpo di folgore. La lettura della tenebra ulteriore sarà adeguata alla capacità degli occhi ».

Normalizzare il sub-umano

Disegno di un umorista tedesco: un chiosco di giornali pieno di pornografia; la scritta: Eros ist tot. Schwein lebt. È così: Eros è morto, il Porco vive.

C’era, nel cortile dell’osteria, un maiale enorme, barbuto e grigio – sventrato. Ci copriamo gli occhi, scappiamo. Quando torniamo è tutto finito: i pezzi dell’animale giacciono puliti e in ordine come canne di un organo smontato.

settembre 10, 2010

GELMINI: IL BELLO E’ CHE SE NE FREGA di Pino Corrias

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 11:26 am
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(Da Vanity Fair, 8 settembre 2010, già postato in Voglio Scendere)

Ma perché mai una come la ministra Mariastella Gelmini – che ha il cuor contento e il volto sempre colmo di comprensibile stupore – dovrebbe palpitare per la stracciona Italia degli studenti e degli insegnanti? Lei sogna per la sua bimba neonata “una scuola meritocratica che insegni tanta musica e inglese”. E intanto allestisce il nuovo anno con i ragazzi senza banchi, gli insegnanti senza lavoro, le aule senza riscaldamento.
Guardatela per bene la prossima volta che comparirà nei tg, così esile di collo, ma armata di occhi e crocefisso, a dettare le demolizioni di giornata. A scanso di brutte figure le hanno insegnato a non accettare mai domande in pubblico. E a negarsi in privato. Nei giorni delle proteste non ha voluto incontrare nessuna delle sue vittime, non i precari, non gli studenti, non i genitori, neppure i professori, perché dice “che fanno politica”. O bella. Lei forse neanche lo sospetta che è la politica a fabbricare la scuola e l’assenza della politica a fabbricare una come lei.

A Mariastella interessa nulla che una buona scuola possa garantire una decente trasmissione del sapere ai futuri cittadini: se costa troppo va tagliata. E ancora meno le interessa che attraverso una buona scuola la collettività selezioni la propria classe dirigente. Lei fa tesoro della sua storia. Da ragazza voleva fare la ballerina. Poi ha incontrato il Cavaliere Supremo che dalle nebbie delle Bassa bresciana se l’è portata dentro i tepori di Palazzo Grazioli. Da quella diagonale ne è uscita alla grandissima, fregando quelli che a scuola la prendevano in giro perché era poco sveglia. Loro oggi sono tutti a nanna. E lei fa la ministra.

settembre 8, 2010

NON E’ UN PAESE PER VECCHIE di Loredana Lipperini

UNA RECENSIONE DI ROBERTA BORSANI

Ecco un libro bello, importante, assolutamente da leggere. Desolante e sconcertante quanto è necessario per rappresentare senza filtri o eufemismi la condizione degli anziani, e soprattutto delle anziane, in un paese impazzito. L’Italia. Ma potremmo anche dire l’occidente, che conosciamo bene. In Italia si sta soltanto un po’peggio perchè peggiori sono i servizi, ma anche il livello culturale che la televisione detta a una società sempre più tele-dipendente.
Oggi la vecchiaia sembra non avere più una collocazione temporale definita, ma nemmeno un’ammissibilità sociale. Infatti, a seconda dei punti di vista può andare dai trenta ai novantanove anni (un tredicenne dirà che un trentenne, se non ha i jeans e le scarpe giuste, è vecchio), ma in ogni caso è oggetto di una vera e propria rimozione, se è vero che l’industria culturale e cosmetica mette a disposizione un’infinita gamma di prodotti che hanno il preciso scopo di negarla. Le rappresentazioni dell’eterna giovinezza non sono decise dai vecchi (che si trovano semplicemente ad “agirle”) ma da altri, che da esse traggono un qualche profitto. Intanto però, a mo di risarcimento, i giovani (con poche prospettive, poveri di esperienza e di ideali, non adeguatamente sostenuti nella loro ricerca di affermazione umana e professionale) si scagliano risentiti contro gli anziani in pensione che “si godono la vita” e usufruiscono di diritti negati ad altre fasce della popolazione. Naturalmente si tratta di una illusione, coltivata dai media ma con scarsa aderenza alla realtà, visto che un anziano su tre percepisce una pensione inferiore ai cinquecento euro mensili, ma si sa, l’immaginario non sente ragioni. Ed ecco un saggio dei molti materiali che l’autrice ha tratto dal web (blog, facebook). Colpisce la ferocia esternata da persone che si suppongono giovani, maschi e femmine: pare che gli anziani siano ormai roba da campo di sterminio: “Io odio i vecchiacci schifosi maledetti!!! Li detesto, mi fanno schifo…”. E ancora: “Per gli anziani, una formale richiesta: dato che vi dobbiamo pagare la pensione lavorando come bastardi tutti i giorni, abbiate almeno l’accortezza di levarvi dai coglioni all’età giusta”. Gli anziani, insomma, succhiano energie, risorse economiche, attenzioni che spettano ai giovani. Affermazioni brutali, con un che di animalesco. Nemmeno in un contesto di cieca lotta per la sopravvivenza sarebbero giustificate: i vecchi Inuit, divenuti “socialmente inutili” venivano in effetti abbandonati sulla banchisa, molto malinconicamente però e a un solo scopo: la sopravvivenza della tribù. Ma era un altro mondo.
I vecchi nostri, se proprio ce li vogliamo tenere, devono evitare di innamorarsi, (patetici), dimostrare interessi per la sessualità (laidi), divertirsi (ridicoli). I divieti valgono più per le donne, ovviamente. Guai ad innamorarsi di uno più giovane, a imitare le giovani nel look, a cercare una visibilità sociale attraverso l’esibizione. Chi lo fa deve accettare l’umiliazione d vedersi ridicolizzato, umiliato. Le velone. Donne da circo, come la donna cannone o la barbuta.
Però, dato che molte “vecchie” devono lavorare (le statali, aggiungo io, fino a sessantacinque anni), e dato che nessuno vuole trovarsi di fronte a una mummia, che si tratti di un’insegnante o di un’impiegata della posta, bisogna simulare il più a lungo possibile la giovinezza (il che è in contraddizione con i divieti precedenti, mi pare): botulino, silicone, chirurgia estetica sono qui per aiutarci. Ed è terribile vivere l’ultima parte della propria vita nella finzione di essere ancora ciò che non si è più. Come clandestine dell’età. Donne braccate dalle rughe, dal diradarsi della chioma e dall’adipe. Dalla natura insomma. Sempre con la valigia in mano per andare a farsi restaurare da qualche chirurgo consigliato dalle amiche. E con la paura di essere smascherate.

Tra le pagine sempre stimolanti e ben documentate della Lipperini ho provato talvolta disagio, la sensazione di una sostanziale irresolutezza, quando si tratta di individuare le ragioni profonde dello stato di cose descritto, attribuibile forse alla paura di doversi confrontare con il politicamente scorretto o a quella, ben più giustificabile, di perdere di vista la complessità, cercando principi e ragioni – operazione che porta sempre con sé il rischio della semplificazione. L’altro rischio però, è la paralisi morale di chi si ferma sulla soglia del giudizio e non vede vie d’uscita.
Io ci ho riflettutto questa notte – perché il libro è uno di quelli che può provocare l’insonnia, effetto collaterale dei libri importanti. Una società che ha reciso ogni legame con la tradizione, che tende a sostituire le comunità naturali con esperienze di carattere puramente associativo (in cui il passaggio dal ruolo alla funzione determina un alto tasso di competitività), una società fortemente individualistica che esalta la condizione del single come ideale e invidiabile, finendo necessariamente per porre l’accento sull’autosufficienza, non può che rendere incomprensibile e intollerabile la vecchiaia (come anche la malattia, la disabilità ecc). Solo gli autosufficienti, vecchi o giovani che siano, possono pensare di vivere una vita degna. Agli altri non rimane che spararsi. E se si sparano, hanno la comprensione e la benedizione di tutti.
Rispetto per gli anziani e riconoscimento dei legami comunitari (familiari o di altro genere) vanno insieme. Enea che fugge da Troia per fondare una nuova città-civiltà porta con sé il vecchio padre (e lo porta significativamente sulle spalle) e i sacri arredi, simboli della tradizione troiana, del legame con un passato che trascende la dimensione individuale dell’esistenza.
Non si può chiedere ai giovani di amare i vecchi perché vecchi. La vecchiaia porta incisi su di sé tutti segni del decadimento fisico. Il giovane non “educato”, spiritualmente involuto, si volge istintivamente dalla parte del sole e della luce, delle cose che splendono. Non ha l’occhio esercitato a individuare l’anima raffinata dietro un’apparenza sgradevole.
Va detto inoltre che nelle società egemonizzate dall’”agire tecnico” il sapere di cui è portatore il vecchio è facilmente giudicato obsoleto. La vera scienza è quella dell’innovazione. E infatti il risultato è superspecializzazione tecnica e intellettuale unita ad analfabetismo affettivo, perchè di questa dimensione del sapere manca il soggetto di trasmissione, sostituito per lo più dall’educazione ancora tecnica alla sessualità. Ma soprattutto, senza il rispetto per quel sapere che viene solo dall’esperienza, dall’avere amato e sbagliato, come si può capire l’importanza di una persona debole, in declino sul piano fisico e mentale, come si può provare il desiderio di prendersene cura?
La Lipperini mi sembra poco incisiva quando accenna ai modelli nei quali l’anziano si trova via via identificato e ingabbiato, tra i quali non accetta di fare distinzioni di valore. Il modello del nonno dedito ai nipoti, della nonna attenta ai bisogni familiari, dell’anziano puramente “conservativo”, dell’eterno ragazzo con il pisello sempre in resta e l’interesse per le venticinquenni, sembrano tutti ugualmente mortificanti. Non che ci sia un’affermazione così compromettente, ma manca una chiara distinzione tra modelli dignitosi di vecchiaia e altri oggettivamente sconcertanti. Il messaggio che si rischia di recepire è: nessun modello per favore, ogni esistenza è individuale, lasciamo che l’anziano segua il suo estro. E invece proprio l’anziano ha bisogno di riconoscersi in una cornice sociale strutturata di cui lui è (o dovrebbe essere) proprio il punto fermo.
Ogni anno mi trovo costretta spiegare ai miei alunni che Pirandello (nemico dichiarato di ogni ruolo sociale e persino della forma di cui l’esistenza ha intrinsecamente bisogno per essere tale), nel definire il comico come “avvertimento del contrario”, porta l’esempio della donna avanti negli anni, agghindata come una giovinetta. Anche lui, il terribile relativista, dovendo scegliere fra i molti possibili esempi del ridicolo, sceglie quello. Come fosse il più scandaloso. Caso emblematico, a mio modo di vedere, del fatto che dalla negazione di ogni archetipo, principio di orientamento delle energie morali e psichiche, si rischia di cadere nello stereotipo; si possono scatenare gli istinti di sopraffazione più bassi, le idiosincrasie di cui a fare le spese sono sempre quelli naturalmente più fragili. I brutti. I malati. I vecchi. Le vecchie soprattutto, che trovano già bell’e pronta una maschera ben radicata nella storia dell’occidente: quella della strega, vecchia laida ossessionata da appetiti socialmente inaccettabili, sessuali o cannibalici.
Questo stato di cose è il prodotto di una cultura che è in cammino da tempo, se già Dostoevskij poteva scrivere più di un secolo fa un romanzo come Delitto e Castigo, la storia di un giovane studente che uccide una vecchia usuraia. La quale è brutta, disgustosa, moralmente indegna. “sospettosa e sola”, “non più della vita di un pidocchio”.Il nichilismo ideologico a cui il giovane è pervenuto giustifica in pieno l’omicidio (“Se la si uccidesse e si prendessero i suoi soldi, per poi, col loro aiuto, consacrarsi al servizio di tutta l’umanità e della causa comune: che ne pensi, non sarebbe un solo minuscolo delittuccio cancellato da migliaia di buone azioni?”), ma la pietà sperimentata in prima persona nell’incontro con una donna che sa amare, porterà il giovane a vedere la vita con occhi nuovi. Come dire: non sarà solo da un (necessario) miglioramento delle istituzioni assistenziali, ma da una conversione all’autenticità dei rapporti umani che possiamo sperare di superare l’inferno di cristallo in cui ci siamo rinchiusi, dove le immagini degli altri ci appaiono per lo più come l’invidiabile e il concorrente, piuttosto che come il prossimo. Se c’è una riforma da fare, essa riguarda la rappresentazione stessa dell’umano, e bisognerebbe che i difensori della modernità ad oltranza cominciassero a prenderne atto.

settembre 7, 2010

NORD E SUD: UN’UNITA’ DA RITROVARE di E. Galli Della Loggia

La Lega sta sfondando anche in Emilia Romagna, regione finora considerata inespugnabile: ecco perchè Bossi vuole andare a votare a tutti i costi. Fare il pieno e trattare sul federalismo nelle condizioni di maggior forza possibile. Sapendo che, comunque, dovrà trattare. Destra o Sinistra (non crediate all’amore eterno della Lega per Berlusconi, l’ha già scaricato una volta nel 94 e lo rifarebbe domani, se capisse che non può più garantire un quinquennio per l’unica riforma che le sta a cuore). Ecco perchè questo articolo di Galli Della Loggia, comparso una decina di giorni fa, ha il merito di riportare l’attenzione su quella che è l’unica vera questione della politica italiana (Fini a Mirabello è come i fuochi artificiali al mio paese: un saluto all’estate, ai colpi di sole e agli amorazzi che durano un week end).

(Da: Corriere della Sera, 29 agosto 2010)

Una questione domina su tutte le altre della politica italiana e in vario modo le riassume tutte: il problema dell’unità nazionale, ovvero il problema di come tenere ancora insieme il Nord e il Sud del Paese.
È chiaro, per chi sa vedere, che siamo ad uno di quei momenti in cui la politica è chiamata a fare i conti con una vera e propria svolta storica: la fine della prima Repubblica ha significato molto di più di ciò che allora ci è sembrato. Ha significato anche la fine degli equilibri economico-sociali (e della relativa ideologia) che avevano reso possibile e accompagnato la secolare industrializzazione-modernizzazione italiana. Con ciò è giunto ad un suo punto critico anche il secolare patto nazionale la cui forma, risalente al vecchio Statuto Albertino, la Costituzione del ’48 aveva, sì, profondamente innovato, ma in un certo senso ripreso e confermato.

Il compito che sta ora davanti al Paese è quello di rifondare questo patto. Di rifondare l’unità italiana rinsaldando l’unione tra le due parti decisive della Penisola, il Sud e il Nord. Chi saprà farlo – è facile prevederlo – s’installerà al centro del sistema politico divenendo la forza egemone per un lungo tempo avvenire. Il partito o lo schieramento che vorrà provarci, che aspirerà al ruolo di partito nazionale, dovrà però guardarsi innanzi tutto da un pericolo mortale: quello di apparire (e/o di essere) un partito «sudista» (è il pericolo di cui invece non sembra accorgersi l’Udc, che così perde ogni credibilità «nazionale» cui pure dice tanto di aspirare, dopo che si è proclamata espressamente Partito della nazione). Incorre in tale pericolo qualunque posizione – come quella del partito di Casini, appunto – la quale, lungi dal capire il fondamento reale del «nordismo» (lo chiamo così per brevità) attribuisce invece a Bossi e alla pura e semplice esistenza della Lega l’origine dei problemi; rifiutandosi cioè di riconoscerne e soprattutto capirne la loro sostanza e portata reali. Quasi che, se non ci fossero né Bossi né la Lega, il Nord non creerebbe più fastidi e tutto andrebbe a posto.

Non è così. La protesta del Nord si fa forte dell’esistenza di problemi reali (inefficienza dell’amministrazione centrale, scarsità d’investimenti infrastrutturali, livello altissimo della fiscalità, a cui si può aggiungere la meridionalizzazione degli apparati statali): problemi che tra l’altro per una parte significativa non sono specifici del Nord, bensì generali dello Stato italiano, anche se al Nord se ne sente di più il peso. E sta proprio qui, direi, la differenza decisiva con il «sudismo», con la protesta che negli ultimi tempi il Mezzogiorno ha a sua volta mostrato di voler mettere in campo come rivalsa antinordista all’insegna del rivendicazionismo risarcitorio per il proprio mancato sviluppo.
Infatti, almeno nella sua vulgata di massa, quella del Sud si presenta come una protesta che non tiene assolutamente conto, non fa menzione neppure, di quello che pure tutti gli osservatori imparziali hanno indicato da decenni come tra i principali, o forse il principale ostacolo di qualunque possibile sviluppo del Mezzogiorno. Vale a dire la paurosa, talvolta miserabile pochezza delle classi dirigenti politiche meridionali, specie locali, protagoniste di malgoverno e di sperperi inauditi, ma che continuano a stare al loro posto perché votate dai propri elettori.

Accade così, che mentre la protesta «nordista» ha corrisposto alla nascita e all’affermazione in loco di una nuova classe politica (quella della Lega), quasi del tutto diversa dal passato e assai polemica verso di esso, comunque la si voglia giudicare; viceversa la protesta «sudista», proprio per questo suo dato di partenza di irrealtà, è disponibile ad ogni uso e già oggi viene inalberata dai più variegati spezzoni e reduci di tutte le formazioni politiche meridionali degli ultimi decenni mentre palesemente si candida a diventare il refugium peccatorum di tutti i trasformismi e gli opportunismi politici che prosperano a sud del Garigliano. In tal modo privando di ogni dignità politica e di ogni futuro le sue pur esistenti ragioni, e condannandosi a rappresentare esclusivamente l’ennesima chiacchiera da comizio.
Un partito che oggi volesse avere una funzione davvero nazionale dovrebbe dunque partire da qui. Dal capire senza esitazione le fondate ragioni del Nord e cercare di combinarle con quelle del Sud. Che ci sono, ma non sono presentabili all’opinione pubblica del Paese con qualche possibilità di successo fintanto che non le si strappa dalle mani di chi finora ha governato il Mezzogiorno, da destra e da sinistra, da Napoli a Palermo, nel modo sciagurato che sappiamo.

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