Doctor Blue and Sister Robinia

settembre 23, 2010

PSICOPOLITICA(1) LA GUERRA AL TERRORE di G. Lakoff

(Da: Pensiero politico e scienza della mente, Bruno Mondadori 2009)

Un’idea ingannevole e distruttiva può essere introdotta in presenza di un trauma e poi ripetuta così spesso da entrare per sempre nelle nostre sinapsi. A quel punto, non se ne va più. Dobbiamo inibirla, aggirarla e fornire alternative.
Per alcune ore dopo la caduta delle torri gemelle l’11 settembre 2001, i portavoce dell’amministrazione fecero riferimento alll’evento usando il termine “crimine”. Anzi, Colin Powell sostenne all’interno dell’ amministrazione che esso fosse trattato come tale.
Ciò avrebbe implicato il ricorso a tecniche della lotta internazionale contro il crimine: controlli dei conti bancari, intercettazioni telefoniche, reclutamento di spie e informatori, impegno nella diplomazia, collaborazione con le agenzie di intelligence di altri paesi e, se necessario, l’esecuzione di limitate” operazioni di polizia” con le forze militari. Ciò avrebbe portato a capi d’accusa, proocessi, prove e alla determinazione dell’innocenza o della colpevolezza degli imputati in una corte di giustizia. I terroristi sarebbero stati considerati criminali, e non eroici combattenti, da coloro che pretendevano di rappresentare. In effetti, questi metodi sono stati finora i più efficaci a livello internazionale per affrontare il terrorismo e sono stati adottati con successo in Gran Bretagna.
Ma il frame del crimine non è riuscito a imporsi nell’amministrazione Bush che, invece, ha scelto accuratamente una metafora bellica: la “guerra al terrore” .
Le sinapsi del cervello cambiano più prontamente e drasticamente in condizioni traumatiche e 1’11 settembre fu un trauma nazionale di prim’ ordine. Esso consentì all’ amministrazione Bush di imporre la metafora della “guerra al terrore” e di renderla immodificabile. Le guerre letterali, come quelle metaforiche, sono condotte contro gli eserciti di altre nazioni. Finiscono quando gli eserciti sono sconfitti militarmente e viene firmato un trattato di pace. Il terrore è una condizione emotiva. È in noi. Non è un esercito. Non si può sconfiggerlo militarmente e non si può firmare con esso un trattato di pace.
“Guerra al terrore” significa guerra senza fine. Lo slogan è stato usato dall’ amministrazione Bush come espediente per ottenere poteri da tempo di guerra virtualmente illimitati – e ulteeriore potere interno – per il presidente. Come? Perché parlare di “terrore” attiva una risposta di paura e la paura attiva una visione del mondo conservatrice, in cui un leader potente, pronto a usare la sua forza, offre protezione e sicurezza.
La metafora della guerra è stata scelta per ragioni politiche, e principalmente per ragioni di politica interna. La metafora definisce la guerra come il solo modo di difendere la nazione. Nel suo contesto, essere contro la guerra come risposta adeguata significava essere antipatriottici, essere contro la difesa della nazione. Passsare da “terrore” a “terroristi” mantiene ancora la metafora bellica.
La metafora della guerra ha posto i progressisti sulla difensiva.
Da quando ha preso piede, qualsiasi rifiuto di accordare al presidente pieni poteri nella condotta della guerra ha esposto i progressisti in Congresso all’ accusa di essere antipatriottici, riluttanti a difendere gli Stati Uniti, disfattisti, traditori. E una volta che i militari hanno iniziato le operazioni, la metafora della guerra ha creato una nuova realtà che rinforza se stessa.
La metafora della guerra ha consentito al presidente di assumere i poteri di guerra, che lo hanno reso politicamente immune dalle critiche, anche le più gravi, e gli hanno conferito uno straordinario potere per realizzare all’interno il programma dell’ultradestra: il potere di spostare denaro e risorse dalla spesa sociale alla difesa e alle industrie collegate; il potere di ignorare la tutela ambientale sulla base delle esigenze militari; il potere di allestire un sistema di sorveglianza interna per spiare i cittadini e intimidire gli awersari politici; il potere sul dibattito politico, poiché la guerra prevale su tutti gli altri argomenti. In breve, il potere di rimodellare gli Stati Uniti secondo la visione dell’ultradestra a tempo indeterminato.
Di più, la metafora della guerra fu stata usata come giustificazione per l’invasione dell’Iraq, che Bush aveva pianificato fin dalla prima settimana successiva all’assunzione dell’incarico. Frank Luntz, l’esperto del linguaggio della destra, raccomandava di riferirsi alla guerra in Iraq come al principale fronte della “guerra al terrrore”, anche se era noto che Saddam Hussein non aveva nulla a che fare con 1’11 settembre e, anzi, considerava Osama bin Laden un nemico. Fox News usava il titolo “guerra al terrore” quando mandava in onda filmati sull’Iraq. Chi non ricorda le “armi di diistruzione di massa”? Esse sono state inventate dall’amministraazione Bush per instillare il terrore nel cuore degli americani e per giustificare l’invasione. Rammentiamo che la guerra all’Iraq era stata invocata molto tempo prima dell’11 settembre e sostenuta fin dal 1997 dai membri del Project for the New American Century, che più tardi avrebbero avuto un ruolo dominante nell’amministrazione Bush. Perché?
La strategia neoconservatrice prevedeva di usare le armi per connseguire obiettivi economici e strategici nel Medio Oriente: assicurarsi il controllo di riserve petrolifere al secondo posto nel mondo per importanza; collocare basi militari nel cuore del Medio Oriente a scopo di intimidazione economica e politica; aprire i mercati e le opportunità economiche del Medio Oriente alle imprese americane; porre la cultura americana e un governo controllabile al centro del Medio Oriente. La giustificazione fu 1’11 settembre: identificare l’invasione dell’Iraq come parte della “guerra al terrrore” e affermarne la necessità allo scopo di proteggere l’America e diffondere la democrazia.
All’interno, la “guerra al terrore” è stata un grande successo dell’ultradestra. Con George Bush per la seconda volta alla Casa Bianca l’ultradestra ha collocato suoi giudici alla Corte suprema; in tutto il paese sono stati designati giudici di destra e 1′esecutivo si è riempito di personale reclutato negli ambienti di destra con il compito di attuare obiettivi interni senza rapporto con le guerre all’ estero. Le spese sociali sono state drasticamente ridotte. Deregolazione e privatizzazione sono dilagate; persino le strade di grande comunicazione sono state privatizzate. Il denaro dei contribuenti è stato trasferito agli ultraricchi, che sono diventati anncora più ricchi. L’ambiente ha continuato a essere saccheggiato. La sorveglianza sui cittadini è entrata in funzione. I profitti delle corporation sono raddoppiati mentre il livello dei salari è sceso. I profitti petroliferi sono saliti a quote astronomiche.
La metafora è ancora operativa. Dobbiamo ancora toglierci le scarpe negli aeroporti e rispettare il divieto di introdurre bottiglie d’acqua sugli aerei. La “sicurezza” negli aeroporti ci dice concretamente che dobbiamo avere paura. Lo stesso incessante riichiamo alla “guerra al terrore” evoca – inconsciamente se non consciamente – paura. I candidati repubblicani alle elezioni presidenziali del 2008 hanno ripetuto la frase instancabilmente. La candidatura stessa di Rudy Giuliani si è basata sul presupposto che lui poteva “combatterlo” meglio di chiunque altro. John McCain ha cercato di sembrare altrettanto deciso. Mitt Romney voleva combatterlo con più tortura: due Guantanamo!
La metafora della “guerra al terrore” è ancora l’ingrediente principale della politica interna della destra.

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