Odoardo Borrani – L’analfabeta (1869)
Questo articolo di Marco Lodoli è tratto da Tiscali – Rubriche
Lo so: a fare la Cassandra non si raccolgono troppe simpatie. A dire: io vi avevo annunciato la disfatta tanto tempo fa non si diventa certo popolari, e del resto chi anticipa il peggio spera ardentemente di sbagliarsi. Però i dati che ha fornito in questi giorni il professor Tullio De Mauro io me li sentivo in corpo da anni, li percepivo insegnando nella mia scuoletta di periferia e girando nel raggio breve delle mie scorribande metropolitane, e tante volte ho scritto attenzione, il paese sta retrocedendo in un’ignoranza pericolosa, in una inconsapevolezza culturale che mette paura. Intuivo, sospettavo, paventavo, ma i numeri che De Mauro ha snocciolato sono decisamente più cupi di ogni più nera previsione. In breve: il 70% degli italiani fatica a leggere e scrivere. Nel dettaglio: il 5% è assolutamente analfabeta, il 33% stenta a decifrare un semplice articolo di giornale, e un altro 33% sta slittando nelle sabbie mobili dell’analfabetismo. Provo a pensare che si tratti di percentuali esagerate, che le cose non stiano proprio così, che il prof l’ha sparata grossa per metterci in guardia, per aprire un dibattito, per sgomentarci. Sette persone su dieci non sono più in grado di leggere e capire e amare Leopardi e Manzoni, e non riescono nemmeno a comprendere un articoletto che discetti su quale sia la migliore posizione in campo per Francesco Totti. Siamo messi malissimo, il Nulla avanza, come nel libro e nel film La storia Infinita, si mangia la civiltà, la tradizione, il passato, il futuro, la bellezza. D’altronde il nostro apparato psichico non è diverso da quello digerente: il cibo che inghiottiamo ci modifica, se beviamo in mezz’ora due litri di vino non capiamo più niente, se per vent’anni ingurgitiamo idiozie e fandonie il nostro cervello retrocede verso la scimmia. Sette italiani su dieci non possono nemmeno esprimere ciò che sentono, gli mancano le parole per dare una forma alla rabbia, all’incertezza, alla frustrazione, alla confusione, ai tanti sentimenti che tutti abbiamo nell’anima, e quei sentimenti inespressi si aggrovigliano, soffocano, marciscono nel silenzio. Sette italiani su dieci non possono ragionare, perché non riescono a trovare le parole giuste, e soffrono per questa mutilazione. Sette italiani su dieci non capiscono i discorsi degli altri, non colgono i nessi, i passaggi, il senso delle frasi. E quando uno non capisce e non riesce a farsi capire, è facile che si deprima, o che spacchi qualcosa contro il muro, che pianga o che urli tutta la sua impotenza, che faccia le cose sbagliate, che si rovini la vita.
Questo il commento di Roberta Borsani
su La fata Centenaria:
Per Gramsci la cultura popolare (come weltanschauung, visione del mondo) è essenzialmente «folklore», espressione utilizzata in un’accezione prevalentemente (ma non del tutto) negativa. Infatti il folclore, costituito soprattutto dai refluvi della cultura egemone, coincide con ciò che si definisce “senso comune”, cioè «una convinzione disgregata, incoerente, inconseguente, conforme alla posizione sociale e culturale delle masse di cui esso è la filosofia» (A. Gramsci, Quaderni del carcere).
Il compito di «educare le masse», strappandole alla condanna di un sapere arretrato per consegnarle a una concezione del mondo moderna e progressista ( e soprattutto universale, filosofica), spetta alla “filosofia della prassi”. La cultura popolare va capita e studiata, per Gramsci, che le riconosce dei fattori di resistenza contro le pressioni del potere, ma lo scopo resta comunque il suo superamento per accedere ad un orizzonte mentale più ampio. Agli intellettuali spetta la missione educatrice, quasi di redenzione, delle masse popolari.
Decisamente possiamo dire oggi che le cose non sono andate così. L’intellettuale in Italia non ha saputo affatto educare le masse, anzi le ha abbandonate alla cultura più avvilente e regressiva della società dei consumi. Quasi abbattute le tradizioni laddove opponevano il loro zoccolo duro al potere, svilito lo stesso senso comune, ridotto al “si dice” dell’informazione giornalistica di peggior livello, il cui effetto fra l’altro è quello di seminare l’illusione di una conoscenza che di fatto è fittizio. Tutti credono di sapere, l’umiltà che è il presupposto del sapere va a farsi benedire ma l’ignoranza (il non sapere di non sapere) resta.
Tullio De Mauro, denunciando l’ignoranza degli italiani a causa del dilagante semianalfabetismo di ritorno che colpisce un po’ tutte le età, lamenta che pochi conoscono Manzoni, Leopardi, D’Annunzio…gli scrittori che fanno grande la nostra tradizione letteraria italiana. Vero, dico io, ma quanto in passato la tradizione letteraria italiana è stata vicina agli italiani? Quanto i nostri grandi hanno saputo parlare al cuore dei piccoli?
Lo stato attuale di cose ha radici lontane. Pochi dotti, dalla preparazione solida e raffinata, e molti ignoranti in Italia. Due mondi separati, infinitamente distanti. Il complesso di stizzita superiorità dei primi, l’indifferenza selvatica degli altri. Una reciproca mancanza di fiducia. L’intellettuale vuole educare e dirigere folle che non ama, di cui diffida. Il suo modo di impartire il sapere chiede perciò pura sottomissione e obbedienza. La folla, da parte sua, risponde con lo sguardo malizioso della servetta che ride di Talete caduto nel fosso mentre osserva le stelle. L’intellettuale, dice la folla-serva, si occupa di cose inutili, che non riempiono la pancia, non emozionano… Intanto la televisione regala via via giochi da circo (circenses) buoni per appetiti grossolani e tanto facili da digerire che anche i figli degli intellettuali ne vengono conquistati.
In altri paesi l’uomo di conoscenza ha avuto un rapporto più stretto con il suo popolo e con la visione del mondo di cui il popolo è portatore. I coltissimi fratelli Grimm non hanno scritto delle fiabe di loro invenzione, preferendo attingere alla cultura orale contadina, di cui hanno riconosciuto il valore profondo. Ricordo una pagina di “Tra due guerre” di Mario Rigoni Stern: lo scrittore racconta di come negli anni sessanta molti russi nei giorni di festa si raccogliessero attorno alle tombe dei loro grandi scrittori recitando emozionati versi e pagine. Tanti anni di realismo sovietico non avevano cancellato il loro attaccamento a scrittori e poeti capaci di interpretare lo spirito della grande amata madre Russia, e neppure il desiderio di condivisione del piacere della poesia.
La grande amata madre Italia invece non è mai esistita. Molta retorica nei libri risorgimentali destinati all’educazione e poco di autentico. La riflessione risorgimentale seria agli italiani incolti non è mai arrivata. Troppo di alto livello. Le popolazioni della penisola si stavano perciò ancora annusando quando l’esperienza traumatica del primo conflitto le ha costrette ad essere popolo, triturandole e poi vomitandole come massa inerte e obbediente al regime. L’intellighenzia naufragata: la filosofia della prassi stroncata da una visione meccanicistica, rigida, ideologica. L’educazione divenuta troppo spesso propaganda al servizio del partito (che invece doveva essere lo strumento dell’emancipazione e non il fine). Perché gli italiani questo hanno avuto: propaganda, da un lato, e sarcasmo dall’altro. Da un lato l’intellettuale di sinistra un po’ spocchioso e incapace di calarsi nei panni di chi è rimasto escluso dal conoscere organico e consapevole.. Dall’altro il democristiano ammicante, davanti al quale l’italiano resta comunque un furbacchione. Uno che vuole la ciotola piena, prima di tutto. Dopo, magari, la poesia. Dopo.
Il partito comunista ci ha provato a fare il partito popolare e per un po’ c’è anche riuscito. Ma non ha retto l’urto con il consumismo che ha come drogato gli operai: il Pci li ha seguiti nel baratro, l’intellettuale colto e vigile si è opportunamente tirato indietro, pieno di disgusto. A fare avanguardia. Quella che gli operai non possono capire.
Ecco, l’italiano di oggi (che non sa scrivere, leggere, parlare) è il frutto anche della classe politica italiana di sempre, dove paternalisti anoressici e cialtroni si sono troppo spesso succeduti. E le cose sono andate di molto peggiorando dalla fine degli anni ’70 in poi. Non dimentichiamo che l’italiano degli anni sessanta era in grado di apprezzare e di seguire riduzioni televisive di opere letterarie di altissimo livello: I fratelli Karamazov, Anna Karenina, I Promessi Sposi, I miserabili. Dialoghi complessi, concetti elevati. Qualcosa ha interrotto il training positivo. Le televisioni private, il consumismo becero e aggressivo capace di suggerire che la felicità e il benessere dipendono esclusivamente dal potere d’acquisto e dai consumi. Le nuove tecnologie, infine, che hanno confinato l’individuo nel limbo del fruitore passivo. Un bambino.
Sì, c’è un momento della storia degli ultimi cinquant’anni in cui qualcosa di spaventoso è accaduto e noi non ce ne siamo quasi accorti sul momento. A cavallo tra gli anni settanta e gli ottanta. E adesso forse non ha nemmeno senso chiedersi: chi è stato?























