Doctor Blue and Sister Robinia

ottobre 30, 2010

ANALFABETISMO di Marco Lodoli/Roberta Borsani

Odoardo Borrani – L’analfabeta (1869)

Questo articolo di Marco Lodoli è tratto da Tiscali – Rubriche

Lo so: a fare la Cassandra non si raccolgono troppe simpatie. A dire: io vi avevo annunciato la disfatta tanto tempo fa non si diventa certo popolari, e del resto chi anticipa il peggio spera ardentemente di sbagliarsi. Però i dati che ha fornito in questi giorni il professor Tullio De Mauro io me li sentivo in corpo da anni, li percepivo insegnando nella mia scuoletta di periferia e girando nel raggio breve delle mie scorribande metropolitane, e tante volte ho scritto attenzione, il paese sta retrocedendo in un’ignoranza pericolosa, in una inconsapevolezza culturale che mette paura. Intuivo, sospettavo, paventavo, ma i numeri che De Mauro ha snocciolato sono decisamente più cupi di ogni più nera previsione. In breve: il 70% degli italiani fatica a leggere e scrivere. Nel dettaglio: il 5% è assolutamente analfabeta, il 33% stenta a decifrare un semplice articolo di giornale, e un altro 33% sta slittando nelle sabbie mobili dell’analfabetismo. Provo a pensare che si tratti di percentuali esagerate, che le cose non stiano proprio così, che il prof l’ha sparata grossa per metterci in guardia, per aprire un dibattito, per sgomentarci. Sette persone su dieci non sono più in grado di leggere e capire e amare Leopardi e Manzoni, e non riescono nemmeno a comprendere un articoletto che discetti su quale sia la migliore posizione in campo per Francesco Totti. Siamo messi malissimo, il Nulla avanza, come nel libro e nel film La storia Infinita, si mangia la civiltà, la tradizione, il passato, il futuro, la bellezza. D’altronde il nostro apparato psichico non è diverso da quello digerente: il cibo che inghiottiamo ci modifica, se beviamo in mezz’ora due litri di vino non capiamo più niente, se per vent’anni ingurgitiamo idiozie e fandonie il nostro cervello retrocede verso la scimmia. Sette italiani su dieci non possono nemmeno esprimere ciò che sentono, gli mancano le parole per dare una forma alla rabbia, all’incertezza, alla frustrazione, alla confusione, ai tanti sentimenti che tutti abbiamo nell’anima, e quei sentimenti inespressi si aggrovigliano, soffocano, marciscono nel silenzio. Sette italiani su dieci non possono ragionare, perché non riescono a trovare le parole giuste, e soffrono per questa mutilazione. Sette italiani su dieci non capiscono i discorsi degli altri, non colgono i nessi, i passaggi, il senso delle frasi. E quando uno non capisce e non riesce a farsi capire, è facile che si deprima, o che spacchi qualcosa contro il muro, che pianga o che urli tutta la sua impotenza, che faccia le cose sbagliate, che si rovini la vita.

Questo il commento di Roberta Borsani
su La fata Centenaria:

Per Gramsci la cultura popolare (come weltanschauung, visione del mondo) è essenzialmente «folklore», espressione utilizzata in un’accezione prevalentemente (ma non del tutto) negativa. Infatti il folclore, costituito soprattutto dai refluvi della cultura egemone, coincide con ciò che si definisce “senso comune”, cioè «una convinzione disgregata, incoerente, inconseguente, conforme alla posizione sociale e culturale delle masse di cui esso è la filosofia» (A. Gramsci, Quaderni del carcere).
Il compito di «educare le masse», strappandole alla condanna di un sapere arretrato per consegnarle a una concezione del mondo moderna e progressista ( e soprattutto universale, filosofica), spetta alla “filosofia della prassi”. La cultura popolare va capita e studiata, per Gramsci, che le riconosce dei fattori di resistenza contro le pressioni del potere, ma lo scopo resta comunque il suo superamento per accedere ad un orizzonte mentale più ampio. Agli intellettuali spetta la missione educatrice, quasi di redenzione, delle masse popolari.
Decisamente possiamo dire oggi che le cose non sono andate così. L’intellettuale in Italia non ha saputo affatto educare le masse, anzi le ha abbandonate alla cultura più avvilente e regressiva della società dei consumi. Quasi abbattute le tradizioni laddove opponevano il loro zoccolo duro al potere, svilito lo stesso senso comune, ridotto al “si dice” dell’informazione giornalistica di peggior livello, il cui effetto fra l’altro è quello di seminare l’illusione di una conoscenza che di fatto è fittizio. Tutti credono di sapere, l’umiltà che è il presupposto del sapere va a farsi benedire ma l’ignoranza (il non sapere di non sapere) resta.
Tullio De Mauro, denunciando l’ignoranza degli italiani a causa del dilagante semianalfabetismo di ritorno che colpisce un po’ tutte le età, lamenta che pochi conoscono Manzoni, Leopardi, D’Annunzio…gli scrittori che fanno grande la nostra tradizione letteraria italiana. Vero, dico io, ma quanto in passato la tradizione letteraria italiana è stata vicina agli italiani? Quanto i nostri grandi hanno saputo parlare al cuore dei piccoli?
Lo stato attuale di cose ha radici lontane. Pochi dotti, dalla preparazione solida e raffinata, e molti ignoranti in Italia. Due mondi separati, infinitamente distanti. Il complesso di stizzita superiorità dei primi, l’indifferenza selvatica degli altri. Una reciproca mancanza di fiducia. L’intellettuale vuole educare e dirigere folle che non ama, di cui diffida. Il suo modo di impartire il sapere chiede perciò pura sottomissione e obbedienza. La folla, da parte sua, risponde con lo sguardo malizioso della servetta che ride di Talete caduto nel fosso mentre osserva le stelle. L’intellettuale, dice la folla-serva, si occupa di cose inutili, che non riempiono la pancia, non emozionano… Intanto la televisione regala via via giochi da circo (circenses) buoni per appetiti grossolani e tanto facili da digerire che anche i figli degli intellettuali ne vengono conquistati.
In altri paesi l’uomo di conoscenza ha avuto un rapporto più stretto con il suo popolo e con la visione del mondo di cui il popolo è portatore. I coltissimi fratelli Grimm non hanno scritto delle fiabe di loro invenzione, preferendo attingere alla cultura orale contadina, di cui hanno riconosciuto il valore profondo. Ricordo una pagina di “Tra due guerre” di Mario Rigoni Stern: lo scrittore racconta di come negli anni sessanta molti russi nei giorni di festa si raccogliessero attorno alle tombe dei loro grandi scrittori recitando emozionati versi e pagine. Tanti anni di realismo sovietico non avevano cancellato il loro attaccamento a scrittori e poeti capaci di interpretare lo spirito della grande amata madre Russia, e neppure il desiderio di condivisione del piacere della poesia.
La grande amata madre Italia invece non è mai esistita. Molta retorica nei libri risorgimentali destinati all’educazione e poco di autentico. La riflessione risorgimentale seria agli italiani incolti non è mai arrivata. Troppo di alto livello. Le popolazioni della penisola si stavano perciò ancora annusando quando l’esperienza traumatica del primo conflitto le ha costrette ad essere popolo, triturandole e poi vomitandole come massa inerte e obbediente al regime. L’intellighenzia naufragata: la filosofia della prassi stroncata da una visione meccanicistica, rigida, ideologica. L’educazione divenuta troppo spesso propaganda al servizio del partito (che invece doveva essere lo strumento dell’emancipazione e non il fine). Perché gli italiani questo hanno avuto: propaganda, da un lato, e sarcasmo dall’altro. Da un lato l’intellettuale di sinistra un po’ spocchioso e incapace di calarsi nei panni di chi è rimasto escluso dal conoscere organico e consapevole.. Dall’altro il democristiano ammicante, davanti al quale l’italiano resta comunque un furbacchione. Uno che vuole la ciotola piena, prima di tutto. Dopo, magari, la poesia. Dopo.
Il partito comunista ci ha provato a fare il partito popolare e per un po’ c’è anche riuscito. Ma non ha retto l’urto con il consumismo che ha come drogato gli operai: il Pci li ha seguiti nel baratro, l’intellettuale colto e vigile si è opportunamente tirato indietro, pieno di disgusto. A fare avanguardia. Quella che gli operai non possono capire.
Ecco, l’italiano di oggi (che non sa scrivere, leggere, parlare) è il frutto anche della classe politica italiana di sempre, dove paternalisti anoressici e cialtroni si sono troppo spesso succeduti. E le cose sono andate di molto peggiorando dalla fine degli anni ’70 in poi. Non dimentichiamo che l’italiano degli anni sessanta era in grado di apprezzare e di seguire riduzioni televisive di opere letterarie di altissimo livello: I fratelli Karamazov, Anna Karenina, I Promessi Sposi, I miserabili. Dialoghi complessi, concetti elevati. Qualcosa ha interrotto il training positivo. Le televisioni private, il consumismo becero e aggressivo capace di suggerire che la felicità e il benessere dipendono esclusivamente dal potere d’acquisto e dai consumi. Le nuove tecnologie, infine, che hanno confinato l’individuo nel limbo del fruitore passivo. Un bambino.
Sì, c’è un momento della storia degli ultimi cinquant’anni in cui qualcosa di spaventoso è accaduto e noi non ce ne siamo quasi accorti sul momento. A cavallo tra gli anni settanta e gli ottanta. E adesso forse non ha nemmeno senso chiedersi: chi è stato?

ottobre 29, 2010

IL CUSTODE DEL TALISMANO(3) Della tradizione

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 6:21 pm
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Passando per un mercato, vide un uomo anziano che vendeva degli orologi a polvere, quelli che chiamano clessidre. Quasi nessuno, però, si fermava alla sua bancarella.
- Un tempo questi oggetti erano preziosi – disse il vecchio: – Misurano il tempo in un modo che l’orologio a lancette non sa fare. Per l’orologio a lancette ogni istante è uguale, mentre la clessidra dice se c’è agio per fare una cosa, o se è urgente terminarla, quando resta solo poca sabbia prima che l’ampolla sia vuota. -
- Si vede che nessuno ha custodito questa nozione del tempo – disse il Custode: – così oggi nessuno la capisce più. Per questo non comprano i tuoi oggetti -
Allora il vecchio domandò – Che significa custodire? Come è possibile continuare a ripetere un messaggio in una lingua che la gente ha smesso di parlare? -

Il Custode pensò un poco e poi disse:
- Sempre gli uomini hanno domandato intorno all’origine delle cose. Quando il greco era bambino, e ascoltava storie favolose dalla bocca dei poeti, Omero disse che l’origine delle cose è il gran padre Okeanos, che circonda come un anello le terre emerse.
Caddero le rocche e furono riposti gli scudi di bronzo, i greci sbocciarono come un virgulto tra i popoli, assetato di nuove conoscenze. Il più sapiente tra gli uomini del suo tempo, Talete di Mileto, disse che tutte le cose derivano dall’acqua, perchè la natura del seme è umida, e senz’acqua nessuna cosa permane rigogliosa sotto il sole.
Passò altro tempo e le piazze della grecia si riempirono: gli uomini adulti, desiderosi di essere arbitri del proprio destino, discutevano in pubblico intorno a ciò che fosse migliore per la città, e nessuna cosa veniva accolta se non fosse dimostrato falso il suo contrario. Il discepolo di Talete, Anassimandro, disse che origine di tutte le cose non può essere l’acqua nè la terra nè ciascuno degli elementi palpabili, perchè ciò che consiste nei limiti di una forma non può che riprodurre se stesso. Dalla ghianda nascono querce e dalla pecora agnelli, ma ciò che è all’origine di ogni cosa dev’essere indeterminato e indefinito, contenendo in sè ogni potenzialità.
I discorsi di Omero, di Talete, di Anassimandro, sembrano tre ma in verità sono uno. Questo io chiamo custodire -

Ribattè il vecchio: – Non ti capisco, viandante. Custodire non significa forse mantenere fedelmente intatto, senza modificare ciò che è stato lasciato in eredità? -
- Ciò che dovrà attraversare il fuoco andrà munito di squame come la salamandra, ciò che dovrà viaggiare per aria avrà bisogno di ali come gli uccelli, ciò che dovrà guadare il fiume avrà bisogno di pinne come i pesci. Chi non si preoccupa di mantenere vivo il dono degli antichi nei diversi tempi e luoghi, non chiameremo custode ma becchino. E’ un cadavere, infatti, quello che trasporta -
- E come chiamerai invece chi pensa che ogni tempo e luogo ha la sua propria verità, e niente ha bisogno dal passato? -
- E’ come un’insensato, che ogni mattina si sveglia e non ricorda il suo nome. Ogni giorno crede di vivere una vita diversa, e ogni giorno commette gli stessi errori -
- Insomma – disse il vecchio: – smettila di parlare per simboli e dimmi una buona volta; come si comporta un Custode fedele e accorto? -
- E’ come un uomo che possiede il seme di una pianta preziosa. Per portare il suo frutto agli uomini di ogni tempo, lo semina ogni volta nel terreno migliore. Se a sud lontano dall’acqua salata, se a nord lontano dai ghiacci. Il seme è l’antica Sapienza, il terreno è la dimora del Linguaggio -

ottobre 28, 2010

IL CUSTODE DEL TALISMANO(2) Nel paese dei malcontenti

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 4:24 pm
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Passando nel paese dei malcontenti, vide una piccola folla radunata nella pubblica piazza. Protestavano contro l’ultima soperchieria del sovrano, che aveva gettato ludibrio sul paese per via dei cattivi costumi della corte.
- E’ un porco – diceva una donna: – Uno schifoso pervertito. Celebra festini coi suoi accoliti pagando col pubblico denaro laide prostitute e perfino vergini -
- Questo è il meno – sbottò un uomo anziano: – per scampare alla giustizia che lo perseguita non ha esitato a gettare fango sui magistrati. Ha convinto il popolo che essi non meritano rispetto, le loro sentenze sono menzognere, e per il bene del paese bisogna ricondurli all’obbedienza. Il risultato è che tra i giovani crescono malcostume e pretese d’impunità -
- Parla per i tuoi figli, vecchio! – disse – Io e i miei fratelli abbiamo servito le Leggi fin dall’infanzia, ma quel farabutto ha svenduto il paese alle smanie di conquista dell’Imperatore. Pur di ben figurare tra i feudatari di quello, ha allestito una guerra chiamandola missione di pace, e i nostri coetanei crepano nel deserto di un paese dove nessuno li vuole, per un conflitto che non ha mai avuto alcuna possibilità di vittoria -

Il Custode del Talismano si avvicinò al crocicchio e domandò: – Come è stato possibile che un uomo simile guadagnasse la vostra fiducia? -
Gli rispose l’anziano: – Era un uomo ricco e fortunato. Ha promesso progressi miracolosi al paese. Si è pensato che nessuno meglio di lui potesse garantirli -
- Dunque – disse il Custode – è la vostra stessa avidità che vi punisce. Non vi bastava vivere con modestia, e trarre profitto dalle vostre anime pacificate piuttosto che allargando i cordoni della borsa?-
- Ma quali anime – sbottò il giovane: – in che secolo vivi? Non c’è altro che il benessere e il livello dei consumi a misurare la felicità degli uomini -
- Mi stai dicendo – continuò con calma il Custode – che non esistono uomini migliori ma solo più ricchi? Che la qualità ha lasciato il posto alla quantità? Dunque non accettereste al posto di costui un uomo migliore, che chiedesse al popolo di progredire spiritualmente praticando austerità e virtù civiche? -
- Riecco le panzane della religione. I Lumi ci hanno liberato da queste fumisterie. Siamo liberi e uguali: un uomo un voto e nessuno è migliore di nessuno – disse il giovane.
- E che sia chiaro – ribattè la donna: – La cosa vale anche tra uomini e donne. Perciò gli uomini di questo paese hanno smesso di subire dai potenti per poi venire a fare i satrapi in casa. Oggi anche le donne contano: abbiamo ministri femmina qui, lo sa? -
- Ne sono felice – disse il Custode: – almeno le donne dunque, progrediscono in virtù in questo paese. E, ditemi, per quali meriti queste donne siedono sul soglio ministeriale? -
Si guardarono imbarazzati. Qualcuno abbozzò un risolino. Pare infatti che tra le ministre in carica ci fosse una delle concubine del presunto tiranno.

Il viandante riprese bisaccia e bastone e continuò la sua strada. Se per un attimo aveva provato pena per quel gregge lamentoso, ora se li lasciava alle spalle con sollievo.
Intanto pensava. “Al freddo le carni si conservano, al caldo infrolliscono. Le epoche languide e finali producono frutti dolciastri, che spiaccicano a terra in un tonfo. Ogni paese ha il governo che si merita perchè in esso si affacciano i vizi dei quali il senso comune si compiace”.
Così cammina, ugualmente lontano dalle piste degli uomini e degli dei, il Custode del Talismano.

ottobre 27, 2010

IL CUSTODE DEL TALISMANO(1) Sulla strada, di nuovo

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 6:32 pm

Disse Eraclito da Efeso (Vi sec. a. C.)

Bisogna dunque seguire ciò che è comune. Ma pur essendo questo logos comune, la maggior parte degli uomini vivono come se avessero una loro propria e particolare saggezza

Particolare è la prospettiva, diversa non solo per ognuno di noi ma anche per me stesso in ogni momento della giornata, perchè mi sposto e spostandomi ho una visione diversa del panorama, e se pure restassi immobile, è il sole che si sposta e allunga o accorcia le ombre.
Verità elementare, o meglio alibi a portata di mano per la negazione di ogni stabile verità.
Ma se non ci fosse che questo, nessuna possibilità di comunicazione ci sarebbe tra gli uomini, e nemmeno tra il passato di un uomo e il suo presente (quella che chiamiamo memoria), perchè non avremmo alcun oggetto comune che trascende il carattere istantaneo e irripetibile della percezione.
Invece abbiamo un mondo in comune, un discorso praticabile e una memoria in cui consistere. E’ il fatto inoppugnabile contro cui s’infrange ogni argomento sofistico. Ma allora perchè l’uomo dei nostri tempi si ostina a negare ogni valore alla permanenza, demonizza la tradizione come mortifera, s’inebria dell’umorale e dell’eccitante come se fossero sinonimi dello spirituale?
Le generazioni passate credettero nella continuità e resero possibile un futuro: costruirono piramidi e cattedrali, affidarono un viatico ai figli, concepirono la civiltà come emancipazione dalle ambiguità del mito all’unità trasparente della teologia, dalle oscurità della percezione alla chiarezza della scienza.
Da un certo momento in poi, sembra che il vapore tossico della regressione si sia impadronito dell’occidente. Quello che si vede intorno è un gregge di omuncoli che riconosce l’unica unità della mangiatoia, vive di emozioni istantanee e idolatra il nomadismo e la precarietà, preferendo spargere il seme nella fogna piuttosto che trascendere se stesso in una prole.
Il bello è che, i più colti di loro, citano a sostegno l’autorità di Eraclito, colui che avrebbe detto: “tutto scorre”, e “non si può entrare due volte nello stesso fiume”. Poveri stolti. Spacciano la propria pigrizia per filologia, e l’egocentrismo bolso di chi non intende spingersi oltre il proprio ombelico per l’ultima forma di saggezza.
Se sapessero leggere, vedrebbero che per Eraclito tutto scorre e muta tranne la legge secondo cui ciò che scorre fluisce nel medesimo alveo, e che “il fuoco” che tutto consuma è solo un’altra parola per il “logos” che tutto comprende. Infatti:

Non comprendono come, pur discordando in se stesso, è concorde: armonia contrastante, come quella dell’arco e della lira

Chi nel tempo non cerca l’eternità, chi non vede nella percezione l’aurora della scienza, e nella propria vita un’occasione per contribuire all’Opera Umana, è come una pulce addosso a un cane. Succhia il nutrimento di un attimo, e precipita nell’indifferenza dell’oblio. Negatosi alla responsabilità e alla storia, dovrà di nuovo subire l’eterno ritorno dell’uguale, la coazione a ripetere delle anime perse. Abbiamo provato compassione per lui, l’abbiamo redarguito, ci ha riso in faccia. Protesta e lamenta il proprio dolore, ma resta abbarbicato alla malattia come l’ubriaco alla bottiglia che lo uccide.
E allora, basta. Parlare la lingua del secolo, la sua sintassi amputata, la paratassi di un discorso che si vergogna di avere una forma, è inutilmente prostrante, e minaccia d’intossicare anche chi è sano.
Per il custode del Talismano, è ora di scuotere la polvere dei sandali da questi luoghi, e tornare a cercare la contrada dei Sapienti.
Sulla strada, di nuovo.

ON THE ROAD AGAIN

Filed under: recensioni — vbinaghi @ 12:01 am
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Una importante novità nel panorama editoriale nostrano, dove la distribuzione dei testi è dominata dai grandi gruppi che impongono la visibilità dei loro titoli e negano spazio ai prodotti indipendenti: l’editore Senza Patria (mai titolo fu più appropriato nell’epoca dell’estrema globalizzazione), fondato da Carlo Cannella, lancia la collana On The Road, romanzi brevi il cui ritmo, la cui foliazione (tutti i testi saranno di 60 pagine) li rende ideali per il viaggio in treno, in aereo, in nave, la sosta nelle stazioni, negli aeroporti, o anche sulla panchina di un parco. Un’idea che avrebbe entusiasmato Brian Eno, quando componeva le musiche per ambienti. I libri, le cui copertine sono ideate e disegnate dallo scrittore e pittore torinese Mario Bianco, saranno distribuiti in catene di librerie indipendenti, nelle stazioni ferroviarie e degli autobus, sui traghetti, nelle metropolitane, oppure richiesti direttamente all’editore (info@senzapatriaeditore.it).

Questi gli autori e le schede dei loro testi:

ottobre 24, 2010

PERSONALE, COMUNE, PUBBLICO di Valter Binaghi

O DELLA PORNOGRAFIA DEL POTERE

Vorrei dedicarmi ad analizzare una distinzione che a mio avviso è di grande significato, non solo per una conoscenza dei fenomeni sociali ma soprattutto per la maturazione di una coscienza politica al passo coi tempi. Parlo di ciò che separa e di ciò che collega il personale, il comune e il pubblico.
Personale è ciò che attiene alla persona, non nel senso di una semplice tangenza, ma come ciò che dalla persona promana come atto proprio e dunque alla persona è indirizzato. Tale è per esempio la parola e l’intero ambito del linguaggio (compresi i gesti, le manifestazioni emotive, ma anche gli oggetti prodotti dall’uomo) che presuppone un soggetto intenzionale e un interlocutore (singolare o plurale, presente o futuro), dunque contiene implicitamente, o consolida, o istituisce una relazione.
Una domenica mattina Renzo e Lucia s’incrociano fuori di Chiesa. Si scambiano sguardi, ognuno dei due pensa all’altro tornando a casa. La domenica dopo si rivedranno, e forse quell’incrocio di sguardi durerà qualche secondo in più.
Passano sei mesi. I due giovani “si parlano”: è risaputo, è conoscenza comune nel villaggio. Renzo e Lucia da tempo tornano a casa insieme dopo la Messa. Si tengono per mano. La madre di lei li segue a discreta ma ben determinata distanza. Intanto una certa camera è stata diversamente arredata, con un letto grande. Si parla di andare dal prete, forse questo sabato, per le pubblicazioni. Con le pubblicazioni una relazione che è comunemente accettata si propone per una trascrizione ufficiale nei registri matrimoniali della parrocchia. Chi ha qualcosa da dire, ragioni pubblicamente opponibili a questo matrimonio, parli adesso o mai più. Celebrate le nozze, i nomi di Renzo e Lucia saranno trascritti all’anagrafe comunale uno all’altro vicini: un nuovo nucleo familiare. Questo significa anche che, da allora in poi, non solo i figli nati da questa unione saranno pubblicamente ricondotti alla medesima, ma anche che i beni, gli atti ed eventualmente i reati che ciascuno dei soggetti detiene o commette, non resteranno senza conseguenze per gli altri membri della famiglia, perchè la pubblicità è il terreno proprio all’esercizio della Legge e del Potere. Da esso è escluso ciò che si nega a un contesto pubblico per restare privato o ciò che, pubblicamente perseguibile, se ne sottrae per assumere un carattere clandestino. Non prima ma dopo l’acquisizione della dimensione pubblica, nasce il privato come riparo dell’intimità, e il clandestino come ricerca dell’impunità. Se Renzo, che è una testa calda, tuona improperi contro il governo nella pubblica piazza, può essere arrestato dagli sbirri. Se si fosse limitato a maledire i potenti tra le pareti domestiche non avrebbe corso questo pericolo. Ma una volta che si ritrova gli sbirri alle calcagna, può solo guadare l’Adda clandestinamente e fuggire in un altro Stato, la Repubblica di Venezia, dove vive il cugino Bortolo.

“I promessi Sposi” sono una storia milanese del XVII secolo, dove personale, comune e pubblico si declinano in un certo modo. Portiamoci adesso ai tempi nostri, per vedere che ne è stato di queste distinzioni. Renzo e Lucia s’incrociano in un posto qualsiasi, a scuola o altrove. Appena a casa lui, che è più intraprendente, accende il computer e cerca su Facebook se la ragazza ha un profilo. Trovatolo, chiede di essere accettato tra i suoi “amici” e quindi di poter interloquire con lei. Certo, Lucia è una ragazza piuttosto popolare e il suo profilo è abbastanza affollato, ma nel giro di qualche giorno tutti si accorgeranno che i commenti di Renzo sono, oltreche numerosi e incalzanti, piuttosto languidi nel tono. D’altro canto, Lucia gli risponde con emoticons ammiccanti e sorridenti, come se piovesse. Pian piano, qualche maschietto che la puntava si ritira dignitosamente sullo sfondo perchè ha capito l’antifona, Ce n’è uno però, tale Rodrigo, che non la manda giù. Attende al varco e, non appena Renzo si lascia scappare una delle sue sparate (si sa come sono i ragazzi) tipo un insulto di tre righe al professore di chimica (“quello stronzo ha dato 6 a me e 7 alla Landini che ha copiato da me, solo perchè quella ha le tette della Quarta e gli mette la scollatura sotto il naso ogni volta che può”), fa un bel copia-incolla e spedisce all’interessato, dall’indirizzo anonimo di un CyberCafè. Domattina Renzo sarà sorvegliato speciale e si sa che noi prof se vogliamo far cascare uno e inguaiarlo possiamo farlo con una certa facilità.
Ma non vorrei proseguire oltre questa trascrizione, perchè ho già detto quel che mi interessava dire, cioè ho segnalato il vero cambiamento che si produce con i nuovi media. E guardate che ho usato il social network come esempio, ma solo perchè è il più recente e apprezzato dagli adolescenti. Si potrebbe usare ugualmente bene il telefono, il cellulare, la Mail. Quel che è interessante notare è che la comunicazione personale, una volta entrata nel circuito mediatico del ciberspazio, è registrata e tracciabile: in altre parole è non solo comune (il che presupporrebbe un contesto ristretto e non ufficiale) ma pubblica – non di diritto ma di fatto. Lo sa bene il nostro presidente del consiglio, che già scoperto più di una volta a combinare maialate o reati veri e propri, strepita a gran voce contro le intercettazioni operate dagli inquirenti. Ora, le intercettazioni si possono limitare o meno (non sarebbe meglio evitare di commettere reati?), ma io la rabbia del presidente del consiglio la capisco, e in un certo senso la condivido, pur dovendo alla fine sorridere della sua ingenuità. Lui vorrebbe difendere la sfera del privato, sfera che però, ricorrendo continuamente alla comunicazione mediatica, si rende per ciò stesso virtualmente pubblica. Perchè una cosa è certa: il ciberspazio è non solo pubblico per definizione, ma anche universale. Non solo ciò che passa nel ciberspazio vi s’inscrive indelebilmente, ma nel ciberspazio le distanze non hanno senso, quindi non solo non è più possibile la distinzione tra privato e pubblico, ma nemmeno quella tra pubblico e comune. La pubblicità è l’unica possibile declinazione dell’essere sociale e relazionale, e anche i poveri di spirito che non riusciranno a condividere queste riflessioni lo capiscono benissimo, dal momento che affollano le selezioni per programmi televisivi dove la loro esistenza diverrà pubblica (l’eroe di un quarto d’ora di cui parlava Andy Warhol), il che non è più un lusso o un optional ma sembra a molti l’unica forma di vita possibile. In questo modo, essi sono come mai prima vittime e consumatori di quella che si potrebbe definire la pornografia del potere, la cui massima ambizione è sempre stata quella del controllo totale previa esibizione totale – l’abolizione dell’intimità, come già profetizzava il Panopticon di Jeremy Bentham – proprio come il regista porno passa dal piano sequenza all’orifizio grondante, dalla finzione orgasmica al residuo organico di ciò che umanamente fu piacere.
Dopodiche vorrei chiarire che il punto non è connettersi si o connettersi no. E’ vero che i frequentatori di tv e social network partecipano di una sintassi involuta, un cicaleccio universale e rasoterra che non sa più niente delle culture e delle complessità di un tempo, le quali riflettevano esperienze comuni ma circostanziate. Però va detto anche che quello che impoverisce lo spirito non è mai la partecipazione o l’astensione da un media, ma l’adozione esclusiva di una sintassi rudimentale. Un conto è aprirsi un profilo su facebook a trent’anni e accettare per gioco di esprimersi a ke ed emoticons, dopo avere imparato altrove a leggere Dante e a scrivere un curriculum, un conto è esordire in ambito comunicativo con quello e mantenere quello come punto di riferimento. Poi c’è l’aspetto politico: prima ancora di uscire di casa, sei già suddito. La sintassi non è solo un’opzione comunicativa, ma è l’ordine del discorso, cioè il Potere di porre e disporre nominando o occultando e soprattutto collegando o separando. Assumere in modo esclusivo una sintassi impoverita è obbedire esclusivamente a quella declinazione di realtà. Certo, se il discorso pubblico è egemonizzato da una sintassi alienante, la prima cosa è sottrarvisi, per pura e semplice sopravvivenza intellettuale. Come, senza rinunciare a una coscienza politica?

Se il potere è stupro, il pudore (non nel senso di segregazione, ma di protezione dell’intimità) non è la migliore forma di rivolta?
Sottrarsi all’esposizione, alla visibilità estrema, all’inferno mimetico (come direbbe Girard) che ne consegue…. Ritrarsi dal pubblico per ridefinire il comune (non necessariamente nel senso in cui usa questo termine Toni Negri, penso più a Illich e Lasch).
Privato o clandestinità? Fate voi. Penso ai monaci benedettini che, nell’egemonia esteriore della barbarie, resero possibile la perpetuazione della civiltà classica copiando manoscritti in silenzio. Ma anche a Noè nell’arca, dove serba semi di ogni cosa vivente fino alla fine del diluvio.
La maturazione e l’attesa sono ciò che distingue la rivoluzione dal sintomo isterico.

ottobre 22, 2010

LA POESIA E’ FEMMINA di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero,Poesia — vbinaghi @ 5:00 pm
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Spesso, nella fiaba, un nome è un destino. Biancaneve (colei che candidamente si esporrà all’inganno), Rosaspina (colei che sarà punta da un fuso), ci riportano all’epoca ancestrale in cui il nome stabilisce e racchiude in sé l’essenza di ciò che è nominato. Questo riguarda innanzitutto la signoria dell’uomo sulle cose: è vero che il nome risulta da uno sguardo, una prospettiva sull’essere che è sempre particolare e quindi limitata, mai esaustiva come sarebbe quella di chi le cose le crea e dunque le conosce dal profondo di sé, cioè Dio stesso. Ma è altrettanto vero che nessuna tra le creature tranne l’uomo può vantare uno sguardo sulle cose che sia capace, oltre che di apprezzarle in vista del proprio uso e consumo, di de-finirle come oggetto di conoscenza. La trascendenza del pensiero sulla pura sensazione è ciò che fa dell’uomo il signore del creato, colui che ri-conoscendo la diversa natura delle cose è in grado di governarle.
Che ruolo hanno, nell’attribuzione del nome, il maschile e il femminile?
Dare i nomi, sembra insegnare il libro della Genesi, è compito di Adamo. La psicologia analitica sembra confermare: lo stesso Jung riconosce all’Animus la funzione dell’attribuzione del nome. Conferire il nome alle cose è in effetti un po’ come ritagliarle, distaccandole dalla materia originaria in cui giacciono promiscue e confuse.
Ecco allora la parola maschile, la parola-spada che taglia e profila. Ogni cosa è ciò che è, non un’altra a cui magari solamente somiglia. Lo dice il nome che coglie, definisce (stabilendo per sempre il rapporto che lega la cosa all’essere) e giudica. L’essenza formale della cosa è tutta nel suo nome. Fissata per sempre.
La grandezza del compito di Adamo non è tuttavia esente da rischi, anche mortali. Se il rischio dell’in-differenziato, matrice femminile originaria, è la rinuncia all’esistenza e all’individuazione, il rischio dei nomi conferiti dall’Animus sta nella secca precisione di una forma che racchiude (e rinchiude), classifica, enfatizza i distinguo, perdendo i legami e le corrispondenze.. Il nome che “fa essere” si sfinisce in una riflessione su ciò che lo separa dalla comunanza degli enti, dalla totalità. La parola si fa sferzante, il giudizio rigido, perentorio, inappellabile.
Il giardino del significato (l’hortus conclusus del senso) si trasforma in un campo segnato dal filo spinato, con le precise suddivisioni di appezzamenti simili ai rettangoli di un cimitero. Labirinto ferale: nessuno è capace di uscirne, nessuno ha più voglia di entrarci.
Si comprende così che il maschile, lasciato a se stesso, esaurisce presto la sua funzione generativa e brucia, isterilisce, uccide. Il re pescatore è malato, la terra intorno langue con lui, e non c’è acqua: “nemmeno un goccio per la nostra sete”
Ma dove non arriva l’intuizione può arrivare, per misteriose vie, l’evento. Cade un libro, rimane sul tappeto aperto su una pagina. Spunta una lirica di tre ‘semplici versi’:

Fredda alita la sera.
Su questi prati che toccai con la fronte
Calda e felice della corsa.
(1)

Parole che Adamo non capisce. Chiama Eva, irritato, domanda “sai qualcosa?…sai chi è stato?”. Allora Eva gli prende la mano, legge e rilegge. Assapora ma non spiega.
Questa parola non è maschile, anche se del maschile ha bisogno, per rompere il silenzio… E’ invitante, allusiva come una ninfa delle acque. Refrattaria all’ordine della nomenclatura. Le cose così “invitate” rispondono, si fanno avanti emozionate, palpitanti di memorie, desideri e affetti. Mai sole però, tante altre ne escono dall’ombra, fermandosi solo un po’ più indietro, indecise e sfumate. Le baudelairiane “corrispondenze”, l’aura semantica, l’iridescenza del significato. Poesia. Ma anche storia.
Resta sospeso un quesito: la prima volta che fu pronunciata, cosa fu la parola, spada o magia? Forse entrambe le cose. La parola stacca ma anche evoca, chiama a sé, fa uscire dal buio le cose lontane nello spazio o nel tempo, e le rende visibili. Le evoca chiamandole per nome e dando loro del tu.
Adamo non deve dimenticare che, se suo è il compito di dare i nomi, spetta ad Eva fornire la sostanza vitale e il nutrimento del processo di significazione. Adamo non può fare tutto da solo, è Eva il principio di trasformazione. Se Adamo dà il nome lei dà la storia.
I nomi senza dinamis, senza esordio, strappati alla soffice trama della fabula e appesi come quadri ai muri di una galleria, presto s’infrangono. Sono solo volti d’argilla. Maschere funebri del senso.

NOTE

1) Leonardo Sinisgalli, Vidi le Muse, Mondadori,1943

ottobre 21, 2010

IL LAVORO OMBRA E’ FEMMINA di Ivan Illich

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 6:59 pm
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DI IVAN ILLICH

(Da: Il genere e il sesso, Mondadori 1984, pag. 70-74)

Man mano che aumenta l’occupazione nei diversi tipi di impiego salariato, s’espande necessariamente ancor più in fretta il lavoro sommerso. E i moderni lavori domestici sono un aspetto tipico, ma non il solo, della realtà di questo mondo sotterraneo – un lavoro che non solo non è documentato ma non è neanche penetrabile dai proiettori economici. E poiché non esiste ancora una nomenclatura accettata che rende esplicita la distinzione tra i lavori domestici e le attività del mercato non documentato, conntrapporrò all’insieme del lavoro retribuito svolto nell’economia documentata e non documentata un’economia sotterranea di lavoro ombra che ne costituisce il complemento.
A differenza della produzione di beni e servizi, il lavoro ombra è svolto dal consumatore di merci, specificamente dal nucleo familiare consumatore. Definisco lavoro ombra qualsiasi attività con la quale il consumatore trasforma una merce acquistata in un bene utilizzabile. Chiamo lavoro ombra il tempo, la fatica e lo sforzo che è necessario investire per aggiungere a qualsiasi merce acquistata il valore senza il quale non sarebbe utilizzabile. Lavoro ombra è dunque un’attività cui le persone sono costrette a dedicarsi nella misura in cui cercano di soddisfare i propri bisogni mediante le merci. Introducendo il termine « lavoro ombra », diistinguo, per esempio, l’attuale procedura per cuocere le uova da quella seguita in passato. Quando una casalinga moderna va al mercato, sceglie le uova, le porta a casa sulla sua macchina, sale in ascensore al settimo piano, accende il fornello, estrae il burro dal frigorifero e frigge le uova, con ognuna di queste azioni aggiunge valore alla merce. Ma sua nonna non faceva così. Andava invece a cercare le uova nel pollaio, prendeva un po’ di lardo che lei stessa aveva sciolto, accendeva la legna che i suoi bambini avevano racccolto negli usi civici e aggiungeva il sale che aveva comprato. Questo esempio può apparire romantico, ma dovrebbbe chiarire la differenza economica. Entrambe le donne preparano un piatto d’uova fritte, ma una soltanto usa merci e servizi ad alta intensità di capitale: automobile, ascensore, elettrodomestici. La nonna svolge compiti specifici del genere femminile per creare sussistenza; la nuova casalinga deve rassegnarsi al peso del lavoro ombra domestico.
I cambiamenti del lavoro domestico si estendono ben al di sotto della superficie. Il crescente livello di vita lo ha reso a più alta intensità di capitale, fornendogli un gran numero di macchine e di aggeggi. L’investimento nell’attrezzatura domestica di una famiglia media canadese – ma lo stesso acccade in qualsiasi casa moderna – è oggi superiore all’investimento materiale medio di un’azienda per ogni posto di lavoro nei due terzi delle nazioni. Di conseguenza il lavoro domestico è diventato più sedentario ed è diminuita l’incidenza delle vene varicose. Per una minoranza di donne, ciò ha comportato un impiego part-time interessante e ben pagato, nonché del tempo libero « per scrivere libri o andare a pesca ». Ma il lavoro domestico di tipo « nuovo» che svolgono quasi tutte le donne d’oggi è diventato anche più solitario, più monotono, più impersonale e più deprimente. Il consumo del Valium e l’abbrutimento davanti alle telenovelas sono stati spesso considerati sintomi di questa nuova tensione soffocata. Ma, cosa ancor più importante, il lavoro domestico è diventato il paradigma della nuova attiività economica non retribuita che, in una società dominata dai computer e attrezzata con microprocessori, è economicamente più fondamentale del lavoro produttivo, sia essa o no documentata dagli economisti.
Il lavoro ombra non sarebbe potuto esistere prima della trasformazione dell’ambiente familiare in un appartamento predisposto con il compito economico di migliorare merci a basso livello di valore. Il lavoro ombra non è potuto diventare lavoro inconfondibilmente femminile se non quando il lavoro degli uomini si è spostato dalla casa alla fabbrica o all’ufficio. Da quel momento la famiglia ha dovuto vivere sulla busta-paga – una sola per l’ingegnere e quasi inevitaabilmente molte per nutrire la famiglia del muratore, la cui moglie prende lavoro a cottimo e la cui figlia va a servizio. L’aggiungere valore senza retribuzione a ciò che produce il lavoro salariato è così diventato compito delle donne. Il quale è stato così definito in base al nuovo uso cui è adibito. Questi due tipi di lavoro, il lavoro salariato e la sua ombra, sono proliferati con l’industrializzazione. Le due nuove funzioni, quella del sostegno di famiglia e quello della persona a carico, hanno cominciato a dividere l’intera società: lui è identificato dalla tuta e dalla fabbrica, lei dal grembiule e dalla cucina. E lei, per il lavoro salariato che riesce a trovare come attività sussidiaria, riceve simpatia e paghe bassissime.
Durante l’Ottocento, le innovazioni tecnologiche, pur rivoluzionando il lavoro fuori di casa, ebbero all’inizio un impatto minimo sulla routine dei lavori domestici, salvo quello di rinsaldare il recinto entro il quale era rinchiusa ogni casalinga. L’acqua fornita dai rubinetti pose fine ai suoi andirivieni carica di brocche, ma anche ai suoi incontri con le amiche al pozzo. Il lavoro delle donne economicamente era già senza precedenti, ma tecnicamente sembrava continuare come sempre. Gli impianti idraulici interni e i nuovi combuustibili, gas e elettricità, che sarebbero diventati d’uso pressocché universale nelle aree urbane degli Stati Uniti prima del 1920 e nelle piccole città prima del 1930, erano all’inizio del Novecento, per la grande maggioranza della popolazione, mere possibilità tecnologiche. Solo nel secondo quarto del secolo la tecnologia modificò realmente la realtà materiale del lavoro domestico: radio e televisione cominciarono a sostituire le conversazioni all’interno della comunità. Dopo di che l’industria prese a produrre macchine per il lavoro ombra. Mentre l’attività industriale diventava a minore intensità di lavoro, il lavoro domestico, senza per questo diminuire, diventava a ben più alta intensità di capitale.
Il progresso economico viene di solito misurato dal numero di posti di lavoro, cioè di impieghi, che vengono a crearsi. Ma si può altrettanto legittimamente definirlo quel processo attraverso il quale si getta sul mercato un maggior numero di beni, e ogni nuova merce richiede un maggiore input di lavoro ombra. S’intende convenzionalmente per sviluppo il fatto che la produzione è diventata a più alta intensità di capitale; ma si può parimenti definirlo un’operazione atttraverso la quale una quantità sempre maggiore di lavoro ombra ad alta intensità di capitale si rende necessaria per il raggiungimento di un livello minimo di benessere.

ottobre 19, 2010

L’ARITMETICA E’ FEMMINA

Questo da cui traggo il brano che segue è un bel libro, che tutti dovrebbero leggere a cominciare dai maschi. Chi ha cucinato l’ultima cena? di Rosalind Miles, Elliot editrice. Non che manchi di cadute nel mito – una mitologia femminile quasi altrettanto grossolana di quella patriarcale che vuole combattere – ma è per lo più un libro di storia, cospicuamente documentato, e scritto molto bene.

In effetti, la riconoscenza della razza umana nei confronti delle donne primitive continua a crescere, via via che si scoprono le prove biologiche. Per esempio, dobbiamo alla donna primitiva il fatto che la maggior parte di noi sia destrimano. Come spiega Nigel Calder, “La lateralità manuale, la tipica tendenza dell’ essere umano moderno a usare la mano destra, è un fenomeno femminile”. Da sempre la donna ha l’abitudine di portare il bambino sul lato sinistro del corpo, dove si sente confortato dal battito del cuore della mamma, e ha così libertà di movimento con la mano destra. Questo fu lo stimolo verso l’evoluzione all’ uso predominante della mano destra negli esseri umani che vennero in seguito. A dimostrazione della” genesi femminile della lateralità manuale”, Calder osserva che tuttora le bambine sviluppano la propria lateralità manuale, così come la capacità di parlare, molto più velocemente dei maschi.(…)
E in effetti la biologia della donna è la chiave per capire la storia della razza umana. Il trionfo dell’evoluzione si verificò nel corpo femminile per mezzo di uno sviluppo cruciale che assicurò il futuro della specie, con il passaggio biologico dall’ estro dei primati, in cui la femmina va in calore, al mestruo umano. Per quanto generalmente non osannato, anzi neppure citato, il ciclo mensile femminile costituì l’adattamento evolutivo che salvò la specie umana dall’estinzione e ne assicurò la sopravvivenza e la riuscita.
Infatti, l’estro femminile dei primati superiori è un meccanismo decisamente inefficace. I grandi primati di sesso femmiinile, come scimpanzé, gorilla e oranghi, vanno raramente in calore e producono un piccolo ogni cinque-sei anni, cosicché l’intera specie è pericolosamente a rischio di estinzione e le grandi scimmie oggi sopravvivono solo in piccoli numeri e negli ambienti più favorevoli. La femmina umana, che ha dodici possibilità di concepimento l’anno, anziché una ogni cinque, ha una capacità riproduttiva che è sessanta volte quella delle lite sorelle primati. Le mestruazioni, non la caccia, furono il grande balzo in avanti in termini di evoluzione e fu grazie a un adattamento femminile, non già maschile, che l”‘uomo” prosperò, si moltiplicò e conquistò il mondo.
Inoltre, il ciclo mestruale femminile non era un semplice fenomeno fisico, come mangiare o defecare. Alcuni studiosi, di recente, hanno sostenuto che la cosiddetta maledizione della donna servì a porre rimedio non solo alla carenza di progenie dell’ uomo, ma anche alla sua primitiva cecità mentale. Nel loro pionieristiico lavoro sulle mestruazioni, The Wise Wound, Penelope Shutde e Peter Redgrove sottolineano il collegamento elaborato nelle società primitive tra ciclo lunare e ciclo mestruale, sostenendo che sia stata per prima la donna a stimolare nel genere umano la capacità di riconoscere concetti astratti, a fare collegamenti e a pensare in modo simbolico. Per Elise Boulding, tali funzioni mentali nacquero in una fase precedente, durante la quale le donne inseegnarono agli uomini i principi numerici, la struttura del calendaario e il calcolo: “Ogni donna, avendo un ‘calendario corporeo’, il suo ciclo mensile, fu la prima a notare il rapporto tra il proprio ciclo corporale e il ciclo lunare”. Altre autorevoli voci femminili hanno manifestato una certa ironia nei confronti del candore di un professore, il famoso Jacob Bronowski, che nel programmma televisivo a puntate The Ascent Man descrisse con grande serietà un osso di cervo preistorico con trentuno scalfitture defiinendolo “una chiara documentazione del mese lunare”. Nel suo saggio su The Ascent of You Know Who, Vonda McIntyre sollevò alcune obiezioni: “Senti senti. Un mese lunare di trentuno giorni? Penso sia molto più probabile che l’osso documentasse il ciclo mestruale di una donna”.
Oggettivamente questo muto testimone, descritto con cura, di una transazione irrimediabilmente perduta, avrebbe potuto essere l’una o l’altra cosa, o entrambe, oppure nessuna delle due. Ma nella negazione inconscia, ormai di routine, di azioni, esperienze, ritmi delle donne, addirittura della loro capacità di contare, la possibilità che si potesse trattare della registrazione da parte di una donna della propria intimità personale non è stata neppure presa in considerazione.

ottobre 18, 2010

RESPINGERE AL MITTENTE

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 12:08 am

Una decina di giorni fa, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ha annunciato che invierà a tutte le famiglie italiane il libro “Due anni di Governo“, un volume che spiega l’attività svolta dal governo in questi primi due anni di legislatura.
Molte persone si sono subito chieste: chi paga? (risposta ovvia, lo sappiamo tutti chi paga!). E poi, immediatamente dopo, è sorta la domanda successiva: cosa posso fare per non ricevere questo libro di propaganda berlusconiana?

Andate su questa pagina:
http://www.governo.it/scrivia/scrivi_a_trasparenza.asp

Compilate i campi e poi copiate e incollate questo testo:

“Con riferimento all’annuncio del Presidente del Consiglio On. Silvio Berlusconi di inviare ad ogni famiglia italiana il libro “Due anni di governo”, mi preme comunicarVi che desidero assolutamente NON riceverlo,essendo un mio diritto in base alla legge per la tutela della privacy n. 675/1996 ed il relativo D.P.R. n. 501/1998, nella fattispecie articolo 13 comma e), e che la spesa relativa che si risparmierà, venga messa a disposizione del Ministero della Pubblica istruzione e/o del Ministero della Sanità.
Ringraziando per l’attenzione porgo distinti saluti.”

ottobre 16, 2010

MENARE IL TORRONE

Filed under: recensioni — vbinaghi @ 7:46 pm
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Incuriosito dal titolo e interessato all’argomento (come sarà il mondo senza il petrolio, in un medioevo di ritorno? E’ uno dei miei pallini, ho iniziato anch’io un romanzo sul tema) ho preso oggi in libreria l’ultimo romanzo di Mauro Corona, e l’ho letto in un pomeriggio.
Definirlo romanzo, però, è eccessivo. Non un personaggio, non un dialogo. Centosessantapagine per descrivere quello che è già in cento e uno film catastrofisti: senza petrolio e corrente elettrica, esaurite le fonti di energia non rinnovabile, c’è innanzitutto un inverno terribile, in cui si brucia tutto il bruciabile e in mancanza di cibo si verificano episodi di cannibalismo. Questo, ovviamente, in città: in campagna e sui monti, dove la gente (i più anziani soprattutto) non avevano mai dismesso del tutto le vecchie tecnologie rurali, si sopravvive. A primavera, tutti a coltivare la terra, accorgendosi di quante cose inutili e stupide si circondasse l’uomo di prima, recuperando cose come la manualità e il silenzio, e con esse la salute del corpo e quella dell’anima. Infatti (Corona lo ribadisce quasi ad ogni pagina) sono la ricchezza e la sicurezza presunta che essa si porta appresso a rendere l’uomo pavido e svogliato. Temperato dalla necessità, l’uomo ritorna più forte ed essenziale, capace di riconoscere ciò che veramente vale. Più forte, non più buono: basterà che dopo il raccolto qualcosa sia tesaurizzato (un sacco di riso o di patate) per rivedere l’avidità e i conflitti di prima.
Questo libro è proprio una dimostrazione della tesi sostenuta tra le sue pagine: il benessere fa male alla creatività. Uno scrittore famoso e impigrito da un pubblico affezionato, pronto a comprare ogni cosa che rechi la sua firma, può imbastire centosessanta pagine di questa robinsonata strasentita, scritte così così e infarcite di ripetizioni, realizzando in modo esemplare quello che al mio paese si dice “menare il torrone”.

ottobre 15, 2010

L’EPITAFFIO DEL CORVO di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 5:59 pm
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Se fossi un uomo importante, di quelli che al posto della solita tomba anonima meritano un monumento, e invece della banale data di nascita un sontuoso epitaffio (che il passante si fermi, e mediti, perchè quello è il motto che riassume una vita, una vita intera in due righe capite?), ecco, vorrei che questo fosse il mio:

“L’opposto concorde. Dai discordi bellissima armonia, come quella dell’arco e della lira”
(Eraclito da Efeso, VI sec. a. C.)

Non perchè io sia stato un filologo classico, nè praticante di arti marziali o musicista se non dilettante, ma perchè veramente in questo motto si riassume il mio pensiero dominante, quello che da moltissimi anni (fin dall’adolescenza) rappresenta per me una costante interrogazione e un pungolo lancinante.
Da tempi remoti mi sono convinto che i molti mali e le irresolutezze della nostra epoca dipendono dalla sua monodimensionalità, cioè dalla sua tendenza a fare di ogni cosa un valore posto sulla medesima scala. Non la scienza ma la visione scientifica del mondo, non la volontà di migliorarsi ma il progressismo ideologico, non la parola ma la logorrea infinita che ormai impedisce la minima pausa di silenzio nella dimensione pubblica, recano in sè qualcosa di mortifero, come protagonisti di una guerra all’ultimo sangue che può concludersi solo con l’estinzione dell’avversario.
Per poi scoprire che era l’avversario presunto a dare un senso all’agire, e dalla tensione degli opposti scaturiva la vita: l’egemonia totale invece, è solo l’ordinata disposizione del cimitero.
Da anni vado predicando come posso, nelle aule di scuola e nelle pagine dei miei libri, che l’apogeo della tecnica e del benessere, così come la totale decostruzione del mito nella radiografia del concetto, e il delirio libertario che ridicolizzerà la legge coincideranno con il diluvio.
Certe volte mi sembra di essere un corvo appoggiato alla carogna di un pachiderma. Altre volte di essere io quel pachiderma sfinito, di cui il mondo farà volentieri a meno.
La verità è che nessuno è veramente superiore alla propria epoca, e nessuno può proclamarsi innocente dei misfatti della sua tribù. Tutti vorremmo essere la colomba di Noè che riferisce la fine della grande pioggia, e invece a qualcuno tocca essere il corvo inascoltato che l’annuncia.
Così, l’epitaffio sulla tomba sarà solo un enigma, e il viandante frettoloso farà bene a non soffermarsi troppo sugli scrupoli sterili di altra età. Il superstite, ha nuova e speciale innocenza nello sguardo, e per questo non ama voltarsi indietro.

ottobre 14, 2010

L’ITALIA DELLE PULSIONI – Intervista a Giuseppe De Rita

(L’intervista di Paolo Conti al noto sociologo è comparsa sul Corriere della Sera del 13-10-2010)

«Guardi, forse un anziano signore come me, ormai approdato ai 78 anni, può fidarsi dell’ autoregolamentazione etica, di un timone morale soggettivo… perché c’ è l’ esperienza di vita, la conoscenza che si accumula, l’ età che ti aiuta a non farti trascinare chissà dove. Ma se sei un ragazzino privo di norme interiori consolidate, allora veramente può succedere che tenti di ammazzare qualcuno con un pugno per una banale discussione mentre sei in fila alla biglietteria della metropolitana…». Giuseppe De Rita è un termometro ambulante della salute sociale italiana. Da più di quarant’ anni non fa che misurarla a colpi di rapporti Censis, seguendo giorno dopo giorno piccoli cambiamenti puntualmente destinati a lievitare in fenomeni di massa. Da tempo il sociologo avverte: guardate, stiamo vivendo la stagione più acuta del soggettivismo etico, tutti giudicano le proprie azioni e adottano decisioni morali in base a un criterio assolutamente personale. La ragione? De Rita risponde con la pacatezza di sempre, ma nel sottofondo si avverte molta amara preoccupazione: «La storia del tassista milanese pestato a sangue per aver investito un cane, questa donna che a Roma finisce in coma per il pugno di un ragazzo… So che l’ esercizio logico può essere complicato, ma non siamo così lontani dal balconing». Ci aiuti a capire come e perché, professor De Rita: «Da sempre la nostra società è stata regolata da norme ben precise. Attenzione: qui non parlo semplicemente di leggi scritte e di codici, di vigili urbani o di carabinieri. Mi riferisco a regole interiori che strutturano la personalità, la rendono solida…». Il professore ha ben chiaro l’ iter che conduce una generazione di ragazzi a tentare la scommessa del salto del balcone così come a considerare un’ aggressione quasi un gesto normale (infatti il ragazzo della metropolitana romana chiede agli inquirenti, dopo aver ricostruito l’ episodio, «e adesso posso andare?»). Ecco qui la strada, secondo De Rita: «C’ era la scuola che insegnava non solo le materie ma anche a vivere. C’ era il padre che premiava e puniva. La madre che riprendeva la figlia troppo “disinvolta”. Ovviamente c’ era la Chiesa che imponeva un vincolo morale di natura religiosa. Infine le autorità, che provvedevano al resto. Ma dalla fine degli anni Sessanta in poi tutto è lentamente e irrimediabilmente cambiato. Ormai tutti quei referenti che dovrebbero, in qualche modo, “rappresentare la legge” e farla rispettare sono diventati evanescenti». La conseguenza concreta, secondo l’ analisi di De Rita, è visibile in quelle aggressioni tanto violente quanto inumane nella loro insensatezza: «Siamo nell’ impero delle pulsioni interiori non più regolabili proprio da quelle norme che da sempre le contenevano. Quindi io posso rischiare la mia vita saltando da un balcone per il gusto di una scommessa e posso anche aggredire chi mi irrita e mi offende. L’ unico metro morale sono io stesso. La parola “sregolato” rende bene, “s-regolato”, privo di regole. Potrei dire che, in questo senso, siamo diventati tutti un po’ matti proprio nell’ accezione che si attribuiva un tempo a quella parola. Il matto, in fondo, era colui che rifiutava confini e argini». La radice di questa sorta di anarchia collettiva, di cancellazione dei capisaldi interiori va cercata, secondo De Rita, nell’ irripetibile e mitizzata stagione a cavallo tra gli anni 60 e 70 che modificò per sempre la società italiana: «Uno degli slogan del Sessantotto era “la norma ci uccide”. Ecco qui, dove vogliamo cercare? Ricordo anche una suggestiva risposta, credo, di Toni Negri: “Io non voglio rispettare la norma dei giudici naturali, voglio un giudice che mi capisca”. L’ esplosione del soggettivismo etico comincia con la rivendicazione dell’ Io come arbitro unico della propria vita. Io sono il Principe di me stesso e se ho qualche pulsione la soddisfo. Sono io il padrone del mio corpo. Decido io se avere un figlio o abortire… Sono anche il padrone di mia moglie o la padrona di mio marito». Restando in questo solco, sostiene il sociologo, si approda anche all’ indifferenza di chi assiste a queste scene. Alla assoluta imperturbabilità dei passanti che, alla stazione della fermata Anagnina sfiorano quella donna ormai in coma e non si fermano. Cosa è, professore, abitudine alla marginalità, a certi ultimi che vivono sdraiati un po’ ovunque? «No. Qui dobbiamo tornare al soggettivismo etico. Il ragionamento: io non mi fermo perché quel tempo a disposizione è mio, solo mio, dunque non vale la pena che io mi chini a capire cosa sia capitato a quella donna perché non mi riguarda. E nessuno può giudicarmi». Il quadro complessivo, senza moraleggiare, è allarmante. Pensa che possa esserci una via d’ uscita? «Il semplice aumento della dimensione punitiva della legge non risolve il problema proprio per l’ assenza di una norma etica interiore di riferimento. Si può lavorare per far ritrovare quei riferimenti che ho definito evanescenti. Ma occorre tempo, volontà. Soprattutto nel capire che la “meravigliosa” stagione della “liberazione” dalle regole è finita. Semplicemente perché quelle norme non ci sono più».

ottobre 13, 2010

FIABE DELL’ANIMA. LA FATA TRADITA di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 5:53 pm
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Una bella fiaba balcanica racconta la malinconica storia d’amore fra un giovane principe e una piccola fata incontrata di notte dentro una radura di tigli che profumano dolci sotto la luna. A palazzo c’è stata una festa in onore del principe che compie vent’anni. Il re suo padre ha invitato le dame più interessanti che esibiscono la loro grazia in mille modi per ricevere l’attenzione del principe. La fatina invece lo ha aspettato nel bosco, dove lui si reca al termine dei festeggiamenti, annoiato e inquieto. Vuole porgergli i suoi auguri lontano da palazzo, dove, dice, non è degna di entrare a causa della minuscola statura. Il principe resta invece catturato dalla sua speciale bellezza, preferendola di gran lunga a quella delle altolocate dame di corte che ha appena conosciuto. E anche la fata prova dell’attrazione per lui, perché, prima di lasciarlo, gli lascia il suo guantino: un guanto che il principe non potrà mai indossare tanto è piccolo, ma che ha un grande significato.
L’indomani il principe torna a cercare la fatina che gli ha toccato il cuore, la incontra e parla con lei di cose che gli sembrano meravigliose e così i giorni successivi. Si accorge intanto che la sua piccola amica ha una strana caratteristica: giorno dopo giorno, accanto a lui che si sta innamorando di lei, aumenta di statura fino quasi a raggiungerlo. Una sera il principe prende coraggio e le chiede di essere sua sposa. La fatina accetta chiedendo in cambio un amore lungo e fedele, nient’altro. “Se ti innamorerai di un’altra donna” dice molto seriamente “non mi vedrai più”. Al principe sembra perfino troppo facile acconsentire a una richiesta che collima perfettamente con le sue aspettative. Perciò promette e la conduce a palazzo dove con il suo fine splendore entusiasma tutti. I giorni, i mesi, gli anni si susseguono uno dopo l’altro e sembrano felici, finché…

Continua a leggere su La fata centenaria

ottobre 12, 2010

GIORNO D’AUTUNNO di Rainer Maria Rilke

Filed under: Poesia — vbinaghi @ 6:48 pm
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(Traduzione di Giaime Pintor)

Signore: è tempo. Grande era l’arsura.
Deponi l’ombra sulle meridiane,
libera il vento sopra la pianura.

Fa’ che sia colmo ancora il frutto estremo;
concedi ancora un giorno di tepore,
che il frutto giunga a maturare, e spremi
nel grave vino l’ultimo sapore.

Chi non ha casa adesso, non l’avrà.
Chi è solo a lungo solo dovrà stare,
leggere nelle veglie, e lunghi fogli
scrivere, e incerto sulle vie tornare
dove nell’aria fluttuano le foglie.

ottobre 10, 2010

PEDAGOGIA DELL’AUTUNNO di Valter Binaghi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 12:56 pm
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Vieni con me, come facciamo ogni anno, in pellegrinaggio a quel tempio vivente che è il bosco d’autunno, dove molte buone cose accadono e la sapienza del mondo si rinnova…

Lì ogni volta impariamo il segreto delle forme che la terra gravida rilascia, e come dalla lotta tra impulso e gravità emerge la bella apparenza…

E poi ancora impariamo (lezioni ripetute da sempre, ma ogni volta necessarie per dare nuovo sangue al cuore) che la smania di colonizzare il mondo intero è temperata dalla cura di proteggersi e differenziarsi: per questo l’essere si traduce nella famiglia ma si perde nella folla…

Il terzo sapere è dipendenza: niente si nutre di se stesso, e il mistero del cammino è nell’orizzonte irraggiungibile. Un punto fuori del mondo che rende il mondo insufficiente…

Ci fermeremo, come ogni volta, in un punto del bosco più raccolto e silenzioso. E lì aspetteremo come si fa sempre, il segno benigno, il messaggio del mondo che è parola. Sarà questa volta la creatura timida e scontrosa, che impartisce la quarta lezione. Quanta tenerezza nascondono le spine! E chi fugge da queste avrà mollezze facilmente offerte, ma non quella fedeltà duratura che è delle cose faticosamente conquistate.

La sporta è piena. Si torna a casa. Chi ha avuto restituisca, e a mani libere di nuovo avrà. Accendi il fuoco, io taglio le castagne. Quando i ragazzi tornano, facciamo il dolce dei poveri.

Avere il minimo, è buona cosa per sopravvivere. Avere il massimo è buona cosa per donare.
Trovare il massimo nel minimo, è la cosa migliore.

P.S. Il luogo sono i boschi di Netro (Biella). Le foto sono mie.

ottobre 9, 2010

Dall’etnico al New Age: DEAD CAN DANCE

Filed under: canzoni — vbinaghi @ 5:54 pm
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LA PITTURA NAIF DI IVAN GENERALIC (1914-1992)

Filed under: Arti visive — vbinaghi @ 1:44 am
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