O DELLA PORNOGRAFIA DEL POTERE
Vorrei dedicarmi ad analizzare una distinzione che a mio avviso è di grande significato, non solo per una conoscenza dei fenomeni sociali ma soprattutto per la maturazione di una coscienza politica al passo coi tempi. Parlo di ciò che separa e di ciò che collega il personale, il comune e il pubblico.
Personale è ciò che attiene alla persona, non nel senso di una semplice tangenza, ma come ciò che dalla persona promana come atto proprio e dunque alla persona è indirizzato. Tale è per esempio la parola e l’intero ambito del linguaggio (compresi i gesti, le manifestazioni emotive, ma anche gli oggetti prodotti dall’uomo) che presuppone un soggetto intenzionale e un interlocutore (singolare o plurale, presente o futuro), dunque contiene implicitamente, o consolida, o istituisce una relazione.
Una domenica mattina Renzo e Lucia s’incrociano fuori di Chiesa. Si scambiano sguardi, ognuno dei due pensa all’altro tornando a casa. La domenica dopo si rivedranno, e forse quell’incrocio di sguardi durerà qualche secondo in più.
Passano sei mesi. I due giovani “si parlano”: è risaputo, è conoscenza comune nel villaggio. Renzo e Lucia da tempo tornano a casa insieme dopo la Messa. Si tengono per mano. La madre di lei li segue a discreta ma ben determinata distanza. Intanto una certa camera è stata diversamente arredata, con un letto grande. Si parla di andare dal prete, forse questo sabato, per le pubblicazioni. Con le pubblicazioni una relazione che è comunemente accettata si propone per una trascrizione ufficiale nei registri matrimoniali della parrocchia. Chi ha qualcosa da dire, ragioni pubblicamente opponibili a questo matrimonio, parli adesso o mai più. Celebrate le nozze, i nomi di Renzo e Lucia saranno trascritti all’anagrafe comunale uno all’altro vicini: un nuovo nucleo familiare. Questo significa anche che, da allora in poi, non solo i figli nati da questa unione saranno pubblicamente ricondotti alla medesima, ma anche che i beni, gli atti ed eventualmente i reati che ciascuno dei soggetti detiene o commette, non resteranno senza conseguenze per gli altri membri della famiglia, perchè la pubblicità è il terreno proprio all’esercizio della Legge e del Potere. Da esso è escluso ciò che si nega a un contesto pubblico per restare privato o ciò che, pubblicamente perseguibile, se ne sottrae per assumere un carattere clandestino. Non prima ma dopo l’acquisizione della dimensione pubblica, nasce il privato come riparo dell’intimità, e il clandestino come ricerca dell’impunità. Se Renzo, che è una testa calda, tuona improperi contro il governo nella pubblica piazza, può essere arrestato dagli sbirri. Se si fosse limitato a maledire i potenti tra le pareti domestiche non avrebbe corso questo pericolo. Ma una volta che si ritrova gli sbirri alle calcagna, può solo guadare l’Adda clandestinamente e fuggire in un altro Stato, la Repubblica di Venezia, dove vive il cugino Bortolo.
“I promessi Sposi” sono una storia milanese del XVII secolo, dove personale, comune e pubblico si declinano in un certo modo. Portiamoci adesso ai tempi nostri, per vedere che ne è stato di queste distinzioni. Renzo e Lucia s’incrociano in un posto qualsiasi, a scuola o altrove. Appena a casa lui, che è più intraprendente, accende il computer e cerca su Facebook se la ragazza ha un profilo. Trovatolo, chiede di essere accettato tra i suoi “amici” e quindi di poter interloquire con lei. Certo, Lucia è una ragazza piuttosto popolare e il suo profilo è abbastanza affollato, ma nel giro di qualche giorno tutti si accorgeranno che i commenti di Renzo sono, oltreche numerosi e incalzanti, piuttosto languidi nel tono. D’altro canto, Lucia gli risponde con emoticons ammiccanti e sorridenti, come se piovesse. Pian piano, qualche maschietto che la puntava si ritira dignitosamente sullo sfondo perchè ha capito l’antifona, Ce n’è uno però, tale Rodrigo, che non la manda giù. Attende al varco e, non appena Renzo si lascia scappare una delle sue sparate (si sa come sono i ragazzi) tipo un insulto di tre righe al professore di chimica (“quello stronzo ha dato 6 a me e 7 alla Landini che ha copiato da me, solo perchè quella ha le tette della Quarta e gli mette la scollatura sotto il naso ogni volta che può”), fa un bel copia-incolla e spedisce all’interessato, dall’indirizzo anonimo di un CyberCafè. Domattina Renzo sarà sorvegliato speciale e si sa che noi prof se vogliamo far cascare uno e inguaiarlo possiamo farlo con una certa facilità.
Ma non vorrei proseguire oltre questa trascrizione, perchè ho già detto quel che mi interessava dire, cioè ho segnalato il vero cambiamento che si produce con i nuovi media. E guardate che ho usato il social network come esempio, ma solo perchè è il più recente e apprezzato dagli adolescenti. Si potrebbe usare ugualmente bene il telefono, il cellulare, la Mail. Quel che è interessante notare è che la comunicazione personale, una volta entrata nel circuito mediatico del ciberspazio, è registrata e tracciabile: in altre parole è non solo comune (il che presupporrebbe un contesto ristretto e non ufficiale) ma pubblica – non di diritto ma di fatto. Lo sa bene il nostro presidente del consiglio, che già scoperto più di una volta a combinare maialate o reati veri e propri, strepita a gran voce contro le intercettazioni operate dagli inquirenti. Ora, le intercettazioni si possono limitare o meno (non sarebbe meglio evitare di commettere reati?), ma io la rabbia del presidente del consiglio la capisco, e in un certo senso la condivido, pur dovendo alla fine sorridere della sua ingenuità. Lui vorrebbe difendere la sfera del privato, sfera che però, ricorrendo continuamente alla comunicazione mediatica, si rende per ciò stesso virtualmente pubblica. Perchè una cosa è certa: il ciberspazio è non solo pubblico per definizione, ma anche universale. Non solo ciò che passa nel ciberspazio vi s’inscrive indelebilmente, ma nel ciberspazio le distanze non hanno senso, quindi non solo non è più possibile la distinzione tra privato e pubblico, ma nemmeno quella tra pubblico e comune. La pubblicità è l’unica possibile declinazione dell’essere sociale e relazionale, e anche i poveri di spirito che non riusciranno a condividere queste riflessioni lo capiscono benissimo, dal momento che affollano le selezioni per programmi televisivi dove la loro esistenza diverrà pubblica (l’eroe di un quarto d’ora di cui parlava Andy Warhol), il che non è più un lusso o un optional ma sembra a molti l’unica forma di vita possibile. In questo modo, essi sono come mai prima vittime e consumatori di quella che si potrebbe definire la pornografia del potere, la cui massima ambizione è sempre stata quella del controllo totale previa esibizione totale – l’abolizione dell’intimità, come già profetizzava il Panopticon di Jeremy Bentham – proprio come il regista porno passa dal piano sequenza all’orifizio grondante, dalla finzione orgasmica al residuo organico di ciò che umanamente fu piacere.
Dopodiche vorrei chiarire che il punto non è connettersi si o connettersi no. E’ vero che i frequentatori di tv e social network partecipano di una sintassi involuta, un cicaleccio universale e rasoterra che non sa più niente delle culture e delle complessità di un tempo, le quali riflettevano esperienze comuni ma circostanziate. Però va detto anche che quello che impoverisce lo spirito non è mai la partecipazione o l’astensione da un media, ma l’adozione esclusiva di una sintassi rudimentale. Un conto è aprirsi un profilo su facebook a trent’anni e accettare per gioco di esprimersi a ke ed emoticons, dopo avere imparato altrove a leggere Dante e a scrivere un curriculum, un conto è esordire in ambito comunicativo con quello e mantenere quello come punto di riferimento. Poi c’è l’aspetto politico: prima ancora di uscire di casa, sei già suddito. La sintassi non è solo un’opzione comunicativa, ma è l’ordine del discorso, cioè il Potere di porre e disporre nominando o occultando e soprattutto collegando o separando. Assumere in modo esclusivo una sintassi impoverita è obbedire esclusivamente a quella declinazione di realtà. Certo, se il discorso pubblico è egemonizzato da una sintassi alienante, la prima cosa è sottrarvisi, per pura e semplice sopravvivenza intellettuale. Come, senza rinunciare a una coscienza politica?
Se il potere è stupro, il pudore (non nel senso di segregazione, ma di protezione dell’intimità) non è la migliore forma di rivolta?
Sottrarsi all’esposizione, alla visibilità estrema, all’inferno mimetico (come direbbe Girard) che ne consegue…. Ritrarsi dal pubblico per ridefinire il comune (non necessariamente nel senso in cui usa questo termine Toni Negri, penso più a Illich e Lasch).
Privato o clandestinità? Fate voi. Penso ai monaci benedettini che, nell’egemonia esteriore della barbarie, resero possibile la perpetuazione della civiltà classica copiando manoscritti in silenzio. Ma anche a Noè nell’arca, dove serba semi di ogni cosa vivente fino alla fine del diluvio.
La maturazione e l’attesa sono ciò che distingue la rivoluzione dal sintomo isterico.

tranquillo valter non riaccendo i temi degli ultimi post,
solo un saluto, anche perchè è bello rileggere
certe parole e concetti (la chiusa benedettina di qs tuo testo),
si possono fare percorsi anche molto lunghi,
ma ogni tanto le nostre pietre miliari riappaiono …
gunny
ps (humour) sul non “riaccendere”: anche perchè è divertente
il confronto tra ‘veci’ e giovani leve nel ‘popolo’ dei resistenti
Commento di gunny1958 — ottobre 26, 2010 @ 3:45 pm |
Gunny, l’autunno è inoltrato il Mario vunciun ci attende al varco…
Commento di vbinaghi — ottobre 26, 2010 @ 4:20 pm |
anche a me mi sembrano distinzioni importanti queste indicate.
cosi tanto per dire la mia però mi è parso a me un po’ un po’ fuorviante indicare come personale ” la parola e l’intero ambito del linguaggio” non l’ho capita bene. mi chiedo se tu intendessi qualcosa come; pensiero, opinione, e il loro più ristretto ambito di espressione.
ciao,k.
Commento di k. — ottobre 27, 2010 @ 7:26 pm |
Intendevo la natura espressiva del linguaggio, il fatto che il pensiero-linguaggio è ciò in cui si riassume ogni manifestazione dell’essere personale, perfino in Dio.
“In principio era il Verbo…”
Commento di vbinaghi — ottobre 27, 2010 @ 7:35 pm |