Odoardo Borrani – L’analfabeta (1869)
Questo articolo di Marco Lodoli è tratto da Tiscali – Rubriche
Lo so: a fare la Cassandra non si raccolgono troppe simpatie. A dire: io vi avevo annunciato la disfatta tanto tempo fa non si diventa certo popolari, e del resto chi anticipa il peggio spera ardentemente di sbagliarsi. Però i dati che ha fornito in questi giorni il professor Tullio De Mauro io me li sentivo in corpo da anni, li percepivo insegnando nella mia scuoletta di periferia e girando nel raggio breve delle mie scorribande metropolitane, e tante volte ho scritto attenzione, il paese sta retrocedendo in un’ignoranza pericolosa, in una inconsapevolezza culturale che mette paura. Intuivo, sospettavo, paventavo, ma i numeri che De Mauro ha snocciolato sono decisamente più cupi di ogni più nera previsione. In breve: il 70% degli italiani fatica a leggere e scrivere. Nel dettaglio: il 5% è assolutamente analfabeta, il 33% stenta a decifrare un semplice articolo di giornale, e un altro 33% sta slittando nelle sabbie mobili dell’analfabetismo. Provo a pensare che si tratti di percentuali esagerate, che le cose non stiano proprio così, che il prof l’ha sparata grossa per metterci in guardia, per aprire un dibattito, per sgomentarci. Sette persone su dieci non sono più in grado di leggere e capire e amare Leopardi e Manzoni, e non riescono nemmeno a comprendere un articoletto che discetti su quale sia la migliore posizione in campo per Francesco Totti. Siamo messi malissimo, il Nulla avanza, come nel libro e nel film La storia Infinita, si mangia la civiltà, la tradizione, il passato, il futuro, la bellezza. D’altronde il nostro apparato psichico non è diverso da quello digerente: il cibo che inghiottiamo ci modifica, se beviamo in mezz’ora due litri di vino non capiamo più niente, se per vent’anni ingurgitiamo idiozie e fandonie il nostro cervello retrocede verso la scimmia. Sette italiani su dieci non possono nemmeno esprimere ciò che sentono, gli mancano le parole per dare una forma alla rabbia, all’incertezza, alla frustrazione, alla confusione, ai tanti sentimenti che tutti abbiamo nell’anima, e quei sentimenti inespressi si aggrovigliano, soffocano, marciscono nel silenzio. Sette italiani su dieci non possono ragionare, perché non riescono a trovare le parole giuste, e soffrono per questa mutilazione. Sette italiani su dieci non capiscono i discorsi degli altri, non colgono i nessi, i passaggi, il senso delle frasi. E quando uno non capisce e non riesce a farsi capire, è facile che si deprima, o che spacchi qualcosa contro il muro, che pianga o che urli tutta la sua impotenza, che faccia le cose sbagliate, che si rovini la vita.
Questo il commento di Roberta Borsani
su La fata Centenaria:
Per Gramsci la cultura popolare (come weltanschauung, visione del mondo) è essenzialmente «folklore», espressione utilizzata in un’accezione prevalentemente (ma non del tutto) negativa. Infatti il folclore, costituito soprattutto dai refluvi della cultura egemone, coincide con ciò che si definisce “senso comune”, cioè «una convinzione disgregata, incoerente, inconseguente, conforme alla posizione sociale e culturale delle masse di cui esso è la filosofia» (A. Gramsci, Quaderni del carcere).
Il compito di «educare le masse», strappandole alla condanna di un sapere arretrato per consegnarle a una concezione del mondo moderna e progressista ( e soprattutto universale, filosofica), spetta alla “filosofia della prassi”. La cultura popolare va capita e studiata, per Gramsci, che le riconosce dei fattori di resistenza contro le pressioni del potere, ma lo scopo resta comunque il suo superamento per accedere ad un orizzonte mentale più ampio. Agli intellettuali spetta la missione educatrice, quasi di redenzione, delle masse popolari.
Decisamente possiamo dire oggi che le cose non sono andate così. L’intellettuale in Italia non ha saputo affatto educare le masse, anzi le ha abbandonate alla cultura più avvilente e regressiva della società dei consumi. Quasi abbattute le tradizioni laddove opponevano il loro zoccolo duro al potere, svilito lo stesso senso comune, ridotto al “si dice” dell’informazione giornalistica di peggior livello, il cui effetto fra l’altro è quello di seminare l’illusione di una conoscenza che di fatto è fittizio. Tutti credono di sapere, l’umiltà che è il presupposto del sapere va a farsi benedire ma l’ignoranza (il non sapere di non sapere) resta.
Tullio De Mauro, denunciando l’ignoranza degli italiani a causa del dilagante semianalfabetismo di ritorno che colpisce un po’ tutte le età, lamenta che pochi conoscono Manzoni, Leopardi, D’Annunzio…gli scrittori che fanno grande la nostra tradizione letteraria italiana. Vero, dico io, ma quanto in passato la tradizione letteraria italiana è stata vicina agli italiani? Quanto i nostri grandi hanno saputo parlare al cuore dei piccoli?
Lo stato attuale di cose ha radici lontane. Pochi dotti, dalla preparazione solida e raffinata, e molti ignoranti in Italia. Due mondi separati, infinitamente distanti. Il complesso di stizzita superiorità dei primi, l’indifferenza selvatica degli altri. Una reciproca mancanza di fiducia. L’intellettuale vuole educare e dirigere folle che non ama, di cui diffida. Il suo modo di impartire il sapere chiede perciò pura sottomissione e obbedienza. La folla, da parte sua, risponde con lo sguardo malizioso della servetta che ride di Talete caduto nel fosso mentre osserva le stelle. L’intellettuale, dice la folla-serva, si occupa di cose inutili, che non riempiono la pancia, non emozionano… Intanto la televisione regala via via giochi da circo (circenses) buoni per appetiti grossolani e tanto facili da digerire che anche i figli degli intellettuali ne vengono conquistati.
In altri paesi l’uomo di conoscenza ha avuto un rapporto più stretto con il suo popolo e con la visione del mondo di cui il popolo è portatore. I coltissimi fratelli Grimm non hanno scritto delle fiabe di loro invenzione, preferendo attingere alla cultura orale contadina, di cui hanno riconosciuto il valore profondo. Ricordo una pagina di “Tra due guerre” di Mario Rigoni Stern: lo scrittore racconta di come negli anni sessanta molti russi nei giorni di festa si raccogliessero attorno alle tombe dei loro grandi scrittori recitando emozionati versi e pagine. Tanti anni di realismo sovietico non avevano cancellato il loro attaccamento a scrittori e poeti capaci di interpretare lo spirito della grande amata madre Russia, e neppure il desiderio di condivisione del piacere della poesia.
La grande amata madre Italia invece non è mai esistita. Molta retorica nei libri risorgimentali destinati all’educazione e poco di autentico. La riflessione risorgimentale seria agli italiani incolti non è mai arrivata. Troppo di alto livello. Le popolazioni della penisola si stavano perciò ancora annusando quando l’esperienza traumatica del primo conflitto le ha costrette ad essere popolo, triturandole e poi vomitandole come massa inerte e obbediente al regime. L’intellighenzia naufragata: la filosofia della prassi stroncata da una visione meccanicistica, rigida, ideologica. L’educazione divenuta troppo spesso propaganda al servizio del partito (che invece doveva essere lo strumento dell’emancipazione e non il fine). Perché gli italiani questo hanno avuto: propaganda, da un lato, e sarcasmo dall’altro. Da un lato l’intellettuale di sinistra un po’ spocchioso e incapace di calarsi nei panni di chi è rimasto escluso dal conoscere organico e consapevole.. Dall’altro il democristiano ammicante, davanti al quale l’italiano resta comunque un furbacchione. Uno che vuole la ciotola piena, prima di tutto. Dopo, magari, la poesia. Dopo.
Il partito comunista ci ha provato a fare il partito popolare e per un po’ c’è anche riuscito. Ma non ha retto l’urto con il consumismo che ha come drogato gli operai: il Pci li ha seguiti nel baratro, l’intellettuale colto e vigile si è opportunamente tirato indietro, pieno di disgusto. A fare avanguardia. Quella che gli operai non possono capire.
Ecco, l’italiano di oggi (che non sa scrivere, leggere, parlare) è il frutto anche della classe politica italiana di sempre, dove paternalisti anoressici e cialtroni si sono troppo spesso succeduti. E le cose sono andate di molto peggiorando dalla fine degli anni ’70 in poi. Non dimentichiamo che l’italiano degli anni sessanta era in grado di apprezzare e di seguire riduzioni televisive di opere letterarie di altissimo livello: I fratelli Karamazov, Anna Karenina, I Promessi Sposi, I miserabili. Dialoghi complessi, concetti elevati. Qualcosa ha interrotto il training positivo. Le televisioni private, il consumismo becero e aggressivo capace di suggerire che la felicità e il benessere dipendono esclusivamente dal potere d’acquisto e dai consumi. Le nuove tecnologie, infine, che hanno confinato l’individuo nel limbo del fruitore passivo. Un bambino.
Sì, c’è un momento della storia degli ultimi cinquant’anni in cui qualcosa di spaventoso è accaduto e noi non ce ne siamo quasi accorti sul momento. A cavallo tra gli anni settanta e gli ottanta. E adesso forse non ha nemmeno senso chiedersi: chi è stato?

Il problema che si pone Gramsci è che la cultura espressa dai subordinati (il folklore, la “filosofia dei semplici”) non è una cultura di dirigenza di un paese, non può esserlo, non può indurre a creare un alleanza fra le varie classi dominate, non è una cultura in grado di gestire il potere. Da dirigente politico lui al potere ci vuole andare, quindi il problema non è affrancarsi dal folklore, ma dall’ analfabetismo, dall’ incapacità delle classi dominate, una volta diventate governanti, di far funzionare il paese, di controllare criticamente i propri dirigenti. Oggi diremmo il problema dell’ accesso e della trasmissione dei saperi, in senso ampio.
Da qui si deduce che il progressivo voluto decadimento della scuola pubblica “gentiliana” è stato un preciso progetto politico iniziato addirittura prima, molto prima, della riforma aziendalista di Berlinguer: già avallando il “sei politico”, dietro la falsa coscienza della lotta al classismo e del primato della prassi sulla teoria, si celava una scorciatoia che non selezionando la futura classe media (che avrebbe dovuto coincidere con quella dirigente) non poteva essere la trasmissione di capacità di governare i processi storici (tecnici, economici, sociali ecc).
Abbiamo così scoperto che il popolo non è capace di dirigere un bel niente e non genera una cultura egemone se studia poco e male, neanche se affiancato dagli intellettuali organici, ma anzi è stato immediatamente risucchiato nella post-borghesia (che per far pari anch’ essa ha studiato poco) che è egemone culturalmente oggi – ma che è frustrata dall’ intuizione che le decisioni importanti vengono prese altrove.
Commento di da — ottobre 31, 2010 @ 9:24 am |
Direi che non fa una grinza, Da.
Il che significa che i fautori del 6 politico e compagnia cantante ma anche l’ambigua esaltazione della sottocultura di matrice americana e massmediatica (Eco e amici) hanno recitato il ruolo dell’utile idiota.
Commento di vbinaghi — ottobre 31, 2010 @ 10:48 am |
Concordo, ma il problema va ben al di là del sei politico. Una volta c’era il senso comune a orientare le persone.Insomma persone che di sei ne avevano presi ben pochi nella vita (perché non erano andate oltre la terza elementare) erano molto ben strutturate. Nell’ Italia del nord ben prima degli operai alfabetizzati sono stati i contadini a mobilitarsi per ottenere diritti fondamentali che ancora oggi ispirano la nostra legislazione sociale. Gente come Lele mora, Corona ecc. non avrebbero avuto spazio. Voglio ricordare che Berlusconi si è laureato con il 110 e tanti altri del suo partito in tempi in cui il sei politico non esisteva proprio (se mai è esistito). Qui il problema è che siamo in piena decadenza, come Roma nel III secolo. Al governo abbiamo Eliogabalo e ognuno pensa solo ad arraffare. Quanto ancora potremo resistere?
Commento di roberta borsani — ottobre 31, 2010 @ 11:17 am |
Come d’ abitudine volevo aggiungere altre motivazioni, e ho saltato molte specificazioni importanti (fra cui la reale alterità della cultura contadina rispetto a quella operaia, più pronta a monetizzare i termini del conflitto sociale), ma mi premeva far notare ancora una volta come il rovesciamento dialettico fa di un’intenzione (di cui sono lastricate le strade dell’inferno) antagonista al potere la piattaforma migliore perchè il potere si consolidi e superi le crisi che puntualmente, anzichè indebolirlo, lo rigenerano.
L’ attuale crisi culturale occidentale (di cui l’analfabetismo di ritorno è solo un aspetto) è una crisi implosiva e inedita proprio perchè a questa post-borghesia (il Grande Ripieno di Tashtego, per intenderci) manca un contrappunto (l’ Islam?) a cui contrapporsi ma con cui anche dialogare e misurarsi. Stravincere porta con sè gli elementi del rovesciamento e della sconfitta.
Ne deduco (mha?) allora che la stessa necessità di inversione/rapporto dialogici (“il non-Io che ostacola l’Io”, il “dispiegamento dei contrastanti”), che saldamente quanto velatamente dimora nella natura umana collettiva e personale, sarà quella che farà, in un qualche modo che non immagino, fallire questo esperimento anti-umanistico che pervade purtroppo un’Europa supina agli interessi strategici atlantici.
Tutto da sviluppare il centrale discorso sull’ educazione a vocazione veritativa e universalistica
Commento di da — ottobre 31, 2010 @ 12:52 pm |
“L’ attuale crisi culturale occidentale (di cui l’analfabetismo di ritorno è solo un aspetto) è una crisi implosiva e inedita proprio perchè a questa post-borghesia (il Grande Ripieno di Tashtego, per intenderci) manca un contrappunto (l’ Islam?) a cui contrapporsi ma con cui anche dialogare e misurarsi. Stravincere porta con sè gli elementi del rovesciamento e della sconfitta”. Un’affermazione profonda. L’America infati si sta reggendo in piedi sostanzialmente grazie all’Islam che le fa (o si ritiene che faccia) da contrappunto. Anzi da antagonista. L’America gode ancora oggi delle benefiche conseguenze della sua epica (retorica finché vuoi). Noi europei, più complessi, raffinati ed evoluti degli Americani, di epica purtroppo non ne abbiamo più. Distrutta da un relativismo mal inteso. E noi italiani poi, privi delle risorse politiche ed etiche che potrebbero farci restare nei solchi della civiltà (pur con poco entusiasmo nell’assenza dell’epica, cioè di valori e simboli trainanati, la nostra epica la buttiamo via (vedi quella della Resistenza: partigiani e fascisti messi sullo stesso piano). Per essere chiara: secondo me l’epica di un popolo è quella che gli dà il senso di identità indispensabile per entrare in un raporto di “contrappunto” ma anche di condivisione e di reciproca com comprensione con altre civiltà.
Intanto, riflettevo ieri con i miei ragazzi, se io fossi un islamico guarderei la civiltà occidentale più o meno con gli stessi occhi con cui i goti guardavano la civiltà romana: una mela dalla buccia verde e rossa che dentro è marcia. Se non vogliamo crollare portando via con noi tutto quello che di buono abbiamo storicamente prodotto, dobbiamo chiederci: cosa è ancora importante per noi, in cosa, del mondo che abbiamo costruito, davvero crediamo? E ripartire da lì. Ce l’hai presente quel celebre discorso del capo indiano Capriolo Zoppo al presidente americano ( è stato riportato un po’ ovunque, anche sulle copertine dei quaderni)? dice ad un certo punto qualcosa del tipo (non sono le esatte parole ma il senso è questo) “Io non so quali sogni confida l’uomo bianco ai suoi figli nelle notti invernali, quali visioni e speranze accende nelle loro menti”. Ecco, io sostituisco “bianco” con occidentale e concludo: anch’io non lo so.
Commento di roberta borsani — ottobre 31, 2010 @ 1:38 pm |
Quello che di buono abbiamo costruito e in cui almeno io credo è l’idea, l’obiettivo (qualcuno direbbe l’utopia) che libertà individuale e giustizia sociale siano conciliabili, che non si possa e non si debba negare l’una per avere l’altra..che poi è il sogno di credo tutti o quasi i grandi movimenti di emancipazione sociale figli dei Lumi.
Ecco questo è il sogno, la visione o la speranza che confiderei ai miei figli se li avessi.
Commento di Paolo1984 — ottobre 31, 2010 @ 3:19 pm |
Concordo pienamente con Roberta. E molto soprattutto nella parte riguardante l’incapacità dei Risorgimentali nel farsi comprendere. Quanto son lontani, ahimè, quegli 8 milioni di persone a Parigi in piazza al seguito del feretro di Victor Hugo. Quelli non erano borghesi, era popolo.
Nel punto 2 forse Valter dovrebbe specificare maggiormente, pena il rischio di fraintendere tutta la cultura americana e Pavese e Vittorini con essa.
Ciao
Commento di aiace — ottobre 31, 2010 @ 3:35 pm |
Aiace, non mi riferisco certo alla traduzione dei classici americani curate da Vittorini e Pavese, ma all’esaltazione delle idiozie della cultura di massa (considerandone ineluttabile l’avvento) fatte per esempio da Eco in libri come “apocalittici e integrati”, contro chi pretendeva di distinguere tra romanzo e fumetto e porre un freno al populismo di cartoons e programmi televisivi. A posteriori bisognerebbe ammettere che Umberto Eco è stato uno dei cattivi maestri del secolo.
Commento di vbinaghi — ottobre 31, 2010 @ 5:06 pm |
Distinguere tra romanzo e fumetto mi pare ovvio visto che sono due diverse forme di narrazione che secondo me occorre conoscere a patto che questo non voglia dire affermare che uno ha più dignità dell’altro.
Scusate se ho aperto una possibile polemica.
Comunque il nuovo romanzo di Eco m’incuriosisce molto.
Commento di Paolo1984 — ottobre 31, 2010 @ 5:39 pm |
La parola dignità applicata a forme diverse di espressione artistica forse non è appropriata. Se invece parlassimo di sintassi, complessità di pensiero e di rappresentazione del reale, allora è un altro paio di maniche.
Sostenere come faceva Eco in quel libro che la cultura di massa è democratica perchè è di massa, porta a certe conseguenze.
Le famiglie operaie italiane negli anni Sessanta seguivano con entusiasmo sceneggiati televisivi come “I promessi sposi” e “I demoni”, perchè il loro riferimento sintattico era la letteratura o una sua divulgazione a certi livelli. Andiamo a vedere cosa seguono oggi, e oltre al tasso di analfabetismo di ritorno potremo misurare anche quello di consapevolezza sociale e politica.
Di mezzo ci sono le meravigliose conquiste degli anni Ottanta: Goldrake e Drive In, cui gli intellettuali strizzavano l’occhietto pur di non sembrare dei passatisti.
Commento di vbinaghi — ottobre 31, 2010 @ 6:51 pm |
Concordo sul giudizio negativo sugli anni ’80 (che pure m’hanno visto nascere!) con le dovute eccezioni, però il problema non è Drive In in sè, ma guardare solo quello.
Poi pensando ai fumetti c’è fumetto e fumetto come c’è romanzo e romanzo. Penso che l’universo dei Peanuts (che mi pare siano citati nel saggio di Eco) sia un universo poetico di grande complessità e delicatezza. Passando all’Italia ci sono certi albi di Dylan Dog (molto amato da Eco, mi risulta) che affrontano con profondità dei temi importanti, e in genere tutti i fumetti editi dalla Bonelli sono di notevole qualità sia come grafica che come contenuti.
Le Sturmtruppen di Bonvi, Cattivik, Lupo Alberto di Silver mi hanno regalato momenti di genuino buonumore e anche di satira pungente.
poi ultimamente sto leggendo Diabolik, sì è un fumetto d’evasione, ma noto una grande sapienza e intelligenza narrativa.
Non parliamo poi di tutto il grande fumetto d’autore. Poi certo che un romanzo non è un fumetto: come già detto un diverso modo di narrare (che nel caso del fumetto forse è più vicino al cinema), logiche diverse, questo è ovvio.
Commento di Paolo1984 — ottobre 31, 2010 @ 9:14 pm |
Bè certo anche i fumetti di cui ho parlato possono considerarsi “fumetto d’autore” quando ho usato questo termine pensavo sopratutto ad Art Spieglman (di cui ho letto solo Maus), Alan Moore e Will Eisner (che conosco di fama, ma non ho letto nulla)
Commento di Paolo1984 — ottobre 31, 2010 @ 9:38 pm |
Dal canto mio, sono stato un lettore voracissimo di Tex Willer.
Il discorso però è un altro. Magari uno di questi giorni organizzo un post su Umberto Eco così ci capiamo meglio.
Commento di vbinaghi — ottobre 31, 2010 @ 9:54 pm |
… scusate, l’ho trovato troppo divertente e ve lo metto:
Alessandro Robecchi dal Manifesto 1/11/2010
ChiamaSilvio Beghelli
Problemi con la questura? Fermo di polizia per furto? E’ mezzanotte e non sapete dove procurarvi un tanga? Attivate subito il vostro ChiamaSilvio Beghelli. Con ChiamaSilvio Beghelli ogni problema è risolvibile in meno di due ore, in modo semplice ed efficiente. Una volta attivato il vostro ChiamaSilvio Beghelli, il Premier in persona chiama l’ufficio pubblico che vi sta creando dei problemi (questure, agenzia delle entrate, vigili urbani, poste, ferrovie…) assicurando al funzionario di turno che siete la biscugina di Roosevelt, la zia di Lukashenko, la nipotina di Mubarak, la pronipote di Greta Garbo. Contemporaneamente, un funzionario pagato dai cittadini, magari addirittura un consigliere regionale, tipo Nicol Minetti, viene a togliervi dai guai. Chi ha usato ChiamaSilvio Beghelli ha risolto ogni problema, basta guardare i numerosi testimonial. M.C. era una soubrette di seconda fila costretta a farsi fotografare seminuda: ha azionato il ChiamaSilvio Beghelli ed è diventata ministro. M. B. era una venditrice di salmone, ha attivato il suo ChiamaSilvio Beghelli ed è diventata ministro pure lei. N.L. era una ragazzina di Caserta, ha attivato il ChiamaSilvio Beghelli ed è diventata una reginetta del jet-set. Visto? Procuratevi subito il vostro ChiamaSilvio Beghelli, l’alternativa sicura al welfare state. ChiamaSilvio Beghelli è facile, rapido intuitivo. Digitare 1 per interventi sulle forze dell’ordine. Digitate 2 per partecipare alle feste di Arcore. Digitate 3 per farvi regalate un Rolex e settemila euro. ChamaSilvio Beghelli, un’alternativa semplice e funzionale al dissolvimento dello stato e della decenza.
Avvertenze. Leggere attentamente le istruzioni all’interno del tanga di piume di struzzo. Non funziona contro le valanghe o le frane, per quello c’è l’efficiente ChiamaBertolaso Beghelli, che può anche crearvi una discarica in salotto in meno di mezz’ora
Commento di aiace — novembre 1, 2010 @ 1:14 pm |
Bunga bunga – Marchio Depositato.
Sede sociale: Capecaz, Banana Republic
Commento di vbinaghi — novembre 1, 2010 @ 2:17 pm |
Piccola prova di coraggio; non ho i vostri anni nè la vostra cultura. Vi dico però cosa si vede da quaggiù.
La televisione non è quel mostro che dite voi. Tutti i professori ci dicono di spegnerla e di leggere qualche libro. Come se leggere Fabio Volo o Moccia o Melissa p fosse necessariamente meglio di guardare The mentalist o il Doctor House. Non basta dire di spegnerla. Mio papà, che adorava i cartoni animati giapponesi ed infatti li vedeva con me, non mi ha mai detto “Spegnila”. Mi ha chiesto di parlarne, di tradurla in parole critiche, anche quando ne vedevo a quintali. Forse la televisione che immaginate voi non è la nostra. Del resto io non so neanche cosa sia Drive In. Ma non mi strappo i capelli perchè ci sono le donne nude: chi le guarda più. Sono come la carta da parati in certe stanze, chi se n’accorge più, la mente non le registra, non sono visibili, come le donne non avvenenti in metropolitana. Non capisco perchè mi devo sentire in colpa se guardo le interviste della Dandini o della Bignardi, donne noiosissime certamente, ma spesso molto meno degli intervistati. Se guardo Victoria su La7 e rido delle sue cazzate. Se guardo qualche servizio delle Iene, pur detestando il loro moralismo di damerini che mangiano merda ma pulendosi col tovagliolino. Se guardo Blob. Se guardo I Simpson, i Griffin, Futurama. Minoli su Raistoria. Piloti con Bertolino e quel comico romano altissimo su Rai Extra. Davvero i dialoghi tra Gregory House e i suoi colleghi sono cibo in scatola per fruitori passivi?
Ma scherziamo? Questa sarebbe subcultura da analfabeti? Io la preferisco a Lorenzo de Medici, Poliziano, Ariosto, Marino, Metastasio, Goldoni, Alfieri, Manzoni, Foscolo, e tanto bla bla che piace agli insegnanti ma che è remoto anni luce dai miei coetanei, che confondono gli inetti di Svevo con gli sfigati. E sticazzi. Non voglio essere provocatorio: continuerei ma voglio vedere cosa c’è ora su Italia 1. Qualche giorno fa ho visto una puntata di una fiction su alcuni trentenni un po’ idioti e frivoli, ma con un rapporto con le proprie famiglie che non ho visto da nessuna parte. Neanche in Cecco Angiolieri. Non mi ricordo il titolo della fiction.
Commento di rispettarelosceno — novembre 1, 2010 @ 3:01 pm |
concordo con rispettarelosceno, al cento per cento. Del resto, uno degli utenti (o dei critici, non ricordo) che in rete commentavano la serie tv americana “The Wire” (HBO) ha scritto: “Se Dostoevskij fosse vivo, scriverebbe per The Wire”. Aggiungo ceh Leopardi l’avrebbe vista e apprezzata, senz’altro.
Invito tutti quelli che non l’hanno vista a procurarsela nell’edizione italiana, o in quella originale con sottotitoli. C’è dentro il mondo.
Commento di diana — novembre 1, 2010 @ 5:38 pm |
p.s. se la Dandini non urlasse potrei forse vedere la sua trasmissione. Ma a guardare lei, sembra che la tecnologia ancora non abbia prodotto apparecchiature che consentono ai conduttori di parlare normalmente.
Commento di diana — novembre 1, 2010 @ 5:44 pm
forse la fiction di cui parli è All Stars. Guarda, condivido nella sostanza ciò che hai detto (non trovo però che Dandini e Bignardi siano noiose), tra l’altro io stesso sono spettatore di alcuni dei programmi tv che hai citato, però t’inviterei comunque a non liquidare Lorenzo il Magnifico, Ariosto, Foscolo, Goldoni, Cecco Angiolieri (che adoro) e sì anche Manzoni (aggiungo Machiavelli enon ci scordiamo della triade toscana Dante Petrarca e Boccaccio)..forse la scuola te li ha fatti odiare, ma se puoi leggili per conto tuo, ricoprili.
Commento di Paolo1984 — novembre 1, 2010 @ 3:36 pm |
Volevo scrivere “riscoprili” ovviamente.
E ho parlato di triade toscana, ma so bene che sono toscani anche Machiavelli, Lorenzo e Cecco.
Continuando con i consigli riscopri pure Leopardi..che per me è fondamentale.
Poi vabbè, troppi ce ne sarebbero.
e in ambito femminile mi piace segnalare una misconosciuta poetessa medievale: Cristina da Pizzano.
Commento di Paolo1984 — novembre 1, 2010 @ 3:43 pm |
Bene giovani, vi devo uno, anzi un paio di post sulla TV
Da oggi.
Commento di vbinaghi — novembre 1, 2010 @ 6:59 pm |
Per l’ennesima volta mi sono perso (nel senso che è bis-esurito, prima da Rusconi, poi da Bompiani) questo: http://www.libreriauniversitaria.it/decadenza-analfabetismo-bergamin-jose-bompiani/libro/9788845290589
Ho il sospetto,però, che non dello stesso analfabetismo si stia parlando.
Più tardi, un commento al post…
Commento di lycopodium — novembre 1, 2010 @ 7:43 pm |
La “vocazione veritativa e universalistica” è proprio la chiave di volta che regge il complesso degli interventi.
Alcuni spunti.
1) La retorica risorgimentale. L’Italia voluta da qualcuno “Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor”, nel suo costituirsi in forma di stato unitario ha lottato ferocemente proprio contro alcuni di quei “fattori di unità” (leggere i pur diversissimi Aprile, Pellicciari, Zitara …). Il senso comune di cui si è parlato era soprattutto “l’altare”, era il senso dell’homo religiosus (cattolico).
2) La cultura popolare è (ancora?) molto di più della cultura subalterna alla Gramsci, De Martino o Pasolini, autori rilevantissimi, ma che paradossalmente sono stati vittime delle loro stesse teorie, prese dagli eredi dall’esclusivo lato dissolvente. Combatttere l’homo religiosus, nella speranza di elevarlo implicandolo nella lotta alla Bestia capitalista, ha portato alla vittoria della Bestia. Qui Del Noce docet (ma quanto “docet”? rimane il mistero che i suoi migliori allievi “politici” – RB & RF – nello sforzo di mostrare il lato liberale e non reazionario del maestro abbiano lavorato anch’essi per una delle “varianti bestiali”; viva il lato reazionario!).
3) Nel processo è intervenuto pesantemente il postconcilio ecclesiale. Le negazioni dei nuovi preti e dei nuovi teologi hanno messo in pratica i dettami di quella Bestia. Confesso che oggi sono sempre più combattuto da due disgusti primari: quello verso la ben nota “variante bestiale italiana” e un altro, verso i rigurgiti moralistici e tartufeschi con cui gli epigoni odierni dei nuovi preti e nuovi teologi giustificano il loro ruolo come oppositori di quella variante (senza pudore!). Qui tocca riabilitare Pasolini, che si rivelò ben più “cattolico” e più “tradizionale” di quelli.
4) A Paolo vorrei ricordare le strette parentele tra 1789 e Terrore…
5) Senza demonizzare il fumetto, ottima la difesa della grande Letteratura, ma qui si aprirebbe il discorso su troppi critici militanti (siamo sempre orfani di Rodolfo Quadrelli), anch’essi impegnati a difesa della Bestia. Nemesi letteraria.
Commento di lycopodium — novembre 2, 2010 @ 8:01 am |
Ci risiamo col Terrore, tutte le ideologie forti hanno sparso sangue incluse quelle religiose allora ricorderò l’inquisizione e l’elogio del boia di De Maistre a tutti quelli che rimpiangono il cattolicesimo pre-conciliare come fa il signor Lycopodium che forse mi risponderà tirandomi fuori “la leggenda nera” e apriremo un dibattito storiografico che andrà avanti fino a domani.
intanto ribadisco che la Francia giacobina è quella che ha abolito la schiavitù nel 1794 (ripristinata da Napoleone nel 1802 ma non era più la Francia giacobina) anche sotto la spinta, non neghiamolo, dell’abbè Gregoire un prete cattolico che aveva aderito agli ideali rivoluzionari senza mai rinnegarli neanche nel periodo del terrore. Ricordo che il Terrore (di cui mi pare rimase vittima, tra gli altri, la povera Olympe de Gouges) fu una misura tragica presa in un periodo in cui la Francia rivoluzionaria era attaccata da dentro e da fuori, che la guerra interna ed esterna fu il motivo per cui non entrò in vigore l’avanzata (per l’epoca) Costituzione giacobina del 1793 che parlava di diritti sociali oltre che civili.
sul perchè ha vinto la Bestia troppo ci sarebbe da dire, comunque la sua vittoria è cominciata quando la lotta si è interrotta alla fine degli anni’70 (e poi sono arrivati gli anni ’80 con il tradimento degli ideali precedenti) una bella mano la diede anche il terrorismo che si rivelò complice (inconsapevole?) del potere.
Vorrei ricordare a Lycopodium che Pasolini sì sì era “tradizionale” (con mille virgolette) ma era favorevole alla contraccezione come specificò nella sua famosa polemica sull’aborto che i cattolici non mancano mai di citare..non tutta però.
scusate per lo sfogo (spero sia uno sfogo ragionato), ma Lycopodium ha risvegliato il comunardo che alberga in me.
Commento di Paolo1984 — novembre 2, 2010 @ 7:06 pm |
Lycopodium, la tua analisi va ben al di là del problema affrontato. Vero che la lotta contro la bestia capitalistica mobilita tutte le risorse dello spirito, comprese quelle dell’homo religiosus. Ma non dobbiamo dimenticare che la costruzione di una società civile in Italia è venuta a mancare per difetto delle virtù politiche ed etiche, virtù laiche (per quanto il fondamento possa essere “altro”). E la Chiesa non è priva di responsabilità. Negli ultimi secoli si è fatta dominare dalla paura, e adesso monsignor Fisichella è il risultato. Negli altri paesi europei non sono più religiosi di noi, ma sono più civili.
Sul disgusto rispetto a certi personaggi, condivido. Anche se non credo, come pensano molti conservatori, che la causa di ogni male nella Chiesa sia il Concilio Vaticano II. Il suo male è più antico.
Commento di roberta borsani — novembre 2, 2010 @ 10:17 am |
Per Roberta. Neppure io penso che la colpa sia tutta del Concilio. E condivido pure la legittima laicità della poltica e della cultura…
Per Paolo. Giustificare il Terrore con la sindrome da accerchiamento è assai debole argomentazione. Non mi voglio certo annettere Pasolini! E la Bestia non si riduce certo al Neocapitalismo o a SB…
Commento di lycopodium — novembre 3, 2010 @ 8:28 am |
la Bestia è proprio il neo-capitalismo che, lungi dall’ essere meramente sistema economico, si propone come antropologia integrale, sistema simbolico-ideologico-idolatrico basato sulla nuova trinità:
“e cioè Economia (fondata su se stessa al di fuori di ogni fondazione filosofica e politica esterna, tipo diritto naturale e contratto sociale), Storia (e cioè radicale immanentizzazione dello scorrimento del tempo, unificato sotto la categoria ideologico-inesistente di Progresso), ed infine Scienza, concepita non come una legittima ideazione umana per la conoscenza della Natura (e solo della Natura, intellettualisticamente pensata come esterna e precedente la Comunità umana), ma come unica forma conoscitiva valida del mondo, tribunale supremo ed inappellabile di qualsiasi pretesa di valutazione sociale delle cose.”
Commento di da — novembre 4, 2010 @ 7:56 am |
Colpito!
Commento di roberta borsani — novembre 4, 2010 @ 10:25 am |
Credo che DA abbia ragione nell’identificare “questa” Bestia.
Solo che io non lascerei cadere così facilmente l’ipotesi che stia al servizio permenanente effettivo della Bestia, quella vera e anticristica.
Senza questa ipotesi, si può dire “colpito”, ma non certo “affondato”.
p.s.
Sempre che il “colpito” non fosse per me.
In tal caso, se vi peso, mi levo subito…
Commento di lycopodium — novembre 4, 2010 @ 4:10 pm |
Dai lycopodium, non fare il vittimista.
Non mi pare che qui la teologia sia malvista…
Commento di vbinaghi — novembre 4, 2010 @ 4:13 pm |
Lycopodium, cosa dici? Non mi riferivo certo a te o alla teologia. E poi tu e da- non state dicendo cose del tutto diverse, anzi. Siete come compagni di viaggio che ad un certo punto si separano e arrivano a guardare da due diversi punti panoramici. E tu con la teologia dovresti essere quello che vede più lontano!
Sappi fra l’altro che lo studio della teologia è il mio sogno nel cassetto.
Le parole di -da mi sono sembrate belle acute convincenti nel definire in maniera sintetica la natura del nostro sistema.
ciao
roberta
Commento di roberta borsani — novembre 4, 2010 @ 9:38 pm |