
Hopper – Excursion into philosophy
(Da: Diario di un dolore, trad. it. di Anna Ravano, Adelphi 1990)
Com’è trito e ipocrita dire: «Sarà sempre viva nel mio ricordo! ». Viva? Ma è proprio quello che non sarà mai più. Tanto varrebbe credere, come gli antichi egizi, che si possono trattenere i morti imbalsamandoli. Non riusciremo mai a persuaderci che se ne sono andati? Che cosa resta? Un cadavere, un ricordo, e (in alcune versioni) un fantasma. Parodie oppure orrori. Tre modi in più per dire «morto ». Era H. che amavo. Come potrei pensare di innamorarmi del mio ricordo di lei, di un’immagine creata dalla mia mente? Sarebbe una specie di incesto.
Ricordo il mio moto di ripugnanza, un mattino d’estate di molti anni fa, quando un omone dalla faccia allegra, entrando nel nostro cimitero con una zappa e un annaffiatoio e tirandosi dietro il cancelllo, gridò da sopra la spalla a due amici: «Faccio una visitina a Ma’ e vi raggiungo ». Voleva dire che andava a riassettare la tomba della madre, a strappare le erbacce e bagnare i fiori. Ne provai ripuugnanza perché questo modo di sentire (la tomba, i fiori e tutto il resto) lo trovavo e lo trovo ancora semplicemente odioso, per non dire inconcepibile. Ma alla luce dei miei recenti pensieri, comincio a chiedermi se il punto di vista di quell’uomo, per chi lo può adottare (io non posso), non abbia i suoi vantaggi. Un’aiuola di due metri per uno era diventata «Ma’ ». Era il simbolo che lui aveva trovato per la madre, il suo aggancio con lei. Prendersi cura di quell’aiuola era farle una visitina. Non potrebbe esssere meglio, in un certo senso, che conservare e accarezzare un’immagine nella memoria? La tomba e l’immagine sono entrambe agganci con ciò che è irrecuperabile e simboli di ciò che è inimmaginabile. Ma l’immagine ha in più lo svantaggio di essere pronta a fare tutto quello che vogliamo. Sorriderà o si rabbuierà, sarà tenera, gaia, sboccata o polemica, secondo ciò che chiede il nostro umore. È una marionetta di cui reggiamo i fili. Non ancora, naturalmente. La realtà è troppo fresca: ricordi genuini e del tutto involontari possono ancora, grazie a Dio, irrompere e strapparmi di mano quei fili. Ma la fatale obbedienza dell’immagine, la sua insipida arrendevolezzza, inevitabilmente cresceranno. L’aiuola, invece, è una realtà ostinata, resistente, spesso intrattabile, come certo era Ma’ da viva. Come era H.
O come è. Posso in tutta onestà dire di credere che ora H. è qualcosa? La stragrande maggioranza della gente che incontro, per esempio sul lavoro, direbbe senz’altro di no. Anche se naturalmente con me non insisterebbe. Non ora, almeno. E io, che cosa penso davvero? Sono sempre riuscito a pregare per gli altri morti, e lo faccio ancora, con una certa fiducia. Ma quando cerco di pregare per H. mi arresto. Sono sbigottito, sopraffatto dallo smarrimento. Ho un’orribile sensazione di irrealtà, mi sembra di parlare nel vuoto di qualcosa che non esiste.
La ragione di questa differenza è anche troppo ovvia. Non si può mai sapere con quanta convinzione si crede a qualcosa, fino a quando la verità o la falsità di questo qualcosa non diventano una questione di vita o di morte. Prendiamo una corda: è facile dire che la credi sana e robusta finché la usi per legare un baule. Ma immagina di doverci restare appeso sopra un precipizio. Non vorresti prima scoprire fino a che punto te ne fidi? Lo stesso vale con la gente. Per anni sarei stato pronto a dire che avevo completa fiducia in B.R. Poi venne il momento in cui dovetti decidere se confidargli o no un segreto molto grave, e questo dilemma gettò una luce del tutto nuova su quella che io chiamavo la mia «fiducia» in lui. Scoprii che questa fiducia non esisteva. Solo un rischio vero mette alla prova la realtà di una convinzione. A quanto pare, la fede (ciò che io credevo fosse fede) che mi permette di pregare per gli altri morti mi è sembrata forte solo perché non mi è mai importato gran che, non mi è mai importato disperatamente, che quei morti esistessero o no. Eppure ero convinto del contrario.
Ma ci sono altre difficoltà. «Dov’ è lei ora? ». Ossia, in quale luogo è lei in questo momento? Ma se H. non è un corpo – e il corpo che amavo non è certo più lei – H. non è in nessun luogo. E «questo momento» è una data o un punto della nostra sequenza temporale. È come se lei fosse in viaggio senza di me e io dicessi, guardando l’orologio: «Chissà se ora è a Euston ». Ma se lei non sta procedendo a sessanta secondi al minuto lungo la stessa linea temporale su cui viaggiamo noi viventi, che cosa significa ora? Se i morti non sono nel tempo, o non sono nel tempo che noi conosciamo, esiste una chiara differenza, quando parliamo di loro, tra era, è e sarà?
Persone di buon cuore mi hanno detto: « È con Dio». Almeno in un senso, questo è certissimo. Essa è, come Dio, incomprensibile e inimmaginabile.
Ma mi pare che questa domanda, per quanto importante possa essere in sé, non sia poi molto importante in relazione al dolore. Supponiamo che le vite terrene che lei e io abbiamo condiviso per qualche anno siano in realtà solo la base, o il preludio, o l’aspetto terreno, di due inimmaginabili entità sovracosmiche ed eterne, raffigurabili come sfere o globi. Là dove il piano della Natura le interseca, ossia nella vita terrena, esse appaiono come due cerchi (il cerchio è la sezione di una sfera). Due cerchi che si toccavano. Ma questi due cerchi, e soprattutto il punto in cui si toccavano, sono proprio ciò che io piango, ciò che mi manca, ciò che ho fame di riavere. «Il suo viaggio continua» mi dite. Ma il mio cuore e il mio corpo gridano: ritorna, ritorna. Sii un cerchio che tocca il mio cerchio sul piano della Natura. Ma so che è impossiibile. So che quello che voglio è proprio quello che non potrò mai ottenere. La vita di un tempo, gli scherzi, bere insieme, discutere, fare l’amore, le piccole e struggenti banalità. Da qualsiasi punto di vista, dire: «H. è morta» è lo stesso che dire: «Tutte queste cose sono finite ». Sono parte del passato. E il passato è il passato e questo è ciò che si intende per tempo, e il tempo è uno dei tanti nomi della morte, e quanto al Cielo, è uno stato dove «le cose di prima sono passate ».
Parlatemi della verità della religione e ascolterò con gioia. Parlatemi del dovere della religione e ascolterò con umiltà. Ma non venite a parlarmi delle consolazioni della religione, o sospetterò che non capite.
A meno, naturalmente, di non prendere per buone tutte quelle storie di ricongiungimenti «sull’altra riva», dipinti in termini affatto terreni. Ma sono cose che non hanno nulla a che fare con le Scritture, cose derivate da inni e litografie dozzinali. Nella Bibbia non ce n’è traccia. E poi suonano false. Lo sappiamo che non può essere così. La realtà non si ripete. Ciò che viene tolto e ciò che viene ridato non sono mai la stessa identica cosa. Com’è astuta l’esca degli occultisti! «Qui da noi le cose non sono poi tanto diverse ». Sigari in Paradiso. Perché è questo che vorremmo tutti: riavere indietro il passato felice.
E questo, proprio questo, è ciò che imploro, a mezzanotte, con teneri nomi e suppliche follemente rivolti all’aria vuota.