Doctor Blue and Sister Robinia

novembre 30, 2010

CUSTODIRE LA VIA(2) LA STANZA DEL TE’ di Okakura Kakuzo

(Da: Okakura Kakuzo, Il libro del tè, SugarCo 1978)

L’ospite si avvicina silenziosamente al santuario, e, se è un samurai, lascerà la sua spada appesa ai ganci del tetto, perché la Stanza del Tè è la vera Casa della Pace. Poi, curvandosi profondamente, l’ospite si introduce all’interno attraverso la piccola porta, che è alta non più di novanta centimetri. Questa moda di enntrare valeva per tutti, per i grandi come per i piccoli, conteneva infatti un precetto di comune umiltà, Dopo aver stabilita, durante una sosta sotto il portico, l’ordine di precedenza gli ospiti entrano in silenzio l’uno dopo l’altro nella Stanza del Tè e, dopo aver reso omaggio alla pittura e alla composizione floreale del takonoma occupano i loro posti. Il Maestro non entra nella stanza se non dopo che tutti gli ospiti sono seduti ai loro posti. Nella stanza regna un profondo silenzio, rotto soltanto dalla musica dell’acqua che bolle nella teiera di ferro. La teiera canta delicatamente, poiché si sono disposti sul fondo dei pezzi di ferro che producono una loro melodia in cui si può trovare l’eco, attutita dalle nuvole, di una lontana cascata o di un mare che in lontananza si rompe sugli scogli, o anche di un temporale che si abbatte su di una foresta di bambù o, infine, il sospiro dei pini su di una lontana collina.
Anche in pieno giorno nella Stanza del Tè, la luce è sempre soffusa, paiché gli spioventi del tetto lasciano a malapena penetrare pochi raggi di sole. Ogni cosa è delicata nel colore, dal pavimento al soffitto; anche gli invitati hanno scelto con cura le loro vesti, optando per le tinte più discrete. La patina del tempo ricopre ogni oggetto, poiché in questo luogo non è ammesso niente di nuovo all’infuori del lungo cucchiaio di bambù ed all’asciugatoio di tela che deve essere nuovo e di un candore immacolato. Ogni utensile deve essere lindo e pulito per quanto vecchio esso sia. Anche l’angolo della Stanza del Tè più remoto non deve conoscere il benché minimo strato di polvere, poiché se così non fosse il padrone di casa non potrebbe ritenersi un Maestro del Tè, che deve possedere came principali qualità, quella di scopare, pulire e lavare da se stesso la Stanza. Anche pulire e spolverare è un’arte. Un antico oggetto di metallo non deve venire lucidato sconsideratamente, con l’energia che vi impiegherebbe una massaia olandese. Su di un vaso da fiori le gocce d’acqua non devono venire asciugate ma lasciate, cosicché possano richiamare la rugiada e la freschezza.
A questo proposito c’è una storia di Rikyu che evidenzia molto bene il pensiero dei Maestri del Tè riguardo alla pulizia. Rikyu un giorno stava osservando suo figlio Sho-an che scopava e innaffiava il sentiero del giardino.
« Non è ancora pulito », disse Rikyu quando Sho-an finì il suo lavaro e gli ordinò di cominciare di nuovo. Dopo un’ora di lavoro il giavane disse al padre:
« Padre, non ho più niente da fare. Ho lavato i gradini tre volte, ho versato l’acqua sulle lanterne di pietra e sugli alberi; muschio e lichene scintillano di un fresco verde. Non ho lasciato in terra né una foglia, né un ramoscello ».
«Giovane scriteriato! », esclamò il Maestro del Tè, « non è così che si scopa un sentiero »,e Rikyu scese nel giardino, scosse un albero e sparse per terra le faglie d’oro e porpora, lembi del manto di broccato autunnale! Quello che Rikyu voleva non era solo ordine e pulizia ma anche bellezza e naturalezza.
(continua…)

novembre 28, 2010

CUSTODIRE LA VIA(1) IKEBANA di Gusty Herrigel

(Da: Gusty Herrigel – Lo Zen e l’arte di disporre i fiori, SE 1986)

IL MAESTRO

Come ricordo del mio venerato Maestro Bokuyo Takeda, vorrei riportare qui le sue parole e il suo insegnamento:

L’uomo e le piante mutano e periscono; soltannto il significato e l’essenza delle composizioni con fiori sono eterni.
Quando si lavora, è nel proprio intimo che va cercata la forma esteriore.
Quali che siano, i materiali utilizzati sono seconndari. Il pensiero è giusto solo se conduce a Dio; è in questo senso che bisogna celebrare il rito.
La bellezza unita alla virtù è potente.
La sola bellezza è insufficiente; essa può realizzzarsi se è associata al sentimento « giusto».
Trattare i fiori con il rispetto che meritano perrfeziona la personalità.
Governare la propria casa con serenità, padronanza di sé ed equità.
Essere sottomessi alle autorità e ai genitori. Non trascurare nulla, né in casa né sul lavoro. Coltivare l’amicizia con sincerità e devozione.

IL PRINCIPIO DELLA TRIADE

All’inizio si tratta soltanto di collocare i tre rami principali: un ramo alto, uno medio e uno basso. Le loro estremità devono formare un triangolo. E se vengono composti secondo le regole produrranno l’effetto di un ramo unico che si sviluppa in diverse direzioni per mezzo di rametti laterali. (…)
Il principio della Triaade sarà continuamente presente al suo spirito, sia che egli esegua sia che contempli. Nel loro linguagggio simbolico, i tre rami rappresentano il «Cielo », 1′« Uomo» e la «Terra ». Questo simbolismo non è solo una rappresentazione visiva. Esso esprime, nel suo principio essenziale, il ritmo eterno della forma e del contenuto, del Pieno e del Vuoto. Lo spettatore, 1′« Uomo» stesso, sta al centro del movimento ciclico, da cui può forse ricevere un riiflesso di eternità. Arricchito da questa conoscenza l’allievo può seguire l’insegnamento con la perseveranza e la pazienza necessarie. Ha imparato che l’oblio di sé conduce al grande distacco, alla grande pace, al raccoglimento interiore, alla «quiete dentro di sé ». Convinto del valore di questo attegggiamento, egli lo mantiene non solo durante gli esercizi ma anche nelle più piccole circostanze e occcupazioni della vita quotidiana. Vive in sintonia con questo Centro che l’arte dei fiori gli fa cogliere visivamente nella Triade, come simbolo della Totalità: l’« Uomo» (So) occupa la posizione intermedia tra il «Cielo» (Shin) e la «Terra» (Gyo).
Secondo il principio della Triade, la Totalità universale, sebbene nella sua essenza sia una e indivisibile, può essere triplicemente divisa: il Cielo, l’Uomo, la Terra. La concezione ternaria, che è alla base delle composizioni con fiori, ha la sua origine nel buddhismo. È un principio spirituale e, come si è già detto, ha un significato cosmico. La concezione della Triade buddhista si è estesa dall’India alla Cina e al Giappone. I sacerdoti dei tempi antichi, che hanno istituito il culto dei fiori, hanno introdotto nelle regole di quest’arte l’acccordo ternario come espressione del suo senso religioso, insieme ad altri numeri dispari più o meno significativi. Questa struttura esprime il senso profondo delle leggi che regolano l’Universo. Poiiché il numero tre è il primo numero della creazione, esso a poco a poco è diventato il termine assiale consapevole di un sistema strutturale esteso all’arte. Ci si «pone» immediatamente al centro del Ternario e d’altra parte non in quanto se stessi, essendo il cuore del fiore, il cuore dell’uomo e il cuore universale un’unica realtà. L’uomo vive in naturale comunità con la pianta e con tutto l’uniiverso. È l’intermediario tra la dimensione spirituale e quella terrestre, e il tutto forma l’indivisiibile triade nell’Unità.
Nel movimento cic1ico della Triade l’uomo sta al centro tra il Cielo e la Terra. Egli è nutrito dall’elemento sottile e sorretto dall’elemento terrestre in cui ha le proprie radici. In tal modo egli è unito al «cuore del tutto» come all’« abisso originario ». L’uomo vive nel proprio centro, che per lui è il centro del mondo e dell’universo. Come la Verità del Cielo si è incarnata nell’individuaalità a lui concessa, così la forza che fa crescere la pianta è la stessa che guida la sua mano ispirata nelle composizioni con fiori, e che scaturisce direttamente dal «cuore universale ». Nell’esercizio di quest’arte il vero discepolo non è al di fuori del mondo né se ne allontana; al contrario, egli si trova al centro del Divenire universale, in equilibrio sul proprio fondamento terrestre. Egli accetta il mondo così come si presenta, lo accoglie come destino. Vive con gioia nel mondo e non lo rinnega. Lo considera come l’ambito in cui la sua esistenza deve trovare il proprio compimento.
Essendo asimmetrico, il principio ternario permette l’azione reciproca della pienezza e del «vuoto», dello sbocciare della vita e del suo dissolversi, di tutto ciò che si lega e si scioglie: comprende il ciclo completo della creazione. Quando costruisce il proprio edificio di fiori, l’allievo riproduce sotto forma visibile e simbolica un «nuovo manifestarsi» della totalità cielo-uomo-terra; egli ricrea. Poiché partecipa a questa creazione con tutto il proprio essere, il suo piccolo « io », che è privo d’importanza nella totalità del cosmo, si annulla in essa, e lascia spazio al « non-io ». Dal suo punnto di vista, l’europeo potrebbe formulare così questo processo: una volta superato lo stadio della discriminazione, la via è aperta per l’autentico « Sé » e per l’accesso all’unità del Tutto. Da quell’istante l’allievo non deve più aderire allo schema, ed è necessario che dimentichi il principio ternario. Esso non esiste più, i punti di riferimento sulla via sono superati, si è giunti alla fonte originaria.

ARTE E SPIRITUALITA’

Un proverbio orientale dice: «Un dipinto vale millle parole ».
Nelle rappresentazioni No, o nelle antiche opeere del teatro Kabuki, le situazioni più importanti e più significative non sono tradotte in parole ma in silenzi, e l’artista, con una mimica estremamennte sobria e concentrata, sa esprimere ogni sfumatura dell’azione senza parole.
Nel tiro con l’arco il bersaglio dell’arciere è il «Nulla vuoto ». La traiettoria della freccia è una tensione estrema nell’estremo distacco. Essere vuoto significa essere una cosa sola con il Tutto.
Lo haiku, notevole per l’estrema sobrietà della sua espressione verbale, lascia al silenzio eloquente il compito di dire tutto, tacendolo.
La calligrafia giapponese esige espressamente un gioco combinato di bianchi e di neri. I caratteeri dipinti a china ricevono il loro significato più completo dall’ampiezza e dalla collocazione degli spazi bianchi.
Questi spazi vuoti esprimono la « forma di ciò che non ha forma».
Ciò spiega il significato di espressioni come «Contenuto del vuoto », «figura dell’invisibile ».
La Stanza del tè porta il nome significativo di « Soggiorno del vuoto »: solo il vuoto, lo spazio che contiene ogni cosa offre la possibilità di sprofondare muovendosi in esso.
Ma non si tratta solo di evitare tutto ciò che può distrarre lo spirito o impedire la concentrazione. In questo modo si vuole ricordare il significato originario della composizione con fiori, che era prima di tutto una cerimonia religiosa. Da ciò deriva anche la rigorosa osservanza della pulizia e dell’ordine. In origine, il locale riservato alle composizioni era sacro. Questa concezione si è conservata fino ai giorni nostri: dal momento in cui è destinato alle composizioni con fiori concepite nello «spirito autentico », questo locale, per modesto e semplice che sia, diventa in qualche modo un luogo consacrato.
(continua…)

novembre 27, 2010

IL CONIGLIO MANNARO: FORTE COI DEBOLI, DEBOLE COI FORTI

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 1:21 pm
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Saviano aveva insinuato il dubbio che tra gli interlocutori politici che la mafia cerca al nord ci sia anche la Lega. Indignato il leghista Maroni ha preteso di essere ospitato a sua volta in tv per leggere una lista delle sue benemerenze. Presto fatto: la “tv dei buoni” ha accettato la presenza e l’esibizione di Maroni (uno che siede in parlamento a fianco di inquisiti e condannati per mafia come Cosentino e Dell’Utri), confermando la fama di Fazio: il conduttore più servizievole dell’universo (coi poteri reali).
Ma di fronte alle richieste delle associazioni “Pro vita”, che vorrebbero una presenza nell’ultima puntata dello show per portare (dopo Englaro e Welby) anche la testimonianza di persone affette da gravi disabilità che accettano di vivere con le loro famiglie, Fazio ha espresso un deciso diniego.
Che ne direbbe il partito di “Repubblica” (cioè il vero committente del programma)?
«Per me resta inaccettabile l’ipotesi di una replica per le associazioni pro-vita a “Vieni via con me”. Significherebbe ammettere che la trasmissione è stata pro-morte».
Tu l’hai detto, coniglio mannaro.

novembre 26, 2010

I G.A.T. SOPRAVVIVERANNO ALLA CRISI

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 3:06 am
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(di Alberto Roveri – Il Fatto quotidiano – 5 agosto 2010)

L’avvocato Rosanna Montecchi, di Mantova, si definisce “un avvocato di banca pentito”. Specializzata nell’assistenza legale agli istituti bancari ha deciso di passare dalla parte dei risparmiatori, spesso le uniche vere vittime delle crisi della finanza. Studiando teorie economiche che alcuni definiscono “fantasiose”, come quelle tratte dai libri di Latouche “La Decrescita Serena” e Ehrenfeld ” L’inizio del crollo dell’era tecnologica”, Rosanna matura una idea per un grande affare: investire in un fondo. Ma non in un fondo comune di investimento, di quelli a tasso fisso o variabile, bensì in un fondo agricolo da coltivare.
Così nasce il primo G.A.T. (Gruppo di Acquisto Terreni). L’operazione ha successo. Nel breve volgere in meno di un anno si ritrova con 53 soci. “Non ho fatto in tempo a costituirlo”, dice con orgoglio, “che già sono arrivate altrettante richieste e mi sto attivando per trovare un altro fondo agricolo da acquistare per farlo coltivare”.
“Vede”, spiega Rosanna, “il futuro è sicuramente nella terra e nei suoi prodotti derivati. Solo qui nel mantovano ogni giorno vengono erosi dal cemento quasi 17mila metri quadrati di terreno agricolo. Non oso pensare quanti in Lombardia e nel resto dell’Italia. Non vorrei che in futuro i nostri figli fossero costretti a coltivare i giardini della Farnesina o del Quirinale per sfamare le loro famiglie!”
Rosanna Montecchi è convinta che il sistema finanziario attuale sia all’inizio della fine, perché i governi attuano solo politiche finanziarie senza considerare l’economia reale sottostante.
“Quando tutto collasserà l’unica salvezza sarà iniziare a creare le “strutture ombra”: organizzazioni di persone capaci di sostituire le funzioni essenziali che si perderanno. Sarà necessario occuparsi dell’approvvigionamento di cibo e acqua pulita, di prodotti e di tutto ciò di cui le comunità pienamente funzionanti hanno bisogno”. “Il mio G.A.T., conclude Rosanna, “è l’inizio di questo percorso. I soldi sono troppo importanti per lasciarli alle banche”.

novembre 25, 2010

PARTIRE DALLA FINE di Marco Guzzi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 7:07 pm
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Non vi capita mai di avvertire uno strano senso di estraneità rispetto ai dibattiti pubblici contemporanei? Non vi capita mai, vedendo Ballarò o Anno Zero o Porta a porta, di percepire qualcosa di irreale in tutti i discorsi che vengono sviluppati in questi salotti televisivi?
Io vi confesso che questa sensazione di estraneità la sento da quando ho memoria di me stesso. Ricordo molto bene quando già a 10 anni ascoltavo con grande interesse e grandi aspettative Moro o Paietta, Gronchi o Segni, e poi successivamente Berlinguer e Craxi e De Mita e Almirante, e ogni volta cresceva dentro di me una delusione profonda, mi pareva che parlassero di cose pur importanti, ma inessenziali, e per di più in modo inefficace, stantio, noioso. Ho sempre percepito che il discorso politico tocca veramente questioni radicali, ma al contempo mi pareva che i politici che mi venivano presentati non fossero all’altezza del loro compito.
Ho impiegato almeno una ventina d’anni per mettere a fuoco, e per interpretare questo senso di estraneità, per comprendere cioè la sua ragione più profonda: il reale e progressivo scollamento che è in atto tra i processi psico-storici in cui siamo coinvolti, e cioè le enormi trasformazioni della nostra stessa essenza umana, e la persistente rappresentazione pubblica che domina in questo mondo.
La politica insomma, insieme alla stragrande maggioranza della cultura dominante, dà una rappresentazione sempre più irreale, parziale, angusta, ed insoddisfacente dell’attuale fase storica che stiamo vivendo.
E ciò in verità da tempo…
La nostra anima perciò sta attraversando un travaglio spaventoso senza che ci sia una cultura, e tantomeno una politica, che la aiuti a comprenderlo e a viverlo in modo positivo.
Stiamo attraversando e sopportando un rivolgimento di portata antropologica letteralmente senza parole.
Le cose stanno scavalcando i loro nomi, come direbbe Mario Luzi.
E noi ci distraiamo con le beghe tra Fini e Berlusconi, e dedichiamo decine di pagine al confronto davvero epocale tra Saviano e Maroni…
Questo scollamento lacerante tra anima e mondo, tra corpi e politica, tra dolore del parto e cultura dell’intrattenimento sempre più “leggero”, credo però che stia per giungere ad un punto di collasso. Credo cioè che stiamo per toccare una soglia che renderà impossibile un ulteriore passo verso l’alienazione da sé e dal travaglio in corso.
Non sappiamo quali eventi potrebbero costringerci a farla finita di mascherare la realtà, ma è probabile che, essendo il nostro mondo dominato dalle leggi dell’economia e del profitto, sarà su quel piano che incontrerà il proprio mercoledì delle ceneri, il quale, come sappiamo, è un ottimo giorno, il giorno più propizio per ricominciare, per prendere una nuova direzione di vita.
Gli studi più recenti ci dicono che il picco mondiale di produzione del petrolio, dopo il quale il suo prezzo e quindi il prezzo dell’energia potrebbe crescere a ritmi praticamente insostenibili, è stato forse già raggiunto, o lo sarà al massimo entro il 2020. I giacimenti del Mare del Nord d’altronde hanno già raggiunto il picco nel 2000, e il Messico lo sta raggiungendo, seguito a breve dalla Russia.
Tutto ciò accade mentre la Cina e l’India reclamano energia a fiumi per sostenere il loro sviluppo vertiginoso.
L’era del petrolio sta dunque tramontando proprio nel momento in cui la richiesta di energia diventa fondamentale e pressante per favorire il progresso di miliardi di persone che vivono a livelli incomparabili rispetto a quelli dell’area occidentale del pianeta.
Gli squilibri geopolitici e bellici, che derivano da tale paradosso, li stiamo già vedendo, ma il 2015, il 2020 o il 2025 potrebbero essere vere e proprie soglie di non facile né indolore riassestamento planetario.
Senza dimenticare poi gli avvertimenti della statunitense NAS (National Academy of Science) che ci ricorda che questo fortissimo incremento dei consumi energetici potrebbe portare ad un cambiamento climatico improvviso, che potrebbe a sua volta modificare il clima terrestre per millenni: “Sulla base delle conclusioni tratte dall’esame dei dati paleoclimatici è possibile che il previsto cambiamento si verifichi non attraverso una graduale evoluzione, proporzionale alla concentrazione dei gas serra, ma con un cambiamento improvviso e durevole del regime, che influenzerebbe aree di dimensioni regionali o subcontinentali”. (Abrupt Climate Change: Inevitable Surprises, Washington 2002)
La tempesta perfetta potrebbe dunque sprigionarsi dalla confluenza e dall’interazione abbastanza rapida tra aumento dei prezzi dell’energia, accelerazione dei mutamenti climatici, e conflitti conseguenti.
Sarà questa l’unica via per tornare a pensare con tutta l’anima e con tutto il corpo, come voleva Rimbaud? E a progettare la vita politica del pianeta tenendo presente la globalità di ciò che sta avvenendo?
Sarà questa la porta stretta per avviare finalmente un’era nuova, per uscire dalla fase depressiva della trasformazione, per inaugurare una cultura all’altezza dei tempi, e una politica davvero planetaria?
Speriamo che le cose possano essere il più graduali e il meno dolorose possibile.
Ma intanto che fare?
Forse l’unica cosa realistica da fare consiste nel lavorare come se fossimo già dopo la fine, come se la cata-strophé, e cioè il rivolgimento fosse già avvenuto, come se stessimo già ricostruendo un mondo ricomposto, più integrato, meno folle.
Forse è tempo ormai di partire ogni giorno dalla fine per porci al servizio del nuovo inizio.
Questo punto di vista mi ha sempre preservato dalla disperazione.
Non c’è bisogno insomma di aspettare la fine “materiale” e “visibile” di questo mondo, avvilendoci nel suo lunghissimo sfinimento. Ognuno di noi può già da ora tentare di vivere a partire dalla sua fine, e cioè dalla negazione di tutti gli inganni e di tutte le mistificazioni su cui è costruito.
Ma poi in definitiva l’annuncio cristiano non è proprio questo?
“Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete a questa bella notizia” (Marco 1,15).
La persona che aderisce al Cristo, Uomo-Nuovo post-storico, non vive già da ora a partire dalla fine della storia, come ci ha nuovamente insegnato nel XX secolo Bultmann?
E non dovremmo, proprio adesso che la storia stessa ci mostra i segni della fine di un ciclo immane, riscoprire la potenza dell’azione messianica, e cioè dell’azione appunto di chi sa fare della fine un luogo di ricominciamento, e cioè un luogo poetico, una condizione artistica?

novembre 24, 2010

IL VANGELO DI LOR SIGNORI

Da venerdì 25 novembre nelle librerie “La lobby di Dio”, un’inchiesta su Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere di Ferruccio Pinotti, edita da Chiarelettere. Personalmente sentivo la mancanza di un libro del genere, visto che vivo in una regione dove Formigoni e soci fanno il bello e il brutto tempo da quando è iniziata l’era Berlusconi (che di CL è alleato storico). Traggo le prime pagine del libro da Affari Italiani

Piu potente dell’Opus Dei, piu efficiente della massoneria, più «connessa» di Confindustria. E’ Comunione e liberazione, la lobby del terzo millennio, un network di potere che sta conquistando crescenti posizioni in Italia e all’estero. Una battuta che ricorre nelle alte sfere del Vaticano, tra cardinali e alti prelati, da l’idea di quanto sia ormai forte Cl: «L’obiettivo di Comunione e liberazione? Il prossimo papa e il prossimo premier». Uno scenario che non e affatto improbabile, con importanti figure come Angelo Scola, cardinale e patriarca di Venezia organico a Comunione e liberazione, in pista come successore di Ratzinger; mentre proprio Cl potrebbe tirar fuori dal cilindro il candidato idoneo a succedere a Berlusconi. Tra i papabili, sicuramente in prima linea c’e il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Nonostante il suo potere, Cl si muove nell’ombra, felpata e attenta. Per coglierne la realta e la complessita non basta uno «scatto» unico, e necessario comporre frammenti sottili, situazioni che si intersecano come in un puzzle. Un giornalista sconosciuto assume da un giorno all’altro incarichi di responsabilita in un grande giornale, senza aver fatto un solo scoop, senza aver scritto un libro, senza un percorso professionale di particolare rilievo. Nello stesso momento un imprenditore in difficolta viene salvato da un altro che a malapena conosce: quest’ultimo smette di acquistare componenti dal suo precedente fornitore e inizia a prenderli dall’imprenditore in difficolta, evitandogli la bancarotta. Altra scena: un ente non-profit che si occupa di raccogliere cibo donato dai clienti all’uscita dai supermercati si vede prestare per la raccolta decine di furgoni da tutte le imprese della provincia. E all’altro capo d’Italia, un presidente di Regione appalta a cliniche private una grossa fetta della sanita locale. Nello stesso istante, nella sede di una banca il direttore da disposizioni di concedere piu facilmente crediti alle imprese che appartengono a una certa associazione cattolica. In queste scene, che illustrano come si muove il potere oggi in Italia, si racchiude il significato profondo di Comunione e liberazione e della Compagnia delle opere (Cdo), il suo braccio finanziario e operativo. Una lobby potente e poco conosciuta, una rete ramificata che si sviluppa al nord e al sud e arriva ai banchi del Parlamento e del governo.
Quello di Cl e un universo complesso, una realta che in poco piu di cinquant’anni – da quando nasce, nel 1954 – e divenuta un’organizzazione presente in settanta paesi del mondo, con oltre 300.000 aderenti e un network di 34.000 imprese che, tramite la Compagnia delle opere, di cui racconteremo ampiamente in questo libro, estende il suo potere dalla Chiesa alla politica, dall’economia alla finanza. Oggi esprimono simpatia e «vicinanza» a Comunione e liberazione leader come Silvio Berlusconi, big dell’economia come Sergio Marchionne, protagonisti della finanza come Corrado Passera, il presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi, top manager di multinazionali come Enel e Edison, noti professori universitari, giornalisti, medici, imprenditori. Li abbiamo incrociati e intervistati nella societa e durante la kermesse del Meeting, un viaggio durato due anni e che apre il libro, cui fa seguito, nella prima parte intitolata «Le mani sulla politica e sull’economia», il capitolo sui delicati rapporti di Cl con la politica, dando conto del trasversalismo del movimento, dall’anticomunismo viscerale all’alleanza con Berlusconi, l’intesa con la Lega e il sostegno a giunte e politici di sinistra: Pierluigi Bersani, Francesco Rutelli, Matteo Renzi, e altri casi che riguardano anche le Coop rosse. In nome del business. Il tutto raccontato attraverso testimonianze e interviste esclusive.
(continua…)

novembre 23, 2010

UN CAPOLAVORO INVISIBILE di Giulio Mozzi

Mario Pomilio nacque nel 1921, fu cattolico e socialista, fece il professore per quasi tutta la vita, e morì nel 1990. La sua opera relativamente più nota è Il Natale del 1833 – un romanzo sulla famiglia Manzoni –, ma la maggiore è il Il quinto Evangelio, pubblicato nel 1975 da Rusconi: romanzo assolutamente unico in Italia, e forse nel mondo, per la sua forma. Una serie di documenti storici, dal profondo medioevo ai primi del Novecento, raccolti da un immaginario professore universitario statunitense, provano l’esistenza di un quinto Vangelo non ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa. Non un apocrifo come ce ne sono tanti: no, un Vangelo vero. Secondo alcuni dei documenti raccolti tale Vangelo è effettivamente un testo scritto, che la Chiesa custodisce gelosamente in segreto, o un piccolo corpus di detti del Signore non trascritti dagli evangelisti e tuttavia autentici; secondo altri è la Chiesa stessa; secondo altri ancora è il corpo del Cristo. Secondo il professore statunitense è, forse, un qualcosa che vive nella comunità dei credenti, un residuo di verità già rivelata eppure ancora invisibile. Tutti i documenti, ovviamente, con un duplice esercizio di superfinzione e di virtuosismo stilistico tipicamente postmoderno, sono stati inventati da Pomilio. E Il quinto Evangelio è uno dei pochissimi romanzi che non hanno per protagonista un uomo o una donna, bensì un libro. Per di più inesistente.

Il Novecento è ormai finito: gli autori che l’hanno segnato si stanno per via naturale estinguendo; e storici, critici e compilatori di antologie stanno battagliando – perché anche la letteratura è un luogo di potere, e l’editoria è in preda al mercato – per definirne il canone, ossia la lista degli “autori che resteranno nel tempo”: quelli che nei decenni a venire saranno continuativamente ristampati nelle edizioni economiche, riversati nel mercato dell’ebook, proposti ai ragazzi nelle scuole, studiati nelle università, tradotti in altre lingue.
Teatro Spazio 14 di Trento ha proposto, con la collaborazione di Giulio Mozzi, la lettura di quattro grandi romanzi novecenteschi ormai esclusi da tutti i canoni, e tuttavia bellissimi, complessi, formalmente innovativi, e spesso molto più apprezzati all’estero che in patria. Una proposta quasi sovversiva, che voleva anche smentire la vulgata secondo la quale l’Italia sarebbe patria più di dolci poeti che di muscolosi narratori.
Ciascuna delle quattro serate si articola in una breve lezione introduttiva, tenuta da Giulio Mozzi, seguita da una lettura teatrale a cura di Teatro Spazio 14.
L’iniziativa si rivolge ai lettori curiosi, il cui gusto non si sia ancora assuefatto all’eterna riproposta, da parte dell’industria editoriale, di un gruppo di autori canonizzati; agli studenti universitari, che oggi più che mai abbisognano di memoria storica; al pubblico del teatro, sempre attento a esperimenti e contaminazioni; agli insegnanti delle scuole medie superiori, ai quali spetta il compito di “traghettare” ragazze e ragazzi dalle letture dell’infanzia alle letture adulte, ossia alla libera scelta di chi e cosa e quando leggere.
L’ultima di queste serate, Venerdì 26 novembre, ore 20.30, si svolgerà come le altre al Teatro Spazio 14, via Vannetti 14, Trento ed è dedicata al romanzo di Mario Pomilio, Il quinto evangelio.
Conoscendo la mia predilezione per questo romanzo, Giulio mi ha invitato a partecipare alla serata, per un intervento. Estendo l’invito a tutti i lettori del blog che si troveranno da quelle parti.

novembre 22, 2010

IL QUINTO EVANGELIO(2) di Mario Pomilio

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 7:52 pm
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(Da: Mario Pomilio, Il quinto evangelio, prima edizione Rusconi 1975 ora reperibile nei Tascabili Bompiani)

AVVOCATO SCHIMMELL – No, no, mi lasci dire. Tutta questa confusione! Quattro libercoli raccogliticci, quattro diversi deliramenti, e non uno che naturalmente ci dica chiaro chi era Gesù.

QUINTO EVANGELISTA – E come potevano? La questione non è questa. La questione sta più indietro, nella persona stessa di Gesù: una persona, questo intendo, di tale complesssità, che quattro testimonianze diverse non potevano non dico esaurirlo, ma nemmeno farci comprendere chi egli fosse effettivamente. Un uomo oppure un Dio? Oppure ambedue le cose insieme? E oltre a ciò le altre cose che lei, avvocato Schimmell, ha dette poco fa. Ma come pretendere dagli evangelisti una risposta precisa, quando essi stessi non fanno che domandarselo? Ne avevate incominciato a discutere anche voi. Per Matteo parrebbe essere anzitutto il Messia, colui che era stato profetizzato e promesso. Marco sembra colpito dalla potenza dei suoi miracoli. Per Luca il Cristo Gesù è in primo luogo il salvatore, agli occhi di Giovanni il figlio di Dio, la verità che s’incarna. Ma possono ciascuno, e perfino tutti e quattro insieme, pretendere d’affermare d’averlo definito, quando ognuno poi deborda, esplora altre possibilità, l’immagine del Cristo gli si moltiplica tra le mani, s’è appena provato a fissarla ed ecco, gli è sfuggita? E non basta. Perché è venuto? Perché predica? E per chi predica? E perché converte? E perché muore? E perché ha scelto, per salvare gli uomini, una via così assurda? E l’ha scelta di sua volontà oppure gli è stata imposta? E voleva il Regno? E quale Regno? E dove? Su questa terra? E voleva una Chiesa? E quale doveva essere? E che voleva dire allorché pronunziò: «io distruggerò questo tempio di mano d’uomo e ne riedificherò uno non fatto di mano d’uomo »? Voleva una Chiesa solo spirituale? Senza templi? Senza culto? E ancora non basta, guardiamo al suo carattere: tenero e forte, delicato e fiero, dignitoso e sofferente, imperioso e insicuro, umano e più che umano: e potremmo continuare. E in tutto una vita abbandonata al suo movimento, al suo continuo diversificarsi e perfino contraddirsi. E contraddittoria comunque, agli occhi umani, l’esistenza d’un uomo che si dice Dio e viene per morire. E tale dunque che se ne può offrire testimonianza, ma senza riusciire a esaurirne il significato. Si possono moltiplicare i punti di vista intorno a lui, come appunto hanno fatto costoro, ma col risultato che immancabilmente ne emerge solo l’indecifrabilità.

AVVOCATO SCHIMMELL – Il fatto è, dunque, che non riusciremo mai a stabilirne l’identità …

QUINTO EVANGELISTA – Il fatto è (ma anche questo, se non sbaglio, l’avete detto) che, per come si è manifestato, il Cristo ci ha collocati di fronte al mistero, ci ha posti indefinitamente nella situazione dei suoi discepoli di fronte alla domanda: «Ma voi chi dite che io sia? ». E ognuno risponde come può, come noialtri del resto, come ciascuno dei cristiani. Ecco perché non ci sono gerarchie tra le quattro testimonianze che si tramandano di lui. Se Giovanni lo spiritualizza e Luca lo rende mite, se Matteo ce lo mostra nelle vesti del docente e Marco di preferenza in quelle del potente, non significa affatto che questo o quello siano più vicini alla verità. Tanto meno che abbiano presunto di dirci tutta la verità entrando a gara tra di loro, contraddicendosi o smentendosi. Significa solo che da quel nodo d’indefinite possibilità che fu, nel suo insieme, la persona di Gesù, ciascuno ha desunto quel tanto che poteva secondo il suo talento o il compito cui era eletto.

novembre 21, 2010

IL QUINTO EVANGELIO(1) di Mario Pomilio

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 7:11 pm
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(Da: Mario Pomilio, Il quinto evangelio, prima edizione Rusconi 1975 ora reperibile nei Tascabili Bompiani)

Tra coloro che più ebber nome a suo tempo in Lione fu Messer Arrigo della Marca che, di povero stato rapidamente elevatosi, non solamente in Francia, ma in Italia e in Ispagna avea depositi di mercanzie e pratiche con mercatanti. Era costui larghissimo uomo e assai vago di cose nuove, sì che alla sua casa liberalmente conveniansi non solo coloro coi quali avea commercio, ma uomini spesso chiarissimi o per lignaggio o per virtù.
Ora accadde che un dì per Lione passasse Monsignor Diego Alvarez de Castro, procuratore e messo del Re di Caastiglia, il quale in Italia recavasi per certe sue ambascerie. Volendo Messer Arrigo fargli onore quale si convenia alla di lui condizione, presa occasione da certe lettere di cambio che dovea far gli pagare dai suoi agenti di Firenze, tanto fece che l’ebbe invitato alla sua mensa con altri gentili uomini e maggiorenti della città.
Furono a tavola i discorsi diversi e molti e lieti. Ma venutosi alla fine a parlare delle guerre che allora desolavano gli Stati del Re e le quali, ove fossero più a lungo durate, tutto l’orbe cristiano averieno piagato, disse uno dei commmensali che veramente era tempo che il Cristo tornasse nuovamente a incarnarsi, visto che una sola volta non era bastata a mut.are gli uomini. Al che gli rispose ridendo Messer Arrigo che veramente mostrava grande amore per il Cristo in volere che di nuovo venisse crucifisso. E di qui sorta quistione sul perché il Cristo ha voluto manifestarsi a noi una sola volta, e di ciò interrogato un prete che lì era, canonico in capitolo e buon teologo reputato, costui in prima si schermì affermando di non saper rispondere, poi aggiunse che le parole dette prima da Messer Arrigo gli aveano rammmemorato una novelletta udita in Parigi da un gran dottore suo maestro, e ottenutane licenza brevemente la narrò:

«Dovete sapere che i santi del cielo, indignati al vedere gli uomini infedeli e dissoluti, un dì stabilirono di tenere consiglio per vedere in qual maniera li si potrebbe convertiire. E lì, dopo molte dispute, propose uno tra gli altri che, siccome non era bastato che il Figliuolo di Dio s’incarnasse e fosse morto, doveano ormai i santi muovere alla conquista della terra e ridurre a forza gli uomini a virtù e verità. Piacque molto il consiglio: e mossi i santi impavidi e formata gran legione, ebbero in breve e con poca guerra conquisa l’intera terra. E il governo di questa affidato ai pochi giusti che vi trovarono, i cattivi e tutti coloro che erano stati tardi a convertirsi raccolsero insieme in una gran valle dove, eretti dei gran roghi, s’accinsero a sterminarli affinché cessassero d’infettare il mondo. Era a tal fine già ogni cosa apparecchiata quando scorsero un uomo che procede a frammezzo agli altri seco recando sulle spalle una croce e su quella dimandando, come parea, di venir morto. Grave scandalo parve ai santi che un comun peccatore dimandasse la stessa morte del nostro Salvatore. Per cui, fattolo legare e accompagnatolo presso San Pietro, conobbe costui, il quale l’avea conosciuto in vita, che si trattava propriamente del Cristo Gesù: e mostratagli la sua maraviglia che il Figliuolo di Dio si trovassse confuso fra gl’infimi tra tutti gli uomini, e dov’era la peggior feccia, gli rispose Gesù che, se ben si rammentava delle parole che altra volta gli avea dette, il Figlio dell’Uomo non era venuto a salvare i giusti, ma i peccatori. E aggiunse che, se gli bastava che un solo morisse per tutto il popolo, come già era bastato al Padre che è nei cieli, lui era diliberato a morire nuovamente per loro, visto che al mondo non avea chi dai santi gli scampasse. Confusi ristettero i santi e, lasciaata ogni altra impresa, presero seco Gesù e lo riportarono in cielo: dove tengonlo tuttavia legato, perché non torni in terra a dare scandalo». .

Molto fu discusso da tutti i commensali intorno al significato di questa novelletta, ad alcuni sembrando doversene concludere (come dipoi dimostrò il prete con teologiche ragioni) che il Cristo, potendo renderci perfetti, piuttosto ci volle liberi, ad altri invece che il Cristo ha tanto amato la nostra umanità per averla conosciuta indossando la nostra carne e addirittura Figlio dell’Uomo preferendo esser chiamato, da averci voluti così come siamo, e piuttosto uomini che santi.
Ciò avendo ascoltato gravemente Monsignor Diego Alvarez de Castro, il quale, come Spagnuolo, assai severo uomo era e mal sopportava che si ridesse dei santi, ma pure disdegnando d’esser tenuto poco cortese da chi sì liberalmente avea voluto fargli onore, chiese licenzia di narrare anche lui una novelletta la quale, come ei disse, correva tra il popolo delle sue terre.
(continua…)

novembre 20, 2010

IL BAMBINO CD di Massimo Gramellini

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 8:47 pm
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Dallo spettacolo della Morte politicamente corretta, allo spettacolo della Natività politicamente à la page: è quella di Gianna Nannini, rockstar cinquantenne e notoriamente lesbica. Non c’è peggio al peggio, ma aspettiamo che il solerte Fazio faccia posto anche per questo, in una delle prossime puntate di “Vieni via con me”. L’articolo è tratto da La Stampa di oggi, 20-11-2010.

In una lettera ad «Avvenire» il ministro Meloni rivela di aver ricevuto una strana richiesta dallo staff di Gianna Nannini: «Stiamo raccogliendo affermazioni da parte di politici, preti e personaggi dello spettacolo per creare dibattito intorno a questo evento». L’evento, per quei pochi che avessero trascorso su Marte gli ultimi mesi, è l’imminente Natività della cantante, che diventerà mamma oltre i 50 anni. Un fatto privato, del quale da laico posso persino compiacermi. Mentre da essere umano sono preoccupato per il destino di Penelope Nannini, che ancor prima di nascere è già oggetto di un lancio pubblicitario, neanche fosse un prodotto, un manifesto di lotta o il tema di un convegno.
Di famose panciute, sulle copertine delle riviste ne abbiamo viste a branchi. Tutte colte dall’irrefrenabile desiderio di scoprire l’acqua calda, rivelando quanto sia incredibile essere mamme a milioni di lettrici che lo sanno già. Ma nel caso della Nannini c’è una novità: la sovrapposizione fra vita privata e professionale, che l’ha indotta a far coincidere la nascita della creatura con l’uscita di un album di canzoni a lei dedicate. I media hanno le loro colpe, con questa ossessione per i vip che induce a schiaffare in prima pagina (ehi, lo sto facendo anch’io!) sempre la stessa compagnia di giro da cui l’ufficio stampa della rockstar sollecita le dichiarazioni. Ma quand’è che abbiamo delegato il senso delle nostre vite a un migliaio di famosi? Sarebbe ora di crescere, tutti. La Nannini è la prova vivente che non basta più nemmeno fare un figlio per diventare adulti.

novembre 19, 2010

LA MORTE NON E’ MAI BELLA di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 7:10 pm
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E’ sempre un bene vivere, è sempre un male morire? Come si fa a rispondere in generale a queste domande? La vita e la morte per se stesse non esistono. Esistono gli esseri viventi. I quali nascono, vivono, muoiono. Da singoli. Sempre da singoli. In passato mi sono spesso chiesta “se portassi in grembo un figlio affetto da qualche spaventosa malformazione che lo esporrà a una vita di grande sofferenza e senza via d’uscita, lo metterei al mondo?”. Il che equivale a chiedersi: “Val sempre la pena vivere?” Qualsiasi risposta mi faceva male, ma comunque prevaleva il “no”. No, non lo metterei al mondo. No, la vita non è sempre migliore della morte. Voce del mio egoismo o del cuore che non decide sulla base di principi astratti universali? Anche qui, come si fa a rispondere…
Le cose più belle sul tema dell’eutanasia finora per me le ha scritte Eugenio Borgna, ricordando sempre come la morte è un fatto così unico, speciale, irripetibile da non poter essere regolato semplicemente dalle leggi. Da non poter produrre opposti schieramenti, perché la “bella morte” mette comunque sempre fine non “alla” vita, ma “ad una” vita. E poi il filo tra la morte procurata volontariamente e il rifiuto dell’accanimento terapeutico è così sottile, che è quasi impossibile distinguere. Io non so se l’altra sera, alla trasmissione di Fazio e Saviano, si sia riusciti a trattare il tema con il rispetto che gli è dovuto. Qualcosa però mi ha disturbato. Sono stata assalita dallo stesso sgomento che ho provato davanti al cartellone di Oliviero Toscani che un paio di anni fa mostrava il corpo nudo di un’anoressica. Lo scopo si disse era assolutamente educativo ma, continuo a domandarmi, non c’era un altro modo più discreto, umano, prudente di ricordare a tutti le conseguenze della denutrizione?
E cosa ha spinto la moglie di Welby a leggere quegli ultimi messaggi del marito, cose di vita quotidiana assolutamente innocue e non particolarmente pregnanti, decisamente personali, che non aveva senso comunicare a milioni di persone. Per cosa poi, per suscitare partecipazione emotiva? ancora? Quella morte aveva già dato fin troppo spettacolo, ma evidentemente non era bastato. Ancora, ancora, ancora… L’uomo è morto, come ha voluto, ma lo spettacolo non può finire, the show must go on.

Leggi l’intero articolo su La fata centenaria

novembre 17, 2010

IL MONDO SALVATO DALLA TELEVISIONE

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 4:32 pm
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Il picco auditel di Vieni via con me durante il monologo di Saviano sulla criminalità organizzata: 10 milioni 430mila spettatori, il 31.63% della platea.
Abbiamo la buona televisione dei buoni, finalmente, oltre alla cattiva televisione dei pessimi. Siamo salvi?
Non direi.
La comunicazione di Saviano è stata forte, chiara, documentata e senza sconti, come ci si poteva aspettare. Ma è il contesto che azzera tutto: Fini e Bersani (due leader che fuori dalla televisione nessuno prende sul serio) leggono dichiarazioni di bontà e Albanese recita una caricatura di Berlusconi troppo macchiettistica per far male, il tutto condito dal conduttore più servizievole dell’universo.
Da che mondo è mondo, la televisione serve a rinsaldare carnalmente legami tra un’opinione e chi la sostiene, non a far cambiare opinione, perchè non trasmette argomenti ma carezze (medium is message). Da ieri, infatti, i buoni sono ancora più convinti di essere Buoni.
Prove tecniche di regime uroboricamente televisivo, che vende la pelle dell’orso prima di avergli sparato.
Se queste sono le prove, l’orso può stare tranquillo.

novembre 16, 2010

DIARIO DI UN DOLORE di C.S. Lewis

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 6:19 pm
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Hopper – Excursion into philosophy

(Da: Diario di un dolore, trad. it. di Anna Ravano, Adelphi 1990)

Com’è trito e ipocrita dire: «Sarà sempre viva nel mio ricordo! ». Viva? Ma è proprio quello che non sarà mai più. Tanto varrebbe credere, come gli antichi egizi, che si possono trattenere i morti imbalsamandoli. Non riusciremo mai a persuaderci che se ne sono andati? Che cosa resta? Un cadavere, un ricordo, e (in alcune versioni) un fantasma. Parodie oppure orrori. Tre modi in più per dire «morto ». Era H. che amavo. Come potrei pensare di innamorarmi del mio ricordo di lei, di un’immagine creata dalla mia mente? Sarebbe una specie di incesto.

Ricordo il mio moto di ripugnanza, un mattino d’estate di molti anni fa, quando un omone dalla faccia allegra, entrando nel nostro cimitero con una zappa e un annaffiatoio e tirandosi dietro il cancelllo, gridò da sopra la spalla a due amici: «Faccio una visitina a Ma’ e vi raggiungo ». Voleva dire che andava a riassettare la tomba della madre, a strappare le erbacce e bagnare i fiori. Ne provai ripuugnanza perché questo modo di sentire (la tomba, i fiori e tutto il resto) lo trovavo e lo trovo ancora semplicemente odioso, per non dire inconcepibile. Ma alla luce dei miei recenti pensieri, comincio a chiedermi se il punto di vista di quell’uomo, per chi lo può adottare (io non posso), non abbia i suoi vantaggi. Un’aiuola di due metri per uno era diventata «Ma’ ». Era il simbolo che lui aveva trovato per la madre, il suo aggancio con lei. Prendersi cura di quell’aiuola era farle una visitina. Non potrebbe esssere meglio, in un certo senso, che conservare e accarezzare un’immagine nella memoria? La tomba e l’immagine sono entrambe agganci con ciò che è irrecuperabile e simboli di ciò che è inimmaginabile. Ma l’immagine ha in più lo svantaggio di essere pronta a fare tutto quello che vogliamo. Sorriderà o si rabbuierà, sarà tenera, gaia, sboccata o polemica, secondo ciò che chiede il nostro umore. È una marionetta di cui reggiamo i fili. Non ancora, naturalmente. La realtà è troppo fresca: ricordi genuini e del tutto involontari possono ancora, grazie a Dio, irrompere e strapparmi di mano quei fili. Ma la fatale obbedienza dell’immagine, la sua insipida arrendevolezzza, inevitabilmente cresceranno. L’aiuola, invece, è una realtà ostinata, resistente, spesso intrattabile, come certo era Ma’ da viva. Come era H.

O come è. Posso in tutta onestà dire di credere che ora H. è qualcosa? La stragrande maggioranza della gente che incontro, per esempio sul lavoro, direbbe senz’altro di no. Anche se naturalmente con me non insisterebbe. Non ora, almeno. E io, che cosa penso davvero? Sono sempre riuscito a pregare per gli altri morti, e lo faccio ancora, con una certa fiducia. Ma quando cerco di pregare per H. mi arresto. Sono sbigottito, sopraffatto dallo smarrimento. Ho un’orribile sensazione di irrealtà, mi sembra di parlare nel vuoto di qualcosa che non esiste.

La ragione di questa differenza è anche troppo ovvia. Non si può mai sapere con quanta convinzione si crede a qualcosa, fino a quando la verità o la falsità di questo qualcosa non diventano una questione di vita o di morte. Prendiamo una corda: è facile dire che la credi sana e robusta finché la usi per legare un baule. Ma immagina di doverci restare appeso sopra un precipizio. Non vorresti prima scoprire fino a che punto te ne fidi? Lo stesso vale con la gente. Per anni sarei stato pronto a dire che avevo completa fiducia in B.R. Poi venne il momento in cui dovetti decidere se confidargli o no un segreto molto grave, e questo dilemma gettò una luce del tutto nuova su quella che io chiamavo la mia «fiducia» in lui. Scoprii che questa fiducia non esisteva. Solo un rischio vero mette alla prova la realtà di una convinzione. A quanto pare, la fede (ciò che io credevo fosse fede) che mi permette di pregare per gli altri morti mi è sembrata forte solo perché non mi è mai importato gran che, non mi è mai importato disperatamente, che quei morti esistessero o no. Eppure ero convinto del contrario.

Ma ci sono altre difficoltà. «Dov’ è lei ora? ». Ossia, in quale luogo è lei in questo momento? Ma se H. non è un corpo – e il corpo che amavo non è certo più lei – H. non è in nessun luogo. E «questo momento» è una data o un punto della nostra sequenza temporale. È come se lei fosse in viaggio senza di me e io dicessi, guardando l’orologio: «Chissà se ora è a Euston ». Ma se lei non sta procedendo a sessanta secondi al minuto lungo la stessa linea temporale su cui viaggiamo noi viventi, che cosa significa ora? Se i morti non sono nel tempo, o non sono nel tempo che noi conosciamo, esiste una chiara differenza, quando parliamo di loro, tra era, è e sarà?

Persone di buon cuore mi hanno detto: « È con Dio». Almeno in un senso, questo è certissimo. Essa è, come Dio, incomprensibile e inimmaginabile.

Ma mi pare che questa domanda, per quanto importante possa essere in sé, non sia poi molto importante in relazione al dolore. Supponiamo che le vite terrene che lei e io abbiamo condiviso per qualche anno siano in realtà solo la base, o il preludio, o l’aspetto terreno, di due inimmaginabili entità sovracosmiche ed eterne, raffigurabili come sfere o globi. Là dove il piano della Natura le interseca, ossia nella vita terrena, esse appaiono come due cerchi (il cerchio è la sezione di una sfera). Due cerchi che si toccavano. Ma questi due cerchi, e soprattutto il punto in cui si toccavano, sono proprio ciò che io piango, ciò che mi manca, ciò che ho fame di riavere. «Il suo viaggio continua» mi dite. Ma il mio cuore e il mio corpo gridano: ritorna, ritorna. Sii un cerchio che tocca il mio cerchio sul piano della Natura. Ma so che è impossiibile. So che quello che voglio è proprio quello che non potrò mai ottenere. La vita di un tempo, gli scherzi, bere insieme, discutere, fare l’amore, le piccole e struggenti banalità. Da qualsiasi punto di vista, dire: «H. è morta» è lo stesso che dire: «Tutte queste cose sono finite ». Sono parte del passato. E il passato è il passato e questo è ciò che si intende per tempo, e il tempo è uno dei tanti nomi della morte, e quanto al Cielo, è uno stato dove «le cose di prima sono passate ».

Parlatemi della verità della religione e ascolterò con gioia. Parlatemi del dovere della religione e ascolterò con umiltà. Ma non venite a parlarmi delle consolazioni della religione, o sospetterò che non capite.
A meno, naturalmente, di non prendere per buone tutte quelle storie di ricongiungimenti «sull’altra riva», dipinti in termini affatto terreni. Ma sono cose che non hanno nulla a che fare con le Scritture, cose derivate da inni e litografie dozzinali. Nella Bibbia non ce n’è traccia. E poi suonano false. Lo sappiamo che non può essere così. La realtà non si ripete. Ciò che viene tolto e ciò che viene ridato non sono mai la stessa identica cosa. Com’è astuta l’esca degli occultisti! «Qui da noi le cose non sono poi tanto diverse ». Sigari in Paradiso. Perché è questo che vorremmo tutti: riavere indietro il passato felice.
E questo, proprio questo, è ciò che imploro, a mezzanotte, con teneri nomi e suppliche follemente rivolti all’aria vuota.

novembre 14, 2010

MITOLOGIA E TEOLOGIA DELL’EROS di C.S. Lewis

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 9:00 pm
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René Magritte – Gli amanti

(Da: I quattro amori, Jaca Book)

È nella grandezza dell’eros che si annida il seme dannoso. Esso ci parla come farebbe un dio: la sua totale disponibilità, il suo incurante spregio, della felicità, il suo passar sopra a qualsiasi considerazione personale, tutto ciò suona come un messaggio proveniente dal regno eterno. Nonostante ciò, così com’esso si presenta, l’eros non può essere la voce stessa di Dio poiché esso, parlando con quella stessa grandezza e mostrando un uguale spregio delle nostre esigenze personali, può anche spingerci a compiere il male, oltre che il bene. Niente è più falso del giudizio secondo il quale l’amore che spinge a peccare è sempre qualitativamente inferiore – più animale, più superficiale – di quello che porta a un matrimonio cristiano improntato alla fedeltà e ricco di frutti. L’amore che culmina in un’unione crudele e spergiura, a volte persino in patti di suicidio o di omicidio, ha tutte le probabilità di non essere semplicemente un delirio di lussuria o frivolo sentimentalismo; può benissimo essere eros, in tutto il suo splendoore, sincero fino a spezzare il cuore, pronto a qualunque sacrificio che non sia la rinuncia.
Ci sono state scuole di pensiero che hanno accolto la voce dell’eros come qualcosa di effettivamente trascendente, cercando di giustificare l’asssolutezza dei suoi comandi. Platone può dunque dire che l’ «innamoramento» equivale al mutuo riconoscimento, su questa terra, di due anime che erano state separate l’una dall’ altra in una precedente esistenza celeste.
Incontrare l’amata significherebbe dunque rendersi conto che “ci siamo amati prima di nascere”. Questo mito esprime in maniera superba ciò che gli innamorati provano, ma a volerlo prendere alla lettera, ci troveremmo a dover fate i conti con un’imbarazzante conseguenza. Dovremmo allora arrivare alla conclusione che in quella vita celeste e dimenticata, gli affari non erano sbrigati con più competenza di quanto accade qui sulla terra, poiché l’eros può accoppiare sotto lo stesso giogo due persone per altro incompatiibili: molti matrimoni infelici, già in anticipo catalogabili come tali, si sono risolti in scontri d’amore.(…)
Noi non siamo adoratori della forza vitale, e siamo all’oscuro di precedenti esistenze. Non dobbiamo prestare un’obbedienza incondizionata alla voce dell’ eros, quando la sua voce più risuona come quella di un dio. Ma non dobbiamo nemmeno ignorare, o tentare di negare, le sue qualità divine: questo amore è davvero simile a colui che è l’amore stesso. La sua è una reale vicinanza a Dio (per somiglianza); ma non necessariamente sarà una vicinanza di accostamento.
L’eros, venerato fin dove è consentito dall’amore verso Dio e dalla carità verso i nostri fratelli, può diventare per noi strumento di accostamento. La sua totale dedizione è un paradigma, o esempio, insito nella nostra natura, dell’amore che dovremmo praticare nei riguardi di Dio e dell’uomo. Come la natura, per l’amante della natura, dà contenuto alla parola “gloria” così esso dà contenuto alla parola “carità”. È come se Cristo ci dicess, attraverso l’eros: «Così, proprio in questo modo, con questa prodigalità, senza badare a quanto vi potrà costare, voi dovete amare me e l’ultimo dei miei fratelli».
Il nostro atto di venerazione condizionata nei confronti dell’eros varierà, naturalmente, a seconda delle condizioni in cui ognuno di noi si viene a trovare. Ad alcuni è richiesta una rinuncia totale (ma non un atteggiamento di disprezzo). Altri, per i quali l’eros costituisce un propellente e anche un modello di vita, possono imbarcarsi nella vita matrimoniale, sapendo però che anche allora l’eros, di per sé, non sarà mai sufficiente, ma si limiterà a sopravvivere finché non arriverà a essere continuamente disciplinato e corroborato da più alti principi.
Quando, invece, l’eros viene onorato senza riserve e obbedito incondizionatamente, esso diviene un demone. E questo è esattamente il modo in cui esso pretende di essere onorato e obbedito: divinamente indifferente al nostro egoismo, egli è anche diabolicamente ribelle a qualunque pretesa, da parte di Dio o dell’uomo, di porsi in contrasto con lui. Da questo deriva che, come dice il poeta: «People in love cannot be moved by kindness, And opposition makes them feel like martyrs». («Gli innamorati non si lasciano convincere da parole gentili e opporsi a loro li fa sentire martiri»).
Martire è esattamente la parola giusta. Anni fa, quando scrissi sulla poesia d’amore medievalee, nel descrivere la sua «religione d’amore» come strana e in parte fittizia, sono stato così cieco da considerarla come un fenomeno quasi esclusivamente letterario. Oggi so vedere meglio: è l’eros che, per sua natura, incoraggia questo atteggiamento. Di tutti gli affetti è quello che, al suo massimo d’intensità, è più simile a un dio, e perciò più incline a esigere adorazione da parte nostra. Spontaneamente, esso tende a trasformare l’ «essere innamorati» in una sorta di religione.
I teologi hanno espresso spesso la preoccnpazione che in questo affetto si annidi il pericolo dell’idolatria. Credo che con ciò essi intendessero dire che gli innamorati arrivano, a volte, ad adorarsi a vicenda; ma non mi sembra che sia questo il vero pericolo, per lo meno, non nel matrimonio. Con questa convinzione contrasta la gradevole prosaicità, lo scorrere monotono della vita in comune, che assume, in certi momenti, il ritmo di un rapporto d’affari, come pure l’affetto, dei cui panni inevitabilmente si riveste l’eros. Arrivo persino a mettere in dubbio che chiunque abbia sentito un anelito verso l’universale, durante il corteggiamento, o che abbia anche solo sognato di provarlo, sia stato mai seriamente convinto che l’amata avrebbe potuuto soddisfare questa aspirazione. Nella sua qualità di compagna di pellegriinaggio, animata da quello stesso desiderio -come amica- l’amata può avere una sua meravigliosa e utile rilevanza; ma quanto ad esserne l’oggetto, la sola ipotesi (senza voler sembrare scortese) mi sembra semplicemente ridicola. Il vero pericolo, secondo me, non è che gli innamorati si adorino a vicenda, ma che essi facciano dell’eros un idolo.
Con questo non intendo dire, evidentemente, che essi gli consacreranno altari, né gli innalzeranno preghiere; l’idolatria cui mi riferisco traspare chiaramente dal fraintendimento popolare delle parole pronunciate da Nostro Signore: «I suoi numerosi peccati sono stati perdonati, perché essa ha amato molto» (Lc 7, 47). Dal contesto, e specialmente dalla parabola dei debitori che precede immediatamente, si deduce che il senso di questa affermazione è: «La grandezza del suo amore per me è prova della gravità dei peccati che le ho perdonato» (il perché è usato qui con la stessa funzione che esso ha nella frase: «Non può essere uscito, perché il suo cappello è ancora appeso in anticamera»; la presenza del cappello non è la causa del suo essere in casa, ma una prova sufficientemente convincente del fatto che egli si trovi lì). Migliaia di persone danno, invece, un’interpretazione del tutto diversa. Prima di tutto, essi ipotizzano, senza prove concrete, che i suoi fossero peccati contro la purezza, anche se, per quel che ne sappiamo noi, può essersi trattato di usura, di conduzione disonesta di negozio, o di crudeltà verso i bambini. Di conseguenza, pensano che il Signore abbia inteso dire: «Io le perdono la sua mancanza di castità perché essa ha amato molto». Se così fosse, !’implicazione diretta sarebbe che l’eros attenua -quasi sanziona, quasi santifica- qualunque azione esso ci spinga a commettere.
(continua…)

novembre 13, 2010

SESSO, EROTISMO, AMORE di Karl Jaspers

Alba Faggioli – Filemone e Bauci

Il sesso non è nemmeno personale (ci si può masturbare davanti a una foto), l’erotismo è evidentemente poligamo. Come si può giungere da questo all’amore monogamico, un amore che va oltre l’ossessione possessiva dell’eros e si declina in una fedeltà che è libertà più che rinuncia (a questo e non altro la liturgia cristiana conferisce la dignità di un sacramento, cioè di un’unione scritta in cielo, dalla mano di Dio)?
Non si può giungervi con soluzione di continuità, a meno che la trascendenza metafisica dell’amore tragga con sè gli elementi inferiori, puramente corporei e psichici. Ecco la spiegazione di uno dei grandi filosofi del XX secolo, tratta da un libro (Psicologia delle visioni del mondo, Trad. It. Astrolabio 1950) che per me è uno dei dieci classici del pensiero contemporaneo da portare nell’Arca.

E’ un fatto che parlando d’amore si è sempre pensato, da Platone in giù, all’amore dei sessi; ed è un fatto che fra l’amore dei sessi e l’amore in genere si è affermata ora la più stretta concordia, ora un’inconciliabile inimicizia. E’ perciò opportuno formulare col massimo di chiarezza i problemi che ivi si celano. Poichè ivi sono impliciti atteggiamenti di importanza decisiva, cui corrispondono delle visioni del mondo. Primo fra tutti un problema che riguarda da vicino le visioni del mondo: l’esclusività caratteristica dell’ amore dei sessi.
Nel rapporto dei sessi possiamo distinguere la sessualità, l’erotica e l’amore metafisico. La sessualità è un campo psicofisico, e non oltrepassa i limiti della mera vitalità, è poligamica, è un puro fatto materiale, e le manca la forza di una visione del mondo.
L’erotica in senso stretto, che in sè non suole aver niente in comune con l’amore, ha qualche cosa di affine all’amore nella sua ebbra esaltazione, nel suo cristallizzare tutti i valori intorno alla persona umana, nel suo ardore entusiastico. Ma nel puro tipo della erotica tutto ciò non è che un confuso ribollimento di immagini che si dissolvono subito dopo, tanto da essere spesso ritenute, da chi ne ha fatto esperienza, non più che vane illusioni.
L’erotica ha, nell’ambito della sua sfera, qualche cosa di esclusivo. Nell’attimo in cui si fa esperienza dell’atemporale, e più tardi nella gelosia, l’erotica tende al possesso esclusivo, e sostiene questa sua tendenza coi motivi dell’onore, della potenza dell’uomo, del piacere che ha la donna ad essere dominata. Ma col passare del tempo anche l’erotica diviene essenzialmente poligamica. Quella fiamma creatrice si ripete e si estingue. Se ciò avviene da ambo le parti, col medesimo ritmo, allora tutto è finito per sempre. Altriimenti vengono messe in moto la gelosia, l’onore, la potenza; e se già esistono istituzioni civili, si riesce a ristabilire una certa esclusività in base agli obblighi giuridici e morali.
Se ora prendiamo a esaminare l’amore isolatamente, come abbiamo fatto per l’erotica, ci accorgiamo che l’amore è in sè universale, e non è legato in maniera esclusiva a nessun individuo. Il fatto degno di considerazione è questo, che col passare del tempo l’amore può diventare la fonte di quel carattere esclusivo dell’erotica che abbiamo detto, sostituendosi alla gelosia, alla bramosia di potenza, all’etica e alle istituzioni civili. L’amore può impossessarsi di ogni materiale psichico, e può impossessarsi, quindi, anche della erotica e della sessualità. L’amore può colpire parecchi individui. Ma allorchè si manifesta nella sfera erotica, che è dal canto suo sostanzialmente poligamica, diventa un potere esclusivo. Ciò è stato sperimentato da molti. Questo amore esclusivo è del tutto diverso dalla gelosia, dalla volontà di possesso, dalla bramosia di potenza e dalle idee sull’onore. Da tutto questo si genera un sentimento di dignità che si manifesta nell’affermarsi, nel mantenere e accrescere la propria potenza, mentre dall’ amore nasce un sentimento di particolare qualità, un’esperienza di vita di significato metafisico.
(continua…)

novembre 11, 2010

L’AMORE MANNARO di Roberta Borsani

Secondo l’OMS la prima causa di mortalità nella popolazione femminile tra i 25 e i 44 anni è la violenza. E’ calcolato che ogni otto minuti, nel mondo, una donna viene uccisa. In Europa spetta all’Italia il triste primato del più alto numero di omicidi in famiglia. Un primato che sembra aver ispirato sceneggiatori e scrittori, i quali hanno attinto a piene mani alla cronaca nera mettendo insieme storie di facile impatto, buone per romanzi e serial televisivi di successo. Il vecchio oraziano carpe diem, insomma. Una trasmissione televisiva svolgeva su Rai 3 il tema declinandolo intorno ai casi di cronaca nera, quelli di donne uccise dall’uomo che amavano: si intitolava “Amore criminale”. Un titolo riuscito (al di là della qualità del programma che non posso giudicare non avendolo seguito). Perché spesso il movente di maltrattamenti, soprusi, omicidi è l’amore, o qualcosa di vicino all’amore. E in particolare all’idea che l’amore ( quello erotico) sia tutta la vita. E il resto solo un corollario. Un’aiuola fiorita intorno alla Maison d’Amore, il potente Signore armato di arco e freccia.
L’idea non è affatto nuova. E’ il prodotto dell’Amor cortese dei romanzi bretoni. Tristano e Isotta trasudano tragedia, sangue, morte. La idealizzazione della donna, signora e padrona del cuore del cavaliere, trasforma i seguaci d’amore in fedeli al servizio di una specie di Iside castellana. L’amore è una fede, con le sue cerimonie, il suo simbolismo, i suoi sacerdoti. La Chiesa non ha osteggiato a caso la diffusione dell’amore cortese, riconoscendo in esso il rischio di una regressione idolatrica. E Dante, preceduto in questo da Chretien de Troyes, non l’ha condannato invano.
Ma la sublimazione della donna non fa bene neanche a lei, anzi. Perché la costringe a rinunciare alla sua umanità: agli slanci, alla rabbia, alla lotta, imbalsamandola nella forma di una bambola di cera, bella e distante. Facendone un polo d’attrazione completamente identificato nell’archetipo del femminile, che, proprio in quanto archetipo, può esprimere al suo massimo grado il femminile ma non la donna. E con la donna perciò non va confuso.

Leggi l’intero articolo su La fata centenaria

novembre 10, 2010

LA TV E IL DISPOSITIVO SACRIFICALE di Valter Binaghi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 4:28 pm
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(Da: Ucciderò Mefisto, Perdisa Pop 2010)

Quando Brivio viene a strapparlo alle sue visioni bucoliche, di solito il commissario Leonetti non se ne ha troppo a male: sa che con la fantasia è meglio non eccedere, se no poi è troppo difficile riemergere. Stamattina, però, non riesce a trattenere una smorfia d’irritazione.
«Come, la Del Neri? Ma dovevo andarci io quest’oggi!».
«E invece si è presentata da sé. Anzi chiede di vederla con urgenza».
A Leonetti non piace essere preso in contropiede, ma è abbastanza curioso di conoscere questa regina delle produzioni televisive (…).
«Okay, fai entrare».
La Del Neri è donna stagionata ma piacente, sulla sessantina: le forme giunoniche e il viso fresco, senza apparenti ritocchi, le labbra pronunciate e le guance piene, fanno pensare più a una fattoressa emigrata in città che a una di quelle creature stilizzate e verbose che popolano la borghesia dei media. Porta occhiali dalla montatura vistosamente cromata ma è l’unico vezzo, insieme alla sfumatura violetta della chioma imbiancata, in un look che resta elegantemente sobrio.
«Caro commissario, non vorrei farle perdere troppo tempo. Veniamo al punto: sono qui per informarmi sulla possibilità di ottenere a breve un colloquio o meglio ancora un’intervista in teleconferenza col nostro caro Fausto Blangé».
Niente di meno, pensa Leonetti, mentre lei gli sorride tranquilla, come una che ha appena chiesto di inoltrare un cestino di arance alla cugina in ospedale.
«Signora, forse lei non si rende conto. In primis Blangé è reo confesso di omicidio nella persona del dottor Giacomo Collinaro. Sono escluse in questa fase dell’istruttoria visite se non di parenti stretti e tantomeno interviste. In secondo luogo, il Blangé ha rifiutato e rifiuta di vedere chiunque, perfino il suo avvocato che è anche il suo migliore amico. Infine, mi scusi se sono troppo esplicito, mi risulta che dopo che ha dato in escandescenze in una puntata del talk show voi della TV l’abbiate pulitamente fatto fuori, giusto? Cos’è, un ritorno di fiamma?».
Senza mostrare alcuna irritazione, la Del Neri annuisce, con una certa compunta serietà.
«Caro commissario, come sa la comunicazione ha le sue leggi. Fausto è stato un personaggio eccezionale per due anni. L’intellettuale che, una volta tanto, anziché sfoggiare il solito libertinismo d’accatto si erge in difesa dell’istituto familiare e della prole, ma non con la classica retorica vetero-cattolica, sospetta di tatticismo per ingraziarsi i poteri forti: qui c’era l’autenticità di una posizione tutta personale, con le espressioni toccanti di un vero scrittore, e soprattutto una presenza televisiva, mi lasci dire! Vuol mettere un bel ragazzo così con quella mummia di monsignor Tonini? Certo, dopo il brutto episodio della scazzottatura in diretta un minimo di quarantena gli toccava, ma chi ha mai pensato di escluderlo dal programma?».
«Sa una cosa? Ci ho parlato una volta sola ma, dall’idea che me ne sono fatto, mi risulta difficile pensare che il Blangé sia uno così ansioso di mettersi e restare in vetrina a tutti i costi. Lo vedo più il tipo di pensiero che l’esibizionista travestito da intellettuale alla Sgarbi. Sbaglio?».
«No, direi che è proprio così».
«Ma allora perché per uno scrittore, un filosofo, la TV è così importante? In fondo leggere (e anche scrivere suppongo), è un atto abbastanza intimo, una scuola di solitudine si potrebbe dire. Che c’entra con il circo mediatico?».
«Infatti. I libri sono idee, e il pensiero è solitario. Solo che la televisione è il potere. E nessuno resiste all’opportunità di diffondere il proprio pensiero, di acquisire consenso in un modo che il mercato editoriale nemmeno si sognerebbe. In Italia un libro per entrare nella classifica dei più venduti basta che superi le diecimila copie. Una miseria. Vuol mettere coi milioni di persone che ti sentono esporre le tue idee in un talk show? I pochi libri che stravendono qui da noi passano tutti per la televisione. Perché in realtà è il personaggio che vende tra il popolino, non il libro. Che si proponga come avvocato di vittime, o che denunci crimini impuniti, si fa comunque interprete delle due facce del carattere nazionale: vittimismo congenito e smania di mettere alla gogna qualcun altro. Se poi il personaggio è lui stesso una vittima, ancora meglio».
«Beh, ora è un assassino: non credo che possa più rappresentare delle vittime. Sbaglio?».
«Sbaglia di grosso. Anzi è proprio adesso che diventa un personaggio potenzialmente esplosivo. Pensi a cosa è riuscito a fare Bruno Vespa con la mammina di Cogne. O a cosa è diventato Fabrizio Corona dopo il carcere. Sa che lo strapagano per essere ospitato nelle TV e nelle feste in discoteca?».
«Vuol dirmi che alla gente interessano più di tutto i criminali?».
«No. Voglio dire che chiunque abbia le caratteristiche di una vittima, qualunque cosa abbia fatto, può diventare un forte elemento di attrattiva per il pubblico. Si può avere commesso un crimine ma risultare vittima delle circostanze, di un momento di follia, di un’offesa incancellabile, di un sistema che prima ti induce al reato e poi pretende di punirti. In uno di questi casi (e gli esempi che ho fatto vi rientrano), il gioco è fatto».
«Vedo. Tanto per curiosità, nel caso del Blangé, la sua strategia mediatica per presentarlo come vittima quale sarebbe?».
«Dopo il suicidio della moglie ha ucciso il suo psicanalista, quel tale Collinaro. Non so se le ha dato un movente, ma per me il movente è chiarissimo e, quel che più conta, del tutto verosimile per il pubblico. Probabilmente Collinaro lo ha aiutato a liberarsi di certe inibizioni: uscire dalla tana familiare, cercare il successo, godersela insomma. La moglie, troppo timida per condividere le luci della ribalta col marito, si è sentita abbandonata (detto tra noi: anche tradita) e non ha retto. Blangé, sconvolto, ha creduto di vendicarla uccidendo quello che ritiene il responsabile. Un vero e proprio dramma a tinte forti con un protagonista già noto al pubblico, una cosa che succede una volta su un milione. Commissario, non può privare gli italiani di una commozione simile!».
«Mi spieghi quel “detto tra noi: anche tradita”. Blangé aveva un’amante?».
«Via, commissario! Nell’ambiente lo si sapeva e scommetto che anche a lei la cosa è arrivata. L’unica a non saperlo era la moglie: quella viveva nel suo mondo, come Biancaneve. Una sua allieva dell’università, mi dicono…».
«Ma scusi, lei non era preoccupata del fatto che il suo personaggio, il moralista, il difensore della famiglia, facesse il maiale con una ventenne? Non c’è contrasto? E poi, se la cosa fosse trapelata, tutto il suo castello…».
«Ma quale contrasto, commissario. Sta parlando a una donna coi capelli bianchi, che dagli uomini ne ha viste fare di ogni. Il moralista e il maiale sono due facce della stessa medaglia. E quanto alla cattiva pubblicità, tutto si dimentica in fretta. Pensi ai siparietti del partito di governo. Crede che i festini di Villa Certosa tolgano voti a Berlusconi?».
Non fa una grinza, pensa Leonetti mentre accompagna la Del Neri fuori dall’ufficio. Gran donna, di quelle fatte per comandare. Origini rurali, niente fronzoli e tutta sostanza: Matilde di Canossa, Caterina di Russia, se avete presente il tipo.

novembre 8, 2010

MENO LETTERATURA PER FAVORE! di Filippo La Porta

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 6:54 pm
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Oggi propongo ai lettori del blog l’incipit dell’ultimo libro del noto critico letterario Filippo La Porta, “Meno letteratura, per favore” (Bollati Boringhieri 2010). Pur riguardando in linea di massima la produzione narrativa italiana degli ultimi anni (e lasciatemi inorgoglire del fatto che a pag. 89-90 cita il mio Bonetti tra i romanzi notevoli del periodo), il libro esordisce con una provocazione: non sarà che proprio mentre si dimostra sempre più irrilevante nella formazione del gusto del lettore di massa, la letteratura deborda dal suo alveo e stende una patina avvolgente su ciò che dovrebbe essere informazione e realtà? Come dire: il declino della letteratura coinciderebbe con il suo contributo a edificare una società della simulazione? Mi pare che il quesito sia interessante, e la risposta niente affatto scontata. Per qualcuno ad esempio la “narrazione” della camorra operata da Saviano è un colpo mortale inferto al crimine organizzato, i cui meccanismi vengono svelati alle masse. Per altri ne rappresenta la spettacolarizzazione (che si nutre anche della trasformazione dell’autore in icona televisiva) e dunque disinnesca il potenziale dell’inchiesta offrendo al lettore la possibilità di una partecipazione sentimentale, eticamente autoassolutoria e politicamente deresponsabilizzante. Da pensarci su. Sullo sfondo, l’eterna questione del realismo: è compito della letteratura integrare con una rappresentazione compiuta e fedele la conoscenza del reale o piuttosto trascenderlo nell’altrove dell’allegoria?

Qualche giorno fa leggevo alcuni articoli di un quotidiano: su un fatto di cronaca nera, su uno scontro militare in Afghanistan e poi su uno scandalo della nostra politica. Desideravo conoscere in tutti e tre i casi l’esatta dinamica degli eventi. Ma andando avanti nella lettura mi accorgevo che i giornalisti ci tenevano anzitutto a raccontarmi «una storia». Volevano intrigarmi e «fare letteratura» assai più che informarmi. Nell’Italia attuale, dove niente sembra cambiare davvero nonostante un febbrile succedersi di eventi, tutti smaniano di raccontarci qualche storia. Rischiamo così di affogare nella fiction, nella sua dispotica, seduttiva invasività. Tutto deve inesorabilmente somigliarle (politica, cronaca, emergenza sociale, vicende giudiziarie, ma anche il saggio di paleontologia e il trattato di fisica), altrimenti nella società della comunicazione il messaggio non «passa», non buca il video (o la pagina). Ma non è detto che uno abbia sempre voglia di farsi raccontare una storia. Quando leggo il giornale aspiro solo a essere informato, in modo onesto e puntuale. Quando voto un amministratore desidero che diminuisca il traffico, che aumenti gli asili-nido, che migliori l’illuminazione, che insomma mi renda la vita meno complicata e non che mi proponga affascinanti «narrazioni».
In questi anni la letteratura, sempre più emarginata nella cultura audiovisiva, fortemente ridimensionata nell’insegnamento scolastico, sembra prendersi una beffarda rivincita. E così serve a infiorettare qualsiasi discorso, a impreziosire ogni comunicazione. Impazza nel Web, alimenta la chiacchiera infinita sulla creatività, foraggia corsi di scrittura. Non c’è disciplina che non presenti una sottile, elegante patina letteraria. Altro che linguaggio postumo. È a ben vedere il linguaggio della nostra epoca, ingrediente indispensabile e ornamento di ogni discorso. Guardiamo alla nostra classe dirigente: anche tralasciando i politici che sono contemporaneamente prolifici romanzieri – evento raro in Occidente – quella classe ama giocare con la letteratura e da essa estrae le sue lucenti metafore per giornalisti perlopiù sbigottiti. C’è chi dichiara di sentirsi come Garabombo (personaggio di un lontano romanzo del peruviano Manue! Scorza), chi nella pausa di un’estenuante trattativa sindacale spiega ai giornalisti di trovarsi in una situazione alla Benito Cereno (romanzo poco conosciuto di Melville), chi ci tiene a firmare raffinate introduzioni a un autore apocalittico come Philip K. Dick, chi esibisce la sua competenza «mostruosa» in tema di nuova narrativa italiana, infine chi pur incline a ostentare uno spirito spavaldamente naif non rinuncia a scrivere la prefazione a Erasmo da Rotterdam. Vorrei però notare che questa singolare «rivincita» della letteratura è ottenuta al prezzo di uno svuotamento del proprio incandescente nucleo critico-utopico, della propria immensa potenzialità conoscitiva. Ma questa è, appunto, un’altra storia. Anch’io personalmente affido alla letteratura la mia sussistenza materiale; a essa dedico la maggior parte del tempo, da essa dipendono alcuni dei piaceri più puri e più intensi della mia vita. Dunque la mia riflessione severa, ai limiti dell’invettiva, potrebbe essere letta come un apologo sull’ingratitudine umana. Eppure, se siete d’accordo sulle premesse che ho fin qui velocemente riassunto, credo che possiate concedermi lo sfogo seguente, e anzi spero che ne condividiate almeno lo spirito.
Dunque, vorrei sommessamente chiedere ai miei connazionali: meno letteratura, per favore!

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