Doctor Blue and Sister Robinia

novembre 25, 2010

PARTIRE DALLA FINE di Marco Guzzi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 7:07 pm
Tags: , ,

Non vi capita mai di avvertire uno strano senso di estraneità rispetto ai dibattiti pubblici contemporanei? Non vi capita mai, vedendo Ballarò o Anno Zero o Porta a porta, di percepire qualcosa di irreale in tutti i discorsi che vengono sviluppati in questi salotti televisivi?
Io vi confesso che questa sensazione di estraneità la sento da quando ho memoria di me stesso. Ricordo molto bene quando già a 10 anni ascoltavo con grande interesse e grandi aspettative Moro o Paietta, Gronchi o Segni, e poi successivamente Berlinguer e Craxi e De Mita e Almirante, e ogni volta cresceva dentro di me una delusione profonda, mi pareva che parlassero di cose pur importanti, ma inessenziali, e per di più in modo inefficace, stantio, noioso. Ho sempre percepito che il discorso politico tocca veramente questioni radicali, ma al contempo mi pareva che i politici che mi venivano presentati non fossero all’altezza del loro compito.
Ho impiegato almeno una ventina d’anni per mettere a fuoco, e per interpretare questo senso di estraneità, per comprendere cioè la sua ragione più profonda: il reale e progressivo scollamento che è in atto tra i processi psico-storici in cui siamo coinvolti, e cioè le enormi trasformazioni della nostra stessa essenza umana, e la persistente rappresentazione pubblica che domina in questo mondo.
La politica insomma, insieme alla stragrande maggioranza della cultura dominante, dà una rappresentazione sempre più irreale, parziale, angusta, ed insoddisfacente dell’attuale fase storica che stiamo vivendo.
E ciò in verità da tempo…
La nostra anima perciò sta attraversando un travaglio spaventoso senza che ci sia una cultura, e tantomeno una politica, che la aiuti a comprenderlo e a viverlo in modo positivo.
Stiamo attraversando e sopportando un rivolgimento di portata antropologica letteralmente senza parole.
Le cose stanno scavalcando i loro nomi, come direbbe Mario Luzi.
E noi ci distraiamo con le beghe tra Fini e Berlusconi, e dedichiamo decine di pagine al confronto davvero epocale tra Saviano e Maroni…
Questo scollamento lacerante tra anima e mondo, tra corpi e politica, tra dolore del parto e cultura dell’intrattenimento sempre più “leggero”, credo però che stia per giungere ad un punto di collasso. Credo cioè che stiamo per toccare una soglia che renderà impossibile un ulteriore passo verso l’alienazione da sé e dal travaglio in corso.
Non sappiamo quali eventi potrebbero costringerci a farla finita di mascherare la realtà, ma è probabile che, essendo il nostro mondo dominato dalle leggi dell’economia e del profitto, sarà su quel piano che incontrerà il proprio mercoledì delle ceneri, il quale, come sappiamo, è un ottimo giorno, il giorno più propizio per ricominciare, per prendere una nuova direzione di vita.
Gli studi più recenti ci dicono che il picco mondiale di produzione del petrolio, dopo il quale il suo prezzo e quindi il prezzo dell’energia potrebbe crescere a ritmi praticamente insostenibili, è stato forse già raggiunto, o lo sarà al massimo entro il 2020. I giacimenti del Mare del Nord d’altronde hanno già raggiunto il picco nel 2000, e il Messico lo sta raggiungendo, seguito a breve dalla Russia.
Tutto ciò accade mentre la Cina e l’India reclamano energia a fiumi per sostenere il loro sviluppo vertiginoso.
L’era del petrolio sta dunque tramontando proprio nel momento in cui la richiesta di energia diventa fondamentale e pressante per favorire il progresso di miliardi di persone che vivono a livelli incomparabili rispetto a quelli dell’area occidentale del pianeta.
Gli squilibri geopolitici e bellici, che derivano da tale paradosso, li stiamo già vedendo, ma il 2015, il 2020 o il 2025 potrebbero essere vere e proprie soglie di non facile né indolore riassestamento planetario.
Senza dimenticare poi gli avvertimenti della statunitense NAS (National Academy of Science) che ci ricorda che questo fortissimo incremento dei consumi energetici potrebbe portare ad un cambiamento climatico improvviso, che potrebbe a sua volta modificare il clima terrestre per millenni: “Sulla base delle conclusioni tratte dall’esame dei dati paleoclimatici è possibile che il previsto cambiamento si verifichi non attraverso una graduale evoluzione, proporzionale alla concentrazione dei gas serra, ma con un cambiamento improvviso e durevole del regime, che influenzerebbe aree di dimensioni regionali o subcontinentali”. (Abrupt Climate Change: Inevitable Surprises, Washington 2002)
La tempesta perfetta potrebbe dunque sprigionarsi dalla confluenza e dall’interazione abbastanza rapida tra aumento dei prezzi dell’energia, accelerazione dei mutamenti climatici, e conflitti conseguenti.
Sarà questa l’unica via per tornare a pensare con tutta l’anima e con tutto il corpo, come voleva Rimbaud? E a progettare la vita politica del pianeta tenendo presente la globalità di ciò che sta avvenendo?
Sarà questa la porta stretta per avviare finalmente un’era nuova, per uscire dalla fase depressiva della trasformazione, per inaugurare una cultura all’altezza dei tempi, e una politica davvero planetaria?
Speriamo che le cose possano essere il più graduali e il meno dolorose possibile.
Ma intanto che fare?
Forse l’unica cosa realistica da fare consiste nel lavorare come se fossimo già dopo la fine, come se la cata-strophé, e cioè il rivolgimento fosse già avvenuto, come se stessimo già ricostruendo un mondo ricomposto, più integrato, meno folle.
Forse è tempo ormai di partire ogni giorno dalla fine per porci al servizio del nuovo inizio.
Questo punto di vista mi ha sempre preservato dalla disperazione.
Non c’è bisogno insomma di aspettare la fine “materiale” e “visibile” di questo mondo, avvilendoci nel suo lunghissimo sfinimento. Ognuno di noi può già da ora tentare di vivere a partire dalla sua fine, e cioè dalla negazione di tutti gli inganni e di tutte le mistificazioni su cui è costruito.
Ma poi in definitiva l’annuncio cristiano non è proprio questo?
“Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete a questa bella notizia” (Marco 1,15).
La persona che aderisce al Cristo, Uomo-Nuovo post-storico, non vive già da ora a partire dalla fine della storia, come ci ha nuovamente insegnato nel XX secolo Bultmann?
E non dovremmo, proprio adesso che la storia stessa ci mostra i segni della fine di un ciclo immane, riscoprire la potenza dell’azione messianica, e cioè dell’azione appunto di chi sa fare della fine un luogo di ricominciamento, e cioè un luogo poetico, una condizione artistica?

8 commenti »

  1. Non c’è dubbio: chiunque cerchi di vivere ad occhi aperti il proprio tempo, scrutandone tra le pieghe ogni risvolto nella speranza di individuare una possibile dimensione più umanamente sostenibile, non può fare a meno di paventare scenari apocalittici.
    La nostra specie ha “bruciato le tappe” più in fretta di qualsiasi altra precedente forma vivente, complice il linguaggio ed -aggiungerei e sottolineerei- una sfrenata attitudine predatoria.
    Secondo gli evoluzionisti l’ Homo Sapiens ha praticamente consumato ogni sua ragione di permanere.
    (se può interessare:http://galassiamalinconica.blogspot.com/2010/09/parlo-dunque-mi-estinguo.html)
    Ce n’ è davvero abbastanza per lasciarsi soverchiare dall’ angoscia (non a sproposito parli di “disperazione”), ma non tanto per il dispiacere -un po’ vile, tutto sommato- di perdere noi stessi materialmente e fisicamente, quanto per il sentimento dello sciupio scellerato che abbiamo saputo fare di potenzialità sublimi, che pur avevamo in dotazione.
    Come dire: che peccato, uomini e donne, umani…, che peccato…
    Non conosco le teorie di Bultmann, ma quel “ricominciare” senza aspettare la fine, può essere letto liberamente in senso laico e più ampiamente filosofico, magari rispolverando le lettere che l’ ex-usuraio Seneca indirizzò figurativamente al suo Lucilio, insegnandogli l’ immenso valore della virtù.

    Commento di Morena M. — novembre 26, 2010 @ 7:13 pm | Replica

  2. Ripartire prima di avere toccato il fondo: non so se sia l’annuncio cristiano, ma mi sembra una cosa fattibile. Anche se non sono sicura che incomba la catastrofe. Il mondo è sempre più complicato, se sia più folle però non lo so. Non li vedo questi bei tempi andati, voltandomi indietro anche di secoli e millenni.
    Marco Guzzi, favoloso. Lo ascoltavo sempre alla radio (radio2), con Maurizio Ciampa, ottimo anche lui.

    Commento di diana — novembre 27, 2010 @ 8:51 pm | Replica

  3. Uomo-Nuovo post-storico??????????????????????????????

    Commento di lycopodium — novembre 28, 2010 @ 8:17 am | Replica

  4. Guzzi è ottimo poeta, per quel poco che ne capisco. Meno mi convince come filosofo: se la fine è la fine della Storia non ci siamo: dare per acclarata la fine (capitalistica) della storia è piegare la testa a una manipolazione bella e buona. La fine della Storia è la fine dell’ Umanesimo, e questo sgombrerebbe totalmente il campo favorendo lo scorrimento assoluto e orizzontale delle merci e dei denari, il modello unico della società di mercato, movimento che ha trovato ostacolo, oggi superato, nei fondamenti umanistici verticali e comunitari delle società, religiosi e filosofici che fossero. E’ dei fondamenti umanistici di cui si vuole la fine. Tutta la disgustosa “filosofia” post-moderna va in questo senso, nel senso dello sradicamento che viene offerto come opportunità universalistica,mentre non lo è affatto, e non vorrei che questo coincidesse con “la politica planetaria” di cui parla Guzzi. So bene che Guzzi, in compagnia del teologo Ratzinger (di cui ho buona considerazione, specifico), non vorrebbe che il suo discorso andasse così letto, ma l’ integrazione tra le grandi narrazioni cristiana e illuminista pone questo pericolo: l’eccessivo peso dato all’ accertamento del soggetto morale atomizzato ma coscienzioso. Così peraltro non si affronta il problema principale: alle grandi narrazioni (cioè la forma in cui le razionali elaborazioni filosofiche, teologiche e artistiche circa l’ unitarietà del genere umano vengono veicolate) qui da noi non si presta più ascolto.

    Commento di da — novembre 28, 2010 @ 10:52 am | Replica

  5. Piano ragazzi, mi sembra che leggete Guzzi ben oltre Guzzi.
    Quello che qui afferma (e per cui lo propongo) è la fine (per mancanza di propellente) dello slancio predatorio e universalistico dell’uomo tecnologico e del capitalismo che ne è la struttura mentale dominante. L’impossibilità di continuare a riproporre le ricette e le coordinate del mondo precedente (l’esortazione alla crescita e ai consumi) come soluzione (la malattia che si fa passare come la cura). Insomma, la fine di un mondo, di un’epoca culturale, che non coincide con la fine DEL mondo, l’Apocalisse, della quale nessuno conosce “nè il giorno nè l’ora”.
    Quanto alle grandi narrazioni, esse possono sopravvivere anche nella memoria di piccole comunità. Pensate a cosa hanno custodito e trasmesso per secoli le comunità benedettine, mentre durava la tenebra esteriore.

    Commento di vbinaghi — novembre 28, 2010 @ 11:10 am | Replica

  6. Grazie, carissimo Valter, la tua chiarificazione mi sembra perfetta.
    Ciò che sta finendo è un’epoca antropologico-culturale, e su questo punto concordano quasi tutte le menti più illuminate del XX secolo, sia laiche che cristiane.
    In questi ultimi trenta anni abbiamo perduto questa consapevolezza, e ciò aggrava la fase critica abbandonata da ogni serio tentativo di interpretazione.
    Ma anche questi tempi di vaghezze e orrori ben mascherati credo che siano agli sgoccioli…
    Marco Guzzi

    Commento di Marco Guzzi — novembre 28, 2010 @ 6:14 pm | Replica

  7. Il rapporto Eterno/tempo se rapporto è, non sembri bestemmia il paragone con il rapporto sessuale. E’ facile intravedre le varianti: dal rapporto imprescindibile, gratuito e fecondo, giù giù fino alla violenza escludente dipendente o violentante che sia. Con tutto il rispetto per l’autore, dare a Cristo l’epiteto di “Uomo-Nuovo post-storico” assomiglia troppo ad una versione edulcorata delle varianti più infime.

    Commento di lycopodium — dicembre 4, 2010 @ 5:47 pm | Replica

  8. No, se storia significa in realtà formazione, cioè prologo all’Essenza.

    Commento di vbinaghi — dicembre 4, 2010 @ 6:37 pm | Replica


RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Theme: Rubric. Blog su WordPress.com.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 39 other followers