Doctor Blue and Sister Robinia

novembre 28, 2010

CUSTODIRE LA VIA(1) IKEBANA di Gusty Herrigel

(Da: Gusty Herrigel – Lo Zen e l’arte di disporre i fiori, SE 1986)

IL MAESTRO

Come ricordo del mio venerato Maestro Bokuyo Takeda, vorrei riportare qui le sue parole e il suo insegnamento:

L’uomo e le piante mutano e periscono; soltannto il significato e l’essenza delle composizioni con fiori sono eterni.
Quando si lavora, è nel proprio intimo che va cercata la forma esteriore.
Quali che siano, i materiali utilizzati sono seconndari. Il pensiero è giusto solo se conduce a Dio; è in questo senso che bisogna celebrare il rito.
La bellezza unita alla virtù è potente.
La sola bellezza è insufficiente; essa può realizzzarsi se è associata al sentimento « giusto».
Trattare i fiori con il rispetto che meritano perrfeziona la personalità.
Governare la propria casa con serenità, padronanza di sé ed equità.
Essere sottomessi alle autorità e ai genitori. Non trascurare nulla, né in casa né sul lavoro. Coltivare l’amicizia con sincerità e devozione.

IL PRINCIPIO DELLA TRIADE

All’inizio si tratta soltanto di collocare i tre rami principali: un ramo alto, uno medio e uno basso. Le loro estremità devono formare un triangolo. E se vengono composti secondo le regole produrranno l’effetto di un ramo unico che si sviluppa in diverse direzioni per mezzo di rametti laterali. (…)
Il principio della Triaade sarà continuamente presente al suo spirito, sia che egli esegua sia che contempli. Nel loro linguagggio simbolico, i tre rami rappresentano il «Cielo », 1′« Uomo» e la «Terra ». Questo simbolismo non è solo una rappresentazione visiva. Esso esprime, nel suo principio essenziale, il ritmo eterno della forma e del contenuto, del Pieno e del Vuoto. Lo spettatore, 1′« Uomo» stesso, sta al centro del movimento ciclico, da cui può forse ricevere un riiflesso di eternità. Arricchito da questa conoscenza l’allievo può seguire l’insegnamento con la perseveranza e la pazienza necessarie. Ha imparato che l’oblio di sé conduce al grande distacco, alla grande pace, al raccoglimento interiore, alla «quiete dentro di sé ». Convinto del valore di questo attegggiamento, egli lo mantiene non solo durante gli esercizi ma anche nelle più piccole circostanze e occcupazioni della vita quotidiana. Vive in sintonia con questo Centro che l’arte dei fiori gli fa cogliere visivamente nella Triade, come simbolo della Totalità: l’« Uomo» (So) occupa la posizione intermedia tra il «Cielo» (Shin) e la «Terra» (Gyo).
Secondo il principio della Triade, la Totalità universale, sebbene nella sua essenza sia una e indivisibile, può essere triplicemente divisa: il Cielo, l’Uomo, la Terra. La concezione ternaria, che è alla base delle composizioni con fiori, ha la sua origine nel buddhismo. È un principio spirituale e, come si è già detto, ha un significato cosmico. La concezione della Triade buddhista si è estesa dall’India alla Cina e al Giappone. I sacerdoti dei tempi antichi, che hanno istituito il culto dei fiori, hanno introdotto nelle regole di quest’arte l’acccordo ternario come espressione del suo senso religioso, insieme ad altri numeri dispari più o meno significativi. Questa struttura esprime il senso profondo delle leggi che regolano l’Universo. Poiiché il numero tre è il primo numero della creazione, esso a poco a poco è diventato il termine assiale consapevole di un sistema strutturale esteso all’arte. Ci si «pone» immediatamente al centro del Ternario e d’altra parte non in quanto se stessi, essendo il cuore del fiore, il cuore dell’uomo e il cuore universale un’unica realtà. L’uomo vive in naturale comunità con la pianta e con tutto l’uniiverso. È l’intermediario tra la dimensione spirituale e quella terrestre, e il tutto forma l’indivisiibile triade nell’Unità.
Nel movimento cic1ico della Triade l’uomo sta al centro tra il Cielo e la Terra. Egli è nutrito dall’elemento sottile e sorretto dall’elemento terrestre in cui ha le proprie radici. In tal modo egli è unito al «cuore del tutto» come all’« abisso originario ». L’uomo vive nel proprio centro, che per lui è il centro del mondo e dell’universo. Come la Verità del Cielo si è incarnata nell’individuaalità a lui concessa, così la forza che fa crescere la pianta è la stessa che guida la sua mano ispirata nelle composizioni con fiori, e che scaturisce direttamente dal «cuore universale ». Nell’esercizio di quest’arte il vero discepolo non è al di fuori del mondo né se ne allontana; al contrario, egli si trova al centro del Divenire universale, in equilibrio sul proprio fondamento terrestre. Egli accetta il mondo così come si presenta, lo accoglie come destino. Vive con gioia nel mondo e non lo rinnega. Lo considera come l’ambito in cui la sua esistenza deve trovare il proprio compimento.
Essendo asimmetrico, il principio ternario permette l’azione reciproca della pienezza e del «vuoto», dello sbocciare della vita e del suo dissolversi, di tutto ciò che si lega e si scioglie: comprende il ciclo completo della creazione. Quando costruisce il proprio edificio di fiori, l’allievo riproduce sotto forma visibile e simbolica un «nuovo manifestarsi» della totalità cielo-uomo-terra; egli ricrea. Poiché partecipa a questa creazione con tutto il proprio essere, il suo piccolo « io », che è privo d’importanza nella totalità del cosmo, si annulla in essa, e lascia spazio al « non-io ». Dal suo punnto di vista, l’europeo potrebbe formulare così questo processo: una volta superato lo stadio della discriminazione, la via è aperta per l’autentico « Sé » e per l’accesso all’unità del Tutto. Da quell’istante l’allievo non deve più aderire allo schema, ed è necessario che dimentichi il principio ternario. Esso non esiste più, i punti di riferimento sulla via sono superati, si è giunti alla fonte originaria.

ARTE E SPIRITUALITA’

Un proverbio orientale dice: «Un dipinto vale millle parole ».
Nelle rappresentazioni No, o nelle antiche opeere del teatro Kabuki, le situazioni più importanti e più significative non sono tradotte in parole ma in silenzi, e l’artista, con una mimica estremamennte sobria e concentrata, sa esprimere ogni sfumatura dell’azione senza parole.
Nel tiro con l’arco il bersaglio dell’arciere è il «Nulla vuoto ». La traiettoria della freccia è una tensione estrema nell’estremo distacco. Essere vuoto significa essere una cosa sola con il Tutto.
Lo haiku, notevole per l’estrema sobrietà della sua espressione verbale, lascia al silenzio eloquente il compito di dire tutto, tacendolo.
La calligrafia giapponese esige espressamente un gioco combinato di bianchi e di neri. I caratteeri dipinti a china ricevono il loro significato più completo dall’ampiezza e dalla collocazione degli spazi bianchi.
Questi spazi vuoti esprimono la « forma di ciò che non ha forma».
Ciò spiega il significato di espressioni come «Contenuto del vuoto », «figura dell’invisibile ».
La Stanza del tè porta il nome significativo di « Soggiorno del vuoto »: solo il vuoto, lo spazio che contiene ogni cosa offre la possibilità di sprofondare muovendosi in esso.
Ma non si tratta solo di evitare tutto ciò che può distrarre lo spirito o impedire la concentrazione. In questo modo si vuole ricordare il significato originario della composizione con fiori, che era prima di tutto una cerimonia religiosa. Da ciò deriva anche la rigorosa osservanza della pulizia e dell’ordine. In origine, il locale riservato alle composizioni era sacro. Questa concezione si è conservata fino ai giorni nostri: dal momento in cui è destinato alle composizioni con fiori concepite nello «spirito autentico », questo locale, per modesto e semplice che sia, diventa in qualche modo un luogo consacrato.

IL CUORE DEI FIORI

Sin dall’inizio il principiante è invitato a meditare sul «cuore dei fiori »; dapprima per cogliere la natura del fiore nella sua autenticità, e poi per trovare e vivere in se stesso la semplicità e la natuuralezza del proprio cuore. Egli deve risplendere come il « cuore del fiore» e come questo deve effondersi, rimanendo contemporaneamente immerso in se stesso, nella propria gioia. L’allievo allora divide con gli altri, generosamente e spontaneamente, ciò che gli ispira il cuore del fiore e ciò che ritrova nel suo stesso cuore. Una corrente d’amore si manifesta così in un fluire e in un rifluire perpetuo, dal cuore del fiore al cuore dell’uomo e al cuore del tutto. Un’atmosfera sacra e indicibile regna nel luogo in cui Maestro e allievi lavorano in comunità di spirito. Le opere fioriscono in essa nelllo splendore della Quiete eterna.
Il «cuore del fiore» conduce direttamente al «cuore del tutto », ai rapporti umani. In realtà, tutto ha la stessa importanza, tutto ha lo stesso diritto all’esistenza. Nell’ambito della vita non ci sono aspetti privilegiati, né limiti precisi, sempre che non si voglia considerare l’uomo un essere a parte, come se fosse il re della creazione. Per il giapponese l’insieme di tutte le esistenze costituisce un’unità indivisibile, poiché esse emanano da un’unica fonte. Quando distingue la pianta dall’animale, ed entrambi dall’uomo, egli non stabilisce una scala di valori, come se un essere fosse più in alto dell’altro, più importante o più prezioso rispetto all’esistenza e ai suoi scopi. Un fiore o un ramoscello fiorito può riflettere l’essenza della vita con più purezza di un uomo che ha la pretesa di essere una creatura eccezionale.
Sarebbe dunque errato credere che per imparaare l’arte dei fiori sia sufficiente trattare le piante con delicatezza e limitarsi a tollerare gli animali vivendo in pace con loro; ugualmente, non sarebbbe meno sbagliato coltivare in prevalenza i rapporti umani, considerando le piante e gli animali come creature secondarie, più o meno piacevoli, che « anche» esistono, ma niente di più. Secondo un simile punto di vista, queste creature potrebbero scomparire senza provocare alcuna perdita nella sfera dell’esistenza umana! Fiori per ornare i giarrdini, animali allo zoo: questi rapporti di estraneiità bastano per l’uomo che crede di aver di meglio da fare! Ma in realtà l’attenzione che si riserva ai fiori ha la stessa importanza di quella che si dona alla vita e alla sua ricchezza, l’intimità con l’uomo o con l’animale ha la stessa importanza di quella con i fiori. Nell’arte dei fiori il principiante non deve specializzarsi trascurando tutto ciò che non è fiore, ma assumere tutto in se stesso.
È bene che il bambino apprenda presto a famiiliarizzarsi con la vita dalle piante. Il fiore è spesso la prima «creatura vivente» del mondo vegetale che viene ad arricchire il suo piccolo mondo. Dal momento in cui una pianta può essere affidata a un bambino, le cure che egli le prodiga risvegliano in lui il senso di protezione e di responsabilità. Cuurare una pianta, spiarne la crescita impone al bambino il compito di vegliare teneramente su di essa. Legami sensibili si creano istintivamente tra la vita umana e l’esistenza naturale. Osservare la crescita e lo sbocciare di un fiore è un arricchimento della vita affettiva. Questa comprensione, attraverrso la partecipazione, in seguito può estendersi agli animali, alla natura, all’intera esistenza.
Osservando la germinazione e il divenire nella natura si rende possibile un ritorno su se stessi e sulla propria «crescita» nell’ambito del proprio compito. La vita della pianta riguarda ognuno di noi. La presenza dei fiori nobilita e vivifica l’atmosfera. Sembra che al cospetto della loro bellezza l’uomo non possa agire bassamente, e che il rispettto che ha verso di loro nobiliti la sua natura. È certo che una semplice composizione di fiori su una tavola accogliente contribuisce a formare l’animo del bambino diversamente dai pasti consumaati in un ambiente tetro. Se è naturalmente sensibile, il bambino può sentirsi riconoscente per il beneficio della loro presenza.
Offrire fiori a un malato significa donargli la speranza della guarigione. Sulla tomba di una persona cara i fiori simboleggiano il ciclo eterno di « morte e rinascita»; essi parlano di consolazione e di speranza.
Ovunque i fiori lasciano la loro impronta sovrana; essi ci parlano come se la loro vita fosse legaata alla nostra. Nell’ufficio più desolato, dei fiori sul tavolo da lavoro possono donarci miracolosamente serenità e restituirci a noi stessi malgrado la stanchezza.
E anche il linguaggio popolare afferma che « dire qualcosa con i fiori non può mai ferire ».
Ricordiamo infine che spesso le giovani donne sono paragonate ai fiori. Tutto ciò indica che esiistono relazioni e reciprocità di influssi tra uomo, pianta e universo.
Di conseguenza, se cammina deciso sulla «via dei fiori », all’allievo appare chiaramente, fin dalll’inizio, che il modo di procedere è unico. Egli è così preservato dalla tentazione di aggrapparsi alll’aspetto esteriore e tangibile della sua attività.
Sulle prime il silenzioso immergersi in se stesso gli permette di affrontare il lavoro in condizioni di distensione e di raccoglimento. Egli sperimenta l’azione benefica di questo tipo di esercizio, adatto a conferire un’espressione sincera alla sua opera. Dal centro della sua essenza e della sua visioone interiore la via conduce direttamente e armoniosamente verso il mondo esterno. Egli guarda incantato la bellezza delle piante che ha davanti, e si immerge nella contemplazione del prodigio di questa vita naturale. Unito all’Essere universale, conngiunto alla Totalità del cosmo, egli crea una forma generata dal Centro del proprio essere.
Con questo stato d’animo egli colloca nel vaso, secondo il loro significato simbolico, il ramo delll’«Uomo» tra il « Cielo» e la « Terra ». La volta del Cielo (la Verità) è tesa al di sopra dell’Uomo e la Terra è ai suoi piedi. Intimamenre unito al principio della Triade che rappresenta la Totaalità universale, l’allievo cerca di conformarsi alla «Verità del Cielo» attraverso la sincerità e di adempiere all’esistenza terrena attraverso l’amore compassionevole.
A poco a poco l’allievo comprende sempre meglio che quest’arte implica compiti di vasta portaata. Gli impegni esterni corrispondono al lavoro interiore, essi si condizionano reciprocamente. Egli sa per esperienza quanto la concentrazione inteeriore sia importante per l’opera: senza pace, senza calma, senza distacco da sé non c’è serenità né libertà reale, e la « via dei fiori» rimane chiusa e inaccessibile.
Lo schema che all’inizio gli stava davanti come un enigma, non gli appare più come una semplice figura divisa in tre parti. Molte volte egli ne ha riprodotto la forma visibile traendo ispirazione dalla sua bellezza. Ma già allora non era più una semplice costruzione formale; essa si era interiorizzata. L’allievo è divenuto consapevole del principio cosmico immanente allo schema e delle sue connessioni profonde.
È possibile che inizialmente l’allievo abbia considerato il proprio compito sotto un duplice aspettto prima di riuscire a realizzarne l’unicità. Da una parte, nel lavoro egli avrà sviluppato la calma, la pazienza, la perseveranza. Dall’altra, avrà cercato di trasfondere il più possibile queste qualità nella vita pratica. Così egli non è più fermo lungo il cammino, ma sviluppa le diverse potenzialità priima di trovare la giusta via. Mentre l’allievo conferiva nuova vita ai fiori realizzando composizioni ogni volta diverse, la forma andava delineandosi dentro di lui spontaneamente. Gli effetti reciproci dei suoi sforzi si manifestano in tutto il suo esseere come un completamento, secondo il significato della dottrina originaria. Egli vive in accordo armonioso con se stesso, con il mondo che lo circonda e con l’universo. È sorretto contemporaneamente dal Cielo e dalla Terra. Non è più senza «patria », senza meta, lacerato, incerto del proprio scopo. L’unità della sua essenza si è realizzata. Ma la via naturale conduce ancora al di là della manipolazione simbolica delle piante, dell’acqua vivificatrice, della forma minerale. L’allievo non procede lungo la «via dei fiori» soltanto durante gli esercizi. Quel momento di vita creativa è sempre presente, l’ispirazione è sempre viva in lui. Egli può procedere per tutta la vita su questa via che gli apre incessantemente nuove prospettive e nuove possiibilità. Così si chiarisce il senso di questa frase: si cammina per questa via «come se non si camminasse », cioè la via e l’allievo sono una cosa sola.

UNA MISTICA DELL’AGIRE

Malgrado la delicatezza del materiale, in origine quest’arte era praticata da uomini particolarmente virili. Assorto nell’Unità dei fiori, lo Spirito del Samurai conquistava la concentrazione necessaria per assumere le decisioni supreme.
Si può immaginare quale forza d’animo straordinaria, quale padronanza interiore possedesse un feudatario che, mentre il palazzo già subiva l’assalto del nemico, riusciva a mantenere la calma, la concentrazione e l’imperturbabilità necessarie per disporre fiori. Questo atto, inevitabilmente estremo, è colmo di una profonda serenità. Non pretende di avere un significato particolare, ma ha il segno del destino accettato, della vita nobile e distaccata, dell’arte senza artificio – così come la intende anche 1′« autentico» ardere.
Il feudatario non è un cavaliere soltanto agli occchi del mondo, egli è vincitore dentro di sé rispettto a un nemico che non ha potere su di lui. Egli è imperturbabile nella vita così come resta impassibile di fronte alla morte. L’essere nasce dal Centro che sostiene il Cielo e la Terra e che riposa su entrambi.
Ancora oggi donne e fanciulle coltivano quest’arte cavalleresca e «delicata ». Come si potrebbbe immaginare una casa giapponese senza questa nicchia rialzata, dove ogni ciclo stagionale è simboleggiato da una composizione particolare in arrmonia anche con il rotolo dipinto appeso alla paarete? Secondo la circostanza o la stagione, la scellta ha il compito di favorire la concentrazione o di ispirare serenità.
Entrare nella «via dei fiori» può rappresentare una conversione radicale nella vita di un individuo. L’atteggiamento fermo, o addirittura inflesssibile, che egli mantiene sia in sé che nel rapporto con i fiori, a volte si esprime nel modo più diiscreto. La giovane giapponese, delicata come un fiore di mimosa, nella cerchia della propria famiglia testimonia un’abnegazione, una forza d’animo o addirittura un eroismo che sono la regola stessa della sua vita.

ORIENTE E OCCIDENTE

Esaminando l’« insegnamento autentico» si può ‘comprendere con estrema chiarezza la concezione della libertà propria dell’Oriente. Per libertà interiore in Oriente s’intende un’accettazione volontaria di norme che hanno valore di leggi cosmiche. Rispettandole, l’uomo si inserisce nella concatenazione dei rapporti universali. Lo schema ternario che è alla base delle composizioni con fiori non rappresenta altro, in effetti, che il principio dell’universo. Conformandosi con la massima naturalezza a questo schema, l’artista acquisisce la capacità di manifestare pienamente la sua forza creaativa. E può in tal caso fondarsi su di essa per ediificare secondo lo schema proposto un’opera vivente. Ma non si tratta di un’imitazione metodica dello schema, né di una malintesa originalità che porterebbe a poco a poco, quasi impercettibilmennte, su una cattiva strada: entrambe, infatti, sono una deviazione dall’« insegnamento autentico» e una violazione dello spirito dell’arte dei fiori.
Come ho già sottolineato più volte, dall’allievo si esigono disciplina interiore, docilità e attitudiine all’abnegazione. Il Maestro attribuisce sempre, e a priori, la più grande importanza a questa disciiplina rigorosa e a queste qualità che devono connnaturarsi sempre più alla personalità dell’allievo. Ai suoi occhi esse hanno più valore dell’abilità manuale o del buon gusto.
Se la rinuncia a sé e la facoltà di accedere al principio spirituale dell’universo e della vita sono per l’orientale il valore supremo, e se egli vede in questo atteggiamento il senso profondo della vita religiosa, ciò non significa che un’opera creata con tale atteggiamento debba essere completamente immpersonale. Neppure l’orientale può evitare che la sua opera rechi qualche indizio della sua natura – annch’essa appartiene all’opera – ma la sua individualiità non deve imporsi allo spirito della composizione; essa, invece, deve essere completamente assorbita dalla composizione stessa. Ciò significa che l’artista non deve cercare volontariamente di dare una nota personale alla propria opera, poiché tale nota saarebbe giustificata soltanto se trasparisse senza premeditazione e se compenetrasse intimamente l’unità dell’insieme; in questo caso potrebbe anche aveere un significato profondo.
Anche se in misura più modesta, la concezione artistica che si viene delineando nella composizione con fiori è propria a tutte le arti orientali, e soprattutto a quelle che subiscono l’influsso del buddhismo Zen. Esse si basano tutte, in definitiva, sul superamento della dualità e sull’abolizione dellle tendenze oggettive dell’Io, sullo «spirito» e sulla facoltà dell’uomo di immergersi in se stesso nella concentrazione fervida, e di vivere contemporaneamente nel mondo con lo stesso atteggiamento distaccato che ha acquisito nell’esercizio dell’arte.
Ma in qualunque modo cerchi di penetrare la vita spirituale dell’Oriente, l’occidentale incontra alcune difficoltà. Egli è quasi sempre portato a voler comprendere razionalmente ciò che è al di là di questo tipo di comprensione, ciò che è colto direttamente dall’orientale come una realtà assoluuta e indiscutibile. Le difficoltà sono anche aggravate dal fatto che l’orientale non avverte quasi mai la necessità di offrire, riguardo alla sua esperienza, chiari menti che si prestino all’argomentazione. Di conseguenza, c’è spesso una differenza considerevole tra ciò che egli esprime con parole e ciò che vive nella realtà. Per lo più egli si limita a semmplici allusioni, a metafore oppure a paradossi.

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