Doctor Blue and Sister Robinia

novembre 30, 2010

CUSTODIRE LA VIA(2) LA STANZA DEL TE’ di Okakura Kakuzo

(Da: Okakura Kakuzo, Il libro del tè, SugarCo 1978)

L’ospite si avvicina silenziosamente al santuario, e, se è un samurai, lascerà la sua spada appesa ai ganci del tetto, perché la Stanza del Tè è la vera Casa della Pace. Poi, curvandosi profondamente, l’ospite si introduce all’interno attraverso la piccola porta, che è alta non più di novanta centimetri. Questa moda di enntrare valeva per tutti, per i grandi come per i piccoli, conteneva infatti un precetto di comune umiltà, Dopo aver stabilita, durante una sosta sotto il portico, l’ordine di precedenza gli ospiti entrano in silenzio l’uno dopo l’altro nella Stanza del Tè e, dopo aver reso omaggio alla pittura e alla composizione floreale del takonoma occupano i loro posti. Il Maestro non entra nella stanza se non dopo che tutti gli ospiti sono seduti ai loro posti. Nella stanza regna un profondo silenzio, rotto soltanto dalla musica dell’acqua che bolle nella teiera di ferro. La teiera canta delicatamente, poiché si sono disposti sul fondo dei pezzi di ferro che producono una loro melodia in cui si può trovare l’eco, attutita dalle nuvole, di una lontana cascata o di un mare che in lontananza si rompe sugli scogli, o anche di un temporale che si abbatte su di una foresta di bambù o, infine, il sospiro dei pini su di una lontana collina.
Anche in pieno giorno nella Stanza del Tè, la luce è sempre soffusa, paiché gli spioventi del tetto lasciano a malapena penetrare pochi raggi di sole. Ogni cosa è delicata nel colore, dal pavimento al soffitto; anche gli invitati hanno scelto con cura le loro vesti, optando per le tinte più discrete. La patina del tempo ricopre ogni oggetto, poiché in questo luogo non è ammesso niente di nuovo all’infuori del lungo cucchiaio di bambù ed all’asciugatoio di tela che deve essere nuovo e di un candore immacolato. Ogni utensile deve essere lindo e pulito per quanto vecchio esso sia. Anche l’angolo della Stanza del Tè più remoto non deve conoscere il benché minimo strato di polvere, poiché se così non fosse il padrone di casa non potrebbe ritenersi un Maestro del Tè, che deve possedere came principali qualità, quella di scopare, pulire e lavare da se stesso la Stanza. Anche pulire e spolverare è un’arte. Un antico oggetto di metallo non deve venire lucidato sconsideratamente, con l’energia che vi impiegherebbe una massaia olandese. Su di un vaso da fiori le gocce d’acqua non devono venire asciugate ma lasciate, cosicché possano richiamare la rugiada e la freschezza.
A questo proposito c’è una storia di Rikyu che evidenzia molto bene il pensiero dei Maestri del Tè riguardo alla pulizia. Rikyu un giorno stava osservando suo figlio Sho-an che scopava e innaffiava il sentiero del giardino.
« Non è ancora pulito », disse Rikyu quando Sho-an finì il suo lavaro e gli ordinò di cominciare di nuovo. Dopo un’ora di lavoro il giavane disse al padre:
« Padre, non ho più niente da fare. Ho lavato i gradini tre volte, ho versato l’acqua sulle lanterne di pietra e sugli alberi; muschio e lichene scintillano di un fresco verde. Non ho lasciato in terra né una foglia, né un ramoscello ».
«Giovane scriteriato! », esclamò il Maestro del Tè, « non è così che si scopa un sentiero »,e Rikyu scese nel giardino, scosse un albero e sparse per terra le faglie d’oro e porpora, lembi del manto di broccato autunnale! Quello che Rikyu voleva non era solo ordine e pulizia ma anche bellezza e naturalezza.

L’espressione «Dimora della Fantasia» comporta una struttura destinata a soddisfare le esigenze e le tendenze artistiche personali. La Stanza del Tè è fatta per i Maestri e non viceversa. La Stanza non è destinata al futuro e quindi effimera. L’idea che ognuno debba avere la sua casa personale risale ad una tra le più antiche usanze giapponesi, a quella credenza Shinto che esige l’abbandona di una casa dopo la morte del sua proprietario. Non è da escludere che questo costume abbia avuto origine da ragioni di carattere igienico. Secondo un’altra antica usanza ogni coppia di giovani sposi deve passedere una casa nuova e questo spiega anche l’antica abitudine di trasferire le capitali imperiali da una località all’altra. Anche la ricostruzione, che si rinnova ogni vent’anni, del tempio di Ise, santuario supremo della Dea del Sole, è una sopravvivenza di riti vecchi di molti secali. Questi antichi costumi nan potevano venire osservati se non ricarrendo ad una forma architettonica che è quella del nostro sistema di costruziani lignee, facile ad essere edificato e altrettanto facile ad essere demolito. Un modo di costruziane più duratura, comprendente l’uso di pietra e mattoni, avrebbe rese impossibili queste antiche migrazioni, cosa che in effetti avvenne quando, dapo il periodo Nara, adottammo le più solide e massicce costruzioni lignee della Cina.
Verso il quindicesimo secolo, grazie alla diffusione dell’individualismo Zen, l’antica idea della Stanza del Tè acquista un più profondo significato. Lo Zen, in accordo con la teoria buddista del dissolvimento e con il sua sforzo di conseguire la padronanza dello spirito sulla materia, considerò la casa niente più che un rifugio temporaneo per il corpo. E la stesso organismo era considerato solo una capanna in mezzo alla solitudine, un fragile riparo costruito con gli arbusti che crescevano a portata di mano e che non appena si allentavano i loro legami si dissolvevano nel nulla originario. Così nella Stanza del Tè, la fugacità delle cose si trova suggerita dal tetto di paglia, dalla fragilità delle esili colonne, dalla leggerezza delle travi di bambù, dalla lora apparente noncuranza e dall’impiego di materiali comuni. Il concetto dell’eternità risiede unicamente nello spirito, che incarnandasi in queste semplici case, le abbellisce della luce che emana dalla sua raffinatezza.
La prescrizione che la Stanza del Tè debba essere costruita per adattarsi al gusto individuale, rafforza il principio della vitalità dell’arte, la quale per esprimere tutto il suo valore, deve essere fedele allo spirito del suo tempo. Non si tratta di menomare i diritti del passato, ma di fare in modo che si possano godere quelli del presente. Né si tratta di disprezzare le creazioni del passato, ma piuttosto di cercare di assimilarle nella nostra stessa coscienza. Un conformismo servile nei confronti delle tradiziani e delle formule ostacola l’espressiane dell’individualità in architettura e non può essere che deplorata la fredda imitazione degli edifici europei che si vede in Giappone. È una cosa stupefacente che nelle nazioni occidentali più progredite l’architettura sia del tutto priva di originalità, e casì ingombra di ripetiziani di stili sorpassati. Può darsi che, nell’attesa di qualche sovrano fondatore di nuove dinastie, l’arte attraversi un perioda di democratizzazione. Vorrei che noi amassimo maggiormente gli antichi, ma che li copiassimo di meno. Si è detto che i greci dell’epoca classica furono un grande popolo perché non copiarono mai dagli antichi.
L’altro nome che viene dato alla Stanza del Tè, «Dimora del Vuoto », oltre a includere il concetto taoista dello spazio che comprende ogni cosa, implica anche il concetto del continuo cambiamento dei motivi decorativi: la Stanza del Tè è completamente vuota, lo ripeto, all’infuori di quello che vi può essere portato per un periodo temporaneo e per rispondere a qualche fantasia estetica. Vi si porta a volte un oggetto di un particolare interesse artistico e si sceglie e si dispone ogni altra cosa in modo da far valere la bellezza del tema principale. Come non si possano ascoltare oontemporaneamente diversi brani musicali, così si può comprendere il bello unicamente quando ci si concentra su di un motivo particolare. Came si può vedere il sistema di decorazione delle nostre Stanze del Tè è nettamente diverso da quello usato in occidente dove spesso si trasformano in piccoli musei gli interni delle case. Ad un giapponese, abituato alla semplioità ornamentale e ai frequenti cambiamenti dell’arredo, un interno occidentale pieno zeppo di quadri, sculture e antichità di ogni epoca sembra una volgare ostentazione di opulenza. La comprensione artistica di un capolavoro già richiede di per sé una notevole sensibilità artistica, ma quanto deve essere elevata la capacità di comprensione artistica di caloro che vivono quotidianamente immersi in una incredibile confusione di cose e colori, una situazione così frequente nelle case europee ed americane….
Il termine «Dimora dell’Asimmetria» simboleggia infine un’altra fase del nostro sistema decorativo. I critici occidentali hanno scritto molti volumi sulla mancanza di simmetria che caratterizza gli oggetti dell’arte giappoanese. Ma anche la mancanza di simmetria è una consapevole conseguenza degli ideali taoisti giunti a noi tramite lo Zen. Il confucianesimo, con la sua solida idea del dualismo e il buddismo del nord con il suo culto ternario, non erano affatto contrari alla simmetria. Se prendiamo in esame i bronzi dell’antica civiltà cinese e l’arte religiosa della dinastia Tang e del periodo Nara, vi scopriremo una cura costante di ricerca di simmetria. La decorazione dei nostri interni classici è decisamente regolare. La concezione taoista e Zen della perfezione era invece del tutto diversa. La natura dinamica della loro filosofia attribuiva una maggiore importanza al modo con cui si ricerca la perfezione che non alla perfezione stessa. Solo chi ha mentalmente reso completo quello che è incompleto può scoprire la vera bellezza. La forza della vita e dell’arte risiedono nelle rispettive possibilità di sviluppo. Nella Stanza del Tè, ciascun invitato può, secondo il suo gusto personale, completare mentalmente l’effetto di tutto l’insieme. Da quando lo Zen ha impregnato di sé l’intera culltura giapponese, l’arte estremo-orientale ha deliberatamente scelto di non essere simmetrica, perché nella simmmetria vedeva espressa non solo l’idea del campleto ma anche quella della ripetizione. L’uniformità del disegno venne considerata negativa per la freschezza dell’immaginazione. Questo spiega come i paesaggi, gli uccelli, i fiori divennero i soggetti preferiti dalla pittura giapponese, a scapito della figura umana che è già presente nella persona di chi osserva. Noi uomini ci mettiamo fin troppo in evidenza e, nonostante tutta la vanità dell’essere umano, prendere sempre in esame noi stessi diventa con il trascorrere del tempo qualcosa di estremamente monotono.
Nella Stanza del Tè è continuamente presente il timore di ripetersi. I diversi oggetti che ne fanno parte devono essere scelti in modo che non vi si ripeta né un colore né un disegno: se ci si mette un fiore, allora non ci deve essere nessun dipinto a sfondo floreale. Se viene usata una teiera rotonda, il recipiente che contiene l’acqua deve essere angolare. Non si deve mai accostare una tazza di smalto nero a una scatola di lacca nera. Se si colloca un vaso sul portaincensi del tokonoma, non lo si deve mai deporre nel centro, affinché lo spazio non venga diviso in due parti uguali. Il pilastro del tokonoma dovrà essere di un legno diverso da quello degli altri perché l’insieme della stanza non risulti monotono.
Questo metodo di decorazione interiore giapponese si differenzia da quello in voga in occidente, dove vediamo oggetti disposti simmetricamente sulle mensole dei camini e in altri luoghi della casa. Nelle dimore occidentali ci troviamo spesso di fronte a una inutile ripetizione di motivi. A noi riesce difficile, per esempio, parlare con una persona il cui ritratto, magari in grandezza naturale, ci osserva da dietro le sue spalle. Ci chiediamo quale sia la persona reale: quella raffigurata nel ritratto o il nostro interlocutore? E proviamo la strana sensazione che uno dei due debba essere finto. Quante volte ci siamo trovati a tavola, costretti a contemplare, non senza pericolo per la nostra digestione, delle raffigurazioni con cui in occidente si decorano le pareti delle sale da pranzo. Quale scopo hanno questi quadri che illustrano scene di caccia e di sport, e le rappresentazioni di pesci e di frutta? E tutte queste esibizioni di argenterie di famiglia, che ci rimandano col pensiero a tutti coloro che hanno pranzato a quella tavola e che ora sono morti?
La semplicità della Stanza del Tè e la capacità che essa ha di fungere da luogo in cui ci si può astrarre dalle preoccupazioni quotidiane, la rendono un ottimo rifugio contro tutti i drammi del mondo esterno. Soltanto nella Stanza del Tè ci si può consacrare all’adorazione della bellezza, senza timore di essere disturbati. Nel sedicesimo secolo la Stanza del Tè offrì ai guerrieri e agli Statisti, che lavoravano per l’unificazione e per la ricostruzione del Giappone, un gradito riposo dalle loro fatiche. Nel diciassettesimo secolo, con l’istaurazione del severo formalismo dei Tokugawa, essa costituì l’unica possibilità di libera comunione per le anime elette. Di fronte alla bellezza di un’autentica opera d’arte scompare ogni differenza tra il daimyo, il samurai e l’uomo del popolo. Oggi il processo di industrializzazione rende sempre più difficile la pratica del bello e del raffinato. Oggi più che mai sentiamo il bisogno della Stanza del Tè. (1906)

3 commenti »

  1. il mio babbo quando andava fuori tornava sempre in casa con qualche pianta. ricordo le appoggiava sulla tavola per sistemarle e faceva sudicio, mia nonna si lamentava. era roba di scarpata, frasche, anche pruni. poi le metteva nei vasi. aveva raggiunto una capacità di composizione che si ammirava in silenzio, mi sembra che non ne abbiamo mai parlato. avevano un che di perfetto. che poi più che la composzione erano le piante in sè che da lì si apprezzavano in tutto il loroarcano matematico. una delle cose più belle che ricordo di lui fu proprio un semplice ramo di rosa canina quasi secco,che usciva dalla curva del vaso e si espandeva in tutto il corridoio . ieri sera prima di entrare in casa ho strappato tre rami di erbaccia verde e li ho sistemati nel vaso sulla madia, non saprei dire erano forti, interagivano con la geometria con lo spazio fisico era come se le pareti e gli spigoli andessero verso le foglie.come anch’io con un po’ d’ipocrisia

    ciao,k.

    ciao,k.

    Commento di k. — dicembre 2, 2010 @ 8:51 pm | Replica

  2. Bello, K. Anche noi, qua in casa, si fanno cose pure coi rami secchi, dipinti.
    E’ Roberta, la graziosa.

    Commento di vbinaghi — dicembre 2, 2010 @ 9:53 pm | Replica

  3. …. e pensa se anche i gatti, riottosi, loro malgrado, non avessero imparato la nostra educazione per la nostra tana. Piume di piccione, fili sgualciti, pezzi di guscio,,, composizioni selvagge incomprensibili agli umani corrotti.

    Ciao

    Commento di aiace — dicembre 3, 2010 @ 12:30 am | Replica


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