Siccome sognare non è vietato, me lo auguro senza Berlusconi, mercati delle vacche e missioni di pace.
dicembre 31, 2010
dicembre 30, 2010
dicembre 29, 2010
Finalmente tradotto – L’ANTICRISTO di Joseph Roth
Tra le iniziative editoriali veramente meritevoli del 2010 c’è la prima traduzione italiana di questo libro magnifico, visionario e scomodissimo del grande scrittore ebreo, autore di romanzi come “La marcia di Radetzky”, “Giobbe” e “La leggenda del santo bevitore”. La traduzione è di Cristina Guarnieri per Editori Riuniti. Una recensione del libro da parte di Claudio Magris qui. Per capire perchè non è mai stato tradotto prima d’ora, nel paese più ideologizzato d’Europa, basta leggerlo.
La Russia sovietica
In fondo, tra ciò che costituisce la fortuna prevedibile dell’uomo e ciò che costituisce la sua fortuna imprevedibile vi è un ampio spazio che non si può riempire con norme ragionevoli. Siamo fatti di carne e spirito. Se un gatto è soddisfatto per aver mangiato solo latte e burro, un uomo non è ancora soddisfatto quando ha mangiato e bevuto. Anche dopo avergli dato libri, dopo avergli mostrato il teatro e dopo aver soddisfatto la sua curiosità per le conoscenze terrene, arriverebbe poi un momento in cui domanderebbe, come il bambino che non ha mai smesso di essere: «Perché, perché?».
E non esiste risposta a tutte le sue domande. Nemmeno quando chiede: «Padre, perché mi hai abbandonato?».
Prima il popolo era stato tenuto nella cecità. Ma in quel paese tutti pensavano che queste domande sarebbero cessate, se solo vi fosse stata una risposta sufficiente alle domande cui si poteva almeno temporaneamente rispondere.
E si cominciarono a sottoporre agli abitanti dei paese tutte le domande che trovavano temporaneamente risposta, anche quando loro stessi non avevano voglia di porre domande simili.
Insegnarono così agli uomini a porre domande: ma solo le domande per cui già si aveva in anticipo una risposta.
Invece le domande a cui non si riusciva a rispondere furono lasciate senza risposta, anche se erano state poste.
Poiché il popolo di questo paese era credente per natura e poiché per lunghi anni prima della rivoluzione era stato tenuto nell’ignoranza e nella cecità con la stessa violenza con cui, dopo la rivoluzione, si cominciò a costringerlo al sapere e alla cultura, furono superati anche i miracoli soprannaturali a cui era abituato a credere attraverso i cosiddetti miracoli naturali.
Gli uomini di lì erano come bambini. Li si poteva persuadere che i santi del cielo si prendevano cura di una mucca malata e di un vitello paralizzato.
Si andò ora dalle bestie malate con dei veterinari, per dimostrare che un veterinario qualsiasi riusciva a fare più di un santo.
Nelle parti meridionali di questo grande paese, nei villlaggi, la gente credeva, per esempio, che fosse il santo Elia a fare tuono, fulmine e pioggia. E quando i campi avevano bisogno di un temporale, le persone pregavano sant’Elia.
Nel giorno di festa di questo santo i detentori del potere, che avevano spazzato il cielo svuotandolo, decisero di diimostrare alle persone dei villaggi che nessun santo faceva temporali. Così vennero degli esperti nei villaggi, proprio quel giorno, con grandi macchinari. E mostrarono alla gente in che modo il tuono, il fulmine e il temporale nascono secondo le leggi della fisica.
Poiché ora le persone povere vedevano che erano gli uomini a fare i temporali con delle macchine, smisero di credere (certo non tutti in una volta) nel potere del santo Elia.
Ma in compenso le persone cominciarono a credere nel potere delle macchine e nel potere soprannaturale degli uomini. E poiché era un’ estate secca e i campi avevano bisogno di un temporale, i contadini pretesero dagli uomini colti un vero e proprio temporale.
«Queste macchine sono troppo piccole per tutti questi campi» dissero gli uomini colti. Le persone avrebbero solo dovuto aspettare fino a quando le grandi macchine fossero state costruite.
Questa risposta, o questa scusa, fu così scaltra che mi venne voglia di parlare con uomini così arguti.
Dissi loro che dovevano pur ammettere di aver mentito.
«Certo che abbiamo mentito!» risposero. «Perché dobbiamo far passare ai contadini la voglia di Elia anche a costo della menzogna. Dal santo Elia allo zar, infatti, c’è solo un passo». Allora chiesi loro cosa credevano, dunque: era stato lo zar a sostenere il santo o il santo lo zar? E perché poi non era possibile capire una macchina e venerare anche un santo? Forse che i santi erano nemici della fisica? Non sapevano dunque che è nella natura dell’uomo sostituire ogni santo che gli è stato tolto con uno nuovo? E se poi la cosiddetta fede cieca nel santo avesse meno valore della fede cieca in un uomo?
Ma essi non volevano una fede cieca, dissero poi gli uomini colti.
«C’è però qualcosa di peggio» dissi loro, «ed è il sapere cieco. Noi abbiamo solo due occhi per vedere. Ma nel mondo c’è così tanto da vedere che dovremmo avere miigliaia di occhi. E con questi due miseri occhi non siamo in grado di scorgere tutte queste cose. E perciò non possiamo neanche dire di sapere tutto né siamo in grado di insegnare tutto come grandi maestri. E così come è falso chiudere volontariamente gli occhi per non vedere più nulla, è altretttanto falso ritenerli onnivedenti. Nessuno di noi ha visto il santo Elia. Ma non sappiamo se non lo abbiamo visto perché non esiste oppure perché non riusciamo a vederlo».
I signori risero e dissero che avevano altre preoccupazioni rispetto alle mie. E che avrebbero voluto conversare di nuovo con me solo quando si fossero liberati dalle altre preoccupazioni.
Poiché però le mie preoccupazioni in fondo erano uguali a quelle dei contadini, adesso so che i signori non pensavano in modo coerente. E anche che è più facile connvincere i creduloni con una macchina ragionevole che diisputare con i credenti. (…)
(continua…)
dicembre 28, 2010
PESSIMI SEGNALI
E’ il titolo di un bel romanzo di qualche anno fa, di Enzo Fileno Carabba. Lo prendo a prestito per dire che sono abbastanza preoccupato da alcuni fenomeni editoriali del 2010. In primis il perdurante scadimento della letteratura al femminile. Non è solo il cattivo gusto che ripropone per l’ennesima volta versioni fumettistiche o addirittura grandguignolesche della sessualità (di gente come la Santacroce o Melissa P non ci sbarazzeremo facilmente, ma anche i pipparoli de sinistra hanno bisogno del conquibus)…
…e nemmeno il “caso letterario” creato ad arte su scrittura inconsistente e autrice di bella presenza (che va a ritirare il premio Strega con un gran decolleté e si attira i complimenti bavosi del sempre viscido Vespa). Le redazioni editoriali devono pur darsi una ragione di esistere, e portare profitti al manager di turno – la ricetta è sempre quella: nichilismo e/o fica, da cinquant’anni a questa parte.
Donne che scrivono come Dio comanda ce n’è, per fortuna, anche se spesso devono accontentarsi di una visibilità ridotta all’interno della piccola editoria.
La letteratura “di genere” giallo-noir campa bene e spesso si avvale di scritture pregevoli, anche se il pubblico è quello che è: una volta c’erano i belli dei fotoromanzi, adesso è il commissario spettinato che accende i sogni delle sartine mentre l’autore compare qua e là a benedire kermesse gastronomiche o festival della degustazione vinicola affollati da buona borghesia provinciale. Ma va benissimo, anche la moglie del commercialista ha diritto al suo Chandler in sedicesimo.
La cosa più preoccupante è il lento scivolamento della letteratura nel cabaret. Lo scrittore talentuoso che ormai pensa non tanto a costruire una storia per rappresentare il mondo, ma una voce narrante mostruosamente simpatica per intrattenere la platea. Un chiacchiericcio continuo e infarcito di boutades, appena più colto (ma sintatticamente omologo) di quello cui ci hanno abituato i cabarettisti di Zelig (l’ultima cosa di sinistra che è rimasta in questo paese). Così, a furia di fare caricature e motteggiamenti di quello che è già fasullo di suo, questa gente spiega il monito platonico a non imitare l’imitazione, e non riuscendo più a farci pensare, riuscirà a farci morire dal ridere sul Titanic lanciato a gran velocità verso il cozzo.
Eccoli qua: il primo sono riuscito a finirlo.
Il secondo l’ho lasciato a metà.
A dispetto delle intenzioni, vedere i due gruppi editoriali distintisi storicamente per impegno e qualità letteraria giocarsi una stagione su due libri così, mi ha messo addosso una gran tristezza.
dicembre 26, 2010
IL ROMANZO DEL 2010
Il romanzo del 2010, il più bello e struggente che nello stesso tempo rivela un’arte raffinata (e la grazia dell’opera è figlia di questo connubio, diffidate dei puri orditori di trame o degli sperimentalisti ad oltranza, che sono sceneggiatori travestiti o professorini) è l’ultimo libro di uno scrittore che non scopriamo certo oggi, ma che con questo lavoro è riuscito a strapparci autentica commozione oltre che ammirazione.
Si tratta di una sorta di istruttoria intorno al mito dei Pink Floyd, composta da una miriade di testimonianze. Oltre naturalmente a quelle dei protagonisti, ci sono i molti personaggi e le comparse ma anche caratteri fantastici che si muovono intorno al cratere oscuro della follia in cui sprofondò Syd Barrett, il “pazzo diamante” fondatore e forse (questa è la tesi del libro) occulto ispiratore dell’intera parabola di quella che è forse la più importante rock band di tutti i tempi.
I Beatles? Belle canzonette, per carità.
I Rolling Stones? Blues bianco e furente, da quarant’anni a questa parte.
E’ coi Pink Floyd, i più laconici e squisitamente musicali dello scenario rock, che si vola: come Mari fa dire a uno dei personaggi, “le parole significano il mondo, la musica significa se stessa”, per questo essa sola parla il linguaggio della creazione, e ognuna delle arti in qualche modo se ne nutre.
Tessera dopo tessera, voce dopo voce, con la pazienza di un restauratore e l’esoterica cautela di un alchimista, Mari ci prende per mano e ci fa compiere un percorso a spirale, sempre più stretto, fino al centro che rimane muto e misterioso, la fonte ispiratrice della creatività del gruppo fino al momento fatale in cui un’overdose di acido lisergico (così vuole la leggenda) trasformò l’enigmatico Syd in un povero alienato goloso di dolci e incapace di maneggiare una chitarra, tanto che dovette essere sostituito dall’amico d’infanzia David Gilmour.
Ma non è forse vero che fin dalla più remota antichità solo la vittima sacrificale garantisce, nei rituali di costruzione, la saldezza dell’edificio (emblematica in questo senso la citazione dell’antropologo Frazer a pag. 64)?
Ecco allora che, al di là della vulgata che vuole Roger Waters e David Gilmour proseguire cinicamente la carriera di rock star lasciandosi alle spalle la larva dell’infelice compagno, sono proprio loro due a preservare ferocemente non tanto la sua memoria, ma il segreto canale di comunicazione che li unisce a lui, il custode della visione che continua ad alimentare quella musica.
Zigzagando abilissimamente tra biografia e invenzione, Mari ci consegna uno splendido esempio di apologia che anzichè risultare de-mitizzante non fa che amplificare la dimensione mitica, regalandoci insieme una lezione di stile: il segreto della forma non sta nel perimetro dei contorni, ma nel centro invisibile che la genera.
Infine, inutile fingere di aver letto questo libro come un lettore qualsiasi legge un romanzo qualsiasi. Nel ’78, a 21 anni, ho curato il primo libro pubblicato in Italia sui Pink Floyd e l’incantamento che mi aveva preso da allora non mi ha mai più lasciato. Ho letto il libro di Mari riascoltando dopo mesi che non lo facevo uno a uno tutti gli album della band, fino agli ultimi della straziante separazione tra Waters e Gilmour che ha posto fine per sempre all’avventura (almeno al suo lato visibile), e ricordandomi di aver sempre evitato di rispondere all’immancabile quesito dei fans:
“Ma tu con chi stai, con Roger o Dave?”
Dopo “Rosso Floyd”, la risposta diventa ineludibile.
Roger, maledizione. Sto anch’io con Roger, Mari.
Sei contento?
dicembre 25, 2010
IL SERMONE DI NATALE del Beato Giovanni Taulero (1300-1361)
“ Un bimbo è nato in noi, un figlio ci è stato dato” (Is 9,6)
Questa predica sulla triplice nascita di Dio insegna come dobbiamo raccogliere le tre forze della nostra anima e rinunziare alla nostra volontà.
In questo giorno la santa cristianità celebra una triplice nascita, in cui ogni cristiano dovrebbe ricevere immensa gioia e giubilo interiore.
E un uomo che non sperimentasse nulla in sé dovrebbe spaventarsi.
La prima e più sublime nascita avviene nel momento in cui il Padre celeste genera il Figlio unigenito nell’essenza divina e nella distinzione della persona. La seconda nascita, che oggi viene appunto celebrata, è la vergine e pura fecondità materna.
La terza nascita avviene quando Dio nasce, in modo vero e spirituale, ogni giorno ed ogni ora nell’anima buona.
Leggi l’intero sermone sul blog di Gianfranco Bertagni
dicembre 23, 2010
L’ORA TREMENDA DEL NATALE di Marco Guzzi
In questo clima un po’ melenso, frenetico, falso, angosciante, e rumoroso che avvolge come sempre i giorni prima del Natale, dimentichiamo che questo evento accade nel momento più buio dell’anno e della notte, quando la natura sembra morta, le foglie marciscono per terra, i rami si anneriscono ghiacciati, e una coltre di gelo paralizza le radici e spesso stritola i cuori.
Le sdolcinature cristiane degli ultimi secoli hanno aperto le strade ai Natale-panettoni, dove la bontà fa rima con pubblicità, e significa zamponi, porchette, e porcherie varie.
No. Il Natale, la nascita di ciò che è per davvero nuovo e forse può salvarci, lo possiamo attendere solo se in un certo senso siamo disperati, ridotti alla nostra pura nudità dolente, alla nostra fragilità umana, alla nostra impotenza.
Solo se in un certo senso tutte le nostre speranze e le nostre presunzioni soltanto umane sono state vanificate, e ci ritroviamo così, annientati, dinanzi al mistero della morte e del non senso assoluto di tutte le cose, solo allora qualcos’altro può forse sbucare dalle macerie dei nostri castelli di sabbia.
Ecco perché il Natale di Gesù non lo riconobbe quasi nessuno: non certo i buontemponi di Gerusalemme o di Roma, impicciati nei loro intrighi politici, accecati dalle loro brame di potere e di possesso, e rincitrulliti nei loro banchetti; né i sacerdoti di Israele, troppo occupati a scartabellare le Sacre Scritture per accorgersi che il Messia nasceva proprio in quel momento, rovesciando tutte le loro illusioni di conoscenza, e tutte le loro millenarie ipocrisie.
Solo i pastori avvertirono il soffio angelico della Novità, e i Magi, gli astrologi, coloro cioè che sapevano stare all’aperto, e sapevano ancora comprendere i disegni stellari nel Cielo.
La Nascita di una vera novità è cioè un evento estremo, che si offre soltanto a quanto di estremo c’è in noi, alla nostra follia, alla nostra ebbrezza, alla nostra mente visionaria, alla nostra sofferenza che non trova più alcun sollievo o ragione, al nostro bisogno straziante di salvezza, di pienezza, di eternità, di pace.
Il resto è bestemmia, è bigiotteria.
Il Natale insomma è una buona notizia soltanto per i morti di fame, per i pazzi, per i perduti, per le afflitte e le abbandonate, per gli emarginati e gli esclusi, i poveracci, i tapini, i santi, e gli illuminati di tutti i tempi.
Ma è una pessima notizia per tutto ciò che in noi è soddisfatto di sé, per tutti i nostri sepolcri imbiancati, che sia di biacca cristianeggiante o di vernice mondana cambia poco. Per tutto ciò il Natale è semplicemente l’annuncio di una prossima e ineluttabile distruzione: il Re ormai è nato, Ulisse è tornato, e dunque i proci-usurpatori hanno il destino segnato, le ore contate, ognuno riceverà in base a ciò che avrà creato, otterrà gli effetti di ciò in cui avrà creduto e per cui avrà vissuto, fino all’ultimo spicciolo.
Il Natale è infatti l’inizio di un Giudizio finale, non ce lo scordiamo.
Senza questo elemento, senza questa attesa di un Giudizio definitivo, senza questa speranza che alla fine la verità trionferà e la menzogna precipiterà nelle sue tenebre, il Natale diventa una festa per collaborazionisti, la festa di Erode e di Caifa, di Pilato e di Giuda, non certo il compleanno di Gesù, il quale, parlando di sé come della pietra scartata dai costruttori e divenuta pietra angolare, ha detto: “Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e a chi cadrà addosso, lo stritolerà”. (Luca 20,18)
No. La nostra speranza è certa.
Tutto ciò che non impara adesso a nascere, ad essere Nascente col Nascente, verrà distrutto dal fuoco stesso della vita, dalla potenza travolgente di un dono, che, rifiutato, si trasforma in una terribile sberla controvento:
l’Onda della Pentecoste è insomma uno Tsunami per questo mondo di menzogna.
Anche se ancora non vogliamo capirlo, nonostante l’evidenza apocalittica quotidiana, anche se ancora non vogliamo stare col Nascente, preferendo la nostra rovina alla dolce via della costante conversione e del ritorno.
Ma i tempi della negazione, i tempi dell’uomo che non celebra affatto il Natale, ma il Mortale, e cioè la propria morte e il trionfo finale del nulla, sembrano esaurirsi in un gorgo accelerato che si avvolge in se stesso ormai alla velocità della luce.
Ecco perché forse la Nascita dell’Uomo-Dio, sottratto per sempre al dominio della morte, può raggiungere in modo nuovo proprio noi, abitanti della più estrema notte occidentale, noi che siamo i più ottenebrati, i più disperati, i più dispersi, i più vili, i più sbalorditi, a condizione però che riusciamo a fare di questa nostra disperazione non più un movente per ulteriori alienazioni o isolamenti, ma un luogo di pura attesa, di pura preghiera, di abbandono incondizionato.
Allora, finalmente nudi e poveri, e quindi veri, senza più maschere oscene o difese grossolane, potremo sperimentare che per davvero il solstizio d’inverno è l’inizio della crescita della luce del Sole, e che la nostra più cupa disperazione può divenire il luogo del rigoglio del Dio che viene, se solo ci concediamo di crederlo.
dicembre 22, 2010
IL COLLASSO EUROPEO di Franco Berardi Bifo
(Da: Alfabeta2)
Il progetto europeo sta attraversando la sua crisi più profonda. La causa di questa crisi è il collasso finanziario iniziato nel settembre del 2008, ma la tragedia che ne è seguita in Europa sembra inarrestabile. Dichiarata l’emergenza dopo la crisi greca di primavera, si è costituito di fatto un direttorio politico-finanziario che si ispira rigidamente ai princìpi del monetarismo neoliberista – i princìpi che hanno portato all’esplodere della crisi attuale. Il direttorio Trichet-Sarkozy-Merkel sta imponendo ai governi nazionali politiche di riduzione della spesa pubblica e del costo del lavoro il cui effetto imminente sembra essere la deflazione e una recessione di lungo periodo.
Per salvare il sistema finanziario le risorse vengono dirottate dalle strutture sociali verso il sistema bancario, e questo comporta il taglio della spesa sociale, la riduzione dei salari, la precarizzazione del lavoro. La competizione con i paesi di nuovo sviluppo, si dice, richiede l’abrogazione di fatto dell’eredità su cui riposa la modernità europea: la tradizione umanistica, illuminista, socialista e democratica che fino a pochi anni fa costituiva l’orizzonte insostituibile del discorso ufficiale europeo.
In nome di una nuova necessità, inevitabile come un evento della natura, si impongono regole il cui effetto non può che essere la devastazione della civiltà sociale europea. Chi non accetta le regole della nuova necessità sarà fuori del gioco, mentre coloro che vogliono rimanere nel gioco devono accettare ogni punizione, ogni rinuncia ogni sofferenza che la nuova necessità richiede. Ma cos’è la nuova necessità, e perché mai dovremmo subirla?
Inquietante è il silenzio con cui assistono a questo processo l’opinione pubblica e l’intellettualità europea – ammesso che esistano ancora. Intellettuali come Habermas, Derrida e molti altri, negli anni scorsi affermavano la necessità di un’unità politica del continente, perché l’unione non fosse unicamente una potenza finanziaria. Quel loro auspicio sembra oggi realizzato, ma in maniera amaramente paradossale. L’unità politica è finalmente realizzata, ma la sua funzione è unicamente affermare il primato assoluto del finanziario, il dominio degli interessi delle banche e delle corporazioni sulla democrazia, sul Parlamento europeo e sui Parlamenti nazionali.
In un’intervista a Massimo Giannini, uscita sulla «Repubblica» di qualche settimana fa, il ministro Tremonti aveva dichiarato che è inutile accalorarsi tanto su quello che accade a Roma, dal momento che le decisioni essenziali ormai non si prendono più lì, ma in sedi europee totalmente sottratte alla discussione parlamentare. In Italia ci si appassiona (si fa per dire) alla crisi terminale del regime berlusconiano. Ma è davvero Berlusconi il problema? O la devastazione della civiltà sociale è iscritta nelle regole imposte dall’interesse della classe finanziaria globale che ha fatto dell’Unione europea il suo strumento più rigido e distruttivo?
dicembre 21, 2010
LA SCUOLA: UNA VACCA DA MUNGERE di Roberta Borsani
(Già postato su: La fata centenaria)
Il professor Balzanelli se n’è stato tranquillo in questi mesi. Ha lavorato sulle classi concentrando la sua attenzione su alcuni ragazzi che sembrano già destinati all’insuccesso. Ragazzi apparentemente sprovvisti di tutto quello che a scuola è importante. Lui non è pedagogista ma ci vuole provare lo stesso.
Il suo preside però ultimamente lo ha annoverato tra i docenti “lazzaroni”. Non così esplicitamente ma il senso era questo. Balzanelli si è rifiutato di sottostare ai vuoti imperativi della presunta nuova didattica prevista dal riordino, in cui ha intravisto le ragioni di un nuovo business. Di una speculazione bella e buona, dove ad arricchirsi saranno le solite iene già use ad aggirarsi intorno alla carogna del pubbblico spolpandola via via.
Ma in primo luogo il prof. Balzanelli è esasperato dall’insulso nominalismo che ha sconvolto la scuola negli ultimi quindici anni. La Gelmini è solo l’ultima, la meno consapevole, povera stella (che in Parlamento, premendo il pulsante sbagliato, ha pure votato contro la sua riforma!).
Ora, ha detto il preside in collegio, va la didattica delle competenze: basta con la didattica dei contenuti, roba per matusa. E poi ha anche aggiunto che per capire la didattica delle competenze (una cosa difficilissima visto che nessuno la sa spiegare) bisognerà rivolgersi a qualche agenzia formativa operante sul territorio nazionale. Il prof. Balzanelli non è un astuto però non è nemmeno un cretino e ha capito al volo. Ancora una volta nella scuola statale, cui si tolgono continuamente finanziamenti, si sente odore di business. Agenzie formative pagate forniranno aggiornamenti e manderanno operatori che di didattica non sanno niente però sono stati addestrati a dare qualche spiegazione, buona per intrattenere una platea di docenti giusto un paio d’ore. Il corso ne durerà trenta, magari cinquanta, e di incontro in incontro sarà tutto un precipitare nella tiritera del già detto.
Che la scuola pubblica sia ancora, e anzi quasi solo per la nostra classe dirigente, una vacca da mungere (ma adesso alla grande, in maniera sistematica e professionale) si è capito dalle lavagne multimediali che l’anno scorso sono arrivate a pioggia nelle scuole del regno. Non le sa usare nessuno e nessuno ne ha mai sentito l’esigenza, ma non c’è problema, perché ci sarà un corso di aggiornamento. E chi paga, lo Stato? Chi ci guadagna? Non è dato sapere. Docenti e studenti devono soltanto gioire per avere una lavagna multimediale a scuola e trotterellare felici verso il progresso. Che una lavagna multimediale costi tre-quattro mesi di stipendio di un docente di sostegno è un pensiero che non sfiora la mente del ministro.
Ma questo è ancora niente. Quello che veramente ha tolto il sonno al nostro professore è che dietro la didattica delle competenze, al nominalismo didattico, alla preponderanza data alla tecnologia nel rapporto educativo, c’è la distruzione non della scuola pubblica ma soprattutto dell’uomo. Il rapporto educativo è infatti un rapporto complesso e personale in cui due tu giocano la loro partita e vince chi cresce. Tale rapporto ha senso solamente se mantiene la sua interezza, il suo “slancio”, e ha una gestalt che nessuno dovrebbe permettersi di spezzare in minuscoli segmenti. Come si fa a parlare di competenze contro i contenuti? ovvero di contenuti senza competenze? Al professore sembra assurdo.
Mettiamo il caso della programmazione di italiano. Perseguendo le competenze indispensabili alla lettura e alla corretta interpretazione di un testo molti docenti hanno ridotto la scelta del testo da sottoporre agli studenti nonché la sua intepretazione a criteri puramente formali, stilistici o grammaticali. Ed ecco le unità didattiche dedicate unicamente al tema della coesione e alla ricerca dei connettivi, oppure al discorso indiretto libero ecc… Sai che rottura di palle un’ora sui connettivi di un testo magari anche poco interessante (dal momento che è stato selezionato per i connettivi e non per i contenuti!). A questo punto, per motivare gli studenti scazzatissimi non c’è che una cosa da fare: distribuire voti altissimi. Dieci a chi riconosce correttamente i connettivi temporali (dopo, ora, domani…) e logici (perché, di conseguenza ecc). Dieci per non essere mandati a quel paese.
I colleghi hanno lasciato il professore Balzanelli solo con la sua battaglia, che del resto molto probabilmente non capiscono. Fuori nevicava, è quasi Natale, ci sono i regali da comprare. Forse non a caso il preside ha scelto proprio quel collegio per la sua proposta. E pare che alla fine abbia detto, davanti ai solo 11 oppositori, “Qui si vede chi ha voglia di lavorare e chi no”, dando loro implicitamente dei lazzaroni. Ora, il professor Balzanelli da quindici giorni lavora solo per la scuola, compreso il sabato pomeriggio. Potrebbe fare nomi e cognomi di tanti che hanno votato a favore e sono noti per tenersi le verifiche anche un mese prima di restituirle corrette. Colleghi usi a bivaccare sulla stessa pagina per tanto tempo, per non preparare materiale nuovo, per non affrontare argomenti che richiederebbero studio e impegno. Ma il lazzarone è lui.
Non si farà abbattere, questo è certo, di quanto sia ostinato abbiamo già detto. “Farai l’angolo che sporge, alla Claudio Lolli?” le chiede ridendo la moglie Domitilla. Certo che sì, fa segno lui. E non importa se la macchina non si fermerà. Lui sarà il piccolo Ludd di un sistema perverso. Perché in fondo è cominciato tutto da lì. Dalla frantumazione del lavoro e dalla sua riduzione a merce, passando poi attraverso la catena di montaggio, la spersonalizzazione del lavoro e la riduzione della formazione professionale ad addestramento. Quello che si pretende dalla scuola, infatti, è che formi tanti lavoratori soldato, flessibili e indifferenti alle grandi questioni etiche che il lavoro pone. Il Parlamento del resto in questi giorni ci ha dato un bel quadro di flessibilità. Una flessibilità tutta italiana, infarcita di corruzione, furberia, accomodantismo e viltà. Viltà davanti al potere, come quella dei presidi che ora vanno dicendo ai docenti che non c’è via d’uscita: o mangi la minestra o salti la finestra. Che si perde il treno dell’Europa. Quindici anni fa D’Alema e Confindustria ci hanno convinto della stessa cosa: o flessibilità o morte. Abbiamo avuto la flessibilità tutta italiana: non “perdo il lavoro e ne trovo un altro” ma “perdo il lavoro e basta”. Chissà poi cosa sta succedendo in altri paesi. A giudicare dalle proteste mi pare che non stiano bene nemmeno lì. E qualcuno mi ha riferito che nei paesi in cui il nominalismo didattico ha trionfato i ragazzi sono sempre più ignoranti.
Chissà che fine faranno le “finalità educative” (l’unica espressione che in questi ultimi vent’anni il professore ha sentito amica, forse per quell’accento sulla “a”, che prolungando dà il senso di un’apertura, un ponte verso l’altro: l’elan vital dell’insegnante) si domanda il professore, rigirandosi nel letto accanto alla consorte che sbuffa infastidita. Magari le delegheranno ad altri esperti. Gente che non ha mai insegnato, ma ha fatto un master alla Bocconi sul comportamentismo e la pragmatica della comunicazione. Gente ben organizzata in agenzie di formazione, vicine all’una o all’altra corrente politica. A questo o a quel ministro. E chi lo sa, magari un giorno il servizio potrebbe fornirlo il Cepu stesso. Domitilla cara, come si fa dormire?
dicembre 20, 2010
I CUSTODI DEL TALISMANO – L’INCIPIT
(Da: I custodi del Talismano, SottoVoce 2010)
TRE GIORNI A SAMAIN (196 a. C.)
Questi druidi professano che le anime sono imperiture e così anche il mondo, ma che, tuttavia, un giorno regneranno solo il fuoco e l’acqua
Strabone
I
Stamani la valle è un soffice letto di nuvole che inizia già qui, dietro la capanna, e inghiotte tutto quanto è vita e colore fino al cielo. Solo qualche cima aguzza d’abete sporge dalla coltre vaporosa. Niente montagne, lassù: il mondo intero è nascosto dalla sostanza impalpabile eppure gonfia d’acqua. Non piove più, ma questo scampolo di prato che resta visibile è schiacciato come dopo il passaggio di una mandria, i piedi affondano nella terra inzuppata.
Il cane mi ha sentito e si affaccia dalla sua cuccia, improvvisata da Herno sotto un mucchio di tegoli. Il muso nero punta la foresta, poi si abbassa desolato: piste deserte d’animali, selvaggina rintanata, niente caccia oggi. Mi viene appresso scodinzolando e si prepara al pasto più domestico.
Anche il villaggio là sotto è nascosto dalle nuvole, ma non c’è bisogno di vedere per sapere cosa fanno i bravi Insubri, che temono i sentieri e la roccia quando non si vede a cento passi. La scusa degli spiriti è buona per restare sulla paglia, a tastare i fianchi delle donne. Si svegliano protestando, si fingono imbronciate ma non par gli vero di aprire le gambe al mattino: di solito li accolgono la sera, sfatti dai campi e dalla birra, e poi se li devono togliere di dosso mezzi addormentati.
E dunque, godete quel po’ di pace che gli spiriti vi hanno concesso stamani, voi che avete gran cura del villaggio e temete i sospiri del bosco. Per noi qui, io e il ragazzo, che non abbiamo donne e con gli spiriti siamo in credito, c’è da lavorare. Chi ha la dispensa piena oggi riposi, ché alla casa propria ha già pensato. Ma noi quassù non possiamo riposare: siamo all’erta per il mondo, il mondo teme offese e ci si affida. È per il mondo che viviamo la passione del mondo separati dal mondo.
Mi curvo sul suo pagliericcio e resto a guardare per un lungo istante, senza decidermi a svegliarlo. Dalle pellicce scomposte spunta un braccio nudo, il collo di un cigno. Non si alza ancora dal giaciglio il tanfo dell’animale adulto: la sua pelle ha un vago odore acidulo, come di latte cagliato.
«Herno, destati, avanti».
«Sì, maestro».
Scosta le pelli e si alza, un virgulto di quercia dritto davanti a me, senza vergogna. Del resto io non sono un compagno di cui debba temere gli appetiti. La carne giovane e i suoi lunghi capelli non hanno alcun potere sui miei sensi, da quando ha cominciato a crescere in me il male oscuro che mi rode, come una pietra che grava ogni giorno di più sulla groppa e, rallentando i miei passi, affretta i tempi della sua istruzione.
Tempo, tempo! Ognuno vorrebbe più tempo, eppure l’Opera degna di questo nome trova sempre da sé il tempo che le occorre.
Infatti, più veloce dei pensieri del vecchio, il ragazzo è già di ritorno coi calzari ai piedi, la giubba di cuoio, i capelli raccolti e il bastone, il volto sgombro dei sogni della notte e degli indugi dell’alba.
«Samain è vicino, mancano appena tre giorni. Per allora dovrai apprendere molto da me, prima che gli dei finiscano ciò che ho cominciato».
Conosce il posto, mi precede. Le sue gambe nervose scattano in avanti, e comincia a macinare il sentiero in salita, scansando i ciottoli più aguzzi. La testa alta, affonda nella foschia come un falco, giovane signore delle brume e degli ontani. Solo adesso, tenendogli dietro a fatica, mi accorgo di quanto sia ormai sano e forte il ragazzo. Grazie a me non conosce il lavoro dei campi, che fa più massicce le spalle e le cosce ma, chino sul solco, disperde nell’uomo l’antica sapienza degli odori e fiacca l’amore per l’altezza. Così pure ignora il vino, la rissa, la donna e l’offerta disperata del cuore al piacere che stordisce.
Lui saprà tutto questo, come io lo seppi, e vi troverà la povera gioia che ognuno vi trova, ma non riuscirà a sostarvi. Perché nel suo cuore il lamento del mondo offeso risuona potente, e l’appello del Dio. Passerà dove tutti quanti passano, ma non potrà sostare.
È il destino dei custodi del Talismano, il nostro destino.
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dicembre 19, 2010
IL SENSO DI UN PERCORSO di V. Binaghi
Io come narratore
Dopo più di dieci anni di attività e nove pubblicazioni di opere narrative (per non contare i racconti, presenti in diverse antologie), sento il bisogno di chiarire a me stesso e a chi mi segue il senso di un percorso in questo ambito.
La prima cosa da spiegare sarebbe il motivo per cui uno che ha studiato filosofia e di professione la insegna da quasi trent’anni, non ha mai pubblicato uno scritto in materia e si è dato invece alla narrativa. La ragione di questo è filosofica, più che letteraria. Intendo dire che la letteratura, o meglio il “fare letteratura” non è mai stata e nemmeno adesso è la mia vocazione. La mia intenzione è sempre stata quella di contribuire all’intelligenza del reale più che alla sua rappresentazione, e in effetti dai venti ai quarant’anni ho letto e studiato prevalentemente opere filosofiche e saggistica, snobbando i romanzieri ad eccezione di Dostoevskij. Il fatto è che, nel momento in cui ho cercato di inserirmi nel discorso filosofico contemporaneo, vi ho trovato una pochezza filosofica disarmante. I maitre a penser degli ultimi vent’anni, vale a dire i vari Derrida, Lyotard, o Severino e Agamben per dire anche degli italiani, con la loro enfasi retorica che svolge infinite circonlocuzioni intorno a un’idea guida che poi si rivela poco più di una fortunata metafora, mi sono sembrati stanchi epigoni della sofistica di un’età di crisi più che filosofi in senso proprio – nel migliore dei casi, poeti mancati. Ne ho tratto la conclusione che, dato che non si può scegliere il tempo in cui nascere, mi è toccato vivere in un’epoca molto simile all’atene di Pericle, quando la retorica dei Protagora e dei Gorgia aveva sostituito la filosofia e l’alienazione del linguaggio dal pensiero dava origini a superfetazioni logorroiche tendenzialmente autoreferenziali, in cui il potere seduttivo della parola metteva in ombra e lasciava senza mezzi la capacità rivelatrice dell’intuizione, costretta ad affidarsi al simbolo artistico. E infatti, se si dovesse cercare la più alta espressione del genio greco e insieme la dolorosa consapevolezza della crisi di quella civiltà la si dovrebbe chiedere a poeti tragici come Sofocle più che a spacciatori di parole come i sofisti, i quali oggi starebbero benissimo in quelle ridicolissime rassegne che vanno sotto il nome di “Festival della filosofia” e simili.
Così, ho provato a costruire delle allegorie di questa crisi di civiltà, scegliendo la forma del romanzo che corrisponde meglio al mio gusto per la composizione corale e – ciò che per me è irrinunciabile – garantisce l’ampiezza di un orizzonte storico. Per quanto nella costruzione dei protagonisti io abbia attinto a elementi biografici, ho scarsissimo interesse per l’autobiografismo di molta narrativa contemporanea, e credo che il minimalismo sia solo il grado zero della narrazione. E’ vero che nessuno può rappresentare il mondo se non a partire da una consapevolezza propria e in ultima analisi dalla propria nudità corporea, ma questo è il punto di partenza, non il punto di arrivo della rappresentazione simbolica, che diventa tale solo se la voce narrante trascende la propria singolarità e assume il rischio di una condizione epocale, tendendo al “tipo” che è la versione artistica dell’universale.
Il primo romanzo, L’ultimo gioco, fu scritto a quattro mani con Edoardo Zambon, e nacque quasi come un passatempo tra noi due, a margine di un lavoro più faticato e serioso in cui eravamo impegnati, per diventare un romanzo magmatico e indefinibile, la scorribanda di alcuni “eroi per caso” tra i sogni e gli incubi di fine millennio.
Robinia Blues utilizza la figura (usata e abusata in letteratura) del reduce, ossia di colui che torna ai luoghi dell’infanzia dopo lungo tempo, e si misura con il tradimento degli ideali giovanili e con lo scempio della terra. La brughiera ticinese, teatro delle scorribande infantili negli anni Sessanta, ripercorsa con l’occhio disincantato di un quarantenne, alla ricerca del colpevole di un omicidio: Dino, l’eroe della banda di ragazzi di un tempo, morto forse per essere stato troppo fedele a se stesso, per non aver saputo uscire dalla nebulose del mito e prendere il suo umile posto nella storia.
Nel mio secondo romanzo, La porta degli Innocenti, mi sono misurato con l’attuale giovane generazione, quella che si ritrova i videogiochi e Internet come strumento primario di approccio al reale. Nella vicenda di un gruppo di ragazzi che credono di agire un gioco di ruolo e invece diventano complici di uno psicopatico omicida, ho adombrato le angosce collettive circa una condizione (quella post-moderna) in cui il problema fondamentale dell’umanità sembra essere non più quello di cavalcare le forze della natura, ma quello di salvare un principio di realtà nel delirio delle apparenze.
I tre giorni all’Inferno di Enrico Bonetti, cronista padano, è l’opera di maggiore impegno, l’affresco sociale di massima ampiezza, in cui la globalizzazione diventa il contesto per comprendere la radice comune di tutto il crimine intramondano, nell’unica forma narrativa che abbia le categorie per farlo, quella della teologia barocca. Questo libro mi ha procurato le più grandi soddisfazioni (è stato molto recensito, anche da critici autorevoli) ma anche le più grandi delusioni. Esso mostrava un autore a detta di molti maturo per interessare grandi editori, ma l’autore ha dovuto scoprire a sue spese che “il partito di Repubblica” (leggasi radical-chic-nichilista) sarà pure minoritario nel paese e in politica, però esercita un’egemonia praticamente assoluta nelle redazioni dei grandi gruppi editoriali. Questo naturalmente non significa che tra gli editor non ci siano persone di grande intelligenza e onestà intellettuale, che hanno creduto in me e a cui devo moltissimo (innanzitutto la decisione di continuare a scrivere): parlo di Luigi Bernardi, Giulio Mozzi e Sergio Altieri, cui va aggiunto il mio agente, Piergiorgio Nicolazzini.
A “I tre giorni…” sono seguiti tre romanzi brevi (o lunghi racconti, se preferite), che ai miei occhi compongono una sorta di trilogia e che un giorno vorrei vedere pubblicati in un unico volume, magari intitolato “Trilogia di Babele”. Si tratta di “Devoti a Babele”, “Ucciderò Mefisto” e “La sposa nera”, in cui ho provato ad esplorare i meandri più torbidi ma anche gli slanci luminosi di quella potenza divina in noi che è l’Eros. La sindrome narcisistica, l’immaginario erotico dell’adolescenza, la fedeltà e il tradimento coniugale: questi i temi, sviluppati nei tre lavori in cui l’elemento biografico è maggiormente presente eppure (per le ragioni che indicavo sopra) ugualmente inessenziale.
A questo punto si colloca una narrazione non romanzesca, ma necessaria: insieme a mio figlio Francesco, ho raccontato la vita e tradotto le canzoni di un menestrello il cui percorso umano e musicale è emblematico della mia generazione ma soprattutto presenta parallelismi troppo profondi con la mia storia personale perchè potessi ignorarli. Ne è venuto fuori Johnny Cash. The man in black.
Infine, I custodi del Talismano è stato scritto durante tre estati. Ogni estate, la vita di uno dei custodi. Libro lavoratissimo, per via dell’immersione profonda nei materiali storici e soprattutto nell’immaginario epocale che le tre ambientazioni diverse richiedevano. Meditazione sul tempo e sulla possibilità stessa di un futuro, eppure vero romanzo storico, con protagonisti votati ad esistenze avventurose: forse la più ardua delle mie scommesse.
Nel 2011 ho esordito nella saggistica con un libro scritto a quattro mani insieme a Giulio Mozzi, 10 buoni motivi per essere cattolici, Laurana Editore. Oltre che una testimonianza di fede, il libro può essere inteso come un’esplorazione dell’immaginario cattolico, di cui s’ignorano oggi molti aspetti, visto che la pubblicistica italiana preferisce concentrarsi sull’anticlericalismo di maniera.
Sempre in tema d’immaginario, ho ultimato una raccolta di saggi dal titolo Mundus Imaginalis, dedicata al valore conoscitivo dell’immaginazione creativa in genere e della narrazione in particolare. Il libro è attualmente in cerca di un editore.
Prossimamente uscirà per Newton Compton un romanzo avventuroso (il titolo è ancora da decidersi), che racconta le peripezie di un campione del poker (ho scritto il libro in collaborazione con un giocatore professionista). Altro nuovo romanzo ancora inedito è Pigra giovinezza, un romanzo sulla paternità, cioè un interno familiare con padre e figlia dove però c’è molto dell’Italia di oggi, del mondo della scuola e del disagio diffuso tra le giovani generazioni. Attualmente sto terminando un romanzo storico, ambientato nell’Italia antica (VI secolo a. C), prima dell’ascesa di Roma.
Last but not least, iniziato ma non so se e quando lo terminerò, un grande romanzo fantapolitico, che racconta di un’umanità futura costretta a una sorta di medioevo indotto dal blackout energetico. E’ un’opera di grande portata e di grande impegno, che mi deciderò a terminare se un editore affidabile se ne mostrerà interessato. L’arte è lunga, la vita è breve, non tutti i risultati valgono la fatica e, come dicevano gli antichi, “primum vivere”.
dicembre 17, 2010
FINALMENTE IN USCITA
E’ il mio libro più tormentato e, per ragioni che riguardano meno la letteratura che il messaggio che gli ho affidato, il più importante. Diciamo che se fosse l’ultimo (ma non lo è, ne ho uno in uscita nel 2011 e un altro in esame presso diversi editori), sarei comunque in pace con me stesso perchè a questo romanzo ho affidato il mio testamento spirituale.
Oggetto di difficile identificazione (infatti è quello dei miei libri che ha faticato di più a trovare una collocazione editoriale), perchè si presenta come un romanzo storico ma si svolge in tre epoche diverse, e di fatto, a lettura ultimata, ci si accorge trattarsi di una meditazione sulla storia e sul tempo, o meglio sulla speranza di salvezza che essi contengono.
La maniera più semplice per presentarlo è dire che è diviso in tre parti, ognuna delle quali racconta una vita. Vite molto avventurose, peraltro: un druido celta del II secolo a. C., un ufficiale romano dell’epoca di Giuliano l’Apostata, un monaco errante d’epoca carolingia. Quello che li unisce, è l’essere depositari di un segreto che si tramanda di mano in mano, da tempi immemorabili. Un talismano chiuso, contenente qualcosa che potrebbe salvare il mondo nel momento del pericolo estremo. Ma chi può prendersi la responsabilità di aprirlo, rischiando di disperderne la virtù salvifica in un’ora che non sia quella fatale? Il talismano continua il suo viaggio nel tempo, e viene il sospetto che proprio questo garantisca la possibilità di un futuro.
Il libro sarà più efficacemente distribuito da gennaio, ma potete già acquistarlo in rete sul sito dell’editore o su IBS.
dicembre 16, 2010
dicembre 15, 2010
LA FESTA DI NERONE di Gennaro Carotenuto
Fiducia comprata e guerriglia urbana
(Da: gennarocarotenuto.it)
E’ devastante lo spettacolo di Roma che brucia mentre la classe politica del paese è sorda e grigia come le sue aule parlamentari. Il governo che si salva con l’aiutino del CEPU/E-campus, l’esamificio online che Silvio Berlusconi ha appena ricoperto di soldi sottratti all’università pubblica, è un dettaglio che appare ancor più esemplificativo dello stato del paese di quanto non sia l’indecorosa vendita vendita dei Moffa e degli Scilipoti o la sconfitta esiziale del “grande statista” Gianfranco Fini, nulla più di un apprendista stregone. Quello del governo che si salva sull’interesse privato di chi aiuta a passare esami studiando meno possibile è il simbolo di un paese frammentato in parti sempre più inconciliabili.
La prima Italia è dunque quella irredimibile dei furbi, dei corrotti e dei mafiosi, che siedono senza vergogna in Parlamento, da Cuffaro a Dell’Utri. E’ l’Italia di Silvio Berlusconi, Massimo Calearo (il capolista veltroniano del PD in Veneto) e di Miss Cepu Catia Polidori. E’ l’Italia di quei criminali che, evadendo il fisco, hanno sottratto nel solo 2009 alla collettività nazionale 159 miliardi di Euro (+10%, grazie Tremonti!) e che invece di essere trattati come delinquenti e insultati in strada vengono considerati dritti e rispettati. Centocinquantanove miliardi… che bel paese sarebbe l’Italia se non fosse abitata da così tante metastasi umane con diritto di voto.
A questa Italia si affianca l’Italia che odia, parente stretta dell’Italia analfabeta. E’ l’Italia che crede che il lavoro ai figli lo stiano portando via gli immigrati. E’ l’Italia seduta, che si gode in diretta le vite altrui e il grande fratello, che non ha più forza se mai ne ha avuta, vecchia, che ancora crede a Fede, Vespa, Minzolini e che vota e voterà Silvio, oppure la Lega. E’ l’Italia che ha bisogno di spiegazioncine semplici, le zingare rapiscono i bambini, i negri si sa che rubano, i black bloc sfasciano e, signora mia, è tutta colpa del ‘68.
E’ l’Italia ruota di scorta dei furbi, quella dell’è tutto un magna magna e allora tanto vale Silvio, è un’Italia sordida e indifendibile nella sua cecità. E’ l’Italia cattolica e pagana allo stesso tempo. E’ l’Italia che vuol continuare a guardare dal buco della serratura le carni fresche di Ruby e di Noemi. E’ un’Italia che, pur non avendone alcuna convenienza, sta sempre dalla parte del più forte, anche perché di alternative non può vederne, un po’ per [mancanza di] cultura, un po’ per paura, un po’ perché massa di manovra malleabile al linguaggio semplificato e ripetitivo del berlusconismo.
Non può infatti essere alternativa per questa gente la terza Italia. Quella dei garantiti che non hanno bisogno di sfogare la loro rabbia contro un bancomat. E’ l’Italia più perbenista che perbene, che guarda con disprezzo Berlusconi e chi lo vota, quella dei puntini sulle “i” e della grammatica politica, quella che dice di aver orrore per la violenza e che invece alla prova del nove prova disprezzo per chi è disperato. E’ l’Italia che in fondo Marchionne ha ragione e che se la tengano ‘sta pipì gli operai. E’ l’Italia del centro-centro-centro-sinistra che ieri ha svolto il suo compitino parlamentare ed è soddisfatta da quel sei meno meno (abbiamo dimostrato che quasi ce la facevamo a farlo dimettere ma per fortuna…). E’ quella che in gioventù era incendiaria e oggi ha orrore di tutto meno che dei pompieri.
E’ l’Italia che si è integrata e ha imparato a stare al mondo con un certo stile e i fatti propri se li sistema comunque. E’ l’Italia dei Bonanno e dei Rutelli, che se osi criticarli sei “un terrorista” (bum!). E’ l’Italia di quelli per i quali lo stupro della minorenne Ruby è un fatto privato, quelli che far la legge sul conflitto d’interessi avrebbe concesso a Berlusconi di fare la vittima, quelli per i quali anche la Lega ha le sue ragioni. Ci sta dentro tutta la classe dirigente “progressista”, che si rimbocca le maniche perché “preferisco battere Berlusconi sul terreno politico” ma non lo batte mai perché in fondo Silvio B. è solo l’altra faccia della loro medaglia.
E’ l’Italia, quella di un’opposizione mai di sistema, che è complice non tanto della perpetuazione del potere berlusconiano ma soprattutto dell’esclusione dilagante della quarta. E’ l’Italia “no future” dei 600.000 cassintegrati, di interi comparti industriali finiti, dei giovani precari senza speranze, degli studenti che vedono nelle riforme gelminiane la fine del loro diritto allo studio e dei migranti senza diritti. E’ un’Italia, quella del maggior disagio, senza alcuna rappresentanza politica. Non avendola viene spinta sempre più nell’angolo. Lo dimostra la guerriglia di ieri nel centro di Roma, in gran parte fomentata dall’uso della forza pubblica manovrata da tempo dal ministro dell’Interno Roberto Maroni per costruire un nuovo nemico funzionale che rilegittimi il sistema. Tutte le altre Italie finiscono per essere sinergiche nell’incapacità che si fa indifferenza di capire come tali tre Italie, i furbi, i beoti e i garantiti, stiano conculcando la vita, i diritti, il futuro a questa quarta alla quale non lasciano altra strada che i sampietrini.
Ci sarebbe anche un’altra Italia, l’Italia migliore, l’Italia civile dei Don Ciotti, per fare un nome tra mille. Ma è un’Italia nascosta ai più, e che i più non vogliono vedere perché richiama a questi la loro cattiva coscienza. E’ un’Italia che impone di cambiare radicalmente l’esistente a partire dalle nostre vite e fare della vita stessa nuova militanza civile. Mario Monicelli continuava a chiamarla Rivoluzione, ma in un paese che affonda la Rivoluzione dei mille Don Ciotti, intransigente, onerosa, difficile, è l’unica speranza possibile.
dicembre 14, 2010
dicembre 13, 2010
LA SPOSA NERA di Valter Binaghi
Del progetto “On the road” di Senzapatria editore parla il post precedente. Questo è il mio volumetto, un lungo racconto di cinquanta pagine, che potete chiedere in libreria o direttamente a info@senzapatriaeditore.it
Ecco l’incipit.
L’ho sognata ancora, stanotte. Immobile sul suo sedile, il profilo pallido che riappare improvvisamente al termine di una galleria, lo sguardo al finestrino ma scolpito in una visione d’altrove, indifferente alla luce o al buio, alle forme sfuggenti del paesaggio che scorre via dal treno in corsa. L’ho sognata per l’ennesima volta, dopo tanti anni, e so che oggi non sarà un giorno qualsiasi. Quella presenza, che mi accudisce o mi perseguita da allora, è sempre riapparsa in circostanze non usuali, momenti topici della mia esistenza in cui si attendeva da me la decisione abissale, qualcosa di diverso dal puro e semplice calcolo delle opportunità e degli svantaggi. Lo slancio indiviso che non conosce esitazioni, la voracità ferina che ghermisce il mondo come una preda, senza preoccuparsi se ci saranno ossi da sputare. Tutto ciò che non osai quella notte, insomma. E’ per questo che torna nei miei sogni. Per scatenare in me quel languore doloroso che non potei saziare e tendermi fino allo spasimo, finchè al risveglio la risoluzione schiocchi improvvisa come una frustata.
La sposa nera, che sedette di fronte a me in quel lungo viaggio notturno in treno da Milano a Lecce (dodici ore, alla velocità di un espresso degli anni Settanta), è la persistenza del desiderio ineseguito, la fiamma che in tutti questi anni ha scaldato il mio sangue impedendomi di cedere al torpore beota della vita corrente, la puttana ingannevole con cui ho tradito le donne che mi hanno amato, e l’irreperibile santità che ho cercato in ognuna.
Aveva piedi paffuti, da contadina, calzati in sandali dal tacco troppo timido per risultare seducente. Dalle caviglie fioriva una carne soda e bianchissima, la curva sinuosa dei polpacci luccicanti di sudore in quell’estate torrida, era come quei gigli selvatici svettanti sugli sterpi che ti stupiscono nei campi, e da cui volentieri berresti rugiada.
dicembre 12, 2010
EDITORIA LOW COST: UNA VIA D’USCITA DAL GRANDE TERRORE di Mauro Baldrati
“I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori” scriveva Enrico Piscitelli su Alfabeta2.
Qualcuno ha detto loro.
Ma non solo ai librai. Quel “qualcuno” è per esempio il distributore, che valuta un autore unicamente dalla pesatura di mercato, senza avere necessariamente letto un solo rigo della sua opera. Anche ai piccoli editori capita di sottoporre un progetto editoriale al loro distributore, per sentirsi rispondere che è destinato al fallimento perché il tale autore “non vende”. Così un’opera che potrebbe essere stata generata da una rispettabile macchina di produzione di immaginario non vedrà la luce perché l’addetto al mercato decide che non possiede una serie di requisiti essenziali per renderla competitiva. Di cosa parli, con quale stile, di quale sfida letteraria sia portatrice non è importante. I requisiti richiesti sono altri.
Deleuze li avrebbe chiamati “segni mondani”, i segnali dell’opera proustiana più superficiali, più periferici e bugiardi, i segni che si sprigionano dalla dissipazione del tempo e della vita nell’inutilità dei salotti del faubourg, tra le chiacchiere di svagate principesse, generali a riposo, signore nevrotiche e innamorati respinti.
Oggi questi segni mondani – i requisiti indipendenti e indifferenti all’opera – sembrano dettare legge. Forse l’hanno sempre dettata, ma di questi tempi la situazione sta assumendo sempre più le caratteristiche di un regime di Terrore: nel 2010 le catene, gli store, hanno superato il 50 per cento del fatturato complessivo; molte librerie indipendenti sono costrette a chiudere, assorbite dalle catene (circa 150 negli ultimi due anni). Le quali, se da un lato possono permettersi sconti sui prezzi di copertina, dall’altro impongono anche l’estetica dei testi, il “genere”, le mode; si arriva al Grande Terrore durante le festività, con le vetrine occupate militarmente da pile di Ken Follett, Umberto Eco, Giorgio Faletti, Andrea De Carlo, Lars Kepler, Bruno Vespa (con la foto dell’autore sottoposta a uno straordinario intervento di chirurgia estetica con photoshop) con qualche lodevole eccezione, per esempio Nazim Hikmet che, come dice il proverbio, conferma la regola. Nel regime del Grande Terrore, che rischia di diventare entropia, coi titoli di editori minori che non vengono esposti ed escono dal giro dopo poche settimane, “hai voglia a pubblicare libri di qualità. Hai voglia a lavorare per anni a un libro, perché sia quanto di meglio il pacchetto autore-editore possa sfornare. Tutto il lavoro che c’è dietro a un libro non è minimamente premiato” scrive ancora Piscitelli.
Come uscire dal Grande Terrore? Non facciamoci illusioni. Noi, e i nostri figli, non rivedremo le grandi pianure d’Africa di nuovo popolate di elefanti, leoni, rinoceronti e gazzelle che vivono in armonia con l’ambiente. Forse però continueremo a vederli nelle riserve e nei parchi naturali. Il Grande Terrore può causare l’estinzione della letteratura perché non è detto che il bisogno ancestrale dell’uomo di produrre e godere dell’arte sia vincente sulle regole (e la mancanza di coraggio) del mercato. Si tratta dunque di creare delle riserve, dei parchi naturali, zone libere ma di qualità, difenderle e sostenerle. Fortificarle, renderle autosufficienti, come le colonie dell’antica Britannia raccontate da Jack Whyte nelle Cronache di Camelot.
Si punta sull’e-commerce, distribuzioni parallele a quelle dominate dalle majors, downloads di testi digitali. Un esperimento interessante sta nascendo da un editore di recente formazione, SenzaPatria fondato in maggio da Carlo Cannella. E’ in fase di lancio una collana denominata On the road, 24 romanzi brevi scritti da autori diversi per età, stili, contenuti, che per la loro agilità (tutti di 50-60 pagine) sono finalizzati a un concetto di movimento, di viaggio, di sosta nelle stazioni, negli aeroporti. Propongono una grafica che ricorda gli anni ’70, un disegno creato per ciascuna storia da un pittore torinese, Mario Bianco, su sfondi gialli, azzurri, rossi, tutti al costo di 5 euro. E’ un progetto alternativo di distribuzione che ricorda il do it yourself del punk e della new wave (non a caso Cannella ha cantato a lungo in due gruppi hardcore-punk), che ha alle spalle un progetto, e una ricerca di qualità dei testi e della grafica. Gli autori della collana sono: Luigi Bernardi, Ivano Bariani, Cynthia Collu, Marino Magliani, Emilia Dagmar, L.R. Carrino, Antonio Paolacci, Gianluca Morozzi, Remo Bassini, Carmen Covito, Sergio Garufi, Valter Binaghi, Nicoletta Vallorani, Antonio Pagliaro, Enrico Gregori, Alessio Arena, Barbara Garlaschelli, Enzo Fileno Carabba, Gaja Cenciarelli, Baldrus, Federica Sgaggio, Gianni Solla, Roberto Saporito, Giacomo Sartori.
Carlo Cannella illustra nell’intervista che segue il suo progetto.
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dicembre 10, 2010
IL MERCATO DELLE VACCHE
E’ di scena in parlamento, dove l’ex giacobino dipietrista si lancia al salvataggio del governo del Gran Corruttore, e i fratelli liberali di ieri si lanciano reciproche accuse di “tradimento” mentre finiscono di banchettare sul cadavere della madrepatria.
Difficile immaginare scenari più ignobili, e un maggiore discredito su istituzioni per difendere le quali una generazione di italiani ha dato la vita.
Difficile immaginare una catarsi per questo paese, che non passi per una di quelle grandi sciagure che hanno il potere di riunire gli uomini all’umano e all’essenziale. Eppure ne abbiamo avuti di terremoti e inondazioni, anche recenti, sangue e catastrofi non bastano a toccare il cuore di questa gente?
No, non ancora. Certo, se avessero figli (o tempo da dedicargli, tra un affare lercio e l’altro) e vedessero il vuoto di speranza che c’è in questa giovane generazione o la rabbia che monta (io, proprio io, che alla sua età pensavo di peggio, costretto a spiegare a mio figlio che un berlusconi in meno cambia poco, se ci sono venti milioni di babbalei disposti a vedere in un soggetto simile un salvatore della patria; e gli altri in che cosa credono? un capitalismo dal volto umano? un ossimoro, praticamente)…
Piacerebbe anche a me credere che c’è una guerra da combattere e che basti imbracciare un’arma per affrontare i malvagi. Ma non è così. L’avevo capito già nei Settanta, che ormai non è più il tempo di scontri manichei. Non ci sono buoni e cattivi a spartirsi la mela del mondo. Il nemico è dentro, il nemico è il verme che scava nella mela: ognuno purifichi sè stesso, finchè può, e che Dio ci aiuti.




















