Tra le iniziative editoriali veramente meritevoli del 2010 c’è la prima traduzione italiana di questo libro magnifico, visionario e scomodissimo del grande scrittore ebreo, autore di romanzi come “La marcia di Radetzky”, “Giobbe” e “La leggenda del santo bevitore”. La traduzione è di Cristina Guarnieri per Editori Riuniti. Una recensione del libro da parte di Claudio Magris qui. Per capire perchè non è mai stato tradotto prima d’ora, nel paese più ideologizzato d’Europa, basta leggerlo.
La Russia sovietica
In fondo, tra ciò che costituisce la fortuna prevedibile dell’uomo e ciò che costituisce la sua fortuna imprevedibile vi è un ampio spazio che non si può riempire con norme ragionevoli. Siamo fatti di carne e spirito. Se un gatto è soddisfatto per aver mangiato solo latte e burro, un uomo non è ancora soddisfatto quando ha mangiato e bevuto. Anche dopo avergli dato libri, dopo avergli mostrato il teatro e dopo aver soddisfatto la sua curiosità per le conoscenze terrene, arriverebbe poi un momento in cui domanderebbe, come il bambino che non ha mai smesso di essere: «Perché, perché?».
E non esiste risposta a tutte le sue domande. Nemmeno quando chiede: «Padre, perché mi hai abbandonato?».
Prima il popolo era stato tenuto nella cecità. Ma in quel paese tutti pensavano che queste domande sarebbero cessate, se solo vi fosse stata una risposta sufficiente alle domande cui si poteva almeno temporaneamente rispondere.
E si cominciarono a sottoporre agli abitanti dei paese tutte le domande che trovavano temporaneamente risposta, anche quando loro stessi non avevano voglia di porre domande simili.
Insegnarono così agli uomini a porre domande: ma solo le domande per cui già si aveva in anticipo una risposta.
Invece le domande a cui non si riusciva a rispondere furono lasciate senza risposta, anche se erano state poste.
Poiché il popolo di questo paese era credente per natura e poiché per lunghi anni prima della rivoluzione era stato tenuto nell’ignoranza e nella cecità con la stessa violenza con cui, dopo la rivoluzione, si cominciò a costringerlo al sapere e alla cultura, furono superati anche i miracoli soprannaturali a cui era abituato a credere attraverso i cosiddetti miracoli naturali.
Gli uomini di lì erano come bambini. Li si poteva persuadere che i santi del cielo si prendevano cura di una mucca malata e di un vitello paralizzato.
Si andò ora dalle bestie malate con dei veterinari, per dimostrare che un veterinario qualsiasi riusciva a fare più di un santo.
Nelle parti meridionali di questo grande paese, nei villlaggi, la gente credeva, per esempio, che fosse il santo Elia a fare tuono, fulmine e pioggia. E quando i campi avevano bisogno di un temporale, le persone pregavano sant’Elia.
Nel giorno di festa di questo santo i detentori del potere, che avevano spazzato il cielo svuotandolo, decisero di diimostrare alle persone dei villaggi che nessun santo faceva temporali. Così vennero degli esperti nei villaggi, proprio quel giorno, con grandi macchinari. E mostrarono alla gente in che modo il tuono, il fulmine e il temporale nascono secondo le leggi della fisica.
Poiché ora le persone povere vedevano che erano gli uomini a fare i temporali con delle macchine, smisero di credere (certo non tutti in una volta) nel potere del santo Elia.
Ma in compenso le persone cominciarono a credere nel potere delle macchine e nel potere soprannaturale degli uomini. E poiché era un’ estate secca e i campi avevano bisogno di un temporale, i contadini pretesero dagli uomini colti un vero e proprio temporale.
«Queste macchine sono troppo piccole per tutti questi campi» dissero gli uomini colti. Le persone avrebbero solo dovuto aspettare fino a quando le grandi macchine fossero state costruite.
Questa risposta, o questa scusa, fu così scaltra che mi venne voglia di parlare con uomini così arguti.
Dissi loro che dovevano pur ammettere di aver mentito.
«Certo che abbiamo mentito!» risposero. «Perché dobbiamo far passare ai contadini la voglia di Elia anche a costo della menzogna. Dal santo Elia allo zar, infatti, c’è solo un passo». Allora chiesi loro cosa credevano, dunque: era stato lo zar a sostenere il santo o il santo lo zar? E perché poi non era possibile capire una macchina e venerare anche un santo? Forse che i santi erano nemici della fisica? Non sapevano dunque che è nella natura dell’uomo sostituire ogni santo che gli è stato tolto con uno nuovo? E se poi la cosiddetta fede cieca nel santo avesse meno valore della fede cieca in un uomo?
Ma essi non volevano una fede cieca, dissero poi gli uomini colti.
«C’è però qualcosa di peggio» dissi loro, «ed è il sapere cieco. Noi abbiamo solo due occhi per vedere. Ma nel mondo c’è così tanto da vedere che dovremmo avere miigliaia di occhi. E con questi due miseri occhi non siamo in grado di scorgere tutte queste cose. E perciò non possiamo neanche dire di sapere tutto né siamo in grado di insegnare tutto come grandi maestri. E così come è falso chiudere volontariamente gli occhi per non vedere più nulla, è altretttanto falso ritenerli onnivedenti. Nessuno di noi ha visto il santo Elia. Ma non sappiamo se non lo abbiamo visto perché non esiste oppure perché non riusciamo a vederlo».
I signori risero e dissero che avevano altre preoccupazioni rispetto alle mie. E che avrebbero voluto conversare di nuovo con me solo quando si fossero liberati dalle altre preoccupazioni.
Poiché però le mie preoccupazioni in fondo erano uguali a quelle dei contadini, adesso so che i signori non pensavano in modo coerente. E anche che è più facile connvincere i creduloni con una macchina ragionevole che diisputare con i credenti. (…)
Nelle vicinanze della città abitava un uomo giusto e mi fu consigliato di andargli a fare visita. Era certamente uno dei Trentasei Giusti di cui sta scritto che la durata del mondo dipende solamente da loro e che, non riconosciuti dagli uomini nel loro significato e nella loro importanza e stimati solamente in cielo, vivono sparsi sulla terra. Sta scritto inoltre che essi sanno interpretare il linguaggio degli animali, il canto degli uccelli e persino il mutismo dei pesci.
Così andai da questo giusto.
Egli viveva miseramente, e per di più così solo che la riistrettezza della sua stanza non era più una ristrettezza, ma una sorta di ampiezza. Lo splendore regale della solitudine lo circondava e in esso si perdevano tutte le miserie terrene, come un granello di polvere in un vento ampio e forte.
Era stata commessa ingiustizia contro di lui, poiché sta scritto che il giusto deve soffrire.
Ma in questo il giusto è come Dio e questa grazia gli fu data affinché egli non rappresentasse solamente un’immagine di Dio, come tutti noi, ma anche un’immagine sublime del creatore: il giusto non diventa mai ingiusto, neanche contro gli ingiusti come te e me. E solo perché noi in verità non siamo in grado di riconoscere un giusto diciamo che egli perdona i suoi nemici.
Il giusto di cui qui si parla era stato gettato in prigione.
E di lui si era detto che voleva distruggere la libertà del popolo. Di lui, che odia gli schiavi e ama gli uomini liberi, e che per questo visse, perché vi fossero unicamente uomini liberi e non più schiavi.
Ma che egli fosse uno dei Trentasei Giusti si mostrò proprio nel fatto che la sua giustizia non fu riconosciuta e che fu gettato in prigione con l’accusa di ingiustizia.
Perciò egli sopportò anche la reclusione, la fame e le percosse fisiche con la dignità del giusto. Anche in prigione era solo. Lo circondava sempre la robusta corazza della solitudine, che è più forte del ferro.
E tra le percosse che gli spettavano e lui stesso c’era la corazza della solitudine. Così che talvolta avrebbe persino desiderato sentire i colpi in modo molto più doloroso.
Parlai con quest’uomo. Gli dissi che in questo grande, ricco e bel paese vedevo i segni dell’Anticristo e che temevo che lui solo avrebbe vinto qui. «Ma non ha vinto» disse l’uomo giusto. «Ha solo impresso in modo così forte le tracce delle sue dita malvagie, di qua, di là, e dappertutto, da far credere che tutte le opere nuove siano opera delle sue mani. Ma non è vero. Portano solo le impronte delle sue dita, quelle che lui vi ha stampato sopra.
Ma c’è ancora qualcosa qui che Lei non può vedere» proseguì il giusto, «perché è un ospite nuovo nel nostro paese. L’Anticristo non ha cominciato ad agire nei tempi nuovi di questo paese, ma già da anni, fin dai tempi antichi. Per primi non sedusse, scaltro com’ è, i rivoltosi, ma per primi, innanzitutto, i conservatori. Non i fanatici del rinnovamento, ma coloro che erano stati chiamati a conservare le cose come erano. Si stabilì prima nelle chiese e poi nelle case dei Signori. Poiché questo è il suo metodo, da ciò lo si può riconoscere con certezza, ed è un errore, un errore del mondo, quando si crede di riconoscerlo nel suo aizzare e sobillare gli umiliati e gli asserviti. Sarebbe una stoltezza e l’Anticristo è scaltro. Egli non conduce gli oppressi alla riibellione, seduce i signori all’ oppressione. Non fa ribelli, ma fa tiranni. Una volta introdotta la tirannia, lui sa che la riibellione verrà da sé. E così facendo ha vinto doppiamente. Poiché in un certo senso costringe al suo servizio i giusti, che altrimenti gli resisterebbero. Ad esempio, non mette in testa ai servi che dovrebbero essere Signori, ma invece per prima cosa rende i Signori suoi schiavi. Poi – dato che sono entrati al suo servizio -li costringe a ridurre in schiavitù gli impotenti, i poveri, i laboriosi, i modesti e i giusti. Poi i miiseri e i modesti si ribelleranno da soli contro il potere, e gli uomini giudiziosi e i giusti si ribelleranno necessariamente contro la stupidità e contro l’ingiustizia. E metteranno in mano le armi ai miseri. Devono farlo – poiché sono giusti.
È dunque falso quando nel mondo si dice che l’Anticristo conduce i rivoltosi. Al contrario, seduce i conservatori. Anzi, secondo la sua natura, non gli è cosÌ facile avvicinarsi ai sofferenti come ai potenti. Poiché chi soffre è sempre molto più preparato contro il male di chi domina e coomanda e gode. Sulla giustizia riposa il mondo. E proprio questa è la particolare perfidia dell’Anticristo, la sua abilità nel travestirsi con la maschera del rivoltoso affinché i suoi avversari non lo riconoscano subito – e lo cerchino tra le file dei rivoltosi, mentre in verità infuria sovrastante e deevastante tra le file dei Signori.
Sta scritto che il giusto deve soffrire. E coloro che soffrono non sono certo giusti dall’inizio. Ma se un giorno avessi il compito di cercare i giusti, li cercherei tra le file sterminate dei sofferenti. A loro innanzi tutto è dato ristabilire la giustizia di questo mondo. E mentre si sforzano di ristabilire di nuovo la giustizia distrutta dall’Anticristo e dai suoi schiavi, i Signori, devono persino subire il sospetto di essere spinti dall’Anticristo. Proprio da questo, però, riconosco che costoro sono i giusti. Perché soffrono doppiamente. Soffrono per le percosse degli ingiusti e per l’accusa dei giusti».
«Ma non vogliono riconoscere Dio» dissi, «e dicono di essere loro stessi degli dèi».
«Non hanno mai conosciuto Dio» rispose l’uomo giusto. «Fra Dio e loro si era posto un potere umano. Proprio come l’Anticristo aveva reso innanzi tutto i Signori tiranni, prima di spingere le loro vittime alla ribellione, cosÌ rese innanzitutto i preti bugiardi, prima di spingere i credenti a negare Dio. Poiché i preti avevano contraffatto Dio, i negatori di Dio – o, come essi si chiamano: i senza Dio – non negano Dio: essi negano la falsa immagine che di Dio è stata loro tramandata.
L’America. Hollywood
(…) Anche la verità qui è ombra. E dopo aver visto questa città capii che essa – ed essa soltanto – è in realtà l’autentica capitale di questo grande paese. E non avevo più voglia di vedere le altre città e gli altri villaggi di questo paese.
Certo, il capo supremo di questo paese viveva in un’ altra città.
Certo, i ricchi e le persone attive di questo paese in un’ alltra ancora, ma Hollywood era la capitale. Questa città – me ne ero accorto – era non solo la capitale del paese, ma anche la capitale del mondo intero.
È infatti la capitale delle ombre, e sono le ombre a goovernare il mondo.
Tutte le ombre hanno la loro residenza a Hollywood. Sì, quando abbandonai questa città e arrivai in altre città, i miei occhi non credevano più alla realtà delle cose e degli uomini.
E guardando un grattacielo, credevo che fosse stato eretto solo per la durata di una settimana, per consegnare allo schermo la sua ombra, per una pièce determinata dove in quel momento servivano grattacieli.
E in effetti mi dissero che una casa sarebbe stata demolita e che un’ altra, laggiù, era stata messa sulla scena solo da una settimana.
In quel paese le case sono rapide e fugaci come ombre, e ancora più fugaci delle nuvole che graffiano.
E anche i monumenti vengono smantellati, poiché gli uomini non hanno bisogno di ricordi. In quel paese abbbiamo anche visto uomini di buon cuore, ma sono uomini senza tempo.
E come l’ombra non ha spazio, così in quel paese l’uomo non ha tempo.
La bontà però ha bisogno di tempo e di spazio. In questo paese anche la verità è un’ ombra.
Le leggi della verità vengono proclamate dalla capitale delle ombre.
È la verità delle ombre e non quella degli uomini.
Ma anche in questo paese incontrai un giusto. Egli mi esortò ad avere pazienza e a non essere così frettoloso come le ombre di cui parlavo male.
«Questo paese» disse il giusto, «consegnerà forse tutte le sue ombre e i suoi grattacieli agli altri paesi e avrà anche lui vita e verità. Forse qui, un giorno, si avrà tempo, e si costruiranno piccole case, e si amerà ogni uomo, di ogni colore, e si amerà quel che dura, e si odierà la fugacità, e si disprezzerà il denaro. Questo paese è una giovane eredità di vecchi paesi. E gli eredi hanno ereditato prima ancora che i vecchi morissero. Può darsi che un giorno, quando i vecchi giaceranno sotto terra, i giovani diventeranno degli splendidi eredi. Deve avere pazienza!».
Io però, che non sono un giusto, non ho la virtù della pazienza.
Io sono un uomo debole e temo l’Anticristo.

di roth avevo letto ‘giobbe’ e l’avevo trovato bellissimo. scritto bene, dipinto magnificamente, con una bella storia e un personaggio indimenticabile. anche questo, dagli estratti che incolli qui, sembra promettere bene.
Commento di michele — dicembre 30, 2010 @ 12:32 am |
“Ma in quel paese tutti pensavano che queste domande sarebbero cessate, se solo vi fosse stata una risposta sufficiente alle domande cui si poteva almeno temporaneamente rispondere.”
ottima definizione per dire che la domanda di senso e di prospettiva -così come la esprimono in termini diversi filosofia e religione- non è scindibile dalla natura umana e per definire cosa è l’ideologia: una risposta temporanea.
L’ideologia risponde a domande fondamentali di senso, domande che sorgono da una autoriflessione inevitabile -collettiva e individuale- , attraverso un sistema di rappresentazioni simboliche strutturate gerarchicamente ma di forma impoverita rispetto alle religioni – e tra le ideologie spicca in questo senso l’ ateismo.
Dal punto di vista della prospettiva invece le ideologie appaiono come una teologizzazione della (propria) storia, non possono evitare di mettere il cappello sul futuro, nella forma del determinismo o in quella dell’utopia, del destino come del progresso, privando la storia della Storia stessa. In questo ambito sono applicazioni positiviste che sfociano in ingegneria sociale.
Anche la “fine delle ideologia” è una ideologia, particolarmente misera e totalitaria, perchè pretende di eliminare con sè il dato strutturale della domanda di senso e prospettiva, che le ideologie -novecentesche- occultavano dietro risposte semplici e feroci ma che conservavano intatto, preludendo ad un sempre possibile ribaltamento delle ideologie stesse.
Commento di da — dicembre 30, 2010 @ 6:36 am |
… quest’ultima cosa, paragrafo, l’ultimo dal punto a capo, è un po’ troppo criptico Da. L’ho riletto tre volte e mi pare di esserne addivenuto al senso.
“Ahitè”, sei un filosofo senza collocazione. Molto onore, come al cavaliere a cui si riconosce il gesto e non il senso (pratico).
Ma ricordo quel che diceva il mio maestro di judo (che di cavalleria s’intendeva pure), “… ad un certo punto, sei sei ancora qui e non c’è più nessuno, ricordati di spegnere la luce”
Da, è una provocazione, ma se la faccio è perché evidentemente i tuoi apporti sono stimolanti anche se li vedo spesso come troppo mentalmente condizionati. E qui faccio seguito ad un tuo intervento dove, rispondendo-mi, protestavi contro “… il dar troppo la colpa (o la croce) al teoretico”. Ovvero faccio anche a te le domande che mi faccio ed a cui per primo riconosco di far fatica a rispondere: siamo in grado di indicare qualcosa di ancora importante? con che strumenti? la fede? l’intelletto? ci mettiamo il corpo? Riusciremo ad inventare qualcosa che non sia solo esame e critica?
Buon anno a tutti!
Commento di aiace — dicembre 31, 2010 @ 2:10 am |
Molto giusto, Da.
Io ho trovato un’analisi molto ficcante dell’ideologia in Alain Besancon, di cui ho postato un brano qui.
http://valterbinaghi.wordpress.com/2009/01/20/delleducazione7l-fede-gnosi-e-ideologia-di-alain-besancon/
Peccato che lui non sia altrettanto avvertito a cogliere gli elementi ideologici presenti nel pensiero liberale.
Commento di vbinaghi — dicembre 30, 2010 @ 10:44 am |
a Aiace
stavolta tocca a te condividere qualche risposta alle tue domande, che certo qualche ipotesi -o qualche premessa- l’avrai fatta.
a Valter
Ricordavo il post e in qualche modo l’avevo fatto mio. Come dici, Besancon però è stato uno dei liquidatori del novecento come il secolo del male totalitario, e non posso concordare.
Buon anno a tutti!
Commento di da — dicembre 31, 2010 @ 6:37 pm |
… hai ragione Da. Smaltito l’inevitabile cenone provo a dire qualcosa.
Ribuonanno!
Commento di aiace — dicembre 31, 2010 @ 7:20 pm |
Allora, e chiedo scusa a quelli che non trovano alcun senso al proseguire di questo post, il punto è a mio vedere questo:
- esaminiamo il contesto dei nostri ed altrui commenti. Avvengono e si susseguono in modo certamente omogeneo, non uguale per cose dette, intendo omogeneo per quel che riguarda l’età (quasi sempre) di chi scrive e la o le ideologie e prassi annesse disilluse.
- Volendo dare una riduttiva e banale lettura a tutto questo (ed io non voglio affatto e per di più partecipo) potremmo definirlo un piagnisteo. Un piagnisteo che non coinvolge (salvo rare anime individualiste e difformi – magari pensanti a nostro singolare avviso) alcun giovane razzolante le aree mirabolanti e transeunte della rete. Non coinvolge i figli miei, non quelli di Valter (… i suppose! e forse dico scemate), non so quelli di chi, supponendoli già in grado almeno di sparar cazzate come su facebook annusando il culo degli altri. E si che Valter si spende da un po’ (bene o male che faccia col suo talento di scrittore) per cercare di dir qualcosa, di descrivere qualcosa. Il qualcosa (accettatemi la semplificazione condensando il punto) è tra il senso e il non-senso. La Vita, l’Avventura, la Moralità, lo Spirito e la relativa riduzione ai termini d’oggi. Mi pare che qui stia il busillis.
- Da. Usiamo la critica. E cosa ci facciamo? Esaminiamo le cose, i fatti, personaggi ed interazioni, epoche e filosofie e sistemiamo le cose, come in un puzzle ben fatto, a beneficio di noi stessi. La comunicazione con figli, nipoti o discenti resta com’era. Non si muove una foglia.
- Allora il problema non è la descrizione, la narrazione, il sapere le cose; il problema è la comunicazione… tiriamo un respiro, il problema è l’educazione. Sospendiamo un attimo le idee. Se stiamo qui, ed è un qui ormai globalizzato, dove, quale e quando è stato l’errore?
- Mentale, direi, mentale. L’aver fatto di noi tutta mente. Grande mente che pretende tutto sapere, tutto studiare, tutto prevedere, niente soffrire, nulla sperimentare. Un’esagerazione mentale. Un’oligarchia mentale.
- E pur questa, man mano che mi ci metto (… ihhii) è una sega mentale (pardon!).
- E non metto in dubbio che rigorosa e colta analisi possa definire che da A a Z passando per… si, ma poi? Cioè mentre? Chi sta a sentire?
- Il corpo. La fatica, il gioco, il sudore, la paura e il suo contrario, la nascita e il lutto, la malattia e l’orgasmo (non quello preteso, quello che ti sorprende). E poi la tua famiglia, il tuo popolo, gli altri popoli… la piétas (o compassione se volete). Corpo, cuore, mente. Per me la scala è questa (… con buona pace per la scuola che questa riforma si meriterebbe).
- Vedi Da, il problema non è il teorico e le sue considerazioni (con le cui conclusioni dialettiche spesso non posso che essere d’accordo); il problema è il metodo, la base, che non ha urgenza alcuna, né sostanza (al momento) vitale per invertire una tendenza distruttiva che di altre forze necessiterebbe per esser contrastata.
Io non so come altro dirlo; scusate la banalità.
Commento di aiace — gennaio 9, 2011 @ 3:44 am
Altro che banalità.
Io da anni sintetizzo dicendo la sciagura è stata sostituire la comunità d’esperienza con la società dell’informazione. Ma dietro questa formula sta un processo storico che prende l’avvio dal Rinascimento ed è legato sostanzialmente al trionfo dell’astrazione capitalistica.
Commento di vbinaghi — gennaio 9, 2011 @ 11:07 am |
Il corpo e il cuore non sono meno manipolabili della mente: sennò questi quarant’anni sono passati invano, senza apportare nulla, se non il circolo illusione-disillusione-disincanto(-cinismo). Non basta indicare il corpo per sottrarsi all’ astrazione! Il problema che qualcosa cambi radicalmente rimane intatto, anzi si fa più stringente.
Non è che si può confondere dialettica con retorica, concetto con astrazione, politica con ideologia, religione con teismo, filosofia con sofismo e poi buttare via il bambino con l’acqua sporca.
Individuare nel corpo o nel cuore o nella ragione (che è molto meglio del intelletto, per mente non so bene quale dei due si intenda ) il luogo dove ancora resiste qualcosa che non sia manipolabile dalla fantasmagoria delle merci e contraddice proprio l’atteggiamento “olistico” che, mi pare concordiamo tutti, bisogna riprendere a tenere: approccio che non si esplicita, se non in termini elementari, con il rifiuto della decostruzione razionale, preparatorio e non emendabile passaggio non solo dello specifico del pensare, del concettualizzare (che, diamo qualche definizione ogni tanto, tenta di racchiudere la comunità in un’unica realtà), ma della possibilità e del senso dell’agire.
Commento di da — gennaio 9, 2011 @ 7:39 pm |