Doctor Blue and Sister Robinia

gennaio 31, 2011

L’ARTE DEL RICORDO(4) di Valter Binaghi

La biografia minima: il personaggio letterario

Abitare, anzi tornare a sognare i propri ricordi più cari, quelli che hanno il potere di riportare l’esistenza al centro di se stessa e ridarle nuovo slancio, è dunque il luogo di una felicità privata, sorta di auto-terapia dell’anima.
E’ vero, però, che proprio il carattere emblematico del ricordo, accostato ad altri diversamente pregnanti, può servire ad imbastire la propria biografia, anzi è proprio a partire da questo che ognuno di noi continuamente intraprende la propria narrazione personale, quella che riporta unità alla nostra esistenza frammentata, alla luce dei suoi momenti topici. Quando il lunedì ti inchioda spietatamente alla tua agenda, ami ricordare che questo è ciò che fai, non ciò che sei: tu sei un uomo di mezza età che da giovane fu un corsaro, che ha un cuore sempre disposto all’amore, che al galoppino dell’ufficio diritti le hai cantate chiare giusto l’altro ieri.
La stessa operazione, mutatis mutandis, presiede nello scrittore alla costruzione di quella biografia minima che compete al personaggio di una narrazione, specialmente quando il personaggio va brevemente introdotto con tratti salienti che dovranno illuminare il lettore, predisponendolo alla coerenza dei comportamenti che ne seguiranno o (meglio ancora) meravigliandolo quando essi parranno in contrasto con il ritratto che se ne è fatto.
Conosciamo tutti il modo più prosaico di scrivere una biografia: è la stesura di un curriculum, dove la selezione degli eventi riportati (coordinate anagrafiche, titoli di studio, impieghi precedenti) è guidata dall’esigenza tutta esteriore di esibire atti e certificazioni pubbliche a scopo di assunzione.
Imitandone lo stile neutro e il ritmo blando, un grande scrittore italiano ha scritto biografie “non illustri”, dove la selezione dei fatti è guidata dal carattere morale che queste vite hanno via via sviluppato. Ecco ad esempio gli esordi di un avaro:

Nasce il 7 settembre 1896 a Milano, in via Caserotte 12, dove il medico, chiamato d’urgenza per parto prematuro, portato a termine senza complicazioni, viene subito dopo sollecitato a visitare il padre, cassiere di banca sofferente di doppia ernia inguinale, e il primogenito di sei anni, i cui occhi sono dissimmetrici. Esitante alla fine sull’onorario, viene bruscamente invitato a limitarlo a una sola visita, tenuto conto del tempo perso complessivamente.Evitate per il neonato altre spese giudicate superflue, come il succhiotto, già usato per il primogenito e conservato nell’armadio in corridoio, e la cuffia di lana, sostituita da un berretto di seconda mano vinto a una pesca di beneficenza…
Studia alle elementari Cesare Correnti con il libro di testo che suo fratello ha acquistato sei anni prima. È diverso da quello che hanno i suoi compagni e anche l’autore è diverso. Prova le prime angosce della sua vita. Il padre, dopo un alterco con il maestro sulla invariabilità del sapere, cede, come dice, al ricatto dell’autorità e acconsente all’acquisto del libro nuovo.
Apprende a sette anni, leggendo in classe il “Canto di Natale” di Dickens, il significato della parola avaro. Quando chiede chiarimenti a suo padre, gli vede le vene del collo dilatarsi sotto il viso congestionato: – Chi ti ha detto queste imbecillità? Ricordati che gli avari non esistono, esiste chi non sa la differenza tra risparmio e spreco! -
(G. Pontiggia, Vite di uomini non illustri, Mondadori)

Bisogna essere artisti sopraffini come Pontiggia per evitare le secche dell’allegorismo, quando quella che si scrive è una biografia visibilmente “orientata”. Meno esplicita, ma ugualmente efficace nell’esibire un carattere ben definito, questa dell’italo-americano John Fante, che descrive il padre muratore, immigrato negli USA dall’Abruzzo:

Mio padre era un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte d’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque…
Lui era qualcosa di più che il capofamiglia. Era giudice, giuria e carnefice, Geova in persona.
Non c’era nessuno che potesse avere a che fare con lui senza litigare. Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, il prete, la città, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato. Né gli importava un fico secco del mondo intero, né del cielo né delle stelle o dell’universo, né del paradiso né dell’inferno. Ma le donne, quelle gli piacevano.
Gli piaceva pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoria¬le. Era un perfetto artigiano la cui fantasia e perizia sembravano essersi concentrate in quelle mani meravigliosamente forti, e benché si definisse un impresario edile, io m’ero abituato a considerano uno scultore, perché a una pietra poteva dare la forma d’un uomo, o d’un animale. Era un muratore superbo, veloce, preciso. Ma anche un eccellente falegname, stuccatore e cementiere.
(John Fante, La confraternita del Chianti, Marcos Y Marcos)

(continua…)

gennaio 30, 2011

IL RIPOSO DOMENICALE

Filed under: Divagazioni — vbinaghi @ 7:04 pm

gennaio 29, 2011

L’ARTE DEL RICORDO(3) di Valter Binaghi

Ricordo, idealizzazione, fantasia

C’è un esempio divenuto ormai classico che illustra come la reliquia di un ricordo d’infanzia non solo sopravvive indelebilmente per tutta la vita, ma soprattutto come il suo carattere simbolico è capace d’imprimere ad un’intera esistenza il suo significato, quasi una profezia che si autodetermina: è il film “Quarto potere“, indiscusso capolavoro di Orson Welles. L’ultima parola pronunciata in punto di morte dal protagonista, “Rosebud”, resta un enigma per lo spettatore, che si vede scorrere davanti i frammenti dell’esistenza di Charles Foster Kane, un magnate dell’industria e della comunicazione, di cui le cui fortune crescenti non placano lo spietato arrivismo creando piuttosto intorno a lui una mostruosa solitudine affettiva e morale. Finchè arriva l’ultima scena a svelare il mistero di “Rosebud”. La parola è incisa su uno slittino di legno mezzo bruciato, unico resto di un infanzia che era stata felice finchè il piccolo Charles era stato costretto ad abbandonare la famiglia per essere educato da un banchiere, iniziando così la sua parabola in un mondo per lui tanto ricco di successi quanto deserto di affetti. “Non basta una parola sola a spiegare la vita di un uomo”, dice a un certo punto uno dei personaggi del film. A spiegare no, certo. Ma a fornirne l’enigmatico emblema, si, o almeno questo suggerisce la vicenda.
Se accettiamo questo carattere simbolico che possiede un singolo ricordo, quest’aura particolarmente luminosa che circonda la singola immagine e che la rende capace d’illuminare un intero percorso come se ne fosse la sintesi o di suggerirne la realizzazione come se ne rappresentasse l’annuncio profetico, allora siamo a buon punto per comprendere quello che nel linguaggio corrente si usa chiamare “idealizzazione”.
La scuola purtroppo ci abitua a normalizzare questo fenomeno nel recinto di una categoria letteraria (non c’è manuale che non ribadisca che la Beatrice di Dante e la Laura del Petrarca sono immagini “idealizzate”, puntualmente tradotte con la formuletta della “donna-angelo”), quando in realtà si tratterebbe, se considerato con gusto d’esperienza più che con prevenzioni culturali, di una delle vie d’accesso alla più autentica vita dello spirito. E’ così difficile capire che, proprio perchè storicamente avvenuto e datato, l’incontro con la particolare grazia di una fanciulla in fiore abbia il potere di dischiudere oltre se stesso un orizzonte indeterminato e promettente, rivelando all’innamorato la necessità destinale, la profondità metafisica del proprio sentimento? Se l’allegoria non è che la “traduzione” o “l’illustrazione” artificiosamente ricercata di un pensiero preconcetto, la pregnanza simbolica di un’immagine rappresenta esattamente l’opposto (come Kant riconosce correttamente, trattando dell’idea estetica(1)), ossia il presentimento di un adempimento futuro, la misteriosa cifra di un destino, una dimora che la memoria non si stancherà mai di abitare perchè in essa ritrova vigore e ispirazione per progettarsi in quanto libertà.
Ma, se questo è vero, allora si spiega anche il fatto che questa cara immagine non è custodita come una reliquia, avvolta e protetta da un velo talmente spesso da risultare il sudario di un cadavere. Al contrario, essa ogni volta è ripresa con rinnovata energia; con essa la memoria intrattiene un rapporto che è più dialogo che muta contemplazione. In assenza della persona amata, non capita forse all’amante di domandare alla sua immagine un poco della sapienza che essa sola sapeva trasmettergli (“Che direbbe, che farebbe se fosse qui”)? Ecco allora che il ricordo immobile prende vita, viene chiamato a diffondere la sua luce in un contesto che gli era originariamente estraneo da una fantasia che è tutt’altro che mero capriccio, perchè dall’adempimento di quel perdurante amore e da null’altro è mossa. E’ così che Virgilio e Beatrice, richiamati l’uno dall’austero silenzio degli studi e l’altra dai giorni palpitanti della giovinezza, assistono e consigliano il poeta nel suo viaggio spirituale.
Certo, di tutti i ricordi che si prestano a una costante re-invenzione o rielaborazione fantastica, i privilegiati sono i ricordi d’infanzia. Gaston Bachelard ha scritto pagine meravigliose a questo proposito quando sostiene che, a prescindere dall’opportuna ricerca dell’evento traumatico che la psicanalisi compie per sanare una patologia, ci dev’essere una psicologia positiva, una psicologia della salute che aiuti l’uomo a comprendere se stesso, e il suo compito primario sarà “rendere conto dell’idealizzazione reale dei ricordi d’infanzia, dell’interesse personale che abbiamo per tutti i ricordi d’infanzia”(2). Più ancora, liberandoci da una preoccupazione che è solo scientifica (non è vero che dobbiamo a noi stessi innanzitutto la ricerca della felicità?), dovremmo poter risvegliare in noi “grazie a volte alla sola immagine di un poeta, uno stato di nuova infanzia, di una infanzia che va più lontano dei ricordi della nostra infanzia, come se il poeta ci facesse continuare, terminare un’infanzia che non era finita bene, e che malgrado ciò era nostra, e che senza dubbio, in parecchie riprese abbiamo sognato”(3). “La ragione di questo valore che resiste alle esperienze della vita, è che l’infanzia rimane in noi un principio di vita profonda, di vita sempre disposta alle possibilità di ricominciamento”(4)
In effetti, l’infanzia come condizione spirituale è irraggiungibile dalla pura ricostruzione biografica. A un certo punto il bambino “perde il suo diritto assoluto a immaginare il mondo” e gli adulti si fanno un dovere “di insegnargli a essere oggettivo – oggettivo nel modo banale in cui gli adulti si credono oggettivi”. A quel punto l’infanzia si dissolve e inizia la biografia: “gli viene insegnata anche la storia di famiglia. Gli vengono insegnati la maggior parte dei ricordi della prima infanzia, una storia che il bambino saprà sempre raccontare”(5). Ma chi ridarà allo psichismo addomesticato dell’adulto la libertà e lo slancio dei suoi esordi? La poesia, più che la memoria biografica, quella poesia spontanea che è la re-immersione fantastica nei propri ricordi, una poesia di cui nessuno è professionista esclusivo ma che a nessuno è negata. Qui, memoria e immaginazione si rivelano nella loro non-dualità, come l’una il complemento o il rovescio dell’altra, sistole e diastole della medesima pulsazione. Come ha scritto Baudelaire: “La vera memoria considerata dal punto di vista filosofico, non consiste, penso, che in una immaginazione vivissima, facile da commuovere, e di conseguenza capace di evocare a sostegno di ogni sensazione le scene del passato offrendole come incantamento della vita”(6).

NOTE

1) Nella Critica del Giudizio
2) Gaston Bachelard, La poetica della reverie, Dedalo 1972, pag. 111
3) Ivi pag. 116
4) Ivi pag. 135
5) Ivi pag. 118
6) C. Baudelaire, Curiosités estetiques, citato in Bachelard, op. cit. pag. 131

gennaio 28, 2011

Cronache dal Medio Oriente

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 9:56 pm
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Precipita la situazione in Egitto.
Rivolte di piazza, incendi, morti.
Il presidente Mubarak tasta il terreno per un eventuale fuga all’estero, anche in Italia, perchè no.
In giornata ha telefonato al presidente Berlusconi:
“Parami il culo, Silvio”, pare che abbia detto: “In fin dei conti sono lo zio di Ruby”

gennaio 27, 2011

L’ARTE DEL RICORDO(2) di Valter Binaghi

La memoria estetica

La prima e fondamentale critica che Bergson muove alle filosofie tradizionali (razionalistiche o empiristiche che siano) è quella di aver professato il carattere speculativo della percezione, come se le immagini che ci facciamo delle cose intorno a noi fossero il frutto di una pura volontà di conoscenza. In realtà, gli oggetti circostanti sono immediatamente attirati nell’orbita di utilizzabilità da parte di quel centro d’azione che è il nostro corpo, anche se, man mano che si allontanano da esso, sembrano profilarsi su uno sfondo indifferente. In effetti, le immagini “rinviano al mio corpo, come farebbe uno specchio, la sua eventuale influenza: si ordinano secondo le capacità crescenti o decrescenti del mio corpo. Gli oggetti che circondano il mio corpo riflettono l’azione possibile del mio corpo su di essi”(1).
Naturalmente, la reazione del corpo alle eccitazioni esterne non avviene a caso, ma sulla base di esperienze passate, e “non si attua senza un richiamo al ricordo che situazioni analoghe hanno potuto lasciarsi alle spalle.” La conservazione delle immagini percepite e della condotta efficace che esse hanno innestato, cioè la memoria, è “la ripercussione, nella sfera della conoscenza, dell’indeterminazione della nostra volontà”(2). Ma le immagini del passato si mischiano costantemente alla percezione del presente, dato che si conservano proprio per integrarla utilmente. In effetti basta un semplice schema stilizzato per richiamare una ricca integrazione visiva, bastano pochi tratti per richiamare un’intera figura, poche note per riconoscere una canzone e, come ben sa chi ha letto Proust, il profumo di una “madeleine” per riportare un antico scenario d’infanzia.
Ma è proprio dall’analisi di questa integrazione che si può comprendere la duplice natura della memoria o meglio, per dirla con Bergson, il fatto chè “il passato si conserva sotto due forme distinte: 1.dentro dei meccanismi motori; 2. dentro dei ricordi indipendenti”(3)
Ai tempi in cui si imponeva agli studenti di imparare lunghe poesie a memoria (ricordo in particolare l’interminabile “Cavallina storna” in quinta elementare), le molteplici letture e ripetizioni ottenevano il loro effetto quando le parole, non più singolarmente pensate e ricercate, si legavano insieme sempre meglio fino a richiamarsi l’un l’altra in una cantilena fluida e scorrevole, un’abitudine corporalmente agita che non recava più traccia dei tentativi occorsi a formarla. Ma bastava che la ripetizione s’inceppasse in un punto, per risvegliare una ricerca tutta mentale che sorvolando il testo ricordato cercava la parola mancante, tentando di riannodare il filo spezzato.
Così, a una memoria corporea, inscritta nei nostri movimenti divenuti abituali, è necessario affiancare una memoria intellettuale, in cui è la coscienza ad assumersi l’iniziativa di recuperare dal passato la tessera smarrita. Va da sè che anche questa seconda operazione è finalizzata all’esecuzione di un atto, il quale determina pur sempre il criterio selettivo. Per vedere i ricordi riemergere spontaneamente, senza collegamento con le urgenze della vita corrente, bisogna che i richiami di questa siano sospesi o comunque molto attutiti, come avviene negli stati onirici o in quelle pause dell’attenzione che consentono la cosiddetta fantasticheria o sogno ad occhi aperti. Solo allora la scelta delle immagini appare determinata da un impulso tutto interiore che però, come insegna la psicanalisi, è tutt’altro che capriccioso e privo di motivazioni a loro modo stringenti.
Ora vorrei mostrare come è possibile integrare la distinzione bergsoniana con una considerazione ulteriore, che apre una visuale sulla dimensione estetica dell’esperienza.

All’inizio di quest’anno ho trovato un alunno nuovo in Quinta G, proveniente da altra scuola.
Fin dal primo momento ho provato osservandone il profilo una strana sensazione, non di curiosità come ci si aspetterebbe di fronte a uno sconosciuto ma di condiscendenza o addirittura sollecitudine, come se si trattasse di far accomodare un proprio familiare in un contesto a lui estraneo e potenzialmente disagevole. Ho iniziato a fare lezione e ogni tanto, voltandomi dalla sua parte, mi accorgevo di cercare nel suo sguardo qualcosa come un’approvazione, o almeno un cenno d’intesa, che mi rimandasse l’identica impressione di familiarità che io provavo nei suoi confronti. Niente: il ragazzo ascoltava con attenzione e prendeva appunti, come si fa in quelle circostanze, stando anzi piuttosto sulle sue come è normale per chi esordisce in un gruppo già affiatato. Finchè ecco, un gesto piccolo, insignificante, comunissimo, quello di mettersi in bocca il cappuccio della biro, mi ha messo sulla strada giusta e ha fatto sorgere in me l’immagine che occorreva.
Colombo G. Il compagno di banco che mi ritrovai casualmente il primo ottobre del 1971, quando feci il mio ingresso nella Prima B del Liceo Scientifico di Legnano. La somiglianza era più remota che prossima, se stiamo alla corporatura e ai lineamenti, ma qualcosa nella curva del naso, nello sguardo…Si, era per questo che il ragazzo nuovo aveva suscitato in me un moto d’inspiegabile simpatia.
Ora, con il summenzionato Colombo G. in cinque anni di liceo ne abbiamo fatte di ogni forma e colore. Potrei scrivere un romanzo trascrivendo tutte le scene che ricordo con assoluta precisione, mattinate di vita scolastica, interrogazioni catastrofiche e scopiazzature clamorose, uscite pomeridiane, la gita a Firenze in seconda, la prima sigaretta che mi ha offerto in terza (eh si, caro G., sei stato un po’ il mio Lucignolo), le feste danzanti e gli amori infelici confidati alla terza caraffa (Guinness, rigorosamente).
Ma non scriverò nessun romanzo, perchè in ciò che ho descritto finora non c’è assolutamente nulla di particolare. Una percezione presente, un impulso apparentemente inspiegabile, un ricordo che riaffiora e illumina il collegamento e da lì una lunga sequela di ricordi connessi. Cose che accadono a tutti nella vita di ogni giorno. C’è una cosa però: di tutte le migliaia vissute con G., c’è una scena, una sola che ho pensato più di una volta di trasformare in un racconto. E’ perchè, fra tutte, ha ai miei occhi un carattere non semplicemente biografico (un pezzo della mia vita, fra tanti) ma direi emblematico. Una scena che non trovo nè particolarmente commovente nè particolarmente divertente, eppure assolutamente significativa, come se racchiudesse in sè, in un modo che mi sarebbe impossibile spiegare se non raccontandola, il mistero stesso della giovinezza.
Ed è proprio la prima.

Sono le 8.15 del 1 ottobre 1971. Ragazzi e ragazze sono seduti nei banchi, affettando maldestramente una disinvoltura che non possiedono. Fino all’estate precedente erano bambini delle medie, adesso sono in prima superiore, in una scuola temuta per la sua severità, dove alcuni insegnanti danno del Lei. Ognuno pettinato e perfettino, con tanto di cravatta i maschi, e lo zainetto inutilmente riempito di libri che in questo primo giorno non si useranno, diario, astuccio e penna stilo (la Mont Blanc, regalo speciale dello zio ricco).
Colombo G. arriva per ultimo e siede accanto a me. Prima ancora del professore viene il bidello a dettare l’orario per il giorno dopo. Io prendo diario e penna e inizio a scrivere.
Mi sento dare di gomito.
“Ue, non è che c’hai una biro?”
Come, penso io. E’ il primo giorno di scuola e arrivi senza biro?
Non dico niente, tolgo dall’astuccio una biro e gliela passo. Riprendo a scrivere mentre il bidello detta: “Prima ora italiano, seconda ora italiano, terza ora Disegno…”
Di nuovo mi tocca il gomito destro e mi fa fare uno scarabocchio al posto della o.
“Non avresti anche un foglio?”
Cazzo, nemmeno il diario si è portato questo. In effetti, guardo di fianco e vedo che l’imperturbabile Colombo G. non ha zaino nè cartella. Del resto, io non ho quaderni. Solo il diario. Glielo dico.
E’ un bel diario illustrato, coi fumetti di B.C, quelli dei cavernicoli, e di Wiz il mago.
“E allora?” fa lui: “Strappi un foglio e me lo dai”
Lo guardo stupito. Non c’è prepotenza nè implorazione nel suo sguardo, solo l’invito sorridente a liberarsi da un inutile scrupolo. Perchè non si può strappare una pagina di diario, sembra dirmi, solo perchè c’è una data stampata sopra?
E io strappo una pagina finale, di quelle di giugno, e gliela porgo.
E in questo strappo, mi sento come un cane che ha strappato di mano il guinzaglio al padrone e corre libero via dall’asfalto, verso la brughiera, felicemente incivile.

Tutto qui? Tutto qui.
Ma bisognerebbe conoscere il clima sussiegoso della famiglia piccolo-borghese da cui provenivo, le soffocanti aspettative e i cerimoniali che avevano preceduto quel primo giorno di scuola, gli ammonimenti di chi affidava a me la missione di riscattare la propria mediocrità caricandomi di un compito per definizione ineseguibile, per comprendere l’effetto che ebbe su di me questa scena.
E comprendere il motivo per cui, se i momenti del passato stanno nel nostro archivio intellettuale come un album di fotografie, questa foto sta incorniciata in un posto della casa dove posso andare a rimirarmela ogni volta che voglio, con un piacere che non ha a che fare con appetiti sensibili nè utilità economiche.
Ecco perchè, per questi ricordi che diventano oggetto di un’immotivata elezione, sarei disposto a postulare una sorta di memoria estetica. Il significato che essi possiedono ai nostri occhi va al di là del collegamento con gli antecedenti e i conseguenti, essi sono preziosi come la perla rara per cui il mercante può cedere d’improvviso tutte le sue ricchezze. Emergono con una tale vivacità e potenza dal mosaico cui pure appartengono come tessere fra le altre, per assumere la dignità del simbolo che, indicibilmente, dischiude un intero mondo.
In essi si nasconde, credo, il principio che spinge alcuni di noi a generare in un mezzo materiale ciò che si conviene di chiamare l’opera d’arte.

NOTE

1) H. Bergson, Materia e memoria, Laterza 2006 pag. 16
2) Ivi pag. 52
3) Ivi pag. 63

gennaio 26, 2011

L’ARTE DEL RICORDO(1) di Valter Binaghi

Opera e mondo

L’opera d’arte è parola assoluta, qualcosa come un mondo: l’unica tra le forme del significato che può ambire veramente alla totalità. Per comprendere questo assunto apparentemente esagerato, pensate al fatto che, nel linguaggio quotidiano, nessuna parola e nessun gesto valgono nè possono essere interpretati per se stessi. Il soggetto esiste perchè è il principio di un’azione, transitiva o intransitiva che sia, e niente accade o viene significato se non come antecedente di qualcosa e conseguenza di qualcos’altro. Le nostre affermazioni sono sempre domande o risposte a un interlocutore presente o virtuale, e il domandare è infinito come la vita. Lo stesso accade per i manufatti che costruiamo. Soddisfano bisogni, e per lo più sono parti di un insieme senza il quale non esisterebbero, come la sedia rispetto al tavolo o il pettine rispetto ai capelli.
Lo stesso, però, si può dire di proposizioni scientifiche che stabiliscono un legame necessario tra fenomeni, o definizioni matematiche che precisano la natura di un ente di ragione. Si tratta di verità regionali, che fanno riferimento a un mondo teorico all’interno del quale esse traggono un significato compiuto, così che oggetto proprio della scienza è non la proposizione nè la singola teoria ma il sistema, il quale sistema però non è in grado di verificare se stesso se non ricorrendo a procedure esterne, in un’espansione perenne che fa dell’impresa scientifica un cammino indefinito.
E’ vero che anche alcune rappresentazioni artistiche sembrano patire di un simile statuto frammentario, ma si tratta di una similitudine solo apparente. Anche quando l’oggetto di una narrazione è la scena minima di un breve racconto, anche quando l’oggetto della pittura è la presenza singolare di un volto ritratto, se l’opera è integra così come l’autore l’ha voluta essa rivela pur sempre un carattere simbolico, dove l’immagine assurge a simbolo di una totalità altrimenti inesprimibile (si pensi ai fiumi d’inchiostro versati a proposito di un racconto di una pagina come “Il messaggio dell’imperatore” di Kafka o a un ritratto come “La gioconda” di Leonardo).
Ora, la totalità di cui stiamo parlando non ha a che fare con l’oggettività dell’essere: questa almeno sembra la conclusione cui la cultura moderna è giunta, dopo che la rivoluzione galileiana ha attribuito al solo metodo scientifico il monopolio della conoscenza della natura. Se all’uomo primitivo, ma anche a quello dell’antichità classica e del medioevo, la rappresentazione artistica è parsa uno strumento capace di esplorare la realtà mondana o addirittura metafisica, che si rivela attraverso la potenza del simbolo, per l’uomo moderno il senso di questa rivelazione permane a patto che esso non pretenda di andare oltre quello di un mondo “interiore”. Come sintetizza efficacemente Cassirer, uno dei maggiori interpreti della cultura intesa come sistema simbolico: ” la poesia è una delle forme con cui l’uomo può pronunciare un verdetto su se stesso e sulla propria vita. E’ conoscenza di sè e autocritica, la critica qui non dovendo però venire intesa nel senso morale; essa non significa approvare o accusare, giustificare o condannare, ma pervenire ad una comprensione nuova e più profonda della vita personale del poeta, procedere ad una interpretazione di essa. Questo processo non è proprio alla sola poesia, esso può realizzarsi anche in qualsiasi altra forma di espressione artistica”(1)
Dunque il segreto dell’arte andrebbe cercato non tanto in una particolare vivacità della percezione esteriore, ma piuttosto in quella sintesi del vissuto personale che riaffiora dalla memoria. Questo termine, a sua volta, indica una funzione solo apparentemente semplice. In primo luogo la memoria è uno strumento di sopravvivenza biologica che condividiamo con ogni altro essere vivente, fatta salva la diversa complessità: essa conserva tracce di esperienze connesse a reazioni efficaci, che mettono l’organismo in grado di rispondere prontamente ad analoghi stimoli ambientali. In effetti, stando a filosofi come Bergson, il profluvio d’immagini che dalla memoria sorge a soccorrere la percezione attuale è interamente al servizio della facoltà in cui l’uomo eccelle rispetto a tutto il resto del creato, ossia l’intelletto: facoltà eminentemente pratica, che consiste nel decifrare l’ambiente che ci circonda elaborando strumenti capaci di assicurarci un adattamento efficace al medesimo. Ma allora, quale è l’origine della rappresentazione artistica? Da quale territorio incontaminato dalla tirannia dell’utile e dalla parzialità del frammento noi traiamo la materia per una visione che intende proclamarsi puramente contemplativa, mirando a formulare nientemeno che una rappresentazione simbolica della totalità “interiore”?
Si tratta innanzitutto di distinguere tra memoria (supporto istantaneo dell’adattamento ambientale) e ricordo indipendente. In questo secondo caso abbiamo un’insorgenza che solo apparentemente ripropone la traccia di un avvenimento passato: “non è una mera ripetizione, ma piuttosto un passato rivissuto; implica dunque un processo creativo e costruttivo (…) E’ questo genere di riassunzione sintetica a caratterizzare la memoria umana e a distinguerla da tutti gli altri fenomeni rilevabili anche nella vita animale e organica”(2).
Ce n’è abbastanza per pensare che proprio qui si trovi la via per comprendere il primo nucleo della ispirazione artistica: l’immagine esteticamente rilevante, prima di suggerire la propria materializzazione in un’opera d’arte, si fonda principalmente sull’arte del ricordo.

1) Ernst Cassirer, Saggio sull’uomo, Armando Editore pag. 120)
2) Ivi pag. 118

gennaio 25, 2011

IL MAGO DELLA PIOGGIA di Valter Binaghi

Ti hanno spiegato a scuola che la televisione è un tossico, ma anche il tabacco lo è, la birra e, oltre un certo limite, persino la fica, ma te ne sei sempre fregato, come tutti.
Niente dipendenze, per carità, giusto una canna in compagnia nelle serate più sfigate e una guardatina al tg nelle altre, prima di andare in buca – magari anche dopo.
A casa tua c’è uno schermo piatto (d’occasione) in salotto, l’occhio spalancato al ciberspazio, il sensorio innestato dal nuovo destino globale, che si è imposto con darwiniana supremazia ridicolizzando la miope prospettiva dell’uomo tribale, quello che chiamava la Luna una Dea, e credeva ai poteri del mago della pioggia.
Così sei qui, politicamente consapevole, affacciato su guerre remote e sterminate voluttà di satrapi locali, e di esse si ciba il tuo psichismo diplomato, mentre mastichi pistacchi salati e bevi birra.

Sembra che Paracelso (grande medico, ma anche un po’ stregone) avesse previsto tutto questo quando parlò di una fecondità quasi spermatica delle immagini:

“L’immaginazione è l’origine degli Incubi, dei Succubi e delle Larve fluidiche… Sono formati dallo sperma trovato nell’Immaginazione di coloro che commettono il peccato contro natura di Onan… Da questo atto risulta l’espulsione di un inutile fluido etereo, impotente a generare un bambino, ma capace di portare delle Larvae all’esistenza. Questo sperma corrotto può essere portato via dagli spiriti vaganti durante la notte, e trasportato da loro in un luogo dove possono farlo sviluppare… e, in conseguenza di tale actus, possono venire all’esistenza molti curiosi mostri e orribili forme”.

Sarà per questo? L’orrenda consistenza dei fantasmi che dal ciberspazio hanno invaso il quotidiano, la gente in carne ed ossa che recita copioni imparati al reality show, l’angosciosa impressione di essere precipitati in un inferno dove tutto appare e niente è vero… Sarà per questo che somigliamo tutti quanti a larve gorgoglianti nella polluzione esagerata di un Demone che si masturba da mattina a sera?

Troppa birra, ti sei addormentato un altra volta sul divano. Levati, datti una sciacquata al viso, prenditi una sigaretta e vai sul terrazzo a prenderti uno schiaffo d’aria fredda.
Ma che, ci vuol altro. L’incubo non finisce, non finisce mai. Dalle finestre di fronte gli stessi video accesi, le stesse orrende figure esagitate, il cicaleccio che non tace, la macabra impressione d’irrealtà. Un diluvio ci vorrebbe, per spazzar via questa immondizia che non fete. E la cieca fiducia di un’anima bambina, che implora come un tempo i sortilegi del mago della pioggia.

gennaio 24, 2011

BERLUSCONI E IL NICHILISMO di Marco Guzzi

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 4:37 pm
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Il lungo declino, sordido e tenebroso, di Berlusconi potrebbe essere un buon momento per riflettere con maggiore accuratezza e profondità sulla natura del nichilismo, e cioè dell’epoca che stiamo vivendo, e sulle sue molteplici forme e origini ideali.
Berlusconi infatti ha rappresentato in Italia la configurazione (finora) più perfetta di quella riduzione della realtà a simulacro e a crosta virtuale e televisiva, che tanta cultura “progressista” ci aveva insegnato a celebrare come processo di liberazione, da Andy Warhol a Deleuze, fino al nostro Vattimo, tanto per fare solo tre nomi.
Berlusconi è la piena realizzazione dei sogni di emancipazione che proprio Vattimo (ironia della sorte!) collegava, alla fine degli anni ’80, al trionfo della società dello spettacolo, in cui “la realtà si presenta con caratteri più molli e fluidi”, gioiosamente inautentica, giocosamente liberata da ogni confronto con verità che pretendano di sussistere fuori dal suo gioco di specchi.
Berlusconi è l’incarnazione vivente, il compimento esistenziale ed estetico, televisivo e poi politico, di tutte le somme aspirazioni di un Deleuze: “Glorificare il regno dei simulacri e dei riflessi”, un mondo cioè di spettri e di mostri in definitiva, che la televisione finisce per imporre, appunto “glorificandolo”, su tutto ciò che continui a sapere di carne, di sangue, e di umanità.
Infatti, se dobbiamo portare nei musei le immagini pubblicitarie della Coca-cola o delle lattine di pomodoro Campbell come opere d’arte da contemplare, se cioè il consumismo è arte e l’arte va consumata al pari delle merendine del Mulino Bianco, se insomma le differenze di valore e di significato sono puri arbitri o convenzioni, in quanto non sussiste nessuna identità sostanziale nell’essere delle cose, ma solo apparenze mutevoli e ombre mentali e copie senza alcun originale, allora perché non dovremmo portare anche una cubista in parlamento, o una prostituta nel consiglio dei ministri?
Se ogni difesa della qualità e del merito, della gerarchia spirituale e della genialità individuale viene respinta e condannata come una pericolosa presa di posizione reazionaria, se tutti dobbiamo prendere almeno un 18 politico e il primo analfabeta può discutere di Aristotele o di teologia medioevale o di diritto internazionale alla pari con chi studia questi argomenti da trenta anni, allora perché non può sedere a Montecitorio un’igienista dentale e a Palazzo Madama qualche improbabile figuro alla Cetto La Qualunque che ignora perfino la data dell’unità d’Italia o della rivoluzione francese, ma gli piace tanto “u pilu”?
Vorrei ricordare solo di sfuggita, e un po’ per ridere, come si ama dire oggi, che l’opera del Diavolo, dell’antico Dragone, “il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra” (Ap. 12,9), consiste proprio nello svalutare ogni cosa, come ci insegna tutta la Bibbia e anche il Mefistofele di Goethe: negare e vanificare, svuotare tutto di senso, e ridurre così gli uomini a zombies, a involucri vuoti.
Ora sarà proprio un caso che il simbolo di mediaset sia stato fin dall’origine il Biscione/Dragone visconteo? E che Veronica Lario abbia parlato nella sua famosa lettera di denuncia di “figure di vergini che si offrono al drago”? E che i rituali sessuali, atti a catalizzare e a succhiare la forza vitale delle giovani donne, siano una componente essenziale di molti circoli massonici più o meno deviati? E che le due società di Berlusconi, gestite da Giuseppe Spinelli, che amministrava le strane locazioni del famigerato condominio di via Olgettina, si chiamino, indovinate un po’ come? una DOLCEDRAGO e l’altra IDRA, che poi non è altro che un mostro con 9 teste fatto a forma di serpente? E come descrive l’Apocalisse il Dragone? “un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna” (Ap. 12,3)…..ma queste sono solo battute, badate bene, scherzi a parte, niente di serio, ovviamente, siamo tutti laici e razionali, no?…
Comunque sia, Berlusconi è senza dubbio, come è già stato rilevato da più parti, un’icona pop, la Grande Maschera, il Jolly, la Matta che ride, il più grande politico postmoderno, il trionfo di quella “leggerezza” sostanzialmente avaloriale, che un direttore della radiofonia, nominato, desidero sottolineare anche questo particolare, da un consiglio di amministrazione “di sinistra”, mi invitava a immettere nelle trasmissioni del 3131 che conducevo per Radio Due, e che per lui significava in sostanza lasciar perdere gli argomenti più seri e “pesanti”, per parlare di comici, essere più frizzanti, fare battutine, inserire giochini, invitare presentatori televisivi, discutere di calcio, e così via, in un flusso ininterrotto di parole e di suoni senza troppe pretese, che di fatto ha distrutto in pochi anni il linguaggio radiofonico della RAI.
Era il 1993.
Subito dopo venne Berlusconi, la realizzazione appunto perfetta, e perciò vincente, di tanti ideali liberanti e liberatorii della sinistra più à la page degli anni ’80…
(continua…)

gennaio 23, 2011

NEVERENDING STORIES di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 6:01 pm
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Francesco De Marco – Il ciclista

Ovvero storie senza fine, come questa che traggo da K. Brigg, Fiabe popolari inglesi (Einaudi)

C’era una volta un re che aveva una bellissima figlia. Molti principi la chiesero in sposa, ma il re disse che l’avrebbe data a chi avesse saputo raccontargli una storia senza fine, mentre i pretendenti che ci avessero provato senza riuscirci sarebbero stati decapitati. Vennero molti principi, provarono a raccontare una storia, ma la storia finiva sempre e loro finivano decapitati.
Un giorno arrivò a corte un ragazzo poverissimo che aveva sentito parlare della cosa e voleva tentare la fortuna. Il re acconsentí, e il ragazzo cominciò questa storia:
- C’era una volta un uomo che costruí un granaio grande come molti campi messi insieme e alto quasi fino al cielo. Lasciò in cima soltanto un bucolino minuscolo da cui poteva passare solo una cavalletta, e non piú di una per volta, poi lo riempí di grano da cima a fondo. Quando ebbe finito, dal bucolino in cima entrò una cavalletta che prese un chicco di grano, poi entrò un’altra cavalletta che prese un altro chicco di grano… -
E il ragazzo andò avanti a dire:
- Poi entrò un’altra cavalletta che prese un altro chicco di grano – per ore e ore, finché il re non ne poté piú, disse che quella era una storia senza fine, e diede la figlia in sposa al ragazzo poverissimo.

La favola suggerisce interessanti riflessioni sulla natura della narrazione. Fatta o udita da altri ha un suo significato e una sua incantata bellezza a prescindere dai contenuti e dalla complessità della trama. Una storia semplice, minima perfino, raccontata con il ritmo e il tono giusto, può risultare affascinante e talmente efficace da diventare ipnotica. Ne erano del tutto consapevoli i druidi che sapevano fare dei loro racconti, intonati sulle dolci vibrazioni degli strumenti a corda, un’arma molto temuta. Perfino, addormentavano i nemici.
Il piacere di una narrazione che sa farsi così magicamente persuasiva è legato essenzialmente al potere della “iterazione”, alla regolarità ritmica della ripetizione.

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gennaio 22, 2011

ROBERTO PLEVANO recensisce I CUSTODI DEL TALISMANO

Filed under: recensioni — vbinaghi @ 4:20 pm
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I custodi del talismano ha tema e impianto di romanzo storico, ma in esso la narrazione si eleva a consapevole meditazione sull’aura dell’oggetto simbolico, sul significato del conoscere e sulla difficile trasmissione della cultura (nel senso di sapienza) attraverso gli uomini e i tempi, e del suo intrecciarsi con la Storia. L’autore giostra con perizia attraverso i molti piani di lettura dell’opera, ed è capace di dispiegarli senza appesantire il testo, anzi arricchendo di senso un intreccio narrativo serrato, ben scritto, avvincente, divertente nel senso pieno della parola, a tratti entusiasmante.

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gennaio 20, 2011

L’ARTE TRA VITA CORRENTE E CONOSCENZA di Henri Bergson

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 6:56 pm
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(Da: Il riso, in “Opere”, UTET 1971 pag. 105-110)

Quale è il fine dell’ arte?
Se la realtà colpisse direttamente i nostri sensi e la nostra coscienza, se noi potessimo entrare in comunicazione immediata con le cose e noi stessi, io credo che l’arte sarebbe inutile o piuttosto che saremmo tutti artisti, giacché la nostra anima allora vibrerebbe continuamente a l’unisono con la natura. I nostri occhi, aiutati dalla memoria, ritaglierebbero nello spazio e fisserebbero nel tempo quadri inimitabili. Il nostro sguardo afferrerebbe a volo, scolpiti nel marmo vivente del corpo umano, frammenti di statua belli quanto quelli della statuaria antica; e sentiremmo cantare in fondo alle nostre anime quale musica, a volte gaia più spesso lamentevole sempre originale, la melodia ininterrotta della nostra vita interiore. Tutto ciò è intorno a noi, è in noi e tuttavia niente di tutto ciò è percepito da noi distintamente. Fra la natura e noi (che dico? fra noi e la nostra coscienza) s’interpone un velo – velo spesso per gli uomini comuni, velo leggero quasi trasparente per l’artista ed il poeta. Quale fata ha tessuta questa tela? per malizia o per bontà? Occarre anzitutto vivere, e la vita esige che nai conosciamo le cose nel rapporto che esse hanno coi nostri bisogni. Vivere significa agire: vivere significa accettare degli oggetti le impressioni utili per rispondervi con apppropriate reazioni: le altre impressioni debbono oscurarsi o arrivare a noi confusamente.
Io guardo e credo vedere, ascolto e credo sentire, mi osservo e credo di leggere nel fondo del mio cuore. Ma quello che vedo e quello che sento del mondo esterno è semplicemente ciò che i miei sensi ne estraggono per illuminare la mia condotta, ciò che conosco di me stesso è quello che affiora alla superficie e che prende parte all’azione. I miei sensi e la mia condotta non mi danno della realtà che una semplificazione pratica. Nella visione che essi mi danno delle cose e di me stesso, le differenze inutili (all’uomo) sono cancellate, le rassomiglianze utili sono accentuate: sono tracciate le vie che seguirà la mia azione. Queste vie sono quelle per cui è passata l’umanità intera prima di me. Le cose sono state classificate in vista del partito che ne potrei trarre, ed io percepisco questa classificazione molto più del colore e della forma delle cose. Senza dubbio l’uomo è molto superiore a l’animale su tale punto. E’ poco probabile che l’occhio del lupo faccia una differenza fra il capretto e 1′agnello; essi sono per il lupo due prede identiche essendo egualmente facili ad afferrare, egualmente buone a divorare. Noi facciamo una differenza fra la capra ed il montone, ma distinguiamo una capra da una capra, un montone da un montone?
(continua…)

gennaio 19, 2011

RAFFAELE, NON FARE LE COSE A META’ di Giulio Mozzi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 6:19 pm
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Non ho mai firmata alcuna petizione in favore del signor Cesare Battisti. Apprendo ora (con un certo ritardo) che l’assessore alla cultura della provincia di Venezia, Raffaele Speranzon, ha proposto di “rimuovere dagli scaffali” delle biblioteche site nel territorio della provincia stessa le opere di quegli scrittori o saggisti che a suo tempo ne firmarono una.

Sono pienamente d’accordo. Invito peraltro il suddetto assessore a non fare una cosa fatta a metà, così come si usa purtroppo dalle nostre parti. Dagli scaffali delle biblioteche della provincia di Venezia devono essere tolte:
- tutte le opere che parlino bene, od omettano di parlare male, di Garibaldi: un terrorista internazionale protetto dai “poteri forti”, alla cui criminosa azione si deve quell’increscioso evento che è l’unità d’Italia;

- tutte le opere che parlino bene, od omettano di parlare male, di tutti coloro che, in combutta o meno con Garibaldi, lavorarono per l’unificazione di quell’entità naturalmente separata e divisa che è l’Italia: da Camillo Benso conte di Cavour ai fratelli Bandiera, da Giuseppe Mazzini a Gabriele D’Annunzio, da Enrico Toti a Francesco Baracca;

Leggi l’intero articolo su Vibrisse

gennaio 18, 2011

Cronache dal paese dei Bunga Bunga – CLAMOROSO: CALDEROLI INVOCA LA CASTRAZIONE CHIMICA

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 7:34 pm
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(La Stampa) Dopo le note vicende che coinvolgono il presidente del consiglio in atti di prostituzione minorile, il deputato leghista Calderoli risfodera un suo vecchio cavallo di battaglia: la castrazione chimica per pedofili e stupratori recidivi: “La castrazione chimica non sarebbe sbagliata” dichiara, “ma solo troppo leggera per il responsabile”

(Repubblica) Al momento della separazione, la ex moglie del premier Veronica Lario aveva dichiarato: “Basta. Non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni». «Ho cercato di aiutare mio marito come si farebbe come una persona che non sta bene, ma è stato tutto inutile: Silvio per un pelo di figa giovane venderebbe sua sorella a Gheddafi”

(Corriere della Sera) . Ruby: “Ho chiesto cinque milioni per il mio silenzio. Silvio non vuole che si sappia che ce l’ha piccolo. Piccolissimo! Fa tenerezza, povero. Rapporti? Si ma niente di traumatico. Con quel cosino è proprio un attimo, si sente appena. Una punturina”

(Rainews24) Emilio Fede: “La misteriosa fidanzata di Berlusconi? Non la conosco ma comunque non sono io. Figuratevi che gli ho pure babbato un bel po’ di soldi facendo la cresta sul prestito a Lele Mora. Perchè? Nessun motivo particolare. Ho pensato: se lui è così bamba da pagare tremila euro per una pompa, perchè non devo guadagnarci qualcosa anch’io, che gli lecco il culo da vent’anni?”

(Il Gambero Rotto) L’unico a non dare dispiaceri a Silvio Berlusconi è il ministro Bondi. Insiste presso la santa sede per la causa di beatificazione in vita, proponendo documenti di guarigioni miracolose e cementando la richiesta con la poesia che gli ha dedicato:

Silvio

Vita assaporata
Vita preceduta
Vita inseguita
Vita amata
Vita vitale
Vita ritrovata
Vita splendente
Vita disvelata
Vita nova

gennaio 17, 2011

LISTE DI PROSCRIZIONE, LIBRI AL ROGO

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 10:19 am

Copio e incollo dal blog dei Wu Ming:

L’assessore alla cultura della provincia di Venezia, l’ex-missino-oggi-berlusconiano Speranzon, ha accolto il suggerimento di un suo collega di partito e intimerà alle biblioteche del veneziano di:
1) rimuovere dagli scaffali i libri di tutti gli autori che nel 2004 firmarono un appello dove si chiedeva la scarcerazione di Cesare Battisti;
2) rinunciare a organizzare iniziative con tali scrittori (vanno dichiarati “persone sgradite”, dice).
Il bibliotecario che non accetterà il diktat “se ne assumerà la responsabilità”.
Si allude forse al congelamento di fondi, al mancato patrocinio delle iniziative, al mobbing, a campagne stampa ostili?
La proposta ha avuto il plauso del COISP, un sindacato di polizia. Così il bibliotecario ci pensa due volte, prima di mettersi contro l’ente locale e le forze dell’ordine.
Una cricca di “sinceri democratici” si sta già muovendo per estendere la cosa a tutto il Veneto, ed è probabile che l’iniziativa venga emulata oltre i confini regionali.
Ecco cosa si può leggere sul “Gazzettino”:
«Scriverò agli assessori alla Cultura dei Comuni del Veneziano perché queste persone siano dichiarate sgradite e chiederò loro, dato anche che le biblioteche civiche sono inserite in un sistema provinciale, che le loro opere vengano ritirate dagli scaffali [...] Chiederò di non promuovere la presentazione dei libri scritti da questi autori: ogni Comune potrà agire come crede, ma dovrà assumersene le responsabilità. Inoltre come consigliere comunale a Venezia, presenterò una mozione perché Venezia dia l’esempio per prima [...] Scriveremo agli assessori regionali Marino Zorzato e Elena Donazzan, perché estendano l’iniziativa in tutto il Veneto.»
Ora, il fatto stesso che uno possa concepire una cosa del genere indica che lo sprofondamento italico sta toccando nuove, nauseanti bassezze. Stiamo ormai trivellando il fondo della Fossa delle Marianne, circondati da pesci ciechi e deformi, in cerca dell’oscurità più oscura che possa prodursi nell’universo.
Vogliamo stare in fondo alla fossa insieme a questi tetri, squallidi palombari della censura, o vogliamo impegnarci a riemergere?
Lassù c’è il sole, per chi desidera rivederlo.
Nella lista di proscrizione siamo in tantissimi: noi, Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Girolamo De Michele, Vauro, Lello Voce, Pino Cacucci, Christian Raimo, Sandrone Dazieri, Loredana Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Laura Grimaldi, Antonio Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari e molti altri.
Praticamente dovrebbero svuotarli, gli scaffali.
E forse è quello che sognano.

Per chi volesse protestare contro questa indegnità, la mail di Speranzon (presa dal suo sito) è:
info@speranzon.it
Questo il testo del messaggio che gli ho inviato:

Non ho firmato l’appello per la scarcerazione di Battisti e sono uno di quelli che sperano che venga estradato in Italia.
Questo non toglie che la sua iniziativa sia un atto di fascismo puro e semplice che trovo ripugnante.
Sono sicuramente uno scrittore a Lei e ai suoi simili sgradito. Mi autodenuncio.
Questi sono i miei libri, li faccia pure bruciare nella pubblica piazza.
http://www.ibs.it/libri/binaghi+valter/libri+di+valter+binaghi.html

Con scarsa stima

Valter Binaghi

gennaio 16, 2011

IL DIRITTO DI ESSERE POVERI di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 7:21 pm
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Torna lo spettro della povertà, ma i poveri non possono tornare. Forse perché, propriamente parlando, non è la povertà quella che torna ma la sua sorellastra, la miseria: un incubo di giorni che sembravano superati per sempre.
La povertà è la condizione di chi magari ha poco ma di quel poco si accontenta. Per questo può essere lieta e conservare quella sua particolare bellezza che ad alcuni piace e la rende, pensa un po’, “amabile”. Ma accontentarsi di poco non significa mancare del necessario. L’asceta e il mistico possono vivere in letizia senza avere il necessario, l’uomo comune ha invece bisogno di risorse che gli assicurino un’esistenza dignitosa e libera dall’angoscia del futuro. Un’esistenza dove si può invecchiare, cadere ammalati, perfino qualche volta sbagliare, senza rimanere per questo annientati. La bellezza della povertà è quella raccolta e modesta di un orto, in cui non fioriscono piante rare, esotiche, e i profumi sono quelli rustici degli ortaggi e delle piante selvatiche. Non che i ricchi giardini non debbano esistere: ciascuno abbia secondo il suo gusto, le sue aspirazioni e capacità (che non possono essere infinite però, anche la giornata del più geniale manager o dell’ imprenditore è fatta di 24 ore!) purché tutti abbiano un orto. Purché le orchidee non tolgano ai semplici la consolazione della cicoria e del vilucchio.
Oggi è proprio la condizione che abbiamo identificato con la povertà (l’accontentarsi di poco) a risultare fuori moda e fuori tempo, per il motivo semplice che il “poco” non esiste più. E questa è forse la principale nota caratteristica della “carestia” che sta colpendo l’Occidente, la parte del mondo che fino a qualche anno fa definivamo ricco e sviluppato. E in effetti lo è ancora: manifestazioni indecorose di opulenza si accompagnano ai segnali inquietanti dell’incertezza e della crisi.

Leggi l’intero articolo su La fata centenaria

gennaio 15, 2011

PERCHE’ IL REFERENDUM FIAT CAMBIERA’ POCO O NIENTE di Tuscan Foodie

Tuscan Foodie: dietro questo simpatico nickname si nasconde un italiano che vive negli Stati Uniti. L’ho conosciuto discutendo del caso FIAT su Lipperatura e in effetti il testo che segue è un melange dei suoi commenti su quel thread. Nonostante il suo blog deliziosamente gastronomico, fa un lavoro serissimo e ha parecchio da dirci sul vero motivo per cui il referendum di Mirafiori (e le angosce che ha giustamente generato tra i lavoratori) è il solito psicodramma collettivo all’italiana che serve a nascondere la vera natura del problema. Perchè l’Italia è scarsamente competitiva nella capacità di attrarre investimenti?

Parte del mio lavoro consiste nel negoziare con autorita’ governative (statali, regionali, locali) pacchetti d’incentivi per eventuali espansioni dell’azienda per cui lavoro (una grossa azienda americana). C’e’ da costruire una nuova fabbrica, e ci sono 4 possibili siti? Io negozio con i governi dei quattro siti i migliori pacchetti d’incentivi, e poi l’azienda decide (anche sulla base del costo del lavoro, delle infrastrutture, della tassazione, della logistica) dove fare la nuova fabbrica. C’e’ da assumere 100 ingegneri per lo sviluppo e produzione del prodotto X? Bene, io guardo quali siano i possibili incentivi che i vari Stati (o regioni o altro) offrono. Lo Stato X ti da’ il 50% del salario dei nuovi assunti per 10 anni, lo Stato Y ti da’ il 30% pero’ poi ti costruisce la ferrovia che arriva in fabbrica, eccetera.
Faccio questo lavoro da piu’ di dieci anni, e l’ho fatto per varie aziende, sempre straniere. L’Italia non e’ MAI – ripeto MAI – stata presa in considerazione per un nuovo investimento. Gli investimenti sono stati sempre fatti altrove: o in paesi che offrono incentivi alti, e tasse e costo del lavoro basso (i paesi dell’ex blocco dell’est, per esempio), ma anche – ATTENZIONE – in paesi dai costi in apparenza piu’ elevati dell’Italia, come Francia e Germania.
Perche’? Perche’ in questi paesi, nei quali il costo del lavoro e’ piu’ alto dell’Italia e il livello della tassazione per le imprese (almeno in Germania) e’ simile a quello italiano, ci sono cose che per un’azienda non hanno prezzo: 1) un sistema giuridico chiaro, e valido nel tempo (fiscale, del lavoro, degli incentivi), che non cambia con ogni Finanziaria e 2) relazioni sindacali che per quanto conflittuali (in Francia durante le negoziazioni sindacali a volte si “rapiscono” i funzionari…) si svolgono comunque in un sistema che viene considerato “normale”, o comunque di conflitto risolvibile e non permanente.
L’Italia e’, semplicemente, esclusa da qualsiasi mappa d’investimenti futuri. E guardate che ho molti conoscenti che fanno il mio stesso lavoro per imprese non italiane, e il discorso e’ sempre lo stesso.
Si e’ arrivati a casi a volte comici, nei quali addirittura le imprese che si sono stabilite in alcune zone industriali del sud italia (la zona di Atessa attorno a Pescara, per esempio, dove c’e’ un polo industriale considerevole) si sono viste chiedere la restituzione dei finanziamenti pubblici ottenuti per stabilirvisi (non so come sia finita la storia, perche’ durante quelle negoziazioni cambiai lavoro).
Personalmente sono convinto che siano vari elementi a rendere l’Italia inappetibile per un investitore, non solo il conflitto permanente:
1) Non esiste una politica di attrazione degli investimenti esteri semplice e chiara. Ci sono tremila leggi e leggine da decifrare per capire quello che si puo’ ottenere e almeno 4-5 istituti con cui parlare, senza coordinazione. In Francia gli interlocutori per gli incentivi sono al massimo due, e la legge per gli incentivi alla ricerca e sviluppo, per esempio, e’ scritta con una chiarezza che anche un bambino di 5 anni la capirebbe. In Spagna lo stesso (due interlocutori: uno federale, uno per la regione). Nei paesi dell’Est di solito c’e’ un solo coordinatore, che coordina il tutto. In Italia, in teoria c’e’ un’agenzia per gli investimenti esteri che e’ di fatto senza potere negoziale: tu impresa ti siedi al tavolino, e stai parlando al vento, perche’ l’interlocutore non e’ in grado di accordarsi su niente, dovendo poi verificare con almeno due Ministeri.
2) Gli incentivi dati alle imprese – tranne casi storici come quelli FIAT – sono semplicemente troppo bassi per attirare grossi investimenti. Posso fare esempi concreti, se lo si crede opportuno.
3) Non esistono ancora corridoi infrastrutturali che rendano la produzione in Italia conveniente. Se il mercato di riferimento della produzione e’ l’Europa, l’Italia non ha senso. L’unico grosso vantaggio riguarderebbe la logistica, con porti come Genova e Gioia Taura nei quali far arrivare le materie prime: ma questi porti hanno ormai fondali troppo bassi per le grandi navi che arrivano dalla Cina, e infatti ormai sono porti di serie B rispetto a Rotterdam, Zeebrugge, Barcellona. Ci sarebbero i grandi corridoi ferroviari europei…ma devo davvero parlare della TAV?
4) I salari sono alti. Non in assoluto, ma rispetto ad altri paesi europei (Francia, Germania, Spagna) che almeno offrono maggiori incentivi e maggiori certezze una volta che ci si e’ stabiliti.
Alcuni dei problemi italiani sono politici. Altri sono infrastrutturali e di difficile soluzione (se uno si azzardasse a proporre di approfondire i fondali del porto di Genova, se anche fosse possibile, si ritroverebbe in guerra permanente con gli ambientalisti – giustamente o no qui non ha importanza. La TAV insegna).
La FIOM e’ l’ultimo dei problemi. Sto seguendo le negoziazioni di FIAT da molto lontano, per cui non sono in grado di dare opinioni approfondite sulla questione specifica. Io mi sono limitato – ripeto – a descrivere una situazione che e’ sotto gli occhi di tutti, ma che e’ il classico elefante nella stanza di cui nessuno parla. Ed e’ la situazione che ha generato la questione FIAT, tra l’altro.
In Italia non investe piu’ nessuno. Punto. Riconosciamolo questo fatto, e ripartiamo da li’, mettendo da parte, se ci si riesce – e i politici sarebbero pagati per questo – le contingenze del momento FIAT, e cercando di pensare sul medio/lungo periodo. E’ possibile attirare investimenti esteri nel pieno rispetto dei diritti dei lavoratori? Certo che e’ possibile. Non bisogna ricorrere ai sistemi di attrazione degli investimenti dei paesi del Golfo, nei quali un califfo e’ in grado di garantirti immediatamente milioni di Euro dopo due incontri.
La Spagna – che non ha piu’ un produttore nazionale di automobili – e’ il secondo (o almeno lo era fino a che me ne occupavo) produttore di automobili in Europa. In Germania i salari sono alti, e il livello partecipativo dei sindacati molto alto. Sono paradisi? No. Sono sistemi che hanno anche generato mostri (i finanziamenti illeciti della Siemens hanno fatto danni enormi). Ma che di certo funzionano meglio dell’Italia.
E’ compito della politica creare un sistema normativo e infrastrutturale che attiri gli investimenti. E’ colpa chiarissima del Governo (e non di quello Berlusconi e basta, ma di questo e di quelli precedenti) non aver creato queste condizioni. Le imprese si ritrovano quindi o a non investire o a spostare la produzione altrove. E – ripeto – non vanno solo in Serbia o in Polonia, ma anche in Spagna e in Francia…
Alcuni dati oggettivi per capire quello che dico. Le imprese americane nel 2009 hanno investito all’estero circa 3500 miliardi di dollari. Di questi, 2000 miliardi sono finiti in Europa (quasi il 60%). Una cifra enorme. Bene, dove sono andati questi 2000 miliardi?
-470 in Olanda (un paese con 10 milioni di anime e un’area ridottissima)
- 470 in Inghilterra (paese per dimensione dell’economia e popolazione simile all’Italia)
- 116 in Germania
- 86 in Francia.
- 50 in Spagna.
E l’Italia? 31.5 miliardi. La meta’ di quelli del Belgio. Questi paesi hanno TUTTI un costo del lavoro piu’ elevato rispetto all’Italia. Tutti. Ma offrono le certezze, le infrastrutture e l’assistenza di cui dicevo sopra.
Poi finiamola col dire che la Cina attira molti investimenti esteri…gli investimenti americani in Francia nel 2009 sono stati poco meno del doppio di quelli in Cina – 86 mila miliardi di dollari contro i 49 della Cina. Cioe’, per capirci, per ogni $ investito in Cina (costo del lavoro ridotto, sindacati a zero…) le imprese americane ne hanno investiti 2 in Francia, uno dei paesi con il costo del lavoro piu’ alto in Europa.
Certo, gli investimenti americani non rappresentano il 100% degli investimenti globali, ma sono in ogni caso piu’ del 50%, per cui contano qualcosa per farsi un’idea. Un riassunto dei dati lo trovate qui:
http://www.fas.org/sgp/crs/misc/RS21118.pdf
In Italia al momento non c’e’ una politica di creazione d’impiego (attrazione d’investimenti esteri e non). Il fatto che non abbiamo avuto un Ministro per lo Sviluppo Economico per mesi e’ solo la punta dell’Iceberg. La mia impressione – ma potrei sbagliarmi – e’ che il Governo speri semplicemente che le negoziazioni attuali con la Fiat creino un modello che sara’ seguito in futuro. Se ho ragione, e’ un atteggiamento miope: se si punta a ridurre il potere dei sindacati per attrarre capitali, questo e’ il modo piu’ sbagliato che ci sia. Se anche l’approccio FIAT passasse, eventuali investitori tarderebbero ancora a venire, perche’ non si sono risolti i problemi strutturali che stanno a monte. Ma e’ l’elefante nella stanza di cui parlavo prima: tutti parliamo di FIAT, ma non delle circostanze che hanno portato l’Italia in questa situazione.

gennaio 13, 2011

PAOLO PEGORARO recensisce I CUSTODI DEL TALISMANO

Pare interminabile il piagnisteo circa l’incapacità del romanzo italiano di raccontare grandi storie, lasciandosi alle spalle la stagione dei referti sociologici, della risata funerea che tutto caricaturizza, dei giochi combinatori e delle dietrologie cosmiche. Curiosamente però, quando un romanzo osa per davvero il colpo d’ala, l’appoggio di un grande editore non lo si trova neppure a cercarlo con il lanternino. Neppure quando – come in questo caso – a sostenerlo ci sono firme come Tullio Avoledo, Giuseppe Genna, Alessandro Zaccuri o Giulio Mozzi. E così I custodi del Talismano di Valter Binaghi (ed. Sottovoce, pp. 237, € 13,50), dopo aver pellegrinato di redazione in redazione, esce come primo titolo di una nuova casa editrice, il marchio Sottovoce.
E dire che Binaghi non è certo scrittore di primo pelo: di romanzi ne ha già pubblicati otto, portandosi a casa anche belle soddisfazioni di lettori e di critica. Definire “stimolante” il suo percorso sarebbe riduttivo. Redattore della rivista di controcultura Re Nudo negli anni Settanta, aveva accantonato la scrittura per insegnare storia e filosofia nei licei. Per trent’anni. Senza però mai trascurare la passione per il blues: e ancora oggi – 53 anni, moglie e due figli – continua a imperversare con la sua band nella provincia di Milano. Nel frattempo ha ripreso in mano la penna. E tra le altre cose ha scritto, insieme al figlio Francesco, la prima biografia italiana del mitico Johnny Cash, riletta attraverso i testi delle sue canzoni (Johnny Cash. The man in black).
I custodi del Talismano è un romanzo difficile da costringere in una definizione. Possiede tutta la ponderata precisione di un romanzo storico e al tempo stesso un respiro molto più ampio. Nulla è lasciato al caso, ogni particolare ricostruito sullo studio delle fonti, eppure si osano nominare anche le parole tabù dell’antistoria: «destino», «necessità» e «disegno divino». Qualcosa d’indefinibile pare tracimare oltre l’orizzonte degli eventi.

Leggi l’intero articolo su Bombacarta

gennaio 12, 2011

LA VOCE DEL PADRONE di Marianna Quatraro

Vincenzo GuerrazziOperai

Questa mattina, la Fiat ha fermato la produzione per un’ora e ha convocato le assemblee durante le quali i capisquadra hanno spiegato ai lavoratori la versione dell’azienda sui contenuti dell’accordo per sollecitare il voto favorevole al referendum indetto.
L’azienda ha spiegato di aver diritto a tenere le assemblee in quanto parte firmataria dell’intesa. L’iniziativa potrebbe avere lo scopo di controbilanciare l’effetto delle assemblee, che si terranno giovedì, convocate dalla Fiom, contraria all’accordo, per spiegare l’interpretazione in negativo dell’accordo.
La mossa della Fiat è inedita e già sta suscitando reazioni. Indignato Giorgio Airaudo, responsabile Auto della Fiom. “A margine dell’illustrazione dell’accordo, ci sarebbe chi si informa su come i lavoratori intendano esprimersi in occasione del referendum. Se questo fosse vero significherebbe che in Fiat il referendum non sarebbe più una consultazione che già consideriamo illegittima, ma una palese violazione dei più elementari principi di libertà e democrazia e sarebbe un’azione antisindacale. Nel silenzio dei sindacati firmatari, l’Azienda ha assunto non solo la guida diretta del fronte del sì, ma addirittura l’iniziativa di sostituirsi ai sindacati stessi. I capi, inoltre, dicono ai lavoratori delle Carrozzerie che il testo dell’accordo, che è stato distribuito ai lavoratori solo dalla Fiom, l’unica sigla che non l’ha sottoscritto, non sarebbe l’ultima versione dell’accordo stesso. Questa è una bugia”.
Nel frattempo, sono state confermate le date del referendum e si riaccende la polemica. Cgil attacca, mentre la Commissione elettorale, composta di soli lavoratori indicati dalle sei diverse sigle sindacali presenti in fabbrica, ha confermato ufficialmente che il referendum sull’accordo a Mirafiori si terrà domani e venerdì e Fim precisa che l’ipotesi di rinvio era stata avanzata solo per gli stretti tempi di predisposizione del voto.
Il voto del referendum si terrà a partire dal turno di notte di domani, quindi verso le 22, e proseguirà con il turno del mattino di venerdì e quello successivo del pomeriggio. I lavoratori di questo turno, che inizia a metà giornata, avranno a disposizione 2-3 ore per votare, poi le urne si chiuderanno e si comincerà lo spoglio delle schede, si stenderanno i verbali e solo successivamente arriverà il conteggio dei voti.

(Da: Business Online)

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