La biografia minima: il personaggio letterario
Abitare, anzi tornare a sognare i propri ricordi più cari, quelli che hanno il potere di riportare l’esistenza al centro di se stessa e ridarle nuovo slancio, è dunque il luogo di una felicità privata, sorta di auto-terapia dell’anima.
E’ vero, però, che proprio il carattere emblematico del ricordo, accostato ad altri diversamente pregnanti, può servire ad imbastire la propria biografia, anzi è proprio a partire da questo che ognuno di noi continuamente intraprende la propria narrazione personale, quella che riporta unità alla nostra esistenza frammentata, alla luce dei suoi momenti topici. Quando il lunedì ti inchioda spietatamente alla tua agenda, ami ricordare che questo è ciò che fai, non ciò che sei: tu sei un uomo di mezza età che da giovane fu un corsaro, che ha un cuore sempre disposto all’amore, che al galoppino dell’ufficio diritti le hai cantate chiare giusto l’altro ieri.
La stessa operazione, mutatis mutandis, presiede nello scrittore alla costruzione di quella biografia minima che compete al personaggio di una narrazione, specialmente quando il personaggio va brevemente introdotto con tratti salienti che dovranno illuminare il lettore, predisponendolo alla coerenza dei comportamenti che ne seguiranno o (meglio ancora) meravigliandolo quando essi parranno in contrasto con il ritratto che se ne è fatto.
Conosciamo tutti il modo più prosaico di scrivere una biografia: è la stesura di un curriculum, dove la selezione degli eventi riportati (coordinate anagrafiche, titoli di studio, impieghi precedenti) è guidata dall’esigenza tutta esteriore di esibire atti e certificazioni pubbliche a scopo di assunzione.
Imitandone lo stile neutro e il ritmo blando, un grande scrittore italiano ha scritto biografie “non illustri”, dove la selezione dei fatti è guidata dal carattere morale che queste vite hanno via via sviluppato. Ecco ad esempio gli esordi di un avaro:
Nasce il 7 settembre 1896 a Milano, in via Caserotte 12, dove il medico, chiamato d’urgenza per parto prematuro, portato a termine senza complicazioni, viene subito dopo sollecitato a visitare il padre, cassiere di banca sofferente di doppia ernia inguinale, e il primogenito di sei anni, i cui occhi sono dissimmetrici. Esitante alla fine sull’onorario, viene bruscamente invitato a limitarlo a una sola visita, tenuto conto del tempo perso complessivamente.Evitate per il neonato altre spese giudicate superflue, come il succhiotto, già usato per il primogenito e conservato nell’armadio in corridoio, e la cuffia di lana, sostituita da un berretto di seconda mano vinto a una pesca di beneficenza…
Studia alle elementari Cesare Correnti con il libro di testo che suo fratello ha acquistato sei anni prima. È diverso da quello che hanno i suoi compagni e anche l’autore è diverso. Prova le prime angosce della sua vita. Il padre, dopo un alterco con il maestro sulla invariabilità del sapere, cede, come dice, al ricatto dell’autorità e acconsente all’acquisto del libro nuovo.
Apprende a sette anni, leggendo in classe il “Canto di Natale” di Dickens, il significato della parola avaro. Quando chiede chiarimenti a suo padre, gli vede le vene del collo dilatarsi sotto il viso congestionato: – Chi ti ha detto queste imbecillità? Ricordati che gli avari non esistono, esiste chi non sa la differenza tra risparmio e spreco! -
(G. Pontiggia, Vite di uomini non illustri, Mondadori)
Bisogna essere artisti sopraffini come Pontiggia per evitare le secche dell’allegorismo, quando quella che si scrive è una biografia visibilmente “orientata”. Meno esplicita, ma ugualmente efficace nell’esibire un carattere ben definito, questa dell’italo-americano John Fante, che descrive il padre muratore, immigrato negli USA dall’Abruzzo:
Mio padre era un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte d’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque…
Lui era qualcosa di più che il capofamiglia. Era giudice, giuria e carnefice, Geova in persona.
Non c’era nessuno che potesse avere a che fare con lui senza litigare. Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, il prete, la città, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato. Né gli importava un fico secco del mondo intero, né del cielo né delle stelle o dell’universo, né del paradiso né dell’inferno. Ma le donne, quelle gli piacevano.
Gli piaceva pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoria¬le. Era un perfetto artigiano la cui fantasia e perizia sembravano essersi concentrate in quelle mani meravigliosamente forti, e benché si definisse un impresario edile, io m’ero abituato a considerano uno scultore, perché a una pietra poteva dare la forma d’un uomo, o d’un animale. Era un muratore superbo, veloce, preciso. Ma anche un eccellente falegname, stuccatore e cementiere.
(John Fante, La confraternita del Chianti, Marcos Y Marcos)
(continua…)





















