Doctor Blue and Sister Robinia

gennaio 29, 2011

L’ARTE DEL RICORDO(3) di Valter Binaghi

Ricordo, idealizzazione, fantasia

C’è un esempio divenuto ormai classico che illustra come la reliquia di un ricordo d’infanzia non solo sopravvive indelebilmente per tutta la vita, ma soprattutto come il suo carattere simbolico è capace d’imprimere ad un’intera esistenza il suo significato, quasi una profezia che si autodetermina: è il film “Quarto potere“, indiscusso capolavoro di Orson Welles. L’ultima parola pronunciata in punto di morte dal protagonista, “Rosebud”, resta un enigma per lo spettatore, che si vede scorrere davanti i frammenti dell’esistenza di Charles Foster Kane, un magnate dell’industria e della comunicazione, di cui le cui fortune crescenti non placano lo spietato arrivismo creando piuttosto intorno a lui una mostruosa solitudine affettiva e morale. Finchè arriva l’ultima scena a svelare il mistero di “Rosebud”. La parola è incisa su uno slittino di legno mezzo bruciato, unico resto di un infanzia che era stata felice finchè il piccolo Charles era stato costretto ad abbandonare la famiglia per essere educato da un banchiere, iniziando così la sua parabola in un mondo per lui tanto ricco di successi quanto deserto di affetti. “Non basta una parola sola a spiegare la vita di un uomo”, dice a un certo punto uno dei personaggi del film. A spiegare no, certo. Ma a fornirne l’enigmatico emblema, si, o almeno questo suggerisce la vicenda.
Se accettiamo questo carattere simbolico che possiede un singolo ricordo, quest’aura particolarmente luminosa che circonda la singola immagine e che la rende capace d’illuminare un intero percorso come se ne fosse la sintesi o di suggerirne la realizzazione come se ne rappresentasse l’annuncio profetico, allora siamo a buon punto per comprendere quello che nel linguaggio corrente si usa chiamare “idealizzazione”.
La scuola purtroppo ci abitua a normalizzare questo fenomeno nel recinto di una categoria letteraria (non c’è manuale che non ribadisca che la Beatrice di Dante e la Laura del Petrarca sono immagini “idealizzate”, puntualmente tradotte con la formuletta della “donna-angelo”), quando in realtà si tratterebbe, se considerato con gusto d’esperienza più che con prevenzioni culturali, di una delle vie d’accesso alla più autentica vita dello spirito. E’ così difficile capire che, proprio perchè storicamente avvenuto e datato, l’incontro con la particolare grazia di una fanciulla in fiore abbia il potere di dischiudere oltre se stesso un orizzonte indeterminato e promettente, rivelando all’innamorato la necessità destinale, la profondità metafisica del proprio sentimento? Se l’allegoria non è che la “traduzione” o “l’illustrazione” artificiosamente ricercata di un pensiero preconcetto, la pregnanza simbolica di un’immagine rappresenta esattamente l’opposto (come Kant riconosce correttamente, trattando dell’idea estetica(1)), ossia il presentimento di un adempimento futuro, la misteriosa cifra di un destino, una dimora che la memoria non si stancherà mai di abitare perchè in essa ritrova vigore e ispirazione per progettarsi in quanto libertà.
Ma, se questo è vero, allora si spiega anche il fatto che questa cara immagine non è custodita come una reliquia, avvolta e protetta da un velo talmente spesso da risultare il sudario di un cadavere. Al contrario, essa ogni volta è ripresa con rinnovata energia; con essa la memoria intrattiene un rapporto che è più dialogo che muta contemplazione. In assenza della persona amata, non capita forse all’amante di domandare alla sua immagine un poco della sapienza che essa sola sapeva trasmettergli (“Che direbbe, che farebbe se fosse qui”)? Ecco allora che il ricordo immobile prende vita, viene chiamato a diffondere la sua luce in un contesto che gli era originariamente estraneo da una fantasia che è tutt’altro che mero capriccio, perchè dall’adempimento di quel perdurante amore e da null’altro è mossa. E’ così che Virgilio e Beatrice, richiamati l’uno dall’austero silenzio degli studi e l’altra dai giorni palpitanti della giovinezza, assistono e consigliano il poeta nel suo viaggio spirituale.
Certo, di tutti i ricordi che si prestano a una costante re-invenzione o rielaborazione fantastica, i privilegiati sono i ricordi d’infanzia. Gaston Bachelard ha scritto pagine meravigliose a questo proposito quando sostiene che, a prescindere dall’opportuna ricerca dell’evento traumatico che la psicanalisi compie per sanare una patologia, ci dev’essere una psicologia positiva, una psicologia della salute che aiuti l’uomo a comprendere se stesso, e il suo compito primario sarà “rendere conto dell’idealizzazione reale dei ricordi d’infanzia, dell’interesse personale che abbiamo per tutti i ricordi d’infanzia”(2). Più ancora, liberandoci da una preoccupazione che è solo scientifica (non è vero che dobbiamo a noi stessi innanzitutto la ricerca della felicità?), dovremmo poter risvegliare in noi “grazie a volte alla sola immagine di un poeta, uno stato di nuova infanzia, di una infanzia che va più lontano dei ricordi della nostra infanzia, come se il poeta ci facesse continuare, terminare un’infanzia che non era finita bene, e che malgrado ciò era nostra, e che senza dubbio, in parecchie riprese abbiamo sognato”(3). “La ragione di questo valore che resiste alle esperienze della vita, è che l’infanzia rimane in noi un principio di vita profonda, di vita sempre disposta alle possibilità di ricominciamento”(4)
In effetti, l’infanzia come condizione spirituale è irraggiungibile dalla pura ricostruzione biografica. A un certo punto il bambino “perde il suo diritto assoluto a immaginare il mondo” e gli adulti si fanno un dovere “di insegnargli a essere oggettivo – oggettivo nel modo banale in cui gli adulti si credono oggettivi”. A quel punto l’infanzia si dissolve e inizia la biografia: “gli viene insegnata anche la storia di famiglia. Gli vengono insegnati la maggior parte dei ricordi della prima infanzia, una storia che il bambino saprà sempre raccontare”(5). Ma chi ridarà allo psichismo addomesticato dell’adulto la libertà e lo slancio dei suoi esordi? La poesia, più che la memoria biografica, quella poesia spontanea che è la re-immersione fantastica nei propri ricordi, una poesia di cui nessuno è professionista esclusivo ma che a nessuno è negata. Qui, memoria e immaginazione si rivelano nella loro non-dualità, come l’una il complemento o il rovescio dell’altra, sistole e diastole della medesima pulsazione. Come ha scritto Baudelaire: “La vera memoria considerata dal punto di vista filosofico, non consiste, penso, che in una immaginazione vivissima, facile da commuovere, e di conseguenza capace di evocare a sostegno di ogni sensazione le scene del passato offrendole come incantamento della vita”(6).

NOTE

1) Nella Critica del Giudizio
2) Gaston Bachelard, La poetica della reverie, Dedalo 1972, pag. 111
3) Ivi pag. 116
4) Ivi pag. 135
5) Ivi pag. 118
6) C. Baudelaire, Curiosités estetiques, citato in Bachelard, op. cit. pag. 131

4 commenti »

  1. Ma chi ridarà allo psichismo addomesticato dell’adulto la libertà e lo slancio dei suoi esordi?
    Questa tua domanda e il post, che ho molto apprezzato, mi portano a pensare all’illusione, sia nell’accezione negativa che positiva del termine. Ovvero la commistione di realtà e fantasia, che a volte inconsapevolmente, altre preordinatamente, elaboriamo per fornirci alibi o sostegno. L’illusione, fantastica o poetica, può essere il legante di due sezioni spezzate o interrotte, ma anche l’illusione stessa di un’idealizzazione erroneamente tradotta in immagine catalogata nei ricordi reali.
    Non trovi?.

    Commento di lorella — gennaio 29, 2011 @ 11:43 pm | Replica

  2. E’ chiaro che la fantasia può diventare lo strumento di una forte e patologica negazione del principio di realtà, fino al punto da generare allucinazioni. Con Bachelard, però, ti trovi ad esplorare la dimensione estetica della fantasia, la liberazione creativa di uno psichismo che sogna e sa di sognare e, sognando un mondo a sua misura, comprende se stesso come origine di gioco e di forma.

    Commento di vbinaghi — gennaio 30, 2011 @ 12:32 am | Replica

  3. Bachelard propone l’esplorazione di una terza via per pervenire ad una psicanalisi più profonda,
    liberandola dalle autolimitazioni della scienza pura e della filosofia. Non un gioco ne, secondo me, l’esplorazione della dimensione estetica della fantasia, ma fantasia come nuovo metodo strumentale per indagare la mente umana, che in alcuni punti cardine celerebbe risposte irraggiungibili con altre metodologie. Senza tradire la sua formazione scientifica, Bachelard in senso cosmologico è alla ricerca di una macchina del tempo per esplorare un universo parallelo.

    Commento di lorella — gennaio 30, 2011 @ 10:52 pm | Replica

  4. Molto vero.

    Commento di vbinaghi — gennaio 31, 2011 @ 1:32 am | Replica


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