Doctor Blue and Sister Robinia

gennaio 31, 2011

L’ARTE DEL RICORDO(4) di Valter Binaghi

La biografia minima: il personaggio letterario

Abitare, anzi tornare a sognare i propri ricordi più cari, quelli che hanno il potere di riportare l’esistenza al centro di se stessa e ridarle nuovo slancio, è dunque il luogo di una felicità privata, sorta di auto-terapia dell’anima.
E’ vero, però, che proprio il carattere emblematico del ricordo, accostato ad altri diversamente pregnanti, può servire ad imbastire la propria biografia, anzi è proprio a partire da questo che ognuno di noi continuamente intraprende la propria narrazione personale, quella che riporta unità alla nostra esistenza frammentata, alla luce dei suoi momenti topici. Quando il lunedì ti inchioda spietatamente alla tua agenda, ami ricordare che questo è ciò che fai, non ciò che sei: tu sei un uomo di mezza età che da giovane fu un corsaro, che ha un cuore sempre disposto all’amore, che al galoppino dell’ufficio diritti le hai cantate chiare giusto l’altro ieri.
La stessa operazione, mutatis mutandis, presiede nello scrittore alla costruzione di quella biografia minima che compete al personaggio di una narrazione, specialmente quando il personaggio va brevemente introdotto con tratti salienti che dovranno illuminare il lettore, predisponendolo alla coerenza dei comportamenti che ne seguiranno o (meglio ancora) meravigliandolo quando essi parranno in contrasto con il ritratto che se ne è fatto.
Conosciamo tutti il modo più prosaico di scrivere una biografia: è la stesura di un curriculum, dove la selezione degli eventi riportati (coordinate anagrafiche, titoli di studio, impieghi precedenti) è guidata dall’esigenza tutta esteriore di esibire atti e certificazioni pubbliche a scopo di assunzione.
Imitandone lo stile neutro e il ritmo blando, un grande scrittore italiano ha scritto biografie “non illustri”, dove la selezione dei fatti è guidata dal carattere morale che queste vite hanno via via sviluppato. Ecco ad esempio gli esordi di un avaro:

Nasce il 7 settembre 1896 a Milano, in via Caserotte 12, dove il medico, chiamato d’urgenza per parto prematuro, portato a termine senza complicazioni, viene subito dopo sollecitato a visitare il padre, cassiere di banca sofferente di doppia ernia inguinale, e il primogenito di sei anni, i cui occhi sono dissimmetrici. Esitante alla fine sull’onorario, viene bruscamente invitato a limitarlo a una sola visita, tenuto conto del tempo perso complessivamente.Evitate per il neonato altre spese giudicate superflue, come il succhiotto, già usato per il primogenito e conservato nell’armadio in corridoio, e la cuffia di lana, sostituita da un berretto di seconda mano vinto a una pesca di beneficenza…
Studia alle elementari Cesare Correnti con il libro di testo che suo fratello ha acquistato sei anni prima. È diverso da quello che hanno i suoi compagni e anche l’autore è diverso. Prova le prime angosce della sua vita. Il padre, dopo un alterco con il maestro sulla invariabilità del sapere, cede, come dice, al ricatto dell’autorità e acconsente all’acquisto del libro nuovo.
Apprende a sette anni, leggendo in classe il “Canto di Natale” di Dickens, il significato della parola avaro. Quando chiede chiarimenti a suo padre, gli vede le vene del collo dilatarsi sotto il viso congestionato: – Chi ti ha detto queste imbecillità? Ricordati che gli avari non esistono, esiste chi non sa la differenza tra risparmio e spreco! -
(G. Pontiggia, Vite di uomini non illustri, Mondadori)

Bisogna essere artisti sopraffini come Pontiggia per evitare le secche dell’allegorismo, quando quella che si scrive è una biografia visibilmente “orientata”. Meno esplicita, ma ugualmente efficace nell’esibire un carattere ben definito, questa dell’italo-americano John Fante, che descrive il padre muratore, immigrato negli USA dall’Abruzzo:

Mio padre era un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte d’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque…
Lui era qualcosa di più che il capofamiglia. Era giudice, giuria e carnefice, Geova in persona.
Non c’era nessuno che potesse avere a che fare con lui senza litigare. Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, il prete, la città, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato. Né gli importava un fico secco del mondo intero, né del cielo né delle stelle o dell’universo, né del paradiso né dell’inferno. Ma le donne, quelle gli piacevano.
Gli piaceva pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoria¬le. Era un perfetto artigiano la cui fantasia e perizia sembravano essersi concentrate in quelle mani meravigliosamente forti, e benché si definisse un impresario edile, io m’ero abituato a considerano uno scultore, perché a una pietra poteva dare la forma d’un uomo, o d’un animale. Era un muratore superbo, veloce, preciso. Ma anche un eccellente falegname, stuccatore e cementiere.
(John Fante, La confraternita del Chianti, Marcos Y Marcos)


Meno esplicitamente orientata la scelta di esibire piuttosto che una sequenza di azioni o comportamenti abituali un volto, un aspetto fisico dai tratti marcati, che deve creare una vaga suggestione piuttosto che indicare: saranno poi gli eventi raccontati a doversi collegare a quella fisionomia, creando nel lettore un effetto di conferma o di stupore rispetto alle aspettative suscitate dal ritratto. Ecco per esempio come Italo Calvino abbozza il ritratto di due membri di una scalcagnata banda di ladruncoli.

Gesubambino lo chiamano così perché ha la testa grossa da neonato e il corpo tozzo; forse anche perché ha i capelli tagliati corti e un bel faccino coi baffetti neri. È tutto muscoli e si muove soffice che sembra un gatto; per arrampicarsi e raggomitolarsi non c’è nessuno come lui e quando il Dritto lo porta con sé c’è sempre una ragione.

Il destino di Uora uora è fare il palo; il suo sogno sarebbe di entrare nelle case, frugare, riempirsi le tasche come gli altri, ma gli tocca sempre di fare il palo nelle strade fredde, nel pericolo delle pattuglie, battendo i denti perché non gelino e fumando per darsi un contegno. È un siciliano allampanato, Uora uora, con una faccia triste da mulatto e i polsi che gli sporgono dalle maniche. Quando c’è un colpo da fare si veste tutto elegante, non si sa perché: col cappello, la cravatta e l’impermeabile, e se c’è da scappare si prende le falde dell’impermeabile in mano che sembra voglia aprire le ali.
(Italo Calvino, Ultimo venne il corvo, Einaudi)

C’ è un’altra possibilità. Il ritratto è circostanziato, ma i vari particolari non si assemblano in modo da fornire al lettore un’intuizione semplice e chiara di quello che possa essere il carattere del personaggio e il suo ruolo nella vicenda. Si tratta piuttosto di elementi contraddittori, che esprimono un contrasto capace di generare il sentimento del misterioso, dell’inquietante, come in questa descrizione di Jorge Luis Borges. Notate come la vaghezza, il mistero che circonda il personaggio è accentuata dal carattere leggendario delle notizie che lo riguardano (“dicono…”).

Gli traversava il volto una cicatrice amara: un arco cinereo e quasi perfetto che lo sfregiava da una tempia fino all’altro zigomo; tutti a Tacuarembó lo chiamavano l’Inglese della Colorada… Dicono che fosse severo fino alla crudeltà, ma scrupolosamente giusto. Dicono anche che s’ubriacasse; un paio di volte all’anno si chiudeva in camera e ne emergeva dopo due o tre giorni come da una battaglia o da una vertigine, pallido, tremante, sgomento, e non meno autoritario di prima. Ricordo i suoi occhi glaciali, la sua energica magrezza, i suoi baffi grigi. Non frequentava nessuno; vero è che il suo spagnolo era rudimentale, misto di brasiliano. A parte qualche lettera commerciale e qualche catalogo, non riceveva corrispondenza.
(Jorge Luis Borges, Finzioni, Mondadori)

Ancora. Un’altra soluzione può trovarsi nella rinuncia totale a definire o anche semplicemente a suggerire in qualsiasi modo quello che sarebbe il tratto dominante del personaggio. In questo caso una sequenza di azioni viene registrata indifferentemente, come se una cinepresa lo seguisse senza curarsi di operare tagli significativi e nemmeno avvicinarsi o allontanarsi, evidenziando dettagli e sfondi. L’impressione iniziale è quella di una quotidianità insipiente, ma in realtà la sequenza accresce potentemente il senso di attesa del lettore, e il primo evento drammaticamente percepibile, per quanto minimo, avrà il sapore di un autentico colpo di scena. Così in un ritratto femminile di Natalia Ginzburg.

Una donna che si chiamava Adriana si alzò nella sua casa nuova. Nevicava. Quel giorno era il suo compleanno. Aveva quarantatré anni. La casa era in aperta campagna. In distanza si vedeva il paese, situato su una collinetta. Il paese era a due chilometri. La città era a quindici chilometri. Essa abitava da dieci giorni in quella casa. Infilò una vestaglia di velo color tabacco. Cacciò i piedi lunghi e magri in un paio di pantofole color tabacco, slabbrate, con un bordo di pelo bianco molto frusto e sudicio. Scese in cucina e si fece una tazza di Orzo Bimbo, e ci inzuppò diversi biscotti. Sul tavolo c’erano delle bucce di mela e le radunò in un giornale destinandole a dei conigli, che non aveva ancora ma aspettava perché glieli aveva promessi il lattaio. Poi andò nel soggiorno e spalancò le imposte. Nello specchio che era dietro il divano salutò e contemplò la sua alta persona, i suoi corti e ondulati capelli colore del rame, la testa piccola e il collo lungo e forte, gli occhi verdi, larghi e tristi. Poi sedette alla scrivania e scrisse una lettera al suo unico figlio maschio.
(Natalia Ginzburg, Caro Michele, Mondadori 1973)

Infine, l’intera personalità può essere illuminata da un singolo, circostanziato episodio emblematico, come ho fatto io qui, in uno dei miei primi romanzi. L’episodio è introdotto brevemente da poche generiche note di colore locale, ma è il fatto raccontato, che si svolge nell’arco di poche ore, a svelare le diverse sfaccettature del “balordo”, e la complessità del suo carattere.

I balordi di una volta erano magri e sfuggenti, coi baffetti e la faccia da volpe. Di giorno sedevano al caffè vestiti da signori e guardavano gli altri lavorare perché loro lavoravano di notte, tranne il sabato. Il sabato sera si radunavano qui al Bar e si davano a leggendarie partite a poker, dove perdevano senza batter ciglio il frutto delle loro imprese disoneste. Di quelle partite si parlava in tutto l’alto milanese, tanto che non di rado veniva qualche giocatore da lontano, per misurarsi con il Bocca, che era il più bravo di tutti. Noi sbarbati si gironzolava dalle parti del bar fino a mezzanotte, quando al tavolo restavano solo i kamikaze e si toglieva il limite alle puntate. Allora il padrone abbassava la saracinesca e ne lasciava entrare solo due o tre, perché per queste partite un po’ di pubblico ci vuole. Una volta vedemmo arrivare un giovanotto azzimato, con un vestito di lino bianco e la faccia abbronzata e coloniale. Parcheggiò il suo Mercedes Pagoda nella piazza, entrò e sedette al tavolo dove c’era un posto già pronto per lui. Tolse di tasca una pigna di centomila e la sbattè sul tavolo. Se ne andarono tutti, uno a uno, come i foglietti di un calendario che si assottiglia fino al cartone di S. Silvestro. Per tutto il tempo giocò senza muovere un muscolo della faccia, con la sigaretta scolpita all’angolo della bocca e le dita piene di anelli che sfioravano appena le carte. Alla fine mise sul tavolo le chiavi del Pagoda e perse anche quello: Full di Jek contro un Colore. Il Bocca, che era un signore, gli ridiede un centomila per chiamare un taxi. Poi si voltò da noi pivelli e disse: – Avete fame? –
Finimmo tutti a Legnano da Zuccari, sul Mercedes scappottato, col vento nei capelli come al cinema. Volle che mangiassimo alla grande: spaghetti all’astice, branzino alla griglia e torta St. Honorè, perché quella sera era ricco e poteva scialare. Ma era anche un balordo. Così ci disse di aspettarlo in macchina mentre regolava il conto. Lo vedemmo uscire di corsa, salire in auto e dire a quello che guidava: – Sgomma – E sparimmo nella notte, inseguiti da una bordata di bestemmie.
(Valter Binaghi, Robinia Blues, Dario Flaccovio Editore)

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