Doctor Blue and Sister Robinia

febbraio 28, 2011

SCROFALAND di Alessandra Daniele

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 4:14 pm
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(Da: Carmilla)

Mentre milioni di nordafricani lottano per la libertà, l’unica cosa che sembra importare di loro alla maggioranza degli italiani è che non arrivino in Italia. Tunisini, algerini, egiziani, libici si sono dimostrati capaci di cacciare a calci in culo i tiranni rincoglioniti: è logico che i sostenitori di Berlusconi e Bossi li temano, e non li vogliano qui.
Gli altri italiani invece dovrebbero attenderli come liberatori. Purtroppo però non ne arriveranno abbastanza. Nessuna vaticinata ”ondata migratoria” sarà abbastanza potente e misericordiosa da sciogliere le concrezioni di merda pietrificata che ci imprigionano, che fanno del nostro paese un calcificato Giardino di Cesso, retto da cariatidi escrementizie impermeabili al viakal.

Berlusconi, il decrepito puttaniere bigotto che ricompra il sostegno delle sclerotiche gerarchie vaticane promettendo più soldi e più discriminazione, non è meno decomposto dell’orrido Gheddafi, ma resiste, cristallizzato nella sua stessa merda come un insetto preistorico nell’ambra. La merda di cui ha ricoperto il paese come un vulcano diarroico, facendone una desolata Stercopoli fetida di liquami tossici, e percorsa dall’eco spettrale delle risate finte.
Il vero danno ”Drive In” non l’ha fatto con le tette finte, ma con le risate finte. Con la pervasiva e costante simulazione del consenso unanime ai tormentoni più idioti. Quel consenso è poi diventato reale, s’è trasferito nelle urne, e ha consegnato il paese a una classe dirigente di buffoni, pataccari arroganti, bocconiani analfabeti, paninari rincoglioniti, vigilantes razzisti e cagasotto, cani ammaestrati, e troioni rifatti. Ha consegnato il paese a Teomondo Scrofalo.
E da allora il quadro della situazione è sempre lo stesso: un quadro di merda.
Ovviamente è Scrofalo il Teo al quale si riferiscono i Teo-con di Giuliano Ferrara, che poco tempo fa tuonavano (non solo dalla bocca) contro la promiscuità, altrimenti oggi non potrebbero esaltare le scrofalate di Arcore senza vomitare nel trogolo.
Teo Gratias, sospirano infatti i cardinali imbalsamati nelle loro nicchie dorate, grazie al Papi della patria i bimbi saranno difesi dalle idee sovversive dei cattivi maestri elementari, e condotti sulla retta via della prostituzione minorile.
La Lega intanto vigila sulle mense, per decidere su base etnica quale bambino possa mangiare, e quale essere mangiato.
Come un Dorian Gray al contrario, l’Italia s’è abbrutita e invecchiata a immagine del ritratto di Berluscrofalo, e n’è rimasta imprigionata.
Col ghigno stolido e il bicchiere in mano, pieno di lassativo.

febbraio 27, 2011

UN DIBATTITO SUL ROMANZO STORICO

Tra gli altri, si parla anche de: “I custodi del Talismano”
Su Letteratitudine, il blog di Massimo Maugeri.

febbraio 25, 2011

FORME SIGNIFICANTI(5) di Valter Binaghi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 8:02 pm
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Il dualismo estetico in Platone

Certo è un’esagerazione il celebre detto di A. N. Whitehead, secondo il quale l’intera filosofia occidentale non è che una serie di note a margine dei dialoghi platonici, ma non si può non ammettere che tutti i principali problemi sollevati dal pensiero filosofico trovano in Platone la loro formulazione primaria, e in qualche caso definitiva. Non fa eccezione il problema estetico, dove a detta dei più Platone rimane coinvolto nel dualismo che finora abbiamo enucleato, vale a dire quello di astrazione ed empatia, che nel suo caso va formulato nei termini di intelligenza e imitazione.
Secondo la vulgata, i luoghi principali in cui Platone tratta del problema che ci sta a cuore vanno ricercati nei dialoghi della maturità: Fedro, Simposio e Repubblica.
Nel Fedro, dopo aver descritto in forma splendidamente mitologica la caduta dell’anima dal luogo iperuranico della contemplazione Ideale e la conseguente incarnazione corporea, Platone afferma che l’anima, del tutto immemore di sè e delle proprie origini, viene risvegliata al ricordo dell’Altrove dalla luminosa parvenza del Bello, l’unica tra le Idee che possiede un’evidenza sensibile.
Nel Simposio, però, chiarisce che la bellezza sensibile dei corpi è solo un primo gradino nell’iniziazione al Bello, che condurrà l’anima fedele alla propria ispirazione ad abbandonare il mondo materiale per gustare dapprima la bellezza delle Anime, poi quella delle pure Forme di conoscenza (Idee, Leggi, Valori), e infine a immergersi misticamente nella sconfinata bellezza dell’Assoluto. Va precisato che il Bello di cui qui si parla è sempre ed escusivamente il Bello naturale. Quando Platone si occupa esplicitamente dei prodotti dell’arte – e lo fa nella Repubblica – il suo giudizio è oltremodo severo.
L’arte, sostiene il filosofo, imita le forme naturali le quali, però, sono quel che sono in quanto partecipano dell’essere Ideale, vale a dire di ciò che, eternamente identico a se stesso, può veracemente ricevere l’appellativo di Ente. Dunque il prodotto dell’artista è la copia di ciò che a sua volta è una copia: insomma, quanto di più lontano dalla Verità, che resta il riferimento primario dell’ontologia platonica. Non che il filosofo ateniese non riconosca un’efficacia pragmatica ai prodotti della mimesis: l’arte, e specialmente la più nobile ed entusiasticamente partecipata tra quelle in auge nel suo tempo vale a dire la tragedia, ha bensì il potere di suscitare profonde passioni nello spettatore, ma proprio per questo essa va limitata se non del tutto censurata. Dominio di sè e misura razionale sono le virtù che l’educatore deve perseguire nella formazione della futura classe dirigente (in questo consiste il vero argomento del dialogo in questione), e pertanto si dovranno ammettere nello Stato ideale solo quelle forme artistiche e musicali che suscitino passioni degne di essere coltivate.
Pare dunque che in Platone l’astrazione domini e contenga l’empatia, al punto da concepire quest’ultima solo più come una concessione alla bassa lega del mondo di quaggiù, qualcosa da cui ci si debba più che altro difendere come da una tendenza pericolosa.
Fin qui la vulgata(1). Quel che stupisce è che in troppi non si rendano conto che l’ultima parola di Platone sulla creazione artistica non possa trovarsi in dialoghi di esplicito intento politico pedagogico (come la Repubblica o le Leggi), ma proprio laddove l’immagine dell’opera artistica diventa addirittura il paradigma mitologico dell’origine del mondo – parlo naturalmente del Timeo.
Qui, nel mito che occupa quasi per intero il dialogo, il Demiurgo o Artefice che dir si voglia fabbrica il mondo a partire da una materia primordiale (la chorà, che è qualcosa disponibile ad essere ma ancora nulla di fatto), plasmandone la forma sul modello delle immutabili Idee, e dotando questo universo creato di un’anima che lo fa somigliare più a un immenso organismo vivente che al marchingegno meccanico concepito da Cartesio e passato direttamente a Piero Angela. Quel che più conta, l’analogia tra la perfezione intelligibile dell’Iperuranio e la perfezione sensibile del creato è resa possibile dal Numero. Il ritmo e la misura di un’aritmosofia d’ispirazione pitagorica nell’ultimo Platone diventano il tramite reale tra le due dimensioni che nella fase precedente risultavano irrimediabilmente opposte e inconciliabili: dunque non più una astrazione che trascende la materia ma una razionalità che ne è la sostanza.
D’altro canto, ben lontano dal risultare un mero scadimento, la mimesis attuata dal Demiurgo mette capo a qualcosa che è nel proprio ordine massimamente bello e buono, perchè non nasce da una dispersione dell’Ente ma da precisa volontà di espressione. Infatti il motivo dell’intera opera è da ricercarsi nell’Amore, per cui l’Essere, concepito come splendente e diffusivo, comunica se stesso oltre se stesso.
Se finora solo i teologi (per lo più cristiani) si sono occupati di mettere in rilievo il significato di questa svolta nel pensiero platonico, sarebbe tempo che anche gli studiosi di estetica ne traessero delle conclusioni. L’ontologia dell’atto creativo che nel Timeo si manifesta non può essere senza effetto per una riflessione sulla costituzione del linguaggio, ma soprattutto del “simbolo presentazionale”, insomma di ciò che finora abbiamo considerato proprio dell’espressione artistica e abbiamo definito “forma significante”.

NOTE

1) Cioè l’interpretazione più frequente dell’estetica platonica, quale si ritrova anche in recenti manuali ad uso universitario come: Markus Ophalders, Filosofia arte estetica, Mimesis 2008.

febbraio 24, 2011

FORME SIGNIFICANTI(4) di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 6:56 pm
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Camerun – Danza degli uomini-leopardo

DALLA PARTE DELL’EMPATIA

Dalla parte dell’empatia sta qualcosa che ognuno di noi è in grado d’identificare all’origine della propria emozione estetica: l’ammirazione, anzi l’incanto per le forme viventi e innanzitutto animali, tanto più se desuete e stravaganti fino al mostruoso di cui, come nel caso dei dinosauri, il bambino non pare affatto temere il potenziale aggressivo ma apprezza l’esuberanza formale, il misto di rettile e pachiderma prodotto da una natura giovane, ancora in vena di esperimenti.
Proprio Worringer, colui che fece di astrazione ed empatia la polarità estetica fondamentale, affermava infatti che l’impulso empatico “trova la propria gratificazione nella bellezza del mondo organico”(1), riconducendo questo tipo di esperienza al “godimento oggettivato di noi stessi”, vale a dire “godere di noi stessi in un oggetto sensorio diverso da noi, immedesimandoci in esso”(2). Ciò che in esso vi sentiamo è vita, nient’altro che vita, aspirazione e risoluzione nella forma, e le più varie possibilità offerte dal mondo animale sembrano produrre in noi l’inebriante impressione di potervi partecipare come ad un nuovo gioco che apre nuovi percorsi alla creatività corporea.
L’empatia indirizza la creazione artistica solo dove essa “tenda alla realtà della vita organica, cioè al naturalismo nel suo senso più alto (…) Il valore di una linea, di una forma, consiste per noi nel valore della vita che esse contengono. A dar loro bellezza è soltanto il nostro senso vitale, che proiettiamo in esse per vie misteriose” (3).
Questo è tanto più vero per quell’aurora dell’esperienza estetica che è la meraviglia infantile. Simboli viventi di una natura che non è ancora legata al letto di Procuste della regolarità Galileiana ma è sentita come inesausta matrice di possibilità, le forme animali adempiano nella mente verginale del bambino la suggestiva definizione di David Daiches: “Un simbolo è qualcosa in cui gli uomini sensibili riconoscono il loro fato potenziale”(4)
La curiosità infantile per le forme desuete di natura organica sembra trovare riscontro anche nelle origini preistoriche dell’emozione estetica, se è vero che gli esordi dell’arte figurativa sono preceduti da “raccolte” di materiali di varia provenienza, assemblati in luoghi riposti secondo un criterio che non sembra affatto utilitaristico ma legato alla varietà formale. “Il sentimento estetico che spinge verso il mistero delle forme bizzarre, conchiglie, pietre, denti o zanne, impronte di fossili, appartiene certamente a uno strato molto profondo del comportamento umano; non è solo il primo attestato nell’ordine cronologico, ma è anche una forma di adolescenza delle scienze naturali perchè in tutte le civiltà l’aurora scientifica esordisce con le cianfrusaglie delle ‘curiosità’ “(5)

Alla curiosità può certo seguire la classificazione e il collezionismo (le collezioni infantili sono spesso la nemesi dell’ordine e della pulizia domestici, quando la madre scopre con orrore una serie di coletteri rinsecchiti nel cassetto dei calzini), ma non è questo l’esito più entusiasmante dell’ammirazione per le forme e i comportamenti animali. In effetti, l’osservazione delle abitudini e delle virtù ferine deve aver prodotto nell’uomo fin dalla notte dei tempi un’irresistibile aspirazione ad imitarne le gesta, ben prima che l’animale divenisse una cristallizzata allegoria delle qualità morali come avviene nelle favole di Esopo. Basterebbe ricordare le società segrete di guerrieri, di cui c’è traccia sia tra i nativi americani e gli indigeni africani, ma anche tra le tribù germaniche fino in epoca storica. Soldati del cane (Cheyenne), Uomini-leopardo (Africa centrale), Uomini-lupo (Germani) prendevano spunto ed emblema dall’animale le cui virtù combattive si sforzavano di assimilare, anche attraverso complessi rituali iniziatici.
Uno studio del mimetismo in quanto tale porterebbe a immergersi nella profondità della vita animale, dove esso assume i tratti di una tecnica di sopravvivenza; è certo comunque che il comportamento mimetico riveste una grande importanza fin dalle origini della cultura umana. Oltre al fatto piuttosto ovvio che l’uomo impara la maggior parte delle cose per imitazione degli adulti, è proprio la rappresentazione imitativa ad aver colpito maggiormente i primi studiosi di antropologia per la sua universale diffusione in tutte le culture, al punto da avere ipotizzato uno stadio pre-religioso dominato da quella che Sir James Frazer chiamò “magia simpatica o imitativa”(6), (errore madornale, peraltro, dovuto al fatto di scambiare per fenomeno originario quello che in realtà è una degenerazione che colpisce prima o poi quasi tutte le tradizioni religiose).
Imitazione, immedesimazione, vita con vita, misteriosa unità del vivente. Empatia, appunto.

NOTE

1) Wilhelm Worringer, Astrazione ed empatia, Einaudi 1975 pag. 26
2) Ivi, pag. 27
3) Ivi pag. 35
4) Citato in Susan K. Langer, Sentimento e forma, Feltrinelli 1975 pag. 13
5) André Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, Einaudi 1977 pag. 426
6) James Frazer, Il ramo d’oro, Boringhieri

febbraio 23, 2011

FORME SIGNIFICANTI(3) di Valter Binaghi

DALLA PARTE DELL’ASTRAZIONE

Non sono nato in una città costiera, nè in un borgo montano. Il primo ambiente naturale che mi è occorso di esplorare da bambino è quello della brughiera dell’alto-milanese, ovvero la boscaglia che si estende per lunghi tratti tra il Ticino e il canale Villoresi. A quei tempi avevo già nozioni di geometria e di scienze naturali, ma niente che si trovi sulla pagina di un libro è paragonabile all’autentica meraviglia che colpisce il bambino di fronte al semplice spettacolo di una forma vivente. Si andava con mio nonno, munito del suo sacco di juta, sulle rive del canale, a far provvista di erba per i conigli che allevava sotto il portico. Ricordo il mio stupore quando vidi per la prima volta, nella sezione di un tronco segato, i cerchi concentrici. Dovetti restare imbambolato a guardarli per un bel po’, prima che il nonno mi spiegasse che quegli anelli indicavano gli anni di vita dell’albero. Altre volte il nonno m’insegnava a riconoscere i funghi buoni (le trombette, le mazze di tamburo) da quelli velenosi (amanite falloidi, per lo più). Un giorno invece mi mostrò la cacca della volpe, e quell’animale mai visto dal vero ma solo conosciuto per maligno e astutissimo dalle favole esopiche mi sembrò finalmente da annoverarsi tra le mie conquiste: dopotutto era passato di lì, un altro giorno, con miglior fortuna, rifacendo la stessa pista avrei potuto incontrarlo.

In effetti, quelle mie piccole scoperte manifestavano alcune delle caratteristiche che lo stesso Leroi-Gourhan attribuisce agli esordi dell’umanità: la percezione della crescita regolare dell’organismo vegetale, la traccia del passaggio dell’animale, sono i primi avvisi di una rappresentazione del tempo che è già una forma di trascendenza dal puro e semplice flusso vitale. La traduzione della durata in un’immagine spaziale, è una forma talmente primordiale di astrazione e dunque di estatica liberazione dalla dispersione del divenire, dal fornire l’elemento primo di un simbolismo destinato ad evolvere in versioni complesse e raffinate, le quali tuttavia non fanno che arricchire queste strutture elementari.
Secondo gli studiosi della preistoria, una rappresentazione radiante dello spazio è caratteristica delle popolazioni agricole, che costruiscono il proprio spazio abitativo intorno al granaio, mentre lo spazio lineare e la sequenzialità che ne deriva sono tipiche di popoli nomadi dediti alla caccia e alla pastorizia, per i quali l’esistenza collettiva si realizza nel seguire la traccia e percorrere lunghi tratti.
Cerchi concentrici e spirali sono tra le più antiche raffigurazioni dell’arte preistorica, come del resto è attestato l’interesse per l’impronta come segno della presenza, dato il numero di impronte di mano umana volutamente impresse con tinte vegetali o sangue sulle rocce delle caverne.
E’ sempre Leroi-Gourhan a sottolineare come fin dai primordi della cultura troviamo la sospensione o estraneazione dal ritmo vitale come un valore costantemente perseguito. Questo accade durante l’eccezionalità del rito per la massa, mentre la trascendenza dal vissuto quotidiano diventa condizione usuale per un’elite “specializzata” nell’ascesi mistica o nell’evasione dal tempo profano per accedere alla dimensione onirica della “visione”(dallo sciamano allo yogin)(1).
Insomma, la cifra caratterizzante della cultura e la motivazione primaria della rappresentaziuone artistica sarebbe quella di sottrarre al divenire una forma significante, in grado insieme di rappresentarlo e di prenderne distanza. Astrazione, appunto.

NOTE

1)A. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, Einaudi pag. 332-333

febbraio 22, 2011

FORME SIGNIFICANTI(2) di Valter Binaghi


Pitture rupestri – Lascaux

CIO’ CHE I BISONTI NON DICONO

I primi scopritori delle pitture rupestri d’epoca paleolitica, nelle caverne di Altamira e di Lascaux, (oggi datate tra 11.000 e 8000 a. C), restarono meravigliati per l’impressionante realismo delle figure animali e la perizia dell’esecuzione, che sembravano collocare l’arte più raffinata già ai primordi dell’umanità. Ancor più dovette entusiasmarli l’istinto mimetico che aveva guidato la mano dell’artista, al punto che, in pieno positivismo, coniarono l’espressione “naturalismo primitivo” felici di aver trovato la prova di un’umanità primordiale sorprendentemente libera dalle nebulose del misticismo.
Purtroppo per loro, quella generazione di studiosi era vittima di un gigantesco equivoco. Non solo, come si scoprì a una più attenta osservazione, la raffigurazione di quelle scene di caccia era tutt’altro che indifferente a scopi magico-religiosi ma, quel che più conta, quei dipinti non rappresentavano affatto l’origine dell’arte preistorica, semmai la sua evoluzione più tardiva.
Insomma, per dirla con Leroi-Gourhan: “l’arte dell’ultimo periodo è stata la prima a essere conosciuta e ha fatto nascere l’idea del realismo primordiale”(1). In effetti, se oggi gli studiosi di preistoria hanno raggiunto un’assoluta certezza, essa sta nel fatto che le prime testimonianze di rappresentazioni grafiche (datate oltre il 30.000 a. C.), consistono non di rappresentazioni ingenuamente mimetiche del reale, ma di astrazioni. L’arte esordisce dunque “partendo da segni che sembrano aver espresso prima di tutto dei ritmi e non delle forme, (…) artifici grafici senza un nesso descrittivo, supporti di un contesto orale irrimediabilmente perduto”(2)


Pitture rupestri – Valcamonica

Mai pago, il positivista indomito potrebbe partire anche da questo dato per scatenarsi nell’applicazione di un altro dei suoi paradigmi preferiti, quello evoluzionistico: eccolo partire lancia in resta con una sua visione della dimensione estetica che, dalle prime elementari stilizzazioni (equiparate frettolosamente alle aste e ai punticini di prima elementare), si evolve nella sempre più somigliante rappresentazione di elementi naturali, dove la perizia tecnica risulta ovviamente il valore primario che rende possibile il più alto risultato artistico.
Peccato che anche qui il dato storico non lo sorregge: il passaggio da un grafismo geometrizzante ad uno mimetico si verifica spesso nella storia dell’arte, ma altrettanto spesso avviene il contrario, rivelando che non di evoluzione dal semplice al complesso si tratta, ma di perpetua oscillazione tra quelli che sembrano essere i due poli della dimensione estetica, che un saggio giustamente famoso pubblicato un secolo fa(3) ha individuato in “astrazione ed empatia”.
Lo stesso Leroi-Gourhan congiunge il principio con la fine, gli antichissimi coi contemporanei, quando scrive: “La ricerca di una ritmicità pura, di una non-figuratività, nell’arte e nella poesia moderna, ricerca nata dalla meditazione dell’arte dei popoli primitivi viventi, corrisponde a un’evasione regressiva, a uno sprofondare nel rifugio delle reazioni primordiali, non meno che a un avvio”(4)


Joan Miro (1893 – 1983)

Tutto questo, pare modificare il senso della domanda iniziale da cui questo scritto ha preso le mosse. Se il nucleo originario dell’ispirazione ma anche della fruizione estetica consiste in forme presentazionali, ossia sensibilmente significanti, a quale misteriosa risonanza si deve attribuire la loro capacità di emergere dal flusso dell’esperienza umana?
Allo stato attuale della ricerca, verrebbe da dire che la risposta non può essere univoca; il sentiero si biforca e il viandante resta indeciso al crocicchio, temendo di perdere la possibilità dell’intero, a meno che le strade finiscano per ricongiungersi e la duplicità finisca per rivelare una diade piuttosto che un’antinomia.

NOTE

1) A. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, Einaudi pag. 227
2) Ivi pag. 225
3) W. Worringer, Astrazione ed empatia, Einaudi
4) A. Leroi-Gourhan,, op. cit. pag. 227

febbraio 21, 2011

FORME SIGNIFICANTI(1) di Valter Binaghi

L’incanto di Perceval

E Perceval si levò di buon mattino come soleva, ché voleva incontrare avventure e cavalleria. Venne diritto alla prateria gelata e coperta di neve dove alloggiava l’esercito del re.
Prima di raggiungere le tende, Perceval scorge un volo di oche selvatiche che la neve aveva abbagliato. Le ha viste e ben udite, ché esse si allontanavano in fuga facendo rumore per un falcone che volava di gran slancio dietro di loro. Il falcone ne ha trovata una, sbandata e separata dallo stormo. L’ha colpiita, l’ha urtata sì forte ch’essa ne è abbattuta. Ma è troppo buon mattino e il falcone non vuole né attaccare né raggiungere la preda e vola via. Perceval senza indugiare dà di sprone verso il luogo dove ha visto il volo. L’oca è ferita al collo e tre gocce di sangue si spandono sul bianco. Sembra un colore naturale. Ma l’uccello non ha pena o dolore che lo tengano al suolo. Prima che Perceval sia giunto, 1′oca è volata via. Ed egli scorge ai propri piedi la neve su cui si è posata e il sangue che vi si vede ancora. S’appoggia alla lancia per contemplare l’effetto del sangue e della neve insieme, che gli rammenta il fresco colore che è sul viso dell’amica. Dimentica tutto tanto vi pensa, ché proprio così vedeva il volto dell’amica, il rosso spiccare sul bianco come le tre gocce di sangue che apparivaano sulla neve. Perceval contempla le gocce per tutta la mattiina, tanto che dalle tende escono scudieri che lo vedono e credono che sonnecchi.
Prima che il re si svegli, davanti al padiglione regale gli scudieri incontrano Sagremor, che per la sua irruenza era chiamato l’Impetuoso.
Egli gridò agli scudieri: «Ehi, voi! Ditemi! Perché venite qui così presto?»
«Perché» risposero «laggiù, lontano dall’accampamento, abbiamo visto un cavaliere che dorme sulla sua cavalcatura.»
«Porta armi?»
«Sì, invero.»
«Gli parlerò» dice Sagremor «lo condurrò a corte.» Subito si reca nel padiglione del re, lo sveglia e gli dice: «Sire, là fuori sulla landa vi è un cavaliere che dorme diritto sul cavallo.»
Il re gli ordina di andare e di condurre con sé il cavaliere.
Sagremor subito comanda che gli si portino il cavallo e poi le armi. Eccolo pronto a raggiungere il cavaliere.
Gli si avvicina. Dice: «Signore, bisogna che veniate dal re!»
Ma l’altro non si muove, pare non abbia sentito. Alla stessa domanda, stesso silenzio. Allora Sagremor è in collera: «Per san Pietro l’Apostolo! Vi dico che verrete a questa corte, di buon grado o di forza. Perché avervene pregato? Ho solo perso il mio tempo, così come ho male impiegate le mie parole.»
Poi di spiega l’insegna che era arrotolata intorno alla lancia e prende terreno. Sprona il cavallo gridando a Perceval: «In guardia! Sto per attaccarvi!»
Perceval guarda infine da quella parte e vede Sagremor al galoppo. Eccolo allora uscire dai propri pensieri e slanciarsi contro l’altro. Lo scontro è duro. E la lancia di Sagremor si rompe. Ma non quella di Perceval, che non si spezza né si piega. Ma tanto forte urta Sagremor, che l’abbatte nel mezzo del campo. Il cavallo del vinto fugge a testa alta verso il luogo in cui sono le tende.
(Chretien de Troyes, Perceval, Guanda 1979)

Cosa teneva tanto assorto il cavaliere Perceval, da indurlo a reagire furiosamente verso chi disturbava la sua contemplazione? Il ricordo della fanciulla amata, ci racconta l’autore, suscitato dalla visione di tre gocce di sangue sulla neve, visione capace di riportargli alla memoria il caro volto che ha dovuto momentaneamente abbandonare.
Concatenazione poeticamente convincente, quella tra la visione, il ricordo, la commozione e l’ira che colpisce il disturbatore, in una bella pagina di colui che è stato da molti ritenuto il maggior poeta medioevale dopo Dante. Poeticamente convincente, dicevo, il che non significa psicologicamente plausibile. Se lasciamo la bellezza poetica della pagina per rileggerla con l’occhio scrutatore del filosofo, qui appare qualcosa di non detto, che è persino più importante di ciò che viene esplicitamente enunciato. In effetti, è possibile che il sangue sulla neve ricordi a Perceval le guance di Biancofiore, ma questo non spiega affatto il rapimento che quello spettacolo ha provocato in lui, costringendolo a fermarsi a contemplarlo. E’ come se il poeta qui utilizzasse un passaggio di senso comune (ciò che c’intriga nello spettacolo del mondo è sempre qualcosa di attinente alle nostre memorie o vicende personali), per evitare di soffermarsi in quanto nella scena vi sarebbe di più autenticamente filosofico: prima di essere associata a questo o quell’altro ricordo, non è forse vero che la forma sensibile può apparire già in se stessa significante?
Naturalmente parliamo di un significato non verbale, cioè non riconducibile a un simbolo che denota un concetto ben definito. Un significato sensibile, la cui pura e semplice presentazione è in grado di concentrare l’attenzione dello spirito.
(continua…)

febbraio 20, 2011

PORNOCRAZIA di Costanzo Preve

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 4:05 pm
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La pornografia è anch’essa un fenomeno per molti aspetti nuovo ed inedito, e sbaglia chi parla soltanto del mestiere più antico del mondo, o fa notare che l’eccitazione erotica per gli organi sessuali fa parte del corredo biologico della riproduzione umana. Non intendo discutere Charles Darwin, di cui sono ovviamente ammiratore. A suo tempo Herbert Marcuse colse una parte del problema, quando scrisse che una bomba è molto più pornografica del pelo del pube di una donna. Infatti è esattamente così. Ma Marcuse non coglieva integralmente il centro della questione, perché riteneva liberatorio il disvelamento non-repressivo degli ultimi organi ses­suali non ancora consentiti dal moralismo borghese. È vero che lo spetta­colo più pornografico è quello della violenza organizzata. Personalmente, non ricordo uno spettacolo televisivo più pornografico di quello messo in onda ogni giorno, e parecchie volte al giorno, della partenza dei bombar­dieri della NATO da Aviano fra il marzo ed il maggio del 1999, direzione Belgrado. La domenica ondate di pornografi socialmente approvati inva­devano con le loro automobili i dintorni degli aeroporti militari. Eppure nell’odierna pornografia, venduta in busta chiusa ed in videocassetta, e soprattutto dilagante in Internet, c’è qualcosa di specifico, e cioè la derealizzazione della stessa materialità del corpo umano, del contatto fisi­co e della conseguente affettività che ne deriva (perché nessuno negherà che contatto fisico ed affettività spirituale sono legati), in vista di una virtualità integrale. La masturbazione non è più dunque un momento iniziatico giovanile, ma la modalità adulta normale con cui la sessualità è proposta e praticata nella terza età del capitalismo. (…)
Fatte queste ovvie ed un po’ banali premesse, è chiaro che la televisione resta a tutti gli effetti lo strumento più noto e meno conosciuto del tempo presente. Jean Baudrillard ha avuto il merito di rilevare il carattere dirompente e passivizzante di questo mezzo rispetto soprattutto alla guerra e alla violenza, ridotte a simulazioni da video gioco ed a luci di tracciati nella notte, senza il contorno di sudore, di sangue e di distruzione. Come molti francesi della rive gauche, egli si compiace narcisisticamente dei suoi paradossi, ma finisce con il cogliere l’aspetto principale della questione. Un aspetto che a mio avviso non è colto molto bene da Popper, altro gran­de nemico della televisione, che finisce per fare un’eccezione nella sua osti­lità al dirigismo per la televisione stessa, in cui sembra che auspichi un intervento di filosofi-re platonici per limitare 1′onnipervasività diseducativa di questa scatola di scemenze. Un’interessantissima contraddizione.
Ma è forse Pierre Bourdieu che coglie meglio a mio avviso il centro della questione. Nella produzione televisiva della comunicazione il mez­zo determina il contenuto del messaggio, scegliendo sistematicamente gli aspetti più superficiali ma anche più “visivi”, e dunque impressionanti, dell’evento riprodotto. In questo modo, ad esempio, la CNN americana, che è lo strumento televisivo dell’impero, sceglie di rappresentare le “atro­cità” che poi serviranno da legittimazione pubblica alla risposta dei bom­bardieri americani. Tutto questo è rivestito da un’aura di presunta impar­zialità ed autenticità che sembra non nascondere niente mentre nasconde tutto, dagli interessi economici in gioco ai precedenti storici. Lo voglia o meno, il giornalista televisivo è al servizio di questo meccanismo di ecce­zionalità visiva, che gira sempre intorno a tre forme archetipiche di spetta­colo, lo spettacolo sportivo, lo spettacolo porno e lo spettacolo di morte in diretta.

L’intero articolo in Altre corrispondenze

febbraio 19, 2011

TUTTO IL RESTO SCIVOLA VIA di Marco Mancassola

(Da: sacro blob)

Non me ne frega se lui usa le donne. Ci sono donne contente di farsi usare. Non me ne frega neppure se è un cattivo modello: in fondo è sempre stato un punk della politica, uno che sconvolge le regole, uno che occupa le istituzioni e insieme le mette in crisi, fa le corna nelle foto ufficiali e compie gesti sconvenienti. Tanti italiani lo amano per questo. Quanto al fatto che sia al centro di un giro di prostituzione, capirai che scandalo. Siamo un popolo di puttanieri. Le stime nazionali parlano di nove milioni di clienti maschi di prostitute, e anche alle signore piace pagare. In un campione di donne coinvolte in una ricerca della sessuologa padovana Serenella Salomoni, il 37 per cento rivela di aver pensato almeno una volta di pagare un uomo per sesso, il 19 per cento lo ha fatto. Infine, se la mettiamo sul fatto delle minorenni, va bene, brutta storia. Ma quante volte tornando a casa di sera abbiamo visto sul marciapiede ragazzine-schiave a malapena sedicenni, aspettare che qualche nostro concittadino le tirasse su – e non abbiamo battuto ciglio?

Comunque raccontiamo la storia, ci sono sempre due versioni. La versione di chi si scandalizza e quella di chi non vede motivo di scandalizzarsi, e le due versioni non parlano tra loro.

C’è poi la chiave di lettura generazionale, forse più interessante: un sistema in cui la gioventù è merce di consumo estremo, carne da macello a buon mercato usata tanto per riempire reality e talent show, quanto per i festini dei capi. Sullo sfondo, un paese con la disoccupazione giovanile al trenta per cento. Dove le cronache dei movimenti e delle rivolte studentesche di dicembre sono state sepolte e mandate nell’oblio dalle cronache di Ruby e compagne, nuove protagoniste di servizi soft porno sui telegiornali. Anche qui, però, l’anima cinica scrolla le spalle: è il mercato, bellezza. Vogliamo crocifiggere quelle ragazze perché hanno colto l’occasione di farsi strada?

Cerchiamo di essere realisti. Torniamo ad esempio al popolo di puttanieri. In un presente labile e precario, è più economico comprare un po’ di amore che mettersi a corteggiare qualcuno, uscirci a cena e tutto il resto. Chi ha più tempo per i corteggiamenti? Chi ha i soldi, chi ha la voglia, l’energia? Il mercato vince perché risponde in modo pratico a problemi che la vita non può più risolvere. È troppo tardi per arricciare il naso. Quando abbiamo accettato di vivere in un sistema basato sul mercato estremo dovevamo sapere che tale sistema ha come esito quello di trasformare tutto, appunto, in mercato. E al di fuori del mercato non può restare niente. In questo senso le faccende sessuali del capo sono metaforiche ed emblematiche. Alla fine, la vera domanda sulla quale dobbiamo interrogarci, al di fuori delle belle parole, è se sia naturale contrattare tutto – o se ci siano ancora dei limiti e quali.

Ora, l’opposizione italiana guarda ai casi sessuali e li considera un’anomalia, una degenerazione riprovevole, incidentale. Tolto di mezzo questo capo, il sistema ritroverà la sua normalità e potremo ricominciare a parlare dei problemi del paese. Peccato che ci sia poco di incidentale. L’errore prospettico del pallido riformismo italiano è ancora quello di considerare Berlusconi – dopo tutti questi anni! – un incidente di percorso anziché il compimento pieno, logico, ultimo di un sistema. Dove per sistema si intende la manifestazione italiana del culto del mercato totale. Non serve neppure scomodare marxismi e liberismi, è una questione di percezioni immediate. Che all’interno di una società ci sia chi consapevolmente sceglie di vendere o comprare non ci turba molto. Ma qui un’intera società ha condotto alla prostituzione di massa: prostituzione dei corpi, delle menti, delle idee, delle vite, delle giovinezze, di ogni cosa. Siamo tutti carne da macello. Ci piace divorare e farci divorare.

Un’opposizione che si limiti a sperare di usare uno scandalo sessuale per togliere di mezzo Berlusconi, senza fare insieme lo sforzo di mettere in campo un’altra idea di società, merita l’accusa di moralismo. La mercificazione estrema del mondo e la democrazia dei rapporti umani, compresi quelli sentimentali e sessuali, difficilmente possono stare accanto. Senza contare la strana capriola di un PD che scende in piazza a fianco delle donne e nel frattempo litiga per l’ennesima volta sulle unioni civili.

Allo stesso modo, un movimento delle donne che si limiti ad agitare questioni di rappresentazione – il problema di come le donne vengono rappresentate in televisione eccetera – rischia di mancare il colpo. La cultura del politically correct si è concentrata per decenni sul problema di come le cose venivano rappresentate, e ha perso di vista il problema di come le cose venivano vissute. Quello a cui assistiamo è un problema di rapporti democratici: è lecito che un potente possa comprare, nell’anima e/o nel corpo, chi gli pare? Se non è lecito, come cambiamo il sistema che glielo permette? È soltanto da una prospettiva di sinistra autentica, ovvero pronta a discutere questo sistema economico, sociale, emotivo, che può venire una critica significativa al capo e alle sue varie orge. Tutto il resto scivola via.

febbraio 18, 2011

LA CHIESA E IL REGNO di Giorgio Agamben

L’ indirizzo di saluto di uno dei testi più antichi della Tradizione ecclesiale, la Lettera ai Corinzi di Clemente, comincia con queste parole: «La Chiesa di Dio che si trova a Roma alla Chiesa di Dio che si trova a Corinto». La parola greca paroikousa, (tradotta nell’originale francese «en séjour», letteralmente «in soggiorno », e resa nella versione corrente italiana con «che si trova»; ndt) indica il soggiorno dell’esilio, del colono o dello straniero, in contrapposizione al dimorare del cittadino, che si dice in greco katoikein. Paroikein, vivere in esilio, definisce sia l’abitare del cristiano nel mondo sia la sua esperienza del tempo messianico.
È un termine tecnico, o quasi tecnico, poiché la Prima lettera di Pietro (1,17) chiama il tempo della Chiesa ho chronos tes paroikias: il tempo della parrocchia, si potrebbe tradurre, purché ci si ricordi che parrocchia qui significa «soggiorno da straniero».
Il termine «soggiorno» non dice nulla riguardo alla durata cronologica. Il soggiorno della Chiesa sulla terra può durare – e di fatto è durato – secoli e millenni, senza che ciò cambi alcunché della speciale natura della sua esperienza messianica del tempo. Ci tengo a sottolineare ciò, contro un’opinione spesso ripresa dai teologi, a riguardo del preteso «ritardo della parusia».
Secondo questa opinione, che mi è sempre sembrata quasi blasfema, quando la comunità cristiana delle origini, che attendeva il ritorno del Messia e la fine dei tempi considerandoli imminenti, si è resa conto che vi era un ritardo di cui non si vedeva la fine, avrebbe allora cambiato orientamento per darsi un’organizzazione istituzionale e giuridica stabile. Ossia avrebbe smesso di essere paroikein, di soggiornare da straniero, e si sarebbe disposta a katoikein, a dimorare da cittadino, come tutte le altre istituzioni di questo mondo.

Leggi l’intero articolo sul blog di Giuseppe Genna

febbraio 16, 2011

SOPRA UN QUADRO DI VINCENZO GUERRAZZI


Vincenzo Guerrazzi – La crocifissione

In uno spazio desolatamente vuoto, i cui colori fanno pensare a un crepuscolo sanguinoso o ai bagliori di un incendio, le figure sorgono improvvise, senza apparente relazione reciproca, come se ogni individuo o gruppo recitasse imperterrito il suo ruolo sul palcoscenico sconvolto dall’assenza del regista.
Soldati in assetto di guerra, all’attacco di un nemico invisibile. In un secolo che ha demistificato una volta per tutte l’insostenibile retorica della guerra, essi sembrano una caricatura di ciò che un tempo fu ritenuta l’unica “igiene del mondo”.
Una ballerina impegnata in un leggiadro volteggio. Forse il suo volto estatico rappresenta l’aseità dell”art pour l’art”, il mito di una bellezza avulsa dai drammi della storia?
Una donna africana col bimbo in grembo, e un’altra, la cui nudità sorridente appare come un’offerta di piacere. Entrambe sembrano recitare il ruolo che l’occidente assegna da sempre al buon selvaggio: innocente miseria e selvatica sensualità.
In primo piano una dama bianca in abito sontuoso, passa sulla scena visibilmente assorta in una sua propria visione, voltando le spalle a tutto il resto che sembra del tutto ignorare. La sua ricchezza è virtù, o la sua virtù consiste nella sola ricchezza? Che importa, visto che sembra proteggerla dagli orrori del mondo?
Sullo sfondo, figure appena visibili di uomini si ritraggono. Sono gli unici a poter osservare interamente lo scenario con tutto quel che vi accade. Forse proprio per questo se ne discostano inorriditi. E’ l’intelletto, messo in fuga dall’assoluta eclissi del significato, dall’impossibilità di comporre con tutto ciò una forma coerente?
Ma ecco, al centro della scena, come un virgulto che campeggia ignorato eppure così evidente, una croce. La sorregge a braccia un adulto di colore. Sulla croce è incatenato un bimbo di colore, il cui strazio urlante deve bucare il cielo. Su uno dei bracci della croce, due colombe bianche.
La composizione centrale ricorda quella della Trinità, divenuta tradizionale in Occidente dopo la celeberrima del Masaccio cui il Previtali aggiunge al padre e al figlio crocifisso la colomba dello spirito. Ma a paragone di quelle, questa ne appare la parodia o piuttosto la versione straziata.

E’ possibile Dio dopo Auschwitz? si chiedeva il filosofo ebreo Hans Jonas. La sua risposta era che è possibile solo se si ammette la sua impotenza a debellare il male. Risposta dura per un teologo ma soprattutto per un credente, perchè un Dio impotente è un ossimoro.
Preferisco quest’altra, che traspare da un altro dei racconti della Shoah.
Un uomo scampato al lager si rivolse al Signore: “Eravamo due, io e mio fratello. Io carico di peccati e sazio della vita, lui giovane e innocente. Eravamo due, ma l’aguzzino ha mandato libero me, e lui alla doccia dei veleni. Dov’eri tu Signore quel giorno?”
Gli rispose la Voce: “Non lo sai? Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo. Eravate due. Dunque con uno dei due era il Signore. Se non è tornato con il fratello maggiore, si vede che Dio ha preferito seguire la sorte dell’altro”

febbraio 15, 2011

LETTERA SEMISERIA DI CRISISTERA AI FIGLI di Elvira Celotto

Filed under: Cronache,Scritture — vbinaghi @ 6:28 pm
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Carissimi,
ammetto subito la mia ristrettezza mentale, provinciale e xenofila, che mi ha impedito per anni di “vedere” quello che avevo a portata di mano: ho sempre sperato che risiedeste, da adulti, in una città “creativa”, tipo S.Francisco o Berlino. Sciocca ambizione: ben di più mi riservava una sorte magnanima… Uno di voi vive -lo proclamo con immeritato orgoglio- nientemeno che…a NAPOLI ! Altro che Frisco..
In altre, “civili” città del mondo ho visto, con voi, vie, piazze, parchi adorni di opere d’arte, sì, ma..”comuni”, calate dall’alto, pura decorazione ,”arredo urbano”. Napoli no, Napoli segue un percorso originale, esclusivo, indecifrabile, davvero sorprendente: è un percorso basato su tutti i sensi (tranne il banale buon senso), a partire dall’odorato, che “guida” i/le visitatori /ici per misteriosi quanto suggestivi meandri da un’”opera” all’altra. So che avete intuito a cosa sto accennando : intelligenti, i miei figli, lo sono, non è in discussione!
Insomma, Napoli ha fatto della sua monnezza un’opera in progress, di crudo, spettacolare realismo. Altro che la sciapita imitazione vista a S.Francisco, consueta allegoria dello spreco e bla bla: tutta di plastica, asettica, immobile! Sembrava un inno alla Svizzera! Napoli ha dimostrato per l’ennesima volta il suo gran cuore “conservando gelosamente i suoi rifiuti come parte di sè”, li ha coraggiosamente difesi dai più vari attacchi – veri o più spesso fasulli che siano stati -, come figli (“piezze ‘e core”, si sa), in un tourbillon quotidiano dove tutto cambia forma, dove la città mette in piazza sè stessa, spudorata, sfrontata, vitale. Davvero ingeneroso parlare male dei politici napoletani, essi che -comprendendo visceralmente il bisogno del popolo di non privarsi di alcun suo prodotto – tutto si sono inventati per soddisfarlo, sottoponendosi a critiche malevole e ingiuste.
Diciamola tutta : la munnezza napoletana ha la potenza evocativa del simbolo. Solo un popolo mitopoietico, dal glorioso passato ellenico, poteva partorire, in forme di volta in volta diverse, nuovi vesuvi -spesso addirittura elegiacamente fumanti..-
Non vorrei esagerare, ma la genialità dello spontaneo spirito artistico raggiunge il vertice nel dialogo con l’arte “ufficiale” contemporanea, che probabilmente è stata fonte di ispirazione per così notevole immaginazione: non va dimenticato che “La montagna di sale ” di Paladino ha visto la luce a Napoli ; ebbene, oggi che ne è stata privata, la città reagisce creando montagne autoctone, fatte letteralmente dai/dalle suoi/sue abitanti!
Concludo quello che mi pare il debito riconoscimento a un popolo troppo spesso calunniato e sottovalutato notando come anche la permanenza di Leopardi in città abbia, in qualche modo, indissolubilmente legato, mediante la comune “poetica del vago e dell’indefinito”, il grande recanatese e la città partenopea: le forme indistinte, ogni giorno più prive di netti contorni , della munnezza, “esprimono” nella loro indubbia concretezza proprio ciò che Leopardi cercava con fatica di raggiungere con le “parole”. Mentre Leopardi ci si dannava, il popolo napoletano, lanciando uno sguardo ai cumuli, mirabilmente sintetizzava la concretezza transeunte dei miseri residui giornalieri con la immortale astrazione delle “parole”, coniando inusitati epiteti, dolcemente maleodoranti, quali “scarurella mia”, “vruoccolillo mio”.
Vi rendete conto, figli, di quale onere vi tocca? Essere eredi di una Etnia siffatta. Temo che non – alla latina! – ne siate degni.

febbraio 14, 2011

COSA DICONO LE DONNE di V. Binaghi

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 1:36 pm
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Quando si muovono le donne, è la parte migliore della società che si muove. Non perchè vi sia una sorta di primato di genere da affermare, ma perchè in esse il senso della vita e del bene comune scorre più forte e puro, mentre i maschi sono più facilmente irretiti da logiche di schieramento e contrapposizioni ideologiche più o meno sterili.
Beninteso, il berlusconismo è stato un’autentica degenerazione del costume oltre che della politica italiana, e nessuno può chiamarsi fuori nè i generi, nè le classi sociali, nè le intelligenze, perchè l’epoca è stata regressiva per tutti. Però, che siano state proprio le donne anzichè “il popolo viola” a invitare a scendere in piazza mi fa piacere, perchè ciò che viene dalle donne, come accadeva negli anni Settanta, esprime una richiesta più globale e più vitale e dunque più esistenzialmente autentica di miglioramento della qualità del sociale, meno ossessivamente legata alla lotta politico-partitica.
Tuttavia, non mi stupisce la divisione, che la manifestazione ha prodotto. Che le donne del centro destra abbiano sentito odore di strumentalizzazione è comprensibile, ma anche che ci siano stati dei distinguo a sinistra, dove qualcuna teme come la peste l’accusa di moralismo. Come se si potesse progredire ed eliminare tossine dal corpo sociale senza avere in mente un concetto di salute sociale, una spinta umanistica, un ideale di promozione umana che esclude lo schiavismo domestico al femminile ma anche l’avanzamento a suon di marchetta. Non si tratta comunque di un problema del femminismo, ma di un problema cronico della sinistra da vent’anni in qua. Ci si pretendeva migliori ma non si voleva dire in nome di che cosa, perchè questo costringeva a pensare in termini normativi oltre che critici, e a sconfessare il soggettivismo assoluto a cui i cascami del ‘68 avevano ridotto il pensiero che un tempo era stato politico.
Si è lasciata l’idea di salute sociale e di normalità a un centro destra che purtroppo non ha nulla dell’illuminato conservatorismo europeo, e la longevità del berlusconismo è stata la conseguenza.
Ecco, la manifestazione di ieri mi ha dato la forte impressione che qualcosa stia veramente cambiando. Non perchè penso che il satrapo faccia presto le valigie. Se ne sta lì, abbarbicato al seggiolone, con intorno i suoi servi e le sciagurate “donne del capo” (la suorina e il mignottone, ministro e sottosegretario, che coppia), teme le elezioni che blaterava di volere a tutti i costi fino a tre mesi fa, probabilmente saranno i leghisti sempre più imbarazzati a staccargli la spina ottenuto o no quel che vogliono.
No, il cambiamento che sento è un altro: una ripresa del senso morale, un sussulto di dignità di fronte a quei genitori sciagurati che hanno benedetto le marchette delle figlie col duce, di fronte a quelle signorine divenute consiglieri regionali per meriti vaginali.
Questo non è il nostro paese, queste non siamo noi, hanno detto le donne ieri. E se l’hanno detto loro, io comincio a crederci.

febbraio 13, 2011

CRISTINA DI BONAVENTURA recensisce I CUSTODI DEL TALISMANO

“Questo, maestro? E’ questo il Talismano? Questa strana coppa chiusa e sigillata come un vaso? Cosa contiene?”
“Questo è il sacro caldaro del Dagda. Contiene le ceneri mortali dell’eroe che ora è un dio. Sparse al vento, colmeranno il mondo di una grande luce. Ma solo una volta sarà dischiuso il sigillo e dovrà essere quella giusta, l’unica: il giorno in cui le forze del male saranno scatenate e il mondo correrà il suo più grave pericolo. Aprirlo prima per futile causa sarebbe la rovina del mondo, che rimarrebbe senza difesa nella Prova”
.

Ho conosciuto Valter Binaghi leggendo il suo Ucciderò Mefisto,piccola perla perfetta di rara bellezza. Uno stile narrativo che è mi è piaciuto a tal punto di decidere di tenerlo d’occhio. Ed eccolo con I custodi del Talismano. La definizione di libro storico mi ha fatto un pò storcere il naso, non è nelle mie corde; storia è una di quelle materia per la quale, se fosse stato possibile avrei chiesto l’esonero perchè mi ha sempre annoiata, almeno quella “antica”. E invece è stato colpo di fulmine. Scritto magistralmente mi ha coinvolta sin dalle prime pagine sia per l’accurata ricostruzione storica (nei crediti, alla fine del libro, ci sono i titoli di tutti i testi consultati per l’ambientazione storica e sono tanti!) sia per le perle di saggezza disseminate durante il racconto, spunti di profonde riflessioni. La lettura per quanto scorrevole, non è molto facile, ha bisogno di concentrazione ma una volta preso il via è difficile smettere di leggere.
Il Talismano viene custodito nei secoli da uomini saggi che per vocazione o per caso se lo sono ritrovato tra le mani consci del fatto che potrà essere aperto solo una volta perchè “verranno tempi in cui questa terra sarà più desolata di una notte senza luna, perchè gli uomini avranno dimenticato ogni varco per l’Altro mondo e nel deserto della speranza la loro mente giacerà sfinita, incatenata come un ignobile trastullo ai giochi dei demoni. Allora, solo allora il Talismano dovrà agire, per liberare gli uomini dai loro fantasmi e restituirli alla libertà”

Leggi l’intero articolo su Corpi Freddi

febbraio 12, 2011

COSI’ MUORE UNA CIVILTA’ di Roberta Borsani

All’alba dell’Impero, quando Roma aveva davanti a se’ un paio di secoli di assoluto splendore e quasi cinquecento anni di storia, Augusto già riconosceva i segni della crisi nel venir meno degli antichi costumi e dei legami familiari, nel diffondersi di stili di vita edonistici, nell’individualismo. Invano tentò di combatterli. Nessuna tassa sul celibato pesa quanto il mantenimento dei figli o le responsabilità dell’essere genitori, ed ogni tentativo di riformare moralmente la vita pubblica fallì. Aveva ragione lui però. Roma cadde molto più tardi per un complesso di motivi, ma la causa originaria era il baco che si portava dentro da tempo. Ancora bambina, incerta della sua forza e malferma sulle gambe, aveva respinto l’urto di popoli bellicosi come i Sanniti. Circa mille anni più tardi, nonostante l’esercito stratosferico, si sgretolò davanti all’avanzare di popoli barbari che arrivavano a sprazzi, disordinatamente, divisi da mille rivalità facili da sfruttare (e nessuno era stato abile a sfruttare a suo vantaggio le divisioni tribali interne ai popoli nemici quanto la Roma di un tempo).
Il verme distruttore agisce sempre dall’interno e per prima cosa attacca chi detiene gli anticorpi: i saggi custodi di un sapere fatto di esperienza, previdenza e buon senso. Gli anziani ad esempio, non a caso nelle fiabe e nell’immaginario popolare le parole di verità, risolutive dei problemi che funestano una collettività, vengono sempre pronuciate da esseri molto avanti negli anni, esseri “che sanno”. Il vecchio gufo, l’anziano re, la fata millenaria…
Oggi chiedere ai vecchi (nel senso migliore del termine: vegliardi, direbbe Dante) di comportarsi da vecchi suona offensivo. “Diversamene giovane”: ecco come ogni vecchio cerca di apparire. Come se l’esperienza e il molto sapere accumulato non avessero più alcun valore: non fossero per se stessi capaci di offuscare, compensandolo, il decadimento fisico e di sovrastare il bene “naturale e immediato” della semplice prestanza fisica propria della gioventù.

Leggi l’intero articolo su La fata centenaria

febbraio 11, 2011

DICONO DI NOI

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 5:50 pm
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TRATTO DA QUI

Il governo Berlusconi disonora l’Italia in tutto il mondo. La stampa estera, di destra e di sinistra, ne denuncia ogni giorno impunità, menzogne, abusi di potere. E continua a domandarci: come fate a tenervi un “premier” così?

* I metodi di Berlusconi ricordano quelli di Putin… Mostra un disprezzo assoluto delle regole democratiche, è infastidito da ogni manifestazione di opposizione. (Libération, 31 Agosto, sinistra)

* Il governo Berlusconi è una tragedia per gli italiani, ma la verità sconveniente è che molti di loro hanno votato per lui. Ciò deve servire da monito per gli altri paesi dell’Europa occidentale. (The Observer, 19 Giugno, centro-sinistra)

* È grave, sorprendente che Berlusconi non sia stato giudicato il peggior amministratore dal 1945. L’Italia sarà l’unico paese europeo con tre anni consecutivi di recessione. (Financial Times, destra)

* L’aspetto più sgradevole del comportamento di Silvio Berlusconi non è che è un pagliaccio sciovinista. Ciò che è più scioccante è il completo disprezzo con cui egli tratta l’opinione pubblica italiana. (The Times, 31 Maggio, centro-destra)

* Silvio Berlusconi è stato accusato di corruzione, evasione fiscale e repressione della stampa. Sua moglie lo ha lasciato per le sue frequentazioni con prostitute e le orge nella villa in Sardegna. Fa battute imbarazzanti, è in guerra con il sistema giudiziario italiano, con quasi tutti i giornalisti che non lavorano per lui e con la Chiesa Cattolica. Ma la cosa più interessante è la seguente: gli italiani continuano a votarlo. (The Washington Post, 13 Ottobre, centro-sinistra)

* Il primo ministro italiano mette a lavoro la sua squadra di avvocati per far passare nuove riforme legislative che impediscano che sia processato. (El Mundo, 13 Ottobre, centro-destra)

* Quante possibilità di essere ammessa avrebbe oggi l’Italia se presentasse domanda di ammissione all’Unione Europea? L’Europa non può mantenere il silenzio su Berlusconi. (De Volkskrant, 9 Ottobre, centro-sinistra)

* Dai tempi di Mussolini un governo italiano non interferiva sui media in maniera così eclatante e preoccupante. (The Economist, 1 Ottobre, non schierato)

* Per l’Italia è arrivato il momento di voltare pagina. Dire “Silvio è ora che te ne vada” è una questione di buon senso. (News Week, 15 Ottobre, centro)

febbraio 9, 2011

NOI E LE RIVOLUZIONI ARABE di Ferdinando Camon

(Da: Quotidiani delle Venezie 3 febbraio 2011)

Avrebbe importanza la caduta di Mubarak per l’Italia? Certamente, provocherebbe un immediato aumento dell’immigrazione clandestina. E avrebbe un effetto su Israele? Certamente, aumenterebbe i rischi per lo Stato d’Israele, perché l’Egitto di Mubarak è l’unico paese arabo finora che abbia riconosciuto Israele. C’è un effetto domino della rivoluzione di Tunisia? Certamente, in Egitto, Yemen, Albania, forse Algeria, forse Siria, forse Libia, e in altri stati. E nel cuore dell’Islam, l’Arabia Saudita? Impensabile, perché il reddito medio di un cittadino saudita oscilla sui 13mila euro l’anno, non male. Dunque, le rivoluzioni dei paesi arabi sono un effetto della crisi? Non c’è dubbio: da noi a risentirne sono le categorie più deboli, i precari, le donne, i giovani, ma tra gli Stati sono quelli a economia più fragile, scarso sviluppo, democrazia assente. Cosa chiedono i rivoltosi dei paesi arabi? Due cose: 1) pane; 2) libertà. In che ordine? Prima la libertà. Sono convinti che avere più pane viene dall’avere più libertà. Come mai queste richieste adesso, queste rivolte adesso, e dappertutto contemporaneamente? Perché adesso i popoli sanno. Vedono. Sono informati. Confrontano. Chi gli dà questa conoscenza? Gli emigranti, che vengono qua e tornano là; Internet, quel che riescono a leggere e a vedere; Facebook, quel che riescono a comunicare tra loro; e qualche tv araba, Al Jazeera, Al Arabiya. Sono tv anomale nel mondo islamico, vanno alla ricerca di notizie, fanno scoop, hanno entrature impensabili per le nostre tv. Queste sono dunque dittature che crollano? Sì. Dittature diverse, quella tunisina una dittatura poliziesca, quella egiziana una dittatura militare. Ma comunque dittature, che rafforzavano il potere diminuendo l’informazione, hanno sempre speso poco o nulla per la cultura del popolo, hanno creato intorno al potente una cerchia di politici i cui interessi coincidevano con gli interessi del potente, una “cricca”, hanno impedito l’alternanza, sono capi di Stato perché sono capi di partito, i governanti pensano all’interesse delle proprie famiglie. Si dibatte molto in Italia su questi problemi, che peseranno sulla nostra politica interna ed estera? Per nulla. L’Italia è concentrata su notizie interne, come se le notizie estere non la riguardassero. I titoli di oggi sono: i pm chiedono il rito immediato, Bertolaso non ha mai fatto sesso a pagamento, Nicole ha una tenera amicizia col premier, il premier s’è esibito con Peppino Di Capri… Un giornalista satirico, che inventa una battuta al giorno, l’altro ieri aveva una battuta fulminante: il popolo tunisino pensa al suo premier e si ribella, il popolo egiziano pensa al suo premier e si ribella, il popolo italiano pensa al suo premier e si masturba. I popoli che si ribellano vedono i propri problemi, il nostro popolo non li vede. Non sto dicendo che i nostri problemi siano causati dal premier, sto dicendo che non li vediamo e che questo non-vederli serve alla stabilità del potere. Un potere è stabile quando risolve i problemi o quando fa sì che non si vedano. Se non si vedono, è come se non ci fossero. È una dittatura? Non esageriamo, una dittatura militare o poliziesca da noi è inimmaginabile. Ma chi ha rivelato ai popoli arabi, che adesso si agitano, le storture del loro sistema politico? Gli emigranti che tornano, le tv straniere, la rete di Internet, l’informazione estera. Il modo in cui ci vediamo noi, da soli, non ci dice come siamo. Dobbiamo capire come ci vedono gli stranieri. I loro giornali, le loro tv, i loro politici, i loro inviati, i loro scrittori. Ci serve uno specchio, per vederci in faccia. E se vedessimo la nostra faccia come la vedono gli stranieri, cercheremmo subito di cambiarla.

febbraio 8, 2011

L’ARTE DEL RICORDO(10) di Valter Binaghi

Conclusione

Qualcuno si sarà chiesto perchè ho intitolato “l’arte del ricordo” un testo che slalomeggia variamente su questioni inerenti la rappresentazione, dalla memoria personale alla narrazione biografica, dall’immagine artistica all’evento mediatico.
In effetti, la questione centrale in questo come in altri scritti che vado sviluppando qui sul blog e prima o poi diventeranno un libro, è quella del rapporto fra arte e conoscenza di sè, e mi sembra pacifico che almeno negli ultimi otto secoli, vale a dire dall’autunno del medioevo in poi, l’arte sia stata generalmente posta sotto il segno dell’espressione della personalità più che della comunicazione oggettiva di contenuti mondani. E’ vero, bisognerebbe fare molti distinguo (e proverò a farlo in un prossimo scritto che avrà per oggetto proprio la storia della rappresentazione artistica in occidente), ma è difficile negare che la nascita e il consolidamento dell’impresa scientifico-tecnica quale unica agenzia legittimata a parlare “oggettivamente” del mondo e del reale abbia respinto la rappresentazione artistica sul lato della soggettività, da dove essa tenta a sua volta l’impresa di configurare una totalità nell’immagine, qualcosa come un “mondo”, purchè si tratti di un mondo “interiore”. Ecco allora la preminenza del ricordo, non solo e non tanto come materia di rappresentazione artistica, ma soprattutto come insorgenza spirituale che, proiettandosi sull’immagine permette al fruitore dell’opera di riflettervi le proprie inespresse aspirazioni e dunque di godere di una esperienza tonificante che è innanzitutto conoscenza di sè. Questa idea dell’arte e della fruizione estetica è stata magistralmente formulata da Kant nella Critica del Giudizio, che resta uno dei capolavori della filosofia moderna, purchè sia chiaro che, proprio perchè Kant porta a maturazione l’estetica della modernità, egli ne resta l’espressione più che l’interprete, ossia il suo pensiero è interamente risolto nei limiti della modernità medesima.
Naturalmente, quello che è vero per l’epoca inaugurata dalla modernità, non è stato ugualmente inteso e vissuto in passato, nè per quanto riguarda il Medioevo e l’Antichità classica nè per quanto riguarda le società cosiddette “primitive”, le società che i sociologi definiscono “fredde” in quanto poco propense al cambiamento e che per lo stesso motivo io preferisco definire “tradizionali”.
In quei casi, l’arte più che al servizio della libera espressione della personalità individuale sembra agire in senso esattamente opposto, cioè quello di condurre l’esperienza dell’individuo alla forma di un ordine oggettivo e superiore, che ha un chiaro significato metafisico. Allora le arti sono difficilmente separabili dalla narrazione mitica e dallo scenario rituale che perpetuano simbolicamente un cosmo il quale deve a questa memoria collettiva la sua stessa sopravvivenza: si tratta infatti di un ordine contemporaneamente fisico e morale.
Alla sensibilità moderna e romantica in particolare, che stigmatizza il carattere stereotipato e ripetitivo di queste forme artistiche, un interprete della tradizione come Titus Burckhardt risponde: “Tra i pregiudizi tipicamente moderni, uno dei più tenaci è quello che si ribella ai canoni impersonali e oggettivi di un’arte; si teme che essi soffochino il genio creatore. In realtà non esiste opera tradizionale, legata dunque a principi immutabili, il cui aspetto non esprima una certa gioia creativa dell’anima, laddove l’individualismo ha prodotto, tranne alcune opere geniali ma spiritualmente sterili, tutta la bruttezza – indefinita e mortificante – delle forme che riempiono la vita ordinaria dei giorni nostri”(1)
Non è mia intenzione riproporre qui un contenzioso che ha fatto versare fiumi d’inchiostro, lasciando per lo più il tempo che trova perchè è evidente che l’arte è innanzitutto ciò che esibisce la sua storia e la sua storia recente va in un senso che è molto lontano dall’arte delle società tradizionali, anche se alla “coralità” di quella ha sostituito raramente l’irripetibilità del genio creativo e molto più spesso il mimetismo della moda e dell’accademia. Trovo più interessante constatare che gli ultimi fenomeni descritti, a proposito dell’evento mediatico e della sua capacità quasi rituale di dettare i tempi della vita corrente, sembrano stranamente riportarci a qualcosa di simile all’onnipresenza dell’archetipo nelle rappresentazioni primitive. Questa inquietante circolarità è notata da Marc Augé, quando scrive: “i media svolgono oggi il ruolo che un tempo spettava alle cosmologie, alle visioni del mondo che sono al tempo stesso visioni della persona e che creano un’apparenza di senso legando strettamente i due punti di vista. Le cosmologie articolano lo spazio e il tempo ‘simbolizzandoli’, cioè imponendo a entrambi un ordine arbitrario che si afferma anche sulle relazioni che gli esseri umani intrattengono tra di loro e con il mondo”(2). Secondo Augè i media “sono totalitari per essenza. La cosmotecnologia spiega tutto, racconta tutto e si rivolge a tutti. Come le altre cosmologie, aliena chiunque la prenda alla lettera”(3).
Ah, questi francesi, spiccano con la più bella nonchalance i loro aforismi taglienti, senza preoccuparsi che siano concettualmente inediti: la forma, quella è inedita, e lo stile è l’uomo (e poi, a chi scrive bene si perdona tutto, purtroppo!). A me vengono in mente certe pagine scritte mezzo secolo fa della “Dialettica dell’Illuminismo”, dove Adorno-Horkheimer denunciavano la parabola discendente di un progressismo tecnologico che rende i soggetti sempre più ignari della macchina, la quale prende ai loro occhi la medesima minacciosa stazza della forma mitica che si credeva vinta. E, ancor prima, mi vengono in mente le pagine finali della “Scienza Nuova” di Vico, dove il filosofo napoletano indicava come destino non necessario ma possibile delle età razionalistiche il ritorno ad una “nuova barbarie”. Corsi e ricorsi storici?
E’ un pensiero arduo, con cui ci si dovrà misurare.

NOTE

1) Titus Burckhardt, L’arte sacra in Oriente e in Occidente, Rusconi 1976 pag. 7
2) Marc Augé, Che fine ha fatto il futuro?, Eleuthera 2009 pag. 40
3) Ivi pag. 41

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