Doctor Blue and Sister Robinia

febbraio 23, 2011

FORME SIGNIFICANTI(3) di Valter Binaghi

DALLA PARTE DELL’ASTRAZIONE

Non sono nato in una città costiera, nè in un borgo montano. Il primo ambiente naturale che mi è occorso di esplorare da bambino è quello della brughiera dell’alto-milanese, ovvero la boscaglia che si estende per lunghi tratti tra il Ticino e il canale Villoresi. A quei tempi avevo già nozioni di geometria e di scienze naturali, ma niente che si trovi sulla pagina di un libro è paragonabile all’autentica meraviglia che colpisce il bambino di fronte al semplice spettacolo di una forma vivente. Si andava con mio nonno, munito del suo sacco di juta, sulle rive del canale, a far provvista di erba per i conigli che allevava sotto il portico. Ricordo il mio stupore quando vidi per la prima volta, nella sezione di un tronco segato, i cerchi concentrici. Dovetti restare imbambolato a guardarli per un bel po’, prima che il nonno mi spiegasse che quegli anelli indicavano gli anni di vita dell’albero. Altre volte il nonno m’insegnava a riconoscere i funghi buoni (le trombette, le mazze di tamburo) da quelli velenosi (amanite falloidi, per lo più). Un giorno invece mi mostrò la cacca della volpe, e quell’animale mai visto dal vero ma solo conosciuto per maligno e astutissimo dalle favole esopiche mi sembrò finalmente da annoverarsi tra le mie conquiste: dopotutto era passato di lì, un altro giorno, con miglior fortuna, rifacendo la stessa pista avrei potuto incontrarlo.

In effetti, quelle mie piccole scoperte manifestavano alcune delle caratteristiche che lo stesso Leroi-Gourhan attribuisce agli esordi dell’umanità: la percezione della crescita regolare dell’organismo vegetale, la traccia del passaggio dell’animale, sono i primi avvisi di una rappresentazione del tempo che è già una forma di trascendenza dal puro e semplice flusso vitale. La traduzione della durata in un’immagine spaziale, è una forma talmente primordiale di astrazione e dunque di estatica liberazione dalla dispersione del divenire, dal fornire l’elemento primo di un simbolismo destinato ad evolvere in versioni complesse e raffinate, le quali tuttavia non fanno che arricchire queste strutture elementari.
Secondo gli studiosi della preistoria, una rappresentazione radiante dello spazio è caratteristica delle popolazioni agricole, che costruiscono il proprio spazio abitativo intorno al granaio, mentre lo spazio lineare e la sequenzialità che ne deriva sono tipiche di popoli nomadi dediti alla caccia e alla pastorizia, per i quali l’esistenza collettiva si realizza nel seguire la traccia e percorrere lunghi tratti.
Cerchi concentrici e spirali sono tra le più antiche raffigurazioni dell’arte preistorica, come del resto è attestato l’interesse per l’impronta come segno della presenza, dato il numero di impronte di mano umana volutamente impresse con tinte vegetali o sangue sulle rocce delle caverne.
E’ sempre Leroi-Gourhan a sottolineare come fin dai primordi della cultura troviamo la sospensione o estraneazione dal ritmo vitale come un valore costantemente perseguito. Questo accade durante l’eccezionalità del rito per la massa, mentre la trascendenza dal vissuto quotidiano diventa condizione usuale per un’elite “specializzata” nell’ascesi mistica o nell’evasione dal tempo profano per accedere alla dimensione onirica della “visione”(dallo sciamano allo yogin)(1).
Insomma, la cifra caratterizzante della cultura e la motivazione primaria della rappresentaziuone artistica sarebbe quella di sottrarre al divenire una forma significante, in grado insieme di rappresentarlo e di prenderne distanza. Astrazione, appunto.

NOTE

1)A. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, Einaudi pag. 332-333

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