Il dualismo estetico in Platone
Certo è un’esagerazione il celebre detto di A. N. Whitehead, secondo il quale l’intera filosofia occidentale non è che una serie di note a margine dei dialoghi platonici, ma non si può non ammettere che tutti i principali problemi sollevati dal pensiero filosofico trovano in Platone la loro formulazione primaria, e in qualche caso definitiva. Non fa eccezione il problema estetico, dove a detta dei più Platone rimane coinvolto nel dualismo che finora abbiamo enucleato, vale a dire quello di astrazione ed empatia, che nel suo caso va formulato nei termini di intelligenza e imitazione.
Secondo la vulgata, i luoghi principali in cui Platone tratta del problema che ci sta a cuore vanno ricercati nei dialoghi della maturità: Fedro, Simposio e Repubblica.
Nel Fedro, dopo aver descritto in forma splendidamente mitologica la caduta dell’anima dal luogo iperuranico della contemplazione Ideale e la conseguente incarnazione corporea, Platone afferma che l’anima, del tutto immemore di sè e delle proprie origini, viene risvegliata al ricordo dell’Altrove dalla luminosa parvenza del Bello, l’unica tra le Idee che possiede un’evidenza sensibile.
Nel Simposio, però, chiarisce che la bellezza sensibile dei corpi è solo un primo gradino nell’iniziazione al Bello, che condurrà l’anima fedele alla propria ispirazione ad abbandonare il mondo materiale per gustare dapprima la bellezza delle Anime, poi quella delle pure Forme di conoscenza (Idee, Leggi, Valori), e infine a immergersi misticamente nella sconfinata bellezza dell’Assoluto. Va precisato che il Bello di cui qui si parla è sempre ed escusivamente il Bello naturale. Quando Platone si occupa esplicitamente dei prodotti dell’arte – e lo fa nella Repubblica – il suo giudizio è oltremodo severo.
L’arte, sostiene il filosofo, imita le forme naturali le quali, però, sono quel che sono in quanto partecipano dell’essere Ideale, vale a dire di ciò che, eternamente identico a se stesso, può veracemente ricevere l’appellativo di Ente. Dunque il prodotto dell’artista è la copia di ciò che a sua volta è una copia: insomma, quanto di più lontano dalla Verità, che resta il riferimento primario dell’ontologia platonica. Non che il filosofo ateniese non riconosca un’efficacia pragmatica ai prodotti della mimesis: l’arte, e specialmente la più nobile ed entusiasticamente partecipata tra quelle in auge nel suo tempo vale a dire la tragedia, ha bensì il potere di suscitare profonde passioni nello spettatore, ma proprio per questo essa va limitata se non del tutto censurata. Dominio di sè e misura razionale sono le virtù che l’educatore deve perseguire nella formazione della futura classe dirigente (in questo consiste il vero argomento del dialogo in questione), e pertanto si dovranno ammettere nello Stato ideale solo quelle forme artistiche e musicali che suscitino passioni degne di essere coltivate.
Pare dunque che in Platone l’astrazione domini e contenga l’empatia, al punto da concepire quest’ultima solo più come una concessione alla bassa lega del mondo di quaggiù, qualcosa da cui ci si debba più che altro difendere come da una tendenza pericolosa.
Fin qui la vulgata(1). Quel che stupisce è che in troppi non si rendano conto che l’ultima parola di Platone sulla creazione artistica non possa trovarsi in dialoghi di esplicito intento politico pedagogico (come la Repubblica o le Leggi), ma proprio laddove l’immagine dell’opera artistica diventa addirittura il paradigma mitologico dell’origine del mondo – parlo naturalmente del Timeo.
Qui, nel mito che occupa quasi per intero il dialogo, il Demiurgo o Artefice che dir si voglia fabbrica il mondo a partire da una materia primordiale (la chorà, che è qualcosa disponibile ad essere ma ancora nulla di fatto), plasmandone la forma sul modello delle immutabili Idee, e dotando questo universo creato di un’anima che lo fa somigliare più a un immenso organismo vivente che al marchingegno meccanico concepito da Cartesio e passato direttamente a Piero Angela. Quel che più conta, l’analogia tra la perfezione intelligibile dell’Iperuranio e la perfezione sensibile del creato è resa possibile dal Numero. Il ritmo e la misura di un’aritmosofia d’ispirazione pitagorica nell’ultimo Platone diventano il tramite reale tra le due dimensioni che nella fase precedente risultavano irrimediabilmente opposte e inconciliabili: dunque non più una astrazione che trascende la materia ma una razionalità che ne è la sostanza.
D’altro canto, ben lontano dal risultare un mero scadimento, la mimesis attuata dal Demiurgo mette capo a qualcosa che è nel proprio ordine massimamente bello e buono, perchè non nasce da una dispersione dell’Ente ma da precisa volontà di espressione. Infatti il motivo dell’intera opera è da ricercarsi nell’Amore, per cui l’Essere, concepito come splendente e diffusivo, comunica se stesso oltre se stesso.
Se finora solo i teologi (per lo più cristiani) si sono occupati di mettere in rilievo il significato di questa svolta nel pensiero platonico, sarebbe tempo che anche gli studiosi di estetica ne traessero delle conclusioni. L’ontologia dell’atto creativo che nel Timeo si manifesta non può essere senza effetto per una riflessione sulla costituzione del linguaggio, ma soprattutto del “simbolo presentazionale”, insomma di ciò che finora abbiamo considerato proprio dell’espressione artistica e abbiamo definito “forma significante”.
NOTE
1) Cioè l’interpretazione più frequente dell’estetica platonica, quale si ritrova anche in recenti manuali ad uso universitario come: Markus Ophalders, Filosofia arte estetica, Mimesis 2008.

che bello, mi fai “ripassare” – e forse finalmente “capire”- quello che a sedici anni ingollavo con lo stesso desiderio di una pillola ,
da riportare in superficie solo per un’eventuale’ostensione al -nel mio caso alla- prof…E dopo l’interrogazione,”anche questa è fatta” !
Forse capitava solo alle superficialone come me, ma temo si tratti, oggi più che mai, della maggioranza.Indubbiamente è fondamentale la
qualità del / della prof, ma ritengo che essa sia condizione forse necessaria, ma certo non sufficiente per far passare lo spessore della filosofia
all’interno -sottile sottile- di un/una sedicenne. Tu che ne dici?
Commento di elvira celotto — febbraio 25, 2011 @ 8:23 pm |
Dico che in effetti la maturità non intellettuale ma d’esperienza di un sedicenne di oggi rende ancora più ardua di qualche decennio fa l’assimilazione di problematiche filosofiche. Comunque son semi da seminare, anche se non sarai tu a raccogliere. E’ un po’ come coi “Promessi Sposi”. Si detestano al Liceo, ma se li rileggi a quarant’anni percepisci il capolavoro assoluto.
Commento di vbinaghi — febbraio 25, 2011 @ 8:48 pm |