Ci sono certi bambini viziati che strepitano e si esibiscono per avere attenzione, e più li si depreca e li si redarguisce oppure li si compiace e li si accontenta, più quelli caricano l’obice e sparano capricci, perchè il loro desiderio è accentrare l’attenzione e, come si sa, a differenza del bisogno il desiderio non si soddisfa mai, la ferita narcisistica è inguaribile.
Somigliano a questi i personaggi pubblici, che gli ultimi cinquant’anni di predominio televisivo nei media hanno trasformato in un modo che ai nostri nonni sarebbe risultato inconcepibile, fino ad assorbire la solennità della funzione che esercitano o la cura delle loro apparizioni pubbliche nell’occasione per esibizioni sguaiate e pantomime scimmiesche. Potenza del mezzo, cui si deve un’evidente deriva antropologica di attori e fruitori, i quali a loro volta si mutano in un popolo di guardoni e commentatori a buon mercato, mentre gli addetti ai media somigliano sempre più a sfruttatori della prostituzione e spacciatori di droga.
Molte delle nefandezze che si compiono oggi si capiscono proprio a partire dalla ricerca della visibilità: il terrorismo ad esempio, nemmeno esisterebbe senza la sua rinomanza mediatica, senza il rimbalzo che il gesto o l’immagine ottengono dall’attenzione dei media. Sarà un caso che l’ingresso del termine “terrorismo” nel linguaggio comune è contemporaneo alla diffusione della stampa periodica? Quando a McLuhan (uno dei pochi geni del XX secolo) fu chiesto cosa fare di fronte al fenomeno terroristico in Italia (se non sbaglio l’intervista data proprio ai giorni del rapimento di Moro), lui rispose che si sarebbero dovute cancellare le notizie che li riguardavano dai mezzi di comunicazione, soprattutto televisivi. I nostri politici democristiani dovettero prenderla per la battuta di un bello spirito, ma non lo era affatto.
Da quando ho smesso di guardare la televisione e di leggere i giornali sono indubbiamente un uomo migliore: considero mio prossimo quello che effettivamente incontro, non delego a destinazioni utopistiche e irraggiungibili le mie pulsioni umanitarie, soprattutto mi faccio un giudizio di realtà a partire dalle persone che incontro ogni giorno, e devo dire che in questo modo l’umanità è tornata a risultarmi apprezzabile. Ogni tanto però, come stamattina, cedo alla tentazione della curiosità e leggo il giornale, ed eccomi immediatamente riprecipitato nell’inferno mimetico.
Ieri il toporagno è andato a fare lo sborone a Lampedusa, sfoggiando la solita serie di promesse mirabolanti (a cui molti fingeranno di credere perchè illudersi e disilludersi è fondamentale per restare nel gran gioco che tutti intossica). Intanto però, in Parlamento, un suo ministro (quello che somiglia al fratello disastrato di Spock) mandava a fare in culo il Presidente della Camera, e così ha rovinato il palinsesto del rilancio al presidente operaio (il presidente puttaniere coi suoi accusatori bava alla bocca e i suoi lacchè va in scena stasera, Annozero).
Eppure tutto questo si risolverebbe facilmente.
Spegnamoli, togliamogli i riflettori. E visto che non siamo noi a decidere cosa va in onda, disertiamo telegiornali, talk show, blog in politichese, usiamo l’audience per disinnescarne le sciagurate esibizioni. E’ una classe politica involuta, ha la psicologia di un bambino di sette anni in piena fase fallica. Lasciate la stanza mentre strepita, vedrete che la smette. Come scrisse Nietzsche “l’applauso è la continuazione dello spettacolo”. Toglietegli quello e ciò che sembra il suo contrario (ma non è) cioè la rumorosa indignazione, l’inviperita condanna, e vedrete che calerà il sipario. Ogni pubblico ha il guitto che si merita, e si creano e confermano l’un l’altro in un circolo vizioso di cui è inutile cercare il principio. Uscite dal circolo.
L’aria si fa più gentile, e in attesa delle più abbondanti fioriture, i prati sono pieni di tarassaco: ottimo in insalata e ineguagliabile depurativo.
marzo 31, 2011
SPEGNAMOLI di Valter Binaghi
marzo 29, 2011
LA MORTE NATURALE? NON ESISTE di Valter Binaghi
Dedicato a Lycopodium
Le spari grosse, direte. Ma attenzione: non ho detto che siamo immortali nè che possiamo resistere alla morte. Solo vorrei andare a fondo di un’espressione equivoca: morte naturale. E’ qualcosa che ci siamo inventati di recente, con l’apoteosi delle cosiddette scienze esatte. Indica che il corpo, in quanto meccanismo soggetto a prevedibile usura o guasti traumatici, giunge prima o poi ad uno stato cui necessariamente segue la cessazione dell’attività. In questo caso il soggetto, come un pilota nella sua auto resterebbe bloccato e non varrebbero speranze nè strepiti per rimettere in sesto un marchingegno distrutto.
Ma le metafore sono pensieri che nascondono la verità almeno tanto quanto la rivelano. Se l’immagine del pilota nella macchina dice bene l’alterità dell’anima rispetto al corpo (infatti ha avuto una fortuna straordinaria tra i filosofi dualisti, da Platone a Cartesio), nasconde il carattere della loro relazione. Da questo punto di vista, è meglio immaginare il corpo come la conchiglia che il mollusco non si limita a indossare ma secerne e modifica come un’espressione propria. Ecco che allora lo stato del corpo non è quello di un meccanismo caricato ab originis, una volta per tutte, ma continuamente ripreso ed elaborato dalla volontà di vita o abbandonato dal ritiro depressivo di chi lo abita. Ci sono forme di sopravvivenza che resistono a patologie terribili e per contro languori mortali che consumano in brevissimo tempo un corpo apparentemente sano.
Poi, c’è un livello superiore. Oltre il corpo e la psiche, quello che nella patristica antica si chiama Nous o Spirito, cioè la cuspide della personalità, ciò che dovremmo definire il Sè, perchè non coincide con l’Io, ovvero con l’opinione che noi abbiamo di noi stessi, come il corpo non coincide con l’ombra, cioè con la sua proiezione visibile. Lì, dove l’energia personale e creativa attinge alla sua fonte originaria, c’è la possibilità di un richiamo a forze superiori, fisicamente e psichicamente incommensurabili, o quella totale pacificazione che, nascosta agli occhi di tutti e persino ai propri, definisce un compimento e chiede la remissione dello spirito. Come lo so? Ci sono tradizioni millenarie in proposito, ma non è a queste che mi riferisco. Piuttosto, a un certo tipo di percezione.
“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” (A. De Saint Exupery)
marzo 27, 2011
PERSEFONE DENTRO IL MITO di Roberta Borsani
Persefone, archetipo femminile della natura rigenerativa dell’essere e del tempo circolare. Rapita da Ade ancora fanciulla, finisce prigioniera negli Inferi. La madre Demetra, dea delle messi e dei frutti, si dispera a tal punto per la sua assenza, da trascurare completamente alberi e campi: non ci sono fiori né spighe né frutti, la vita universale langue. Perfino gli dei dell’Olimpo si spaventano e costringono Ade a restituire Persefone alla madre, purché lei non abbia assaggiato alcun frutto infernale. Non è così purtroppo: la fanciulla ha mangiato dei chicchi di melagrana. Non potrà tornare definitivamente sulla superficie terrestre, ma solo per due terzi dell’anno. L’altro terzo dovrà trascorrerlo nell’Ade e fare da sovrana a un mondo di ombre accanto al tetro dio che l’ha rubata.
Intorno alla figura di Persefone, così inguaribilmente enigmatica, sono state scritte molte pagine. Eppure la sensazione è che ci sia sempre qualcosa da dire e da capire.
Persefone, vita cosmica in boccio, slancio primaverile, promessa e fioritura, riassume splendidamente in sé la forza generativa che assicura la perennità dell’essere, e, insieme, la morte. La morte vissuta come una sorte di contaminazione, legata al mangiare e al gustare: atti che implicano il piacere ma anche qualcosa di aggressivo e perfino distruttivo. Un’opera al nero. Mangiare comporta infatti un fare a pezzi riducendo ciò che ha forma alla materia informe, scomponendolo nei suoi elementi primordiali. Proprio per questa ragione la parentela con la morte costituisce anche una sorta di “impegno”. Mangiare i semi di melagrana, al di là del simbolismo legato evidentemente al concepimento, significa anche “compromettersi”, uscire dall’ariosa ma effimera dimensione della farfalla che tutto sorvola senza incidere. Senza prendere decisioni, senza cogliere l’istante dell’aut aut. Persefone ha interiorizzato la profondità dell’abisso. Si è fatta oscura, arcana, ermetica. Si è fatta profonda. Perciò reca in sé il vuoto del baratro: la coppa di cio che non è. Non è perché è già stato o perché è ancora da essere.
Leggi l’intero articolo su La fata centenaria
marzo 26, 2011
LA PROFEZIA DELLA ANSELMI: “P2? PRESTO P3 E P4″
I diari segreti: possibile che Andreotti e Berlinguer non sapessero?
(Da: “Corriere della Sera” 25-3-2011)
Il 17 marzo 1981 il colonnello Vincenzo Bianchi si presenta a Villa Wanda, a Castiglion Fibocchi, vicino ad Arezzo, residenza dell’allora quasi sconosciuto Licio Gelli. Ha in tasca un mandato di perquisizione dei giudici milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo, che indagano sull’assassinio Ambrosoli e sul finto sequestro di Sindona, mandante del delitto. Dopo qualche ora di lavoro, l’ufficiale riceve una telefonata del comandante generale della Finanza, Orazio Giannini. Si sente dire: «So che hai trovato gli elenchi e so che ci sono anch’io. Personalmente non me ne frega niente, ma fai attenzione perché lì dentro ci sono tutti i massimi vertici». Poche parole, dalle quali Bianchi è colpito per la doppia intimidazione che riassumono. Cioè per quel «non me ne frega niente», che esprime un assoluto senso d’impunità. E per quel «tutti i massimi vertici», che capisce va riferito ai vertici «dello Stato e non del corpo» di cui lui stesso indossa la divisa.
Ed è proprio vero: c’è una parte importante dell’Italia che conta, in quella lista di affiliati alla loggia massonica Propaganda Due, che il colonnello sequestra assieme a molti altri documenti e trasporta sotto scorta armata a Milano. Ci sono 12 generali dei carabinieri, 5 della guardia di Finanza, 22 dell’Esercito, 4 dell’Areonautica militare, 8 ammiragli, direttori e funzionari dei vari servizi segreti, 44 parlamentari, 2 ministri in carica, un segretario di partito, banchieri, imprenditori, manager, faccendieri, giornalisti, magistrati.
Insomma: nella P2 ci sono 962 nomi di persone che formano «il nocciolo del potere fuori dalla scena del potere, o almeno fuori dalle sue sedi conosciute». Una sorta di «interpartito» formatosi su quello che appare subito come un oscuro groviglio d’interessi dietro il quale affiorano business e tangenti, legami con mafia e stragismo, il golpe Borghese, omicidi eccellenti (Moro, Calvi, Ambrosoli, Pecorella) e soprattutto un progetto politico anti-sistema. Quando, dopo due mesi di traccheggiamenti, gli elenchi sono resi pubblici, lo scandalo è enorme.
Il governo ne è travolto e il 9 dicembre 1981, anche per la spinta di un’opinione pubblica sotto choc e che chiede la verità, s’insedia una commissione parlamentare d’inchiesta che la presidente della Camera, Nilde Jotti, affida alla guida di Tina Anselmi. Da allora l’ex partigiana di Castelfranco Veneto, deputata della Dc e prima donna a ricoprire l’incarico di ministro, comincia a tenere un memorandum a uso personale oggi raccolto in volume: «La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi», a cura di Anna Vinci (Chiarelettere, pag. 576, euro 16).
Tra i primi appunti, uno è rivelatore del clima che investe la politica («i socialisti sono terrorizzati dall’inchiesta») e l’altro del metodo che la Anselmi intende seguire: «Fare presto, delimitare la materia, stare nei tempi della legge». Un proposito giusto. Lo sfogo del colonnello Bianchi le ha fatto percepire l’enormità dell’indagine e i livelli che è destinata a toccare. Diventa decisivo, per lei, sottrarsi all’accusa di «dar la caccia ai fantasmi» e di certificare quindi l’attendibilità delle liste (su questo si gioca la critica principale), come pure evitare che l’investigazione si chiuda con il giudizio minimalista accreditato da alcuni, secondo i quali la P2 sarebbe solo un «comitato d’affari».
È un’impresa dura e difficile, per la Anselmi. Carica di inquietudini. Lo dimostrano i 773 foglietti in cui annota ciò che più la colpisce durante le 147 sedute della commissione. Riflette, ad esempio, il 14 aprile 1983: «Strano atteggiamento del Pci… non mi pare che voglia andare a fondo. La stessa richiesta loro di non approfondire il filone servizi segreti fa pensare che temano delle verità che emergono dal periodo della solidarietà. Ipotesi: ruolo di Andreotti, che li ha traditi? O coinvolgimento di qualche loro uomo? Più probabile la prima ipotesi. Mi pare che Br e P2 si siano mosse in parallelo e abbiano fatto coincidere i loro obiettivi sul rapimento e sulla morte di Moro». Altro appunto, del 26 gennaio ’84, con l’audizione di Marco Pannella: «Com’è possibile che Piccoli, Berlinguer e Andreotti non sapessero della P2 prima del 1981?». Ragionando poi sul fatto che gli elenchi non sono forse completi e che Gelli potrebbe essere solo «un segretario», si chiede se la pista non vada esplorata fino a Montecarlo, sede di una evocata super loggia. E ancora, il 16 dicembre ’81 mette a verbale che il parlamentare Giuseppe D’Alema (padre di Massimo) «consiglia di parlare» con un poco conosciuto giudice di Palermo che cominciava a conquistarsi le prime pagine sui giornali: Giovanni Falcone.
S’incrocia di tutto in quelle carte. La fantapolitica diventa realtà. Ci sono momenti nei quali la commissione è una «buca delle lettere»: arrivano messaggi cifrati, notizie pilotate o false, ricatti. Parecchi riguardano la partita aperta intorno al Corriere della Sera, che era stato infiltrato (nella proprietà e in parte anche nella redazione) da uomini del «venerabile» e alla cui direzione c’è ora Alberto Cavallari, indicato da Pertini per restituire l’onore al giornale. In questo caso sono insieme all’opera finanzieri e politici, ossessionati dalla smania di controllare via Solferino. Si agitano anche pezzi del Vaticano, il cardinale Marcinkus, senza che la cattolica Anselmi se ne turbi e lo dimostra ciò che dice al segretario, Giovanni Di Ciommo: «Non ho fatto la staffetta partigiana per farmi intimidire da un monsignore».
Ma a intimidirla ci provano comunque. La pedinano per strada. Qualche collega, passando davanti al suo scranno a Montecitorio, le sibila: «Chi te lo fa fare? Qua dobbiamo metterci i fiori». Fanno trovare tre chili di tritolo vicino a casa sua. Lei tira dritto. Quando, il 9 gennaio ’86, presenta alla Camera la monumentale conclusione del suo lavoro, 120 volumi, definisce la P2 «il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale» (il piano di Rinascita Democratica di Gelli). Nel diario aveva profeticamente scritto: «Le P2 non nascono a caso, ma occupano spazi lasciati vuoti, per insensibilità, e li occupano per creare la P3, la P4…». Sono passati trent’anni e la testimonianza di Tina Anselmi, dimenticata e da tempo malata, è da riprendere. Magari riflettendo su un dato: nella lista compariva anche il nome di Silvio Berlusconi. All’epoca era soltanto un giovane imprenditore rampante e i parlamentari non ritennero di sentirlo perché era parso un «personaggio secondario».
Marzio Breda
marzo 25, 2011
UN READING A GENOVA
LIBRERIA FINISTERRE
p.zza truogoli di S. Brigida 25 16126 Genova
010 2758588
sabato 26 marzo 2011 – ore 18.00
“I custodi del Talismano”
Valter Binaghi
presenta il suo ultimo romanzo
(Edizioni Sottovoce. 2010)
con un reading musicale.
Alla chitarra Alessandro Giampieri
Alle tastiere Luca Lazzaroni
marzo 23, 2011
MORTE DI UN CERUSICO di Valter Binaghi
(Da: I custodi del Talismano, Sottovoce 2010)
Ti sento volteggiare qui intorno, cattivo spirito, come l’avvoltoio sopra il moribondo, ma non è ancora tempo. Vattene Azazel: la braciola è ancora cruda.
Posso ancora vedere e ricordare, conservo la briglia in mano ben salda: ho ancora un giorno, forse due prima di sapere se questa volta la rapina della morte mi vorrà nel suo bottino o se invece, com’è sempre stato, sarò io a comporre le salme sconvolte, a coprire la deformità delle carni consunte dal Morbo.
Ho già chiuso le palpebre di molti in questo villaggio, ricevendo l’ultimo barlume dall’occhio disperato, come uno sputo sull’anima di chi sopravvive. Queste femmine guardinghe e i loro uomini spezzati, i bambini ignari e macilenti cadranno uno a uno mentre io resterò qui, a guardia di un cimitero? Non me lo auguro.
Non più tardi di ieri, il popolo ha compiuto l’estremo tentativo di sfuggire alla condanna. Ammucchiati come ossessi, sciamarono dalla chiesa ferendosi il petto con pietre aguzze.
Invocavano a gran voce Cristo e i Santi, e Carlomagno, e la Vipera, e tutto quanto suonasse grande e potente a quelle menti annebbiate da una fede bestiale. Poi, mutata la pietà in furore, si diedero a bruciare le case delle famiglie più colpite, incuranti degli strilli dei bambini e dei guaiti dei cani rinchiusi. Si affollavano, fino a ieri, anche alla mia porta, sbraitando e implorando, e se ne andavano senza avermi ascoltato, più furibondi di prima, ormai in preda ad un’angoscia folle e incontrollabile. Ancora stanotte ho udito grida e risate in tutto il paese: caduto ogni freno alla libidine, qualcuno voleva morire soddisfatto, stuprando la figlia del vicino o sgozzando l’odiato parente. Ma stamani nessuno è venuto: forse questa notte si è portata via anche quei disgraziati, e la morte aspetta solo me per chiudere il coperchio della bara.
Il bubbone è sempre lì, passo la mano ormai senza ribrezzo, non è più grosso di stamani. Sono in forze. La coperta è bisunta, strappata in più punti, ma la morte miserabile è più di tutto un lezzo di carne frollita, un sudiciume senza più pudore, e il pensiero è un chiodo confitto nell’insonnia, che giunge a implorare il nulla. Invece io posso ancora lottare con l’Angelo.
Assisto alla mia rovina ad occhi bene aperti, curioso.
Sono vent’anni che vado frugando le pieghe della carne altrui, fino ai recessi più profondi del dolore, dove si disfa l’ultima dignità. Ho spiato su volti infranti dal sorriso ebete della sconfitta la sequenza della morte che si svela, ogni volta trattenuto sulla soglia da una mano invisibile: ora forse è il mio turno di apprendere la sola verità di questo mondo.
Ma bisognerà essere desti. Osservare ogni cosa e prevedere perfino, come faccio adesso con lo scarafaggio sul muro: ho seguito il suo viaggio circospetto fin dalla fessura dove si è affacciato – ora costeggia la crepa come un fossato, e mi pare di sapere dove andrà.
Al mio fianco ho il Libro dei Morti di Al Farid, ultimo dono di quell’uomo dolce e sapiente. Ho promesso a lui e a me stesso che percorrerò fino in fondo il sentiero delle visioni, prima di lasciarmi inghiottire dall’oblio. Sta scritto che il morente incontrerà quattro porte e quattro Guardiani: ognuno con una tentazione estrema per lo spirito. Il premio per chi porta a termine il viaggio senza che il lume interiore si spenga, è la conoscenza dell’ultima verità.
Non sarà facile. So come ingannare per un po’ il male, concentrando la degenerazione nelle membra inferiori e risparmiando il capo. Poi qualcosa si allenterà e la figura della mente sarà sconvolta dalle vendette del passato: allora io giacerò perduto, per lunghi istanti.
Potrò ritornare, forse. Ho visto il delirio in tutte le sue forme: blande e intermittenti oppure acutissime, definitive. Vi si assiste rassegnati, limitandosi a curare che l’invasato non si ferisca agitandosi troppo. Può essere il caso di legarlo al letto. Per il resto si recinge appena il fuoco che consuma sul suo volto la sembianza umana, e in voi l’ultimo resto di pietà.
Il solo modo per conservare la padronanza della mente è di legarla al giogo dell’unica storia che conosco bene: la mia. Procederò ricordando e narrando a me stesso, dipanando il filo per non smarrirmi nel labirinto: non prima di incontrarmi faccia a faccia con l’oscuro abitante che finalmente mi avrà. Avrebbe potuto fare ben altro Abba Silvano, lui che diceva di conoscere il Pharmakon.
Non ho mai capito come facesse a muoversi così silenzioso con quel gran corpo ursino che si ritrovava: all’ultimo momento mi accorgevo della mano che si posava sulla mia spalla, non più pesante di un’ala d’uccello.
«Sempre qui a guardare i gabbiani, figliolo?».
Non guardavo i gabbiani. Allora come ora, avevo impressa nell’anima un’immagine così remota che mi pare di essere nato con quella negli occhi.
Una capanna che odora di caglio e sterco di capra, un moccolo lampeggia in fondo. La mano brusca mi spinge avanti, verso il pagliericcio: «Bacia tua madre, per l’ultima volta!».
Mi chino su una sagoma giallastra e sconosciuta, come scolpita da una mano arcigna che avesse in odio il genere umano: dove sono le sue gote rosse di sforzo o d’allegria, il fiato caldo curvo su di me a mormorare la preghiera della sera, e gli occhi ridenti nel versare la porzione di minestra più abbondante? Tocco con le labbra quella fronte gelida, e dal seno odoroso di un tempo si leva un lezzo di carne guasta. Mi volto: «Non è lei», dico. La mano brutale di prima mi strappa al giaciglio e mi getta di fuori, nella notte fangosa.
Così ricordando me ne stavo nascosto, arrampicato sull’ultimo lembo del promontorio, nel nido di pietra che sembrava fatto apposta per contenere il corpo di un bambino. Sedevo abbracciando le ginocchia e guardavo le onde infrante sulle rocce là di sotto, i massi percossi ma invulnerabili, e il mistero dell’unica carne del mondo che non cede al tempo.
Ma Abba Silvano aveva un’altra idea dell’immortalità.
«Ti restano ancora due ore di esercizio nel copiare. Presto sarai pronto per raggiungere gli altri monaci in biblioteca, e dedicarti alla missione che il beato Cassiodoro ci ha lasciato. I tesori della sapienza degli antichi non imputridiscano nella muffa, né siano divorati dal morso sacrilego dei topi, ma giungano intatti ai posteri, come il seme dei viventi nell’arca di Noè!».
M’infilava la mano sotto l’ascella e mi sollevava senza nemmeno curvarsi.
I miei genitori erano morti che io avevo cinque anni – ricordo appena due facce di contadini cotte dal sole, e le labbra di lui senza sorriso – e insieme a loro l’epidemia si era presa mia sorella più grande, già ragazza. Al fratello di mia madre non era rimasto che offrirmi al monastero – oblato: che gran regalo, malaticcio e ignorante com’ero – e prendersi la capanna, gli attrezzi e le sementi insieme al cavallo più morto che vivo.
Non un abbraccio, né una lacrima: i parenti si sbarazzarono di me in una settimana. In seguito, al monastero e fuori, ebbi occasione di ascoltare alcune chiacchiere sulla mia famiglia. Pare che mia madre mi avesse concepito nella vergogna, prima che mio padre la sposasse, e io fossi frutto non dei lombi del contadino ma di uno straniero di passaggio, un fante o addirittura un cavaliere armato, che l’aveva violata tra i cespugli. Ciò non mi turbò affatto, anzi mi diede il modo di evadere dalla meschinità del chiostro, che nei primi tempi mi risultava insopportabile. Fantasticavo a vele spiegate delle mie nobili origini, e di come un giorno il mio vero padre sarebbe venuto a portarmi via con sé, per restituirmi al mio luminoso destino…
Da allora ero affidato ad Abba Silvano, che postillava instancabilmente i miei giorni con le innumerevoli sentenze della sua dottrina, non senza una certa ruvida tenerezza. In quei primi anni mi aveva insegnato più di terra, sementi e piante officinali che non di lettere e copiature: il suo fare bonario era il più consono alle mie abitudini, e mi parve niente più che un contadino come quelli che avevano accompagnato i miei primi passi al villaggio. Ma quando insieme a lui feci il primo ingresso nella biblioteca di Vivarium, mi accorsi che lì Abba Silvano era ben altro uomo: il silenzio che si faceva al suo passaggio, gli sguardi dimessi dei monaci più giovani e i cenni rispettosi dei più anziani mi convinsero della sua riconosciuta autorità.
L’omone volteggiava tra gli scaffali, le maniche larghe della veste fruscianti, e ne tornava carico di rotoli e pergamene che distribuiva a destra e a manca ai monaci già accomodati presso gli scrittoi, affidando all’uno e all’altro l’opera destinata. Agiva – lo imparai ben presto – secondo un disegno noto a lui solo, che aveva studiato le fisionomie, le curiosità e le esitazioni di tutti per lungo tempo, prima di progettare per ciascuno un sentiero peculiare, fatto di letture e di colloqui privati, d’indirizzi e reprimende, senza trascurare lunghi discorsi ad alta voce per l’utilità comune. Quante volte, dopo le lodi del mattino, fermava la fila davanti al busto scolpito del padre fondatore che troneggiava all’ingresso della biblioteca, per propinarci la sua storia edificante!
«Il beato Cassiodoro proveniva da nobile famiglia e divenne già in gioventù un letterato sopraffino: così i re barbari, per quanto rozzi nei modi e nella mente, ammirati dalla sua romanità, lo vollero come loro ministro. Per lungo tempo si prodigò nell’opera ingrata di mitigare i costumi dei Goti e poi, svanita la sua speranza, vista l’Italia intera riaccendersi dei fuochi della guerra e la corte dilaniata dal sospetto e dal sangue delle esecuzioni sommarie, ritornò qui nella sua Calabria, e trasformò la sontuosa dimora degli avi in un monastero. Guardatevi intorno! In questa pace protetta dai confini imperiali, lontana dalla crudeltà dei Goti, qui visse insieme ai suoi primi, pochi compagni!».
Parlava senza nascondere la sua commozione, additando minaccioso il mondo là fuori, per incuterci spavento e persuaderci della nostra fortuna di reclusi.
«Qui vissero, e cominciarono quella che resta la nostra duplice missione: pregare per la salvezza del mondo, e insieme custodire ciò che agli uomini del futuro servirà per ricostruire la romanità devastata. Quando il castigo di Dio si ritirerà come le acque del diluvio, sorgeranno da qui antiche scritture e uomini sapienti in grado di spiegarle al volgo imbestialito, che vagherà per le campagne e le città in rovina, incapace ormai di provvedere perfino a se stesso. Copiate, imparate, custodite! Ognuno di voi sia come la sporta del seme, nascosto nel granaio e pronto a fecondare la zolla in primavera!».
Forse perché aveva notato le mie premure nella cura dell’orto, o per elevarmi gradualmente dalla modestia delle mie origini, Abba Silvano scelse per i miei primi studi i libri più vicini al lavoro dei campi. Il primo anno copiai in greco Le Opere e i Giorni di Esiodo, in latino Le Georgiche del mite Virgilio. Passava spesso al mio scrittoio, controllando con un sorriso il lavoro ben fatto, e più di tutto mi piaceva l’aria sorniona con cui mi strizzava l’occhio, come si fa tra complici di una grande impresa.
Un giorno, avevo tredici anni, mi venne a pescare al solito posto, più che altro per indagare sui miei progressi e i miei stati d’animo. Fu allora che gli svelai quella che lui poi chiamò la meditazione della roccia: la mia ossessione per una materia che si sottrae alla corruzione del tempo e all’ingiuria degli elementi.
Abba Silvano tacque a lungo, pensieroso. Poi disse improvvisamente:
«Tu non sei un agricoltore, ma un fabbro!».
Quelle parole mi suonavano oscure: non avevo mai visitato una fucina in vita mia, e glielo dissi. Sorrise.
«Vedi, figliolo, in un certo senso le opere umane si possono ridurre a tre, da cui tutte le altre sono generate. In ognuno di noi vive un sogno ch’è insieme un talento, antico come l’uomo: esso guiderà i nostri passi al lavoro che ci è destinato in questo mondo. Le arti sembrano molte e diverse sotto il sole, ma in verità ti dico che ognuno di noi è pastore, agricoltore o fabbro».
«E quali sono le loro opere?».
«L’opera del pastore è radunare, condurre, proteggere, cercare pascoli sempre migliori, perché nessuna terra è perfetta in questo mondo. L’opera del contadino è seminare e custodire una sola terra per trarvi ogni possibile frutto, perché nessuna sposa diviene madre senza amore. L’opera del fabbro è togliere col fuoco ogni impurità dalla terra e trarne il tesoro più prezioso: il metallo, perché esso è puro e verace, e sta alla carne del mondo come lo spirito al corpo. Col metallo tutto può essere fatto: aprire ciò che è chiuso, troncare ciò che è putrido, sostenere ciò che è debole e, secondo alcuni – qui tacque un attimo guardandomi negli occhi – secondo alcuni guarire ogni male».
«E quale metallo possiede questo immenso potere?».
Abba Silvano mi tese la mano. Mi rialzai dal nido di roccia, divenuto ogni giorno più stretto, e per la prima volta il promontorio, i marosi là sotto e il mio lungo appostamento, tutto quanto mi parve tenero e puerile come un gioco di bambino. Lo guardai in volto, aspettando una risposta, ma lui m’indicò il sentiero e pronunciò una sola parola, a mezza voce: «Pharmakon».
marzo 21, 2011
NE’ QUESTO NE’ QUELLO di Valter Binaghi
«Quando esercitate la critica sulla filosofia di un’epoca, non dirigete in primo luogo la vostra attenzione a quelle posizioni intellettuali che i suoi esponenti sentono necessario difendere esplicitamente. Ci saranno alcune assunzioni fondamentali che i sostenitori di tutti i vari sistemi, entro quella data epoca, presuppongono inconsciamente, e che appaiono così ovvie da non suscitare la coscienza di postularle, perché, non è occorso mai altro modo di porre le cose. Con tali assunzioni, è possibile un certo limitato numero di tipi di sistemi filosofici: e questo gruppo di sistemi costituisce la filosofia di quella determinata epoca»
A.N. Whitehead, Science and modern world
Quel che il filosofo americano dice della filosofia, vale in realtà per lo spazio ben più ampio del costume e delle opinioni umane. Per quanto riguarda il nostro tempo, la stanchezza e il senso di inutilità che mi opprime quando mi viene chiesto di schierarmi pro o contro le opposte fazioni che sembrano costituire le coordinate della nostra cultura, corrispondono alla convinzione, sempre più forte in me, che si tratta di false alternative. Conservazione o progresso, statalismo o liberismo, maschilismo o femminismo, produttivismo o ecologismo, destra o sinistra, perfino ateismo e fede religiosa: quel che mi pare veramente importante è il terreno comune a partire dal quale si pone la questione cui le opposte strategie pretendono di dare risposta.
E’ questo, il comune presupposto, che fornisce le coordinate della percezione e del linguaggio che dominano la vita corrente. E’ questo l’autentico luogo del potere di cui le opposte strategie esibiscono il mascheramento dialettico, che nel potere ci irretisce quanto più esse reclamano un’adesione.
Per salvarsi da Scilla e Cariddi occorrerebbe un’immersione profonda, forse anche una solitudine essenziale di cui pochi esseri umani sarebbero capaci. Soprattutto pochi intellettuali.
L’intellettuale infatti può sopportare tutto tranne l’assenza di un pubblico e di sodali. A questo, essenzialmente, serve fingere di credere che esista una parte buona con cui schierarsi. E’ per questo che l’intellettuale italiano, che intimamente non crede più a nulla se non all’assoluta necessità di avere una voce pubblica, appare ancora fieramente schierato, per lo più a sinistra.
Dove, peraltro, il puzzo di cadavere sta diventando ammorbante.
A cui la destra oppone il rifiuto della cultura, l’esaltazione becera del denaro e della carne, l’ignoranza ostentata come una nuova innocenza.
E’ venuto il momento di mandare gli uni e gli altri affanculo, in nome di Dio.
marzo 19, 2011
IL MALE NATURALE – Una recensione di V. Binaghi
Fa un certo effetto leggere un libro di una persona che conosci abbastanza bene.
(Abbastanza è già un termine scomodo, vuol dire tutto e niente. Conosco Giulio da cinque anni, ci siamo visti diverse volte, abbiamo parlato di libri e non solo. Quanto conosco Giulio? Quanto si conosce un altro essere umano?)
L’effetto che dicevo è strano o meglio straniante. Nella vita quotidiana, di una persona che conosci e frequenti puoi anticipare gusti e reazioni, puoi riconoscere il modo di fare e di dire. Ma quando ti confronti con cose come la poesia e la narrativa prodotte da un amico, ti accorgi che lì la conoscenza pregressa importa poco e anzi può essere più d’ostacolo che d’aiuto.
Infatti qui la parola non è al servizio di un progetto cosciente di vita o di relazione, nel quale tu puoi riconoscere gli orientamenti e gli obiettivi dichiarati dell’autore. In letteratura la parola è piuttosto al servizio di uno sguardo sulla realtà che solo in parte corrisponde allo sguardo di quell’entità psicologica che è l’autore. Lo sguardo di quei soggetti psicologici che siamo (Tizio e Caio, Valter e Giulio), non può prescindere dalle convenzioni sociali all’interno delle quali ci troviamo a vivere, che non sono soltanto costumi e comportamenti, ma lessico, linguaggio e addirittura percezione. Una percezione fresca e verginale della natura, delle cose e dei nostri simili, non è affatto il grado zero del sentire, ciò che rimarrebbe una volta rimosse le sovrastrutture culturali, ma anzi una conquista talmente ardua e faticosa che non solo è preclusa alla maggior parte delle persone ma anche a moltissimi artisti presunti, per i quali essa dovrebbe costituire l’obiettivo dichiarato.
In effetti se l’arte esiste per un motivo, essa esiste proprio per restituirci una percezione inedita, uno sguardo rinnovato su un mondo che la cultura condivisa tende a trasformare in un sistema di convenzioni. Questo però avviene sempre più raramente. Ad esempio, il difetto della cosiddetta letteratura di genere (giallo, noir, fantasy, rosa, erotico, psicologico, catastrofico, saga familiare) consiste appunto non nell’obsolescenza di trama e personaggi (dove, come si sa, è possibile inventare fino a un certo punto), né nella sciatteria del linguaggio (ci sono scrittori di genere che hanno una prosa raffinatissima) ma nell’accettazione più o meno indiscussa di quelle che sono le convenzioni percettive e psicologiche della vita corrente, in altri termini nel limitarsi a ritagliare campi lunghi, primi piani o dettagli in quella che è la visuale determinata da una cinepresa fissa, che negli ultimi decenni tende ad essere per lo più quella televisiva.
Perciò, quando in un libro di racconti come “Il male naturale” il lettore viene colpito non tanto dalla fisionomia dei personaggi e dalla dinamica dei comportamenti, ma dallo sguardo assolutamente desueto con cui essi sono fatti emergere da uno sfondo che è e non è quello della vita corrente, ecco che il lettore deve innanzitutto rendere grazie, perché ciò che gli accade è di sperimentare a sua volta una spazialità e una gravità sconosciute, che stanno a quella consueta come la cinetica dell’atmosfera lunare a quella terrestre. Qui il potenziale di conoscenza che l’arte può recare consiste non nell’aggiungere particolari o sviluppi alle coordinate abituali, ma precisamente nel ribaltare le coordinate medesime. E’ questo che accade con questi racconti, e poiché questo avviene per mano di Giulio Mozzi ma non del tutto a causa sua (questi spazi esistono, nell’universo del possibile, uno scrittore può finirci dentro e scegliere semmai di dimorarvi, ma non crearli) ecco che questo effetto risulta meravigliosamente sbalorditivo anche a chi lo scrittore Giulio Mozzi crede di conoscerlo bene (avendo letto anche altri suoi libri, come “Questo è il giardino” o “Fantasmi e fughe” che a suo tempo mi colpì molto ma non in questo stesso modo).
Qual è lo spazio in cui si muovono i personaggi dei racconti di “Il male naturale”? Se vogliamo esprimerci in termini pittorici, diremo che esso è uno spazio non-prospettico, cioè alternativo a quello che, dal Rinascimento in poi, ha finito col determinare le coordinate abituali della percezione dell’uomo occidentale. Nella prospettiva, ciò che innanzitutto si annuncia è una figura determinante (in termini narrativi: il protagonista), rispetto a quello che si presenta come lo sfondo (in termini narrativi: i personaggi secondari). Contemporaneamente, il rapporto tra ciò che precede e ciò che segue è calcolabile in base alle leggi matematiche dell’ottica (in termini narrativi: il determinismo di causa ed effetto che lega fra loro gli avvenimenti – su questo determinismo si basa intermente la stringente razionalità dell’investigazione e della risoluzione nel giallo o thriller). Ora, niente di tutto questo ne “Il male naturale”: i racconti che compongono la raccolta hanno bensì numerosi personaggi, alcuni messi in scena da una voce narrante in prima persona, ma si cercherebbe invano tra essi una distinzione netta tra protagonisti e comprimari, perchè manca del tutto il carattere “strumentale” che caratterizza solitamente i secondi rispetto ai primi: tutti i personaggi, anche quelli che fanno una fugace comparsa, sono soggetti nel senso pieno del termine, perchè lo sguardo che li rende visibili è ugualmente partecipe alla loro umanità, mai sacrificata a favore della rilevanza psicologica e della centralità di altri. Quanto al rapporto di causa ed effetto, dirò solo che in un libro dichiaratamente dedicato all’esplorazione del “negativo” mancano vittime e colpevoli, e questo non perchè voci e personaggi manchino di consapevolezza e di responsabilità del male di cui si sentono portatori, ma perchè assistono alla crescita progressiva in essi di questo male come a quella di un’effervescenza interna che acquista consistenza ed evidenza in modo del tutto naturale, senza che nessuno ve l’abbia seminata da fuori o coltivata da dentro in modo compiaciuto.
Se l’onorevole leghista che a suo tempo (quando il libro uscì per la prima volta in edizione Mondadori) avesse compreso qualcosa di questa coerenza estetica e morale, non avrebbe denunciato platealmente il fatto che uno di questi racconti, intitolato “Amore”, descrive un incontro sessuale tra un pedofilo e un bambino, rendendosi conto che ciò che vi è di veramente eclatante in quel racconto non è l’atto descritto ma la piena soggettività del bambino che, ben lungi dal risultare “vittima”, è il vero padrone della situazione.
Questo lo scandalo: un universo non-prospettico, dove non c’è cielo nè suolo, figura nè sfondo, colpevole nè vittima, dove galleggiano solo soggetti in piena creaturalità, tutti ugualmente fragili e bisognosi di redenzione. Il perdono di Dio, certo, ma innanzitutto e più umanamente il diritto a una voce piena, in obbedienza a quello che questo strano (e unico, sulla scena italiana) scrittore considera la sua “istanza di realtà”:
Io lo so che il mondo è avvolto da una nuvola di fumo e forse tra breve sarà in fiamme (in questa frase sto usando le parole che un grande scrittore austriaco scriveva nel 1938), io credo che il mondo fra breve sarà in fiamme, ma io che altro posso salvare, che cosa posso salvare io, e non solo per me ma per la coscienza di tutti e per la lingua nella quale questa coscienza si può dire e si può fare parola di salvezza, che cosa posso salvare io se non questa lingua appunto che mi è stata data, io che non ho quasi niente da dire e che già mi accorgo (…) che forse ho una sola cosa da dire, e tutte le storie che racconto e tutti i pezzi che scrivo forse sono solo come un’esecuzione appena appena variata in ciascuna storia o in ciascun pezzo di quell ‘unica cosa che ho da dire, e le persone e le cose delle quali parlo sono solo dei pretesti, delle occasioni, opportunità vorrei dire, e la cosa che ho da dire, forse, è semplicemente che tutto questo finisce e che la fine è prossima e che tutti i rimedi che abbiamo sono rimedi falsi ma possiamo trasformarli in mezzi veri per la lotta contro i rimedi falsi; questo è tutto quello che mi interessa dire e non mi interessa fare della letteratura e tanto meno fare della buona letteratura e vorrei dire che quando uso la parola letteratura io la uso per indicare una cosa non buona, una cosa che non serve a niente; a me interessa raccontare delle storie di redenzione parlando della redenzione come di una cosa vera, cosa che non fa nessuno perché io credo che veramente non ci creda quasi più nessuno, alla redenzione, alla sopravvivenza delle anime e alla resurrezione dei corpi, alla sopravvivenza di queste anime e alla resurrezione di questi corpi, secondo me moltissimi fedeli e moltissimi preti non ci credono, non perché siano cattivi fedeli o cattivi preti, per carità, ma perché non ne sono capaci, e così quasi tutti non ne sono capaci, io ne sono capace invece e il mio dono è questo, esserne capace: verrà la fine di tutto e di ciascuno di noi, si riapriranno i forni di Auschwitz e tutti noi andremo in fumo; avremo una paura enorrme ma saremo felici perché la fine di tutte queste cose è un nuovo inizio che sarà bellissimo; questo io credo e il mio dono è questo e io mi glorio di dirlo: perché non è possibile negare che la redenzione è la più giusta e la più buona delle immagini che la nostra persona produce insieme a tutte le altre persone e non è possibile negare che non è possibile produrre la felicità sulla terra se non per mezzo dell’immagine della redenzione, affermo, che arriverà.
(G. Mozzi, Il male naturale, Laurana 2010, pag. 170-171)
marzo 18, 2011
NOI NON CI SAREMO di Roberta Borsani
L’ho già scritto. Api, lucciole, bombi e altri graziosissimi insetti stanno morendo. Un processo che va avanti da molto tempo assumendo caratteri diversi a seconda del veleno utilizzato. I nuovi agrofarmaci infatti uccidono lentamente, con poca eclatanza. Ci abituano a poco a poco alla sempre più labile presenza di insetti e uccelli. Nemmeno ci accorgiamo che anche la terra si fa più triste, i nostri occhi meno gioiosi e la nostra anima meno disposta a contemplare.
“Se tutte le bestie sparissero, l’uomo morirebbe di una grande solitudine nello spirito. Poiche’ cio’ che accade alle bestie prima o poi accade anche all’ uomo. Tutte le cose sono legate tra loro”.
Molti conoscono questa orazione che il capo indiano See Yahtlh avrbbe scritto al presidente degli Stati Uniti d’America nel 1854. Alcuni sostengono che si tratti di un falso storico, perché non è affatto un capo indiano l’autore. Ma che importa. Molte citazioni tratte dal testo sono finite stampate su magliette, diari scolastici, zaini, perché sanno arrivare diritte al cuore di chiunque. E dicono quello che chiunque in cuore suo pensa.
Dobbiamo agire in tempo. Il mondo che abbiamo costruito somiglia sempre di più a una macchina. L’uomo anche. Fosse un uomo libero, infatti, potrebbe interrompere il gioco in cui si trova invischiato e di cui avverte la pericolosità. Troppo inquinamento, troppa energia succhiata alla terra, troppa sporcizia. Città di trenta milioni di abitanti, come quella di Tokio. Citta inevacuabili, come ci insegnano le tragiche vicende del Giappone in questi giorni. Città come gabbie.
Leggi l’intero articolo su La fata centenaria
marzo 17, 2011
INTERVISTA a FAMIGLIA CRISTIANA
A cura di Paolo Pegoraro
(Questa intervista è pubblicata su Famiglia Cristiana del 20 marzo 2011)
Valter Binaghi è il professore che tutti avrebbero voluto. Scrive romanzi noir, suona in una blues band, da giovane si è formato nella controcultura di Re Nudo, insegna da trent’anni storia e filosofia nei licei e oggi – 53 anni, una moglie e due figli – ci consegna un piccolo capolavoro da non farsi sfuggire. I custodi del Talismano (Sottovoce, pp. 237, € 13,50) fonde felicemente il piacere di un romanzo d’avventura con la profondità delle domande di ogni uomo. Al centro un misterioso oggetto che dovrà essere aperto solo quando il mondo correrà il pericolo estremo.
Diciamo subito che l’enigma del Talismano non viene svelato. La vera storia è un’altra…
«È quella di un druido del II secolo prima di Cristo, di un ufficiale del tardo impero romano e di un monaco d’epoca carolingia. Tre vicende per una sola storia: la fedeltà a una missione che va oltre gli interessi personali e anche oltre i miti e le angosce dell’epoca di ognuno».
Cosa significa “custodire”?
«Preservare con umiltà qualcosa che viene da lontano e va lontano, ma che proprio per questo garantisce la memoria del passato e la speranza del futuro. Si potrebbe dire che il Talismano è un’immagine della Tradizione, che rende possibile la comunicazione ma anche l’espressione inesauribile della cultura umana».
Destino, necessità, disegno divino: i romanzi possono ancora affrontare temi così alti?
«Solo se aspirano a esprimere integralmente l’umano. Da Dostoevskij in poi, passando per Tolkien, il romanzo è il vero erede della riflessione metafisica».
marzo 15, 2011
FORME SIGNIFICANTI(9) di Valter Binaghi
Conclusione provvisoria: lo specchio di Dioniso
“Nello specchio Dioniso, riflesso, non vede se stesso, ma il mondo”
G. Colli
Rientriamo per un momento dalle ampie volte della metafisica a considerazioni più domestiche. In tutta evidenza, il modello che abbiamo definito in termini di “fabbricazione” e quello che abbiamo qualificato come espressivo-emanazionistico, prima di essere rappresentazioni della creatività divina sono riportabili alle due distinte modalità del pensiero umano, a seconda che prevalga l’urgenza oggettiva delle richieste ambientali o la libertà interiore della manifestazione soggettiva. Per dirla con Bergson: intelligenza e intuizione.
Nel primo caso, i fenomeni esterni vengono identificati e classificati secondo schemi concettuali costituiti dall’elaborazione di esperienze precedenti. L’adeguatezza di questi schemi consente una reazione appropriata o una ristrutturazione dei concetti medesimi, il cui obiettivo resta comunque una manipolazione del reale a fini strumentali: si potrebbe dire che ogni strumento fabbricato dall’uomo (come del resto ogni operazione tecnicamente efficace) ha nell’adeguatezza concettuale il suo presupposto e nella memoria fatta abitudine (largamente inconscia) il suo armamentario. Qui realmente conoscere è porre limiti, misurare, ordinare, e la materia è il continuum spaziale che riceve una forma funzionale alla nostra presa su di essa. Nessuna delle facoltà impiegate in questo regime “diurno” del pensiero può emanciparsi completamente dalla ferrea necessità di adattamento alle richieste del presente: nè la percezione sensibile, nè la congettura intellettuale, nè la condotta pratica. L’arte stessa se ne avvale, quando si tratta di tradurre l’ispirazione in un mezzo materiale che va piegato e organizzato secondo leggi proprie (presumere che l’arte possa fare a meno di una rigorosa componente artigianale è esattamente ciò che contraddistingue le velleità del dilettante dal ‘mestiere’ dell’artista)
Ma oltre al regime “diurno” esiste un regime “notturno” dello spirito. Quando le richieste del presente si affievoliscono fino a ridursi al minimo (il che accade durante il sonno, ma anche in quegli stati di indebolimento dell’attenzione al presente che favoriscono la fantasticheria o “reverie”), ecco che le immagini giungono “liberamente” in superficie, senza un nesso apparente con le condizioni dettate dalla percezione esteriore. E’ il caso del sogno, la cui manifesta irresolutezza e disordinata varietà cela, a detta della psicanalisi, un ordine latente, dettato da pressioni interiori che si lasciano esprimere solo indirettamente perchè a loro volta contrastate. E’ il caso della fantasticheria diurna in cui (come nell’episodio del Perceval da cui abbiamo preso le mosse) la fissazione su un particolare ritagliato dal continuum delle richieste ambientali, può riportare alla coscienza un ricordo che non ci si stanca di contemplare, come la massaia non si stanca di levigare l’oggetto prezioso che farà bella mostra di sè a centro tavola. Qui non solo la memoria abituale (patrimonio inconscio perennemente a disposizione delle richieste del presente) ha lasciato il posto a una memoria biografica e consapevole, ma all’interno di questa campeggia il ricordo più amato, quello che evidentemente permette allo spirito di riconoscervi qualcosa di fondamentale, come una cifra simbolica del suo stesso essere. Proprio qui, in quella terza forma della memoria che propongo di chiamare “memoria estetica”, nasce l’artista che è in ognuno di noi: dalla “messa in cornice” e poi dalla manipolazione del ricordo, abbellito a proprio uso e consumo, trasformato in modello emblematico a cui essere moralmente o stilisticamente fedeli. In più, se il talento lo consente, l’immagine sarà tradotta in una forma che acquisisca una “visibilità” universale, fedele stavolta non all’origine biografica ma alla vivacità spirituale che in essa si esprime e che essa potrà suscitare nell’anima altrui, a condizione di farsi “mondo”, totalità compiuta, organismo vivente.
Di che stiamo parlando? Forse di una presunta pre-esistenza ideale delle cose in una sorta di Iperuranio cui l’artista avrebbe misteriosamente accesso? Ma questo non è nemmeno Platone: è la sua interpretazione pedestre, quale si trova nei manuali di liceo e pedestremente si trasmette di generazione in generazione a dispetto di ogni sapienza filosofica. Il Nous o Logos di cui Anassagora ed Eraclito prima, Platone poi, Plotino, Dionigi e ogni altro metafisico degno di questo nome hanno parlato, non sopporta in sè altra molteplicità che la distinzione tra soggetto e oggetto di conoscenza. Da esso il molteplice si rifrange, come la luce in molti e variopinti raggi attraverso il prisma di Newton: “Questo intelletto contempla la forma complessiva del reale, perchè la genera attivamente in ogni istante, e perchè in tal modo è intimamente presente alla legge formativa a cui sottostà ogni essere”(1)
Non importa quali materiali esotici o stravaganti, quali scenari intimistici o corali saranno assemblati dall’artista per la sua messa in scena: state pur certi che, come ogni tempio ha il suo tabernacolo, al cuore di ogni composizione artistica c’è la trasposizione metaforica e armoniosamente adeguata di un’immagine in cui, come di fronte a uno specchio offerto e subito dileguato, lo spirito ha colto misteriosamente il Sè da cui ogni altra vita, ogni altra forma trae origine e rispetto a cui il pronome Io, nel suo uso comune, è misera approssimazione. Lasciate pure ai sociologi e agli storici positivisti l’inutile e faticosa riconduzione dell’ispirazione artistica ai materiali disponibili e alle correnti di pensiero che furono egemoni nell’epoca in cui l’opera ebbe un pubblico (attento o distratto, come più spesso accade). Lasciate a bottegai e promotori editoriali l’etichettatura per cui l’opera parla di questo o quello, e segue i dettami di un politicamente corretto ecologista, femminista, pauperista o terzomondista, che l’artista prostituito all’attualità non si esime peraltro di compiacere. Nello specchio di Dioniso, chi si affaccia intende l’universo mondo, ma solo la sempre casta Arianna può avere accesso a quella magia, e questo è quanto.
Comunque sia questo talento del fare arte è privilegio di pochi (più diffuso il mimetismo dei gerghi contemporanei che viene scambiato per l’arte medesima): universalmente fruibile, invece, quella che dell’arte è la pre-condizione psicologica, cioè la “memoria estetica”, che coglie nell’evento biografico l’espressione sentimentale e, ripulendolo di ogni accidentalità, ne restituisce la condizione essenziale dello spirito che riconosce se stesso. E’ per questo che, in altra sede, ho potuto definire la dimensione estetica, di cui la creazione artistica è conseguenza non necessaria, come “arte del ricordo”.
NOTE
1) Ernst Cassirer, Vita e dottrina di Kant, La Nuova Italia 1984
marzo 14, 2011
FORME SIGNIFICANTI(8) di Valter Binaghi
Creazione come emanazione
Si ha un bel dire che in Plotino sono presenti motivi platonici e aristotelici, e che egli rappresenta la sintesi grandiosa e ultimativa del pensiero greco. In realtà, in Plotino c’è questo ma anche molto di più, e cioè la comparsa in occidente di un modo di rappresentazione del reale che supera il dualismo implicito nei grandi sistemi precedenti e che potremmo definire monistico in senso lato. La sua origine non va ricercata solo nelle filosofie precedenti, ma piuttosto in un’ispirazione che in Oriente risulta dominante, e che già echeggiava in alcuni episodi della filosofia presocratica per eclissarsi con l’egemonia della dialettica di Zenone, dei sofisti e dello stesso Socrate. Risultato dell’ambiente misticheggiante e ricco di sincretismi religiosi in cui Plotino si è trovato a vivere, in epoca ellenistico-romana? Si può ammettere questo, purchè si riconosca in questo filosofo innanzitutto un temperamento fondamentale, un carattere del pensiero che, insieme al suo opposto, tende a presentarsi puntualmente nella storia della cultura. Infatti, il neoplatonismo o plotinismo di cui si riconoscono pregni certi episodi del pensiero medioevale (Dionigi, Scoto Eriugena, Bonaventura), moderno (Cusano, Bruno, Ficino, Pico) e contemporaneo (dall’idealismo tedesco a Bergson), solo in parte va attribuito a una diretta influenza del nostro, mentre evidentemente esprime uno stile ricorrente, una vocazione a intendere sinotticamente e generativamente piuttosto che per distinzioni e contrapposizioni, in altre parole una delle due grandi anime del filosofare.
In Plotino la realtà nel suo complesso va considerata come auto-espressione dell’assoluto, che si svolge come una nascita eterna nelle tre ipostasi dell’Uno (ingenerato, al di là di ogni distinzione dell’essere e del pensare), del Nous (lo Spirito che è soggetto e oggetto della conoscenza) e dell’Anima (principio di ogni espressione vitale materialmente determinata). Il dualismo tra l’elemento formante-limitante e la caotica materialità che vi si oppone qui è superato, perchè il modello con cui viene rappresentata la creazione non è più quello della fabbricazione, ma quello dell’emanazione. L’Uno esprime se stesso pur senza mai uscir di sè, nelle ipostasi che ne replicano la presenza nella forma e nella vitalità, e se è vero che la discesa è allontanamento graduale dalla perfezione dell’Origine, è altrettanto vero che il cosmo risplende di essa manifestandola. Questa grandiosa epifania rende possibile nelle anime individuali (di cui Plotino non solo non nega la consistenza ma fa il vero centro del suo pensiero), il riconoscimento del carattere simbolico del reale e l’avventura esistenziale che si configura innanzitutto come una mistica del “ritorno”.
In quest’avventura, l’esperienza della Bellezza risulta una tappa fondamentale. Essendo l’Anima per la sua parte superiore a contatto con l’ipostasi che la precede cioè lo Spirito, e per la parte inferiore legata al mondo delle forme materiali, essa è in grado, laddove le urgenze dei bisogni cessino momentaneamente di esercitare la loro tirannia, di riconoscere l’Idea nella forma sensibile, e questa è la condizione trascendentale dell’esperienza estetica ma anche della creazione artistica.
L’artista non è, come voleva Platone, il grazioso imitatore di forme sensibili, ma colui che manifesta nel sensibile l’idealità dell’origine, attingendo dal profondo di sè stesso l’unità intorno a cui saranno organizzati gli elementi sensibili. Come scrive uno dei migliori interpreti italiani di Plotino: “Il creare dell’artista è fatale come la generazione divina, se per creazione s’intende non l’intuizione di ciò che l’intelletto umano deve comprendere, ma l’espressione di sè in immagini concrete, in parole e in ritmi sensibili, in colori e in marmi.”(1) Così chi contempla l’opera d’arte vede e percepisce molto più di quel che la percezione quotidiana consente, asservita com’è alle urgenze della vita pratica: quelle forme, quei suoni, quei volumi, hanno il potere di riportare l’anima del fruitore all’unità dell’Idea non astrattamente concepita ma risonante dall’opera al suo stesso sentire e dunque ritrovata nel fondo stesso dell’anima propria.
Questa teoria plotiniana della doppia-anima (non di due anime si tratta, ma dell’anima rivolta allo Spirito e contemporaneamente all’esteriorità naturale) potrebbe utilmente essere confrontata con le ambigue espressioni aristoteliche su intelletto agente e intelletto possibile, ma non è questo che importa adesso. Qui interessa rilevare che il modello plotiniano consente di pensare in modo del tutto nuovo, insieme alla genesi del cosmo e al suo carattere simbolico, quella dell’immagine artistica e della sua universale fruibilità. Come scrive Cassirer, con il modello dell’emanazione “emerge in piena evidenza per la prima volta nella storia della filosofia la relazione e la correlazione speculativa fra il problema biologico e quello estetico, fra l’idea dell’organismo e l’idea del bello. L’uno e l’altro secondo Plotino hanno una comune radice nel problema della forma e, quand’anche in sensi diversi, esprimono il rapporto tra il puro mondo delle forme e quello dei fenomeni. Come nella generazione degli animali non sono in gioco cause puramente materiali e meccaniche, ma vi agisce da dentro, come vero motore, il ‘logos’ che dà forma, (…) così anche il processo creativo compientesi nell’artista presenta lo stesso nesso visto da un altro lato”(2)
NOTE
1) Giuseppe Faggin, Plotino, Asram Vidya 1988
2) Ernst Cassirer, Vita e dottrina di Kant, La Nuova Italia 1984
marzo 12, 2011
FORME SIGNIFICANTI(7) di Valter Binaghi
Creazione o fabbricazione?
Come si è visto, la narrazione proposta dal Timeo platonico circa l’atto creativo che dà origine all’universo mondo, presuppone un modello idealmente concepito (l’Iperuranio), un caos pre-materiale da organizzare (la Chorà) e una forza operante in tal senso (il Demiurgo o Artefice). Si tratta, come già Aristotele aveva osservato, di un mito che produce suggestione più che spiegare, dal momento che non fa altro che trasporre su un piano cosmico quello che è l’atto tutto umano della fabbricazione. L’inadeguatezza di questa metafora è stata molto accuratamente denunciata da Bergson, che in essa vede uno dei grandi equivoci della metafisica occidentale.
Quando noi ci chiediamo perchè esiste qualcosa piuttosto che niente, poniamo il nulla a sua volta come un’entità. In effetti “‘Niente’ è un termine del linguaggio comune che può avere senso solo sul terreno, proprio all’uomo, dell’azione e della fabbricazione. ‘Niente’ designa l’assenza di ciò che cerchiamo, di ciò che desideriamo, di ciò che ci attendiamo. Supponendo pure che l’esperienza ci metta davanti un vuoto assoluto, esso sarebbe limitato, avrebbe dei contorni, sarebbe ancora qualche cosa. In realtà non vi è vuoto. Non percepiamo e neanche concepiamo se non del pieno. Una cosa sparisce soltanto perché un’ altra vi si è sostituita.”(1). Se è perfettamente comprensibile che nell’ambito della tecnica umana il pensiero si soffermi su ciò che era e non è più, concependo la realtà in termini statici come una sequenza di segmenti o entità impermeabili l’una all’altra e sostituibili, “quando ci spostiamo dal dominio della fabbricazione a quello della creazione, quando ci domandiamo perché vi è l’essere, perché qualcosa o qualcuno, perché il mondo o Dio esiste e perché non il nulla, quando, insomma, ci poniamo il più angosciante dei problemi metafisici, accettiamo virtualmente un’ assurdità; giacché se ogni soppressione è una sostituzione, se l’idea di una soppressione non è che l’idea tronca di una sostituzione, parlare, allora, di una soppressione di tutto significa contradddirsi, perché significa porre una sostituzione che a quel tutto non sostituirebbe nulla”(2)
Il filosofo francese sottopone a una critica analoga l’altro aspetto dell’operazione demiurgica che nel mito platonico vorrebbe dar conto della creazione, e cioè l’imposizione dell’ordine a ciò che sarebbe caotico o disordinato. “Esso svanisce se si considera che l’idea di disordine ha un senso definito nel dominio dell’attività industriosa umana o, come noi diciamo, della fabbricazione, non in quello della creazione. Il disordine è soltanto l’ordine che noi non cerchiamo. Voi non potete sopprimere un ordine, neanche con il pensiero, senza farne sorgere un altro. Se non vi è finalità o volontà, vi è meccanicismo; se il meccanicismo cede, è a profitto della volontà, del capriccio, della finalità. Ma quando vi aspettate uno di questi due ordini e vi trovate l’altro, voi dite che vi è disordine, formulando ciò che è in termini di ciò che potrebbe o dovrebbe essere, obiettivando, così, il vostro rammarico. Ogni disordine comprende pertanto due cose: al di fuori di noi, un ordine; in noi, la rappresentazione di un ordine differente che solo ci interessa. Soppressione significa, dunque, ancora sostituzione. E l’idea di una soppressione di ogni ordine, cioè di un disordine assoluto, contiene, allora, una contraddizione autentica, poiché essa consiste nel non lasciar più che una sola faccia all’operazione che, per ipotesi, ne comprendeva due.”(3)
La vera ragione dell’ostinata presenza delle immagini mitiche del nulla e del caos nelle cosmologie occidentali, che portano con sè la necessità di un “inizio” dell’essere e di un “ordine” preesistente, sta nella tendenza dell’intelligenza tecnico-scientifica a farsi strumento d’indagine metafisica, che Bergson ha combattuto per tutta la vita. Incapace di rappresentarsi la realtà come durata, flusso continuo e perennemente creativo, essa fa del futuro il risultato prevedibile della combinazione di elementi pre-esistenti, e quindi presuppone sempre un possibile che preceda la sua realizzazione e in qualche modo la determini. In questa maniera, il divenire non è che una conseguenza necessaria del presente e viene negato nella sua vera natura che è appunto la creazione continua del nuovo. Ecco perchè, all’origine della natura viene posto un mondo iperuranico che ne costituisce il “programma”, ma per ciò stesso ne rende incomprensibile l’espansione continua, il procedere per tentativi, i successi e i fallimenti, l’assoluta e inebriante novità. D’ispirazione microfisica, genetica o neurale, la cosmologia contemporanea non si è mai veramente lasciata alle spalle un modello meccanicistico che è nato venticinque secoli fa con Democrito, il quale non teneva microscopi sulla scrivania ma aveva già elaborato un modello coerente con queste premesse: nulla si crea, nulla si distrugge; gli stati futuri del mondo sono prevedibili a partire da quelli presenti perchè gli elementi che entrano in gioco sono in numero finito, impermeabili l’un l’altro, passibili di un numero n grande ma determinabile di combinazioni.
Anche qui, che il possibile preceda il reale è, secondo Bergson, il prodotto di un’illusione retrospettiva. Una volta che le cose sono accadute, noi le leghiamo ai loro antecedenti come se fossero state causate da questi e ne desumiamo l’idea che a partire da questi fossero prevedibili.
“Ma la verità è proprio l’inverso. Se mettiamo da parte i sistemi chiusi, sottomessi a leggi meramente matematiche, isolabili perché su di essi la durata non ha presa, se consideriamo l’insieme della realtà concreta o semplicemente il mondo della vita, e a maggior ragione quello della coscienza, troveremo che vi è di più, e non di meno, nella possibilità di ciascuno degli stati successivi che nella loro realtà. Poiché il possibile non è che il reale con, in più, un atto dello spirito che ne rimanda l’immagine nel passato una volta che si è prodotto. Ma è proprio questo che le nostre abitudini intellettuali ci impediscono di percepire.”(4)
Insomma, Democrito e Platone sarebbero meno distanti di quel che si pensi. Certo non troveremo la grandiosità speculativa e soprattutto il misticismo del secondo nel primo, ma la loro cosmologia ricalca il medesimo equivoco. L’idea che il possibile (sottoforma di elementi atomici dati o di archetipi ideali) preceda il reale e che si realizzi con un’acquisizione (ulteriore e inspiegabile) di esistenza è un’illusione. Beninteso, il “possibile” nella sua accezione puramente negativa di non-impossibile ha pieno diritto di cittadinanza in una filosofia della natura, perchè qui significa semplicemente ‘assenza d’impedimento’. Ma se da questa accezione si passa a quella positiva di “predeterminabile”, ecco negate in un sol colpo la durata, la creazione continua, la perenne novità dell’essere che è divenire, in una parola: la vita.
NOTE
1) Henri Bergson, Il possibile e il reale. In: Il pensiero e il movente, Olschki 2001
2) Ivi
3) Ivi
4) Ivi
marzo 11, 2011
marzo 10, 2011
IL SEGNO DEL TALISMANO di Saverio Simonelli
(Da: La Compagnia del Libro)
“L’uomo è un segno che tutto indica”. Riscrivendo così una massima che risale addirittura al poeta tedesco Hoelderlin (l’uomo è un segno che nulla indica) ma profondamente analizzata da semiologi e filosofi, Valter Binaghi ci introduce in questa intervista alla sua poetica, o meglio, al metodo che si sperimenta nella sua scrittura. L’autore lombardo con la recente pubblicazione de I custodi del Talismano, che abbiamo già recensito in queste pagine, ribadisce da un lato la propria versatilità tematica – ha già scritto gialli apparenti come “Ucciderò Mefisto”, affreschi lucidi e spietatamente barocchi della nostra società contemporanea come “I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano”, saggi di carattere musicale come quello su Johnny Cash realizzato a quattro mani con il figlio – ma continua a proporre al proprio lettore l’esperienza liberante del confronto aperto, spudorato, quasi, con la trascendenza, col dato di fatto di un’esistenza umana che non si esaurisce nel suo farsi ma che è sempre segno instabile, inquieto, difficilmente decifrabile di qualcos’Altro. Se non si capisce questo, non serve entrare nelle trame delle sue storie: umane, sanguigne, sudaticce, che portano in dote il meglio e il peggio di queste creature ma che come fosse una secrezione inevitabile e materialissima producono la sensazione nitida di un Altrove, o quantomeno di un nuovo corpo a corpo con l’Angelo. “L’immaginazione – spiega – è il modo in cui l’anima riversa la propria creatività, come il corpo mette in moto i muscoli così la psiche genera immagini e visioni, illustra la propria esistenza” e dice che ogni creatura è segno e indica davvero la ricchezza di cielo e terra.
Bibliografia
I custodi del talismano, Sottovoce 2010
Johnny Cash. The man in black, scritto con Francesco Binaghi, Arcana, 2010
La sposa nera, Senzapatria Editore 2010
Ucciderò Mefisto, Perdisa Pop, 2010
Devoti a Babele, Perdisa Pop, 2008
I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano, Sironi, 2007
La porta degli innocenti, Dario Flaccovio Ed., 2005
Robinia Blues, Dario Flaccovio Ed., 2004
L’ultimo gioco, scritto con Edoardo Zambon, Mursia 1999
marzo 8, 2011
INTERVISTA SU TV2000
Mercoledì 9 marzo alle 21.20, durante la puntata de “La compagnia del Libro”, andranno in onda le interviste di Saverio Simonelli agli scrittori Erri De Luca e Valter Binaghi.
Su TV2000 (Digitale terrestre – Canale 28).
Potrai seguire in diretta anche qui.
marzo 7, 2011
COME MARIA GORETTI? di Roberta Borsani

Girolamo Bolli – Il giardiniere della notte
Una ragazza viene rapita da un bruto, forse di quelli insospettabili che si nascondono tra gli amici, i vicini, i parenti. Viene aggredita e lei si difende con le unghie e con i denti. Il bruto, forse esasperato dalle sue resistenze, è colto da un raptus e la uccide. Un’ora terribile, di malvagità, ingiustizia, follia, che resta incancellabile.
Ora qualcuno (un sacerdote) sostiene che la ragazza ha difeso la sua verginità, paragonandola a una santa: Maria Goretti, che un giovane bruto cercò di violentare all’età di 11 anni. La bambina si oppose strenuamente finendo assassinata sotto i colpi di un punteruolo. Santificata dalla chiesa, ha subito negli anni il sarcasmo di molti detrattori. A 11 anni non mi pare si sia così liberi di scegliere e di calcolare cosa c’è di vantaggioso tra l’oltraggio reso alla propria persona e la vita. Ci si difende e basta. Incomprensibile culturalmemte la sua santificazione se non la si cala nel contesto in cui è avvenuta la vicenda. Incomprensibile anche la posizione avversa, della derisione, se non la si contestualizza ideologicamente.
Voi avete capito chi è la bambina di cui sto parlando e che è stata equiparata alla piccola Goretti. Io non faccio il nome, l’hanno fatto in troppi in questi giorni. Ci si dimentica che i genitori, gli amici, i parenti sono vivi e soffrono per lei. Ogni indelicatezza nei suoi confonti brucia come una frustata.
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marzo 6, 2011
LO SGUARDO DI MEDUSA di Roberta Borsani

A. Venditti – Ritratto di Medusa
Jean Valjean, il memorabile protagonista de I miserabili, compì un piccolo furto: una forma di pane per sfamare i nipotini, orfani di padre. Nonostante la nobile motivazione pagò con 5 anni di carcere (moltiplicati dai tentativi di evasione): caso emblematico di sproporzione tra l’entità del reato e la pena. Dante nel ruolo di uomo di legge o di giudice avrebbe fatto di meglio con la sua legge del contrappasso, mirata appunto a stabilire la giusta e misurata corrispondenza tra peccato ed espiazione.
Sui concetti di “delitto” e di “pena”, fondamentali nella scienza giuridica che ispira ogni ordinamento, rifletterà l’italiano Cesare Beccaria, il nonno illuminato di Alessandro Manzoni, il quale a sua volta rappresenterà poeticamente tutte le ambiguità e le contraddizioni della “giustizia positiva” ne I Promessi Sposi e nella Storia della Colonna infame.
Intanto, per quanto riguarda un diverso piano della Giustizia (quello che riguarda la coscienza degli individui e non la posizione del cittadino davanti alle leggi), i mutamenti epocali in atto andranno via via verso una rarefazione del concetto di peccato, rifiutato per quel tanto di morbosamente persecutorio che nei millenni vi si era accumulato. Un carattere questo connesso all’idea o più che altro al sentimento del peccato che ha origine antichissime e affonda le radici nel tribalismo e nei legami di sangue: contesti in cui il peccato è una tara, si genera dall’infrazione di un tabù e contamina come una macchia.
Dell’orrore del peccato e dal conseguente bisogno di purificazione, il clero di ogni tempo si è servito per controllare le coscienze e gli uomini, vero, ma non è questo l’aspetto più significativo, quello cioè che ha mantenuto in vita il sistema etico fondato sull’idea di peccato. Un sistema che ha funzionato per millenni. Oltre all’ansia di purificazione, si connettono al peccato l’idea di liberazione dal male, ottenibile mediante il compimeto di atti rituali nelle società del mito, e l’idea del perdono, propria di un’ epoca cristiana.
Il peccato, tale e quale il reato, è riconosciuto come tale dalla coscienza morale collettiva, possiede un’oggettività a suo modo rassicurante perché è misurabile e perciò sanzionabile ed espiabile: disponibile cioè a rientrare nel circolo in cui rottura dell’equilibrio (peccato o delitto) e amara riparazione permettono di ripristinare la giusta legge che regna nelle cose. Questo anche nelle società del mito: Edipo finisce malamente a causa dell’ infrazione del tabù primordiale dell’incesto, e tuttavia la sua sciagura ha un riconoscimento corale che lo solleva dal peso schiacciante della colpa individuale collocandolo nella cornice del collettivo. Divenendo emblema universale della colpa umana, Edipo si riabilita agli occhi della storia e del mondo. Sarà un caso che molti condannati a morte nelle epoche ancora impregnate di cultura popolare si esibissero sul patibolo pochi istanti prima di essere giustiziati proponendosi in modo efficace e perfino gustoso come modelli da non imitare, redarguendo i presenti, soprattutto i bambini perché non cedessero ai vizi e rimassero nel solco della virtù?
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