Dedicato a Lycopodium
Le spari grosse, direte. Ma attenzione: non ho detto che siamo immortali nè che possiamo resistere alla morte. Solo vorrei andare a fondo di un’espressione equivoca: morte naturale. E’ qualcosa che ci siamo inventati di recente, con l’apoteosi delle cosiddette scienze esatte. Indica che il corpo, in quanto meccanismo soggetto a prevedibile usura o guasti traumatici, giunge prima o poi ad uno stato cui necessariamente segue la cessazione dell’attività. In questo caso il soggetto, come un pilota nella sua auto resterebbe bloccato e non varrebbero speranze nè strepiti per rimettere in sesto un marchingegno distrutto.
Ma le metafore sono pensieri che nascondono la verità almeno tanto quanto la rivelano. Se l’immagine del pilota nella macchina dice bene l’alterità dell’anima rispetto al corpo (infatti ha avuto una fortuna straordinaria tra i filosofi dualisti, da Platone a Cartesio), nasconde il carattere della loro relazione. Da questo punto di vista, è meglio immaginare il corpo come la conchiglia che il mollusco non si limita a indossare ma secerne e modifica come un’espressione propria. Ecco che allora lo stato del corpo non è quello di un meccanismo caricato ab originis, una volta per tutte, ma continuamente ripreso ed elaborato dalla volontà di vita o abbandonato dal ritiro depressivo di chi lo abita. Ci sono forme di sopravvivenza che resistono a patologie terribili e per contro languori mortali che consumano in brevissimo tempo un corpo apparentemente sano.
Poi, c’è un livello superiore. Oltre il corpo e la psiche, quello che nella patristica antica si chiama Nous o Spirito, cioè la cuspide della personalità, ciò che dovremmo definire il Sè, perchè non coincide con l’Io, ovvero con l’opinione che noi abbiamo di noi stessi, come il corpo non coincide con l’ombra, cioè con la sua proiezione visibile. Lì, dove l’energia personale e creativa attinge alla sua fonte originaria, c’è la possibilità di un richiamo a forze superiori, fisicamente e psichicamente incommensurabili, o quella totale pacificazione che, nascosta agli occhi di tutti e persino ai propri, definisce un compimento e chiede la remissione dello spirito. Come lo so? Ci sono tradizioni millenarie in proposito, ma non è a queste che mi riferisco. Piuttosto, a un certo tipo di percezione.
“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” (A. De Saint Exupery)

sei stato bravissimo nel descrivere quanto ci accade per usura,consumazione.L’espressipone morte non la capisco perchè in effetti il nostro organismo è costruito con materiali che si trivano in naturaacquistano la loro vividezza e poi necessariamente tramontano.Il concetto di morte,nei suoi meccanusmi biopsichici spirituali è tanto caro alla chiesa.Vi sono senz’altro ragioni canoniche che impongono teorie ,riti,dogmatismi,mentre il tutto può essere semplificato nella fine naturalew necessaria di meccanismi che si usurano.Il rapporto tra corpo e Nous vi sarà ma è troppo difficile per la mia mente per poterlo immaginare
Commento di alfredo1930 — marzo 29, 2011 @ 7:22 pm |
Grazie della dedica.
Commento di lycopodium — marzo 29, 2011 @ 8:03 pm |
“Io sono con coloro che sono morti. Vivo con loro. Nel momento in cui chiudo gli occhi, sono tutti con me. Se un raggio di luce può viaggiare e irradiare per miliardi di anni, perché non dovrebbe poterlo uno spirito?” Isaac Bashevis Singer (Sosha)
Commento di Morena Martini — marzo 30, 2011 @ 12:01 am |
Bellissima. E oltre a questo Singer è un grande scrittore.
Commento di vbinaghi — marzo 30, 2011 @ 12:09 am |
fatto sta che nessuno torna indietro. che fine hanno fatto i genitori i nonni i comapagni persi per strada? tutti sotto terra, nessuno è tornato che poi in fondo nemmeno me ne importa, cioè non è che non c’abbia sofferto, ma poi è il dolore di sempre. fosse per me nemmeno andrei al cimitero a mettere i fiori, più che altro, lo ammetto faccio per una specie di rispetto umano, che magari a qualcuno rimasto può far piacere. d’altronde ogni tanto mi appaiono anche in sogno e nemmeno mi danno relazione a volte sembrano anche scocciati, guardano oltre. una notte ho anche cacciato un urlo che mi rendevo conto della situazione anomala, eppure vera, tutti i particolari rispondevano la luce fresca dalle finestre il rumore della fiaccola, le linee sul pavimento le pinze le tronchesi , la polvere. e loro al banco da lavoro a parlare tranquilli,come fosse ora. cosa c’è da sapere, cosa potrei conoscere di più. invece mi preoccupo di cose, il poco lavoro, le facce tristi, anche il futuro. mi chiedo se sarei in grado di riconoscere il miracolo, magari no. però mi piacerebbe anche semplice, il bambino sulla carrozzina che si può alzare in piedi, che si può alzare in piedi e correre come gli altri, che poi anche questo alla fine non è che risolverebbe i problemi alla gente forse nemmeno a lui. prego come fosse riconoscere il segno
ciao,k.
Commento di k. — marzo 30, 2011 @ 6:38 pm |
Anche la Chiesa parla di fine “naturale” della vita.
Commento di Fabio Brotto — marzo 30, 2011 @ 7:11 pm |
Per formazione professionale io, fino ad oggi conoscevo la distinzione tra “naturale” e “violenta”. Ma ad un certo livello l’azzardo di Valter ha un senso. Ogni morte è una violenza, una violenza al vivente che se ne va e a quelli che restano come ha ben detto k.; ma a lui che vorrebbe, come me e come tutti, segni non sia di peso l’unico che a noi è dato: quello di Giona.
Commento di lycopodium — marzo 30, 2011 @ 10:44 pm |
Il vizio di forma della mente umana e mortale è per sua natura senza strumenti atti ad indagare il Sè, tanto che i limiti del pensiero che indaga su stesso sono il suo invalicabile confine.
Io so .
Come, e quali gli strumenti.
Come riconoscere la veridicità delle fonte originaria a cui ci pare di attingere creatività e energia personale?
Come sapere che esse non siano invece un miraggio creato dall’io pensante?
Come scomporre e astrarre l’io dal Sè, sicuri del fatto che non sia il Sè,prodotto dell’io stesso?
Se, invece noi, da sempre vittime e carnefici della percezione, come testimoniano le tradizioni millenarie comuni a uomini di culture diverse, rispondessimo alle stesse leggi che semplicemente ci inchiodano qui, tutti uguali fatti di materia mortale che non si arrende di non esser altro, non saremmo meno di quanto crediamo. l.
Commento di lorella — marzo 30, 2011 @ 11:48 pm |
Difficile spiegarsi con termini tanto abusati.
Per morte naturale intendo “necessitata da cause materiali” e in effetti la necessità è un “caput mortuum” che pertiene alla sola materia. Quel che contesto è che la vita umana sia spiegabile unicamente a partire da queste e a causa di queste terminabile.
O lo spirito è niente, o è qualcosa la cui incarnazione e dipartita avviene per iniziativa spirituale (di Dio ma, in certa misura, anche del soggetto umano: infatti la vita non solo si riceve ma anche si accetta o si rifiuta, non solo si ama ma anche può risultare insopportabile)
Commento di vbinaghi — marzo 31, 2011 @ 12:04 am |
Perfetto!
Commento di lycopodium — aprile 2, 2011 @ 6:42 am |
Addenda. Capite che questo porrebbe grossi problemi a chi dà per assente uno spirito imprigionato in un corpo che non può controllare, come a chi pensa di poter disporre oggi di sè stesso domani, autorizzando ad esempio fin d’ora la propria eutanasia in caso di perdita della coscienza (o meglio di un controllo sulla corporeità che permette a sè di manifestarsi), dal momento che il sè non è un orologio prevedibile nè determinabile a priori.
Mi complico la vita?
In certi casi le soluzioni troppo semplici mi fanno pensare ai saldi di fine stagione, cioè a filosofemi sbrigativi e liquidatori.
Commento di vbinaghi — marzo 31, 2011 @ 12:10 am |
Qualche volta i saldi di fine stagione sono un’ottima opportunità. ( se non sono dettati dalla necessità).
Commento di lorella — marzo 31, 2011 @ 12:58 am |
I saldi spesso sono un “pacco”…
Commento di lycopodium — aprile 2, 2011 @ 6:43 am |
La cara salma sulla quale un tempo si piantava una croce sulla gobba, oggi ricorda ai nichilisti che il corpo morto è un orologio che non si può aggiustare. Occorre allora seppellire in fretta dopo aver riciclato qualche organo, prima che ammorbi l’aria. E’ quello che oggi si fa nelle nostre città, nell’epoca del nichilismo attivo in numerose sale di rianimazione e cronicari. Penso, per esempio, al reparto di terapia intensiva dell’ospedale “della Misericordia” di Grosseto trasformato da un medico e tre infermieri in un luogo di scherzi e di sberleffi. Accanto ai moribondi aggrappati all’ultima radiografia e ai poveri cristi intubati, i mattacchioni giocavano a fare le mummie e avevano pubblicato le foto su Facebook.
Morire così degradati e soli in ospedale non è naturale. E forte è la tentazione di strapparsi il catetere dal braccio e la padella da sotto il culo, e gettarsi giù dalla tromba delle scale – o dalla finestra, come ha fatto recentemente il povero Comencini, il regista di « Amici miei ». Nell’epoca del virtuale, in cui persino gli antichi e naturalissimi raggi mistici non sarebbero che modeste anticipazioni dei raggi tecnologici, ritorna quella specie di tendenza neo-gnostica per la quale il corpo naturale è male e solo quello patinato & lampadato per apparire in tv è amabile, aureolato com’è da un tipico e spiritualissimo sex appeal spettrale.
Per i neo-gnostici, inoltre, al momento della morte l’anima o pneuma si leverebbe verso l’alto, oplà, mentre il corpo, ahimè, brutto bavoso e rinsecchito ricadrebbe sul sofà.
Che ne facciamo del corpo della creatura morta ? La tendenza attuale, anche in Italia, è la cremazione. La Chiesa – al seguito dei documenti del Concilio Vaticano II del 1963, lo permette, o perlomeno « non si oppone », purché la cremazione non sia manifestazione di rifiuto della Grazia del crocifisso-risorto, insomma della credenza nella resurrezione.
Quel che era, anche se cremato, tornerà nella Luce del Risorto, secondo chi ha, resta fedele o anela alla fede dei padri. E’ per questo che, volendo trovare un po’ di tempo, sarebbe bello portare sulla tomba dei propri cari un lume e un fiore. Come scrive il Manzoni, che di anacoluti ne faceva tanti : “Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro.”
P.S. Naturalmente, quando lo dico ai ragazzi – la domenica, quando vengono a pranzo – li vedo darsi di gomito e sorridere, come se fossi un inguarbile tardigrado, uno rimasto gravemente cattolico, e a parlare fosse un vecchio rincoglionito.
Vabbè, questo non m’impedisce di continuare a pensare che la morte è difficile da pensare con la scrittura, anzi è impossibile, perché la morte introduce nel vivente un’alterità irriducibile. Per avvicinarla in maniera preliminare, si può dire che la morte è una forza muta, presente all’interno dell’organismo. Sarebbe un reale pulsionale che articola il corpo incarnato dal verbo, e mi pensa per il mio corpo. L’impensato del corpo che scrive tra culla e bara, vale a dire tra due pulsioni, resta inaccessibile alla mia presa e a quella della scrittura. Si potrebbe dire che eros-amore, thanatos-morte e creazione procedono annodati nel movimento della vita, un dono prezioso e fragile ad ogni istante nuovo, sorgente…
Nel punto, intenso e feroce, in cui la vita va al di là, il passo è davvero singolare. Si muore soli, in proprio, e anche se pare difficile, se non impossibile, il corpo ci riesce sempre.
D’altra parte, la scrittura non concerne che un certo strato, piuttosto superficiale, di eventi che si producono nel campo spirituale e fisico. “Quello che ci occupa al più profondo di noi stessi sfugge alla comunicazione, e direi quasi alla percezione” ( Junger).
Quasi, non del tutto. Non resta quindi che scrivere, sorvegliando le parole, non solo le emozioni e sentimenti. E – nell’attesa, non inerte e senza aspettare alcunché accanto alla tomba vuota – sperare nell’invisibile. Ciao a tutti, e buona Pasqua.
Commento di Gianni De Martino — aprile 1, 2011 @ 11:50 am |
Ciao Gianni, la scrittura è la metafora del corpo vivente. Metafora primaria, interminabile come la vita stessa. Mettere il punto è sempre difficile quando si scrive, perchè artificioso. L’interruzione invece, è silenzio che accade, semplicemente, senza annunciarsi.
Eppure, solo nel silenzio della scrittura, è possibile lettura ed ascolto. Sarà in questo passaggio del testimone, la vita eterna?
Commento di vbinaghi — aprile 1, 2011 @ 12:56 pm |
Ciao Valter. La scrittura, vale a dire quest’angolo che mai si chiude…
Prima della scrittura c’è la parola e l’accettazione o il rifiuto del dono della parola – un dono che in qualche modo precede ed eccede la scrittura.
Non si può scrivere che dicendo veramente sì al dono della parola, che resta un dono dell’invisibile, fin dai primordi.
Per aver detto “sì” a un dono che fa di noi delle creature in relazione e in divenire, ci si costituisce secondo la legge umanizzante della parola, che richiede fedeltà alla parola data.
Una parola data a chi ? Non si sa da dove provenga esattamente l’autorizzazione a scrivere, e tuttavia si resta fedeli alla parola data e si entra, per così dire, in questo luogo immensamente distante che è la lingua, la lingua madre.
Probabilmente vi si entra per amore. In ogni caso, nel cammino della scrittura e della lingua, s’incontrano numerosi altri testimoni.
Fra questi mi convincono solo gli scrittori decisivi: non quei carotari, politici, possidenti, porta-parole e artisti-ballerini che fanno piroette verbali o intraverbali senza il toro, un vero toro nero di scrittura che potrebbe anche incornarli.
Fra i testimoni che, scrivendo, davvero rispondono all’appello dell’invisibile e, a loro volta, fanno appello, conservano la speranza di un possibile appello contro il degrado nostro e della natura, ebbene recentemente mi ha molto colpito Andreï Tarkovski. O meglio una sua frase che dice: ” “Par fidélité à un mot, le quotidien aura basculé dans l’absolu”.
Traduco: ” Per fedeltà a una parola, il quotidiano farebbe una virata nell’assoluto”.
Basculer, in francese significa non solo cambiare direzione, ma capovolgere, rovesciare, passare una chiamata da un interno a un altro. La frase di d’Andreï Tarkovski, “Par fidélité à un mot, le quotidien aura basculé dans l’absolu” si trova in ‘Lumière instantanée’ (Paris, éd. Philippe Rey, 2004).
Secondo l’amico e psicanalista Alain Henri Gangneux Bourgoin, ” questa frase del desiderio, dell’assoluto del desiderio impossibile, potrebbe essere l’epigrafe del suo ultimo film ‘Il sacrificio” girato in Svezia nell’estate del 1985…”.
Scrivere è un appello contro la dissipazione, è un dire prima della morte, prima dell’avvento reale di quell’impensabile che è la morte e la calcificazione finale dell’universo, la dissipazione dell’innumerevole esistere. Nello stesso tempo, scrivere è un andare incontro all’inaudito, all’imprevisto della Grazia. Ed è un modo per trasmettere l’eredità e passare.
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Cfr. “D’une rive à l’autre. Le devoir de devenir” >
http://himmelweg.wordpress.com/2007/08/21/lamour-et-la-mort/
Commento di Gianni De Martino — aprile 1, 2011 @ 2:45 pm |
la fine vita è interessante perchè ci poniamo sempre il problema :e dopo?.Siamo abituati a vivere ed il distacco da questa presenza sulla terra,presnza molto casuale,ci crea panico,disasgio,perplessità,e può anche generare un’attesa,specie quamdo il macchinario umano è consumato oltre ogni limite.Io ho i miei 80 anni,anche se può capitarmi di scomparire nello spazio di un attimo,continuo ad esercitare tutte le mie attività,ben consapevole,che vi deve essere qualcosa di necessario che è la decomposizione del mio corpo.Per accelerare l’incontro dei resti con la natura ho scelto la cremazione.Seguo un filone che non è religioso,ma deriva come origine,dalla consuetudine di quei popoli in cui i vecchi si affidavano ovviamente alla natura che è la nostra Grande cosmica Madre
Commento di alfredo1930 — aprile 1, 2011 @ 2:48 pm |
Caro Alfredo, ovviamente alla natura “che è la nostra Grande cosmica Madre”, l’usura dei mecccanismi del cosiddetto “macchinario umano” non pare interessare granché.Benché negli ultimi tempi neanch’essa, la natura, sembra passarsela veramente bene, continua tuttavia a dimostrarsi inesaurabile nella produzione di sempre nuovi “pezzi”di un macchinario alquanto instabile e caduco, e di tsunami.
Non arriverei, come Leopardi fino a definirla, romanticamente, “matrigna” e a chiamarla “Arimane”, ma vorrei limitarmi ad osservare che uomo e natura non hanno lo stesso destino.
Con questo non mi metto dalla parte delle astrazioni spiritualiste o metafisiche, altrettanto indifferenti alla sorte umana della ” Grande cosmica Madre”.
Temo che se non proprio di una illusione, potrebbe trattarsi di una qualche idealizzazione. Può darsi che sia un’idealizzazione necessaria per non approfondire troppo la questione. Perché no?
Personalmente, se proprio alle soglie della notte, della più oscura e solitaria delle notti, più che aspettarmi la visita di una Grande cosmica Madre, preferirei l’arrivo di una graziosa infermierina o di un bel ragazzo che mi porti la padella, mi legga “La ginestra”, e se non proprio una carezza mi faccia perlomeno un gesto, raro, d’intelligenza – raro, come qualsiasi altro raro gesto di poesia,di compassione o di pietà.
Rispetto naturalmente chi, pur non seguendo un filo o filone religioso, si riconosce nel proprio limite creaturale, definendolo “naturale”.
Quello che non mi convince è concedere alla morte, alla sovrana maternità della morte, l’ultima parola.
Insomma, non credo che Tempo, Spazio o Cosmo, per quanto Grandi o Grandiosi appaiano alla creatura, siano una vera risposta all’inquietudine del necessario, ahimè, “distacco da questa presenza sulla terra” a cui accennavi più sopra.
Più dell’Estrema unzione, che è importante, quello che veramente conta credo che sia la relazione con qualcuno, la consolazione degli affetti.
Come, per esempio,già suggeriva Leopardi nel dialogo di Plotino e di Porfirio, che così conclude: “Viviamo , Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita.” E scusate se è poco di fronte alla – se mi è permessa una battuta – Dolce Mammona cosmica.
D’altra parte è anche vero che forse la prima e ultima parola è proprio m-mamma – matrice, non a caso, della prima relazione che davvero nutre, accudisce e significa. Ma come potrebbe la Natura accogliere davvero le creature così come vuole il cuore? Insomma, continuo a pensare che la cosiddetta Grande cosmica Madre, per quanto possa apparire venerabile perché un tempo la si credeva una specie di Dea cosmica, non sia uno spazio di non-morte.
Commento di Gianni De Martino — aprile 1, 2011 @ 10:38 pm |
Ciao De Martino,quanto tu scrivi è pur vero.Io torno alla natura ma essa stessa si sta talmente arrogando nei confronti dei viventi ,da temere che possa veramente essere tutta una pia e tragica illusione.D’altra parte avverto il bisogno di crearmi uno spazio dove fantasticare il mio “futuro”che se lo considero ad occhi aperti ragionando mi porta direttamente alla soglia del non essere perchè poi un effetti siamo essere/non essere cadendo nel dramma dell’essere umano
Commento di alfredo1930 — aprile 2, 2011 @ 9:30 am |
e così il binomio morte-naturale è una finzione ideologica che eclissa l’ umano e lo sostituisce con la bio-macchina. la genetica in particolare è letta come origine assolutistica del dire, del fare, dell essere. una genesi data una volta per tutte che però non considera -non a caso- che il “compimento è più originario dell’ origine”. e che ci sono modi del conoscere superiori al metodo scientifico.
Commento di da — aprile 2, 2011 @ 6:23 am |
Sono gratissimo di queste vostre ultime riflessioni.
Un piccolo appunto: ho riassaporato la pregnanza di quell’antica espressione “estrema unzione” [Il perché non sia, oggi, più abituale è davvero un indicatore etnologico della nostra epoca].
Commento di lycopodium — aprile 2, 2011 @ 6:57 am |
Oggi l’estrema unzione con olio ( appositamente benedetto dal Vescovo nella messa crismale e rilucente simbolo di vita sana, bella, luminosa) viene chiamata unzione degli infermi. L’unzione – secondo il Catechismo della Dottrina Cristiana detto di Pio X – viene conferita ai malati in pericolo di vita ungendo in forma di croce, con l’olio benedetto, gli organi dei sensi dell’infermo e dicendo: « Per questa santa unzione e per la sua pietosissima misericordia, il Signore ti perdoni ogni colpa commessa con la vista, con l’udito, con l’olfatto, con il gusto, con il tatto. Così sia ». Oppure, secondo un’altra versione, ungendo l’infermo sulla fronte e sulle mani, e dicendo : “Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo e, liberandoti dai peccati, ti salvi e nella sua bontà ti sollevi”.
L’estrema unzione non è quindi una metafora mortuaria, come si sarebbe portati a pensare, ma un sacramento amministrato per accrescere la grazia santificante e portare sollievo spirituale e fisico, corporale. E’un sacramento istituito da Gesù e praticato dai primi apostoli che
« predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano »(Marco 6,12-13).
Da un punto di vista etnologico e antropologico, il perché l’estrema unzione non sia, oggi, più abituale, è dovuto, banalmente, alla secolarizzazione della liturgia cattolica, e, più in generale, alla mancanza di riti di passaggio nelle società moderne.
Tipici delle culture e delle società cosiddette arcaiche, primitive, che li mettevano in atto nei momenti critici, i riti di passaggio assumono oggi la forma dei numerosi labirinti della società moderna o post-moderna. Avendo rinunciato alla fede dei padri, considerandola un’illusione, nei momenti critici di passaggio, così come in quello estremo – intenso e feroce – in cui la vita comunque va al di là, ci si aggrappa non solo alla radiografia ma anche a un « misto di illusioni », persino alla tisana di erbe-naturali-salva-vita e alla cristalloterapia.
Commento di Gianni De Martino — aprile 2, 2011 @ 8:57 pm |
Mi viene in mente un ricordo dell’estrema unzione. Quando il prete è venuto a portare l’olio santo a mio padre in punto di morte, si è presentato a casa in blue jeans. « Ma noo, vedrà che si riprenderà – l’ho sentito dire con un tono che voleva apparire disinvolto e rassicurante e invece era impaurito – p-perché piaaange ? ».
Mio padre non piagnucolava, piangeva semplicemente perchè stava per morire, e quello gli parlava come si farebbe con un bambino che fa i capricci. Forse, negando l’evidenza, voleva dargli conforto, ma lo faceva chiacchierando in un modo che sembrava inadeguato alla situazione. Avrei voluto dirgli : « Anche Gesù pianse » ( fu quando apprese la morte dell’amico Lazzaro). Non glielo dissi, feci finta di non aver sentito la domanda davvero stupida di uno che invece di fare il sacerdote si presentava in blue jeans davanti all’estremo. In ogni caso, non restava che ringraziare Dio per avercelo mandato, sia pure in jeans e con quell’orribile borsello anni ’80… perché l’episodio risale a quegli anni.
Commento di Gianni De Martino — aprile 2, 2011 @ 8:58 pm |
Perfetta fotografia dello stato della Chiesa e… del mondo attuale. Grazie.
Commento di lycopodium — aprile 3, 2011 @ 10:25 am |
A Valter, Roberta, Gianni, “da” e agli altri lettori interessati, consiglio questo link: http://fidesetforma.blogspot.com/2011/03/la-secolarizzazione-liturgica-come.html (n.b.: che la prospettiva per fortuna non sia immediatamente rubricabile come tridentina, lo si può vedere dal commento n. 9).
Commento di lycopodium — aprile 3, 2011 @ 10:35 am |
Ottimo Lycopodium. Arriva giusto per il post di oggi.
Commento di vbinaghi — aprile 3, 2011 @ 11:24 am |