Doctor Blue and Sister Robinia

aprile 22, 2011

I SALVATORI E IL SALVATORE di Romano Guardini

(Da: Natura, Cultura Cristianesimo, Morcelliana)

La risposta relativistica dice che Gesù Cristo non è essenzialmente diverso dai salvatori della storia delle religioni, uno invece della loro serie. In questa enunciazione si fondono due intenzioni. Secondo la prima è puramente un salvatore come loro. Ciò che furono per altri tempi Osiride o Dioniso o Baldur, è Cristo per il periodo successivo all’antichità, il medioevo e una parte dell’epoca moderna. Indeducibile, come sono i fenomeni di tale livello; ma preparata da determinati spostamenti della struttura psichica e chiamata da un’attesa pressante, è apparsa una personalità, che con le sue idee, il suo ethos, la sua sostanza religiosa, la sua opera e il suo destino toccò gli uomini in tal modo da attrarre a sé e unificare in sé le rappresentazioni salvifiche che ovunque andavano agitandosi. Così il rabbi Gesù di Nazareth divenne il Cristo. Fu un genio religioso di altissimo livello. Emerse in lui la numinosa profondità dell’esistenza, proruppero in lui realtà e potenza soterica. Così divenne uno della serie dei salvatori. Quanto la coscienza cristiana vede in lui, il figlio – della stessa essenza – del Dio vivente, significa soltanto l’ideologia dogmatica di questa speciale ‘religione’; colui che osservi scientificamente riconosce in lui lo stesso fenomeno che costituisce il nucleo negli altri salvatori. Naturalmente sussistono anche differenze. La materia, in cui viene alla luce il carattere salvifico, è in Cristo un’altra che presso Osiride o Dioniso. Qui era l’elemento vitalistico; in Cristo è lo psicologico, l’etico, il personale. Ma ciò di cui qui si tratta sono i fenomeni del rinnovamento e della salvazione ricorrenti ovunque. Il culto del cristianesimo, la sua dogmatica e la sua mistica, il suo repertorio di simboli, la sua leggenda e arte mostrano che le rappresentazioni universali del redentore del mondo, del figlio, del portatore di vita, del vincitore attraverso la morte e la resurrezione, del sovrano solare, dell’eroe della luce, del vincitore del drago affiorano anche in lui.
Con questa intenzione se ne incrocia un’altra, secondo cui Cristo è un salvatore fallito. Nella sua vita e nella sua figura v’è troppa ‘storia’, realismo umano, interiorità, anima, sollecitudine personale per la salvezza. Manca la ‘grandezza’, il ‘mondo’, la sostanza mitica. È un piccolo uomo, nato in un piccolo paese e in un orizzonte storico ristretto, su cui cercarono di fissarsi categorie mitiche, senza che ad esse riuscisse di trasformare la realtà concreta. Così nella sua figura e nella sua immagine di vita non ha potuto affiorare in modo giusto il ritmo originario della vita e della morte. Manca l’elemento mitico-cosmico, grande-divino. Tuttto resta irretito nel piccolo-umano, nell’etico-immediato, nella preoccupazione per una salvezza individuale, nell’altra vita. (…)
Come sta la questione?

Se il salvatore è ciò che nelle pagine precedenti fu descritto, Cristo non lo è. Il tipo della sua vitalità, il carattere del suo essere, l’intenzione di ciò che fa e che gli accade, sono totalmente diversi. Stanno di traverso a questo conncetto di salvatore – anzi, gli si volgono addirittura contro.
Anzitutto una constatazione decisiva: Gesù Cristo è storia. Ben sta in rapporto con l’eternità grazie alla sua origiine pre-temporale, alla sua andata al Padre e al suo ritorno nel futuro. Ma sta a un tempo nella storia, e invero essenzialmente. Ogni traduzione nel mitico distrugge il suo essere. Lo ha saputo proprio colui che ha evidenziato così vigorosamente lo sfondo eterno della persona di Gesù, Giovanni. Lui, che ha sviluppato il contesto in cui si pone il Logos, sottolinea con la massima energia che ‘la Parola’ è «diventata carne». La frase si volge appunto contro coloro che volevano risolvere la storicità di Gesù nel mitologico, gli gnostici.
Tutti i salvatori stanno nel tempo originario. Di essi invero si dice che siano venuti, abbiano vissuto, siano morti. Ma l’ ‘allora’, in cui tutto ciò accade, non appartiene alla storia, bensì somiglia al punto d’intersezione del ‘cielo’ e della ‘terra’, all’orizzonte, che non si trova mai ‘qui’, ma sempre molto ‘di là’. È il tempo-luogo dell’elemento mitico. Quanto il mito racconta è avvenuto ‘una volta’, ma nel passato che sta dietro ogni momento del tempo controllaabile – quel passato, del quale il «c’era una volta» delle favole forma la sfumatura più familiare. È per così dire un continuamente-avvenuto, altrettanto come nel mito lanciato in avanti, nell’elemento escatologico universale, la venuta è un futuro-continuo.
Di contro, Cristo è assolutamente storico. Nessuno dei popoli che allora vivevano ha una coscienza storica così ampia e chiara come quella ebraica. Non semplicemente solo ricordo oltrepassante lunghi tratti di tempo, ma coscienza d’una guida continua, d’una successione d’esame, azione e conseguenza. Ivi sta Gesù di Nazareth; nell’istante in cui questa storia di popolo sbocca nella coscienza globale delll’Occidente. Chiunque senta pur minimamente che cosa significhino queste cose, dev’essere soggiogato dal fatto che questo redentore non sta nel mitico passato, ma nella luce aperta e precisa della storia.
E sulla soglia ancora di due millenni. È stato accolto, come realtà storica e insieme divina, in una coscienza che diviene sempre più limpida e sempre più critica ed in ogni tempo si è creduto in lui come salvatore. Certamente per grandi gruppi ha perso il carattere di salvatore – per dirlo a partire da Dio ciò significa: si sono persi staccandosi da lui, lo hanno rinnegato. Tuttavia è per lui essenziale questa possibilità e viene sottolineata esplicitamente dal messaggio, infatti Cristo è ‘elevazione e caduta per molti’ e ‘segno’, di fronte a cui insorgono l’affermazione e la contraddizione (Lc. 2,34).
Ed ora dobbiamo andare al nocciolo: che cosa si espriime in definitiva nei miti del salvatore?
Da un lato, che la nostra vita si compie in ritmi. Sorge dalla nascita e sfocia nella morte, ma alla morte segue nuova nascita. Questo grande ritmo si ripete entro la vita dei singoli in forme attenuate. Al mattino l’uomo si sveglia, allla sera si addormenta per risvegliarsi al mattino. In primavera sale la vitalità, in autunno lentamente sprofonda, nella primavera seguente ricomincia. Un sentimento si desta, cresce, culmina, ricade, e uno nuovo ricomincia. Un’azione creativa comincia, si dispiega, si compie, rallenta, e dopo una pausa ricomincia una nuova. Ovunque quindi. processi di ascesa e caduta ricorrenti; ovunque un avvicendarsi d’esssere vincolato e di schiudersi, di raccoglimento e di nuovo inizio.
Queste fasi non sono in sé concluse, ma decorrono entro un tutto, ‘la vita’. Il suo processo continuo è ciò che si compie nei ritmi dell’ascesa e della caduta, nella profondità dell’essere spento e nell’altezza del punto culminante. Queesta vita passa anche attraverso l’essere singolo. Nascita e morte appaiono di volta in volta assolute, in realtà sono del tutto relative. Ciò che propriamente nasce e muore, ragggiunge forma individuale e l’abbandona, non è l’essere sinngolo, ma la vita in genere. Nascita come morte, esser-vivo ed esser-morto sono fasi di quella realtà, che veramente e propriamente è; la forma peculiare è solo passaggio. Ciò che in verità sussiste è la vita del genere; l’individuo è solo un’onda. Questo fatto viene vissuto in modo concentrato nell’esperienza dionisiaca, quando nel momento del più alto culmine di vita trapela la possibilità della morte. Allorquando la vita si lancia, fuori da ogni tutela e sicurezza di contorno individuale, d’organizzazione e ragione, nell’illiimitato, si esperisce nel modo più potente.
Abbiamo detto ‘la vita’ – il concetto definitivo si chiama ‘la natura’. È quel tutto, che si attua in quei grandi ritmi.È essa che nasce, muore, si corrompe, rinasce, rivive; l’essere singolo è rinchiuso in essa. Non è questo che là vive, ma la natura in esso. Vive insieme la sua decadenza, la sua angoscia, il suo essere ingoiato nella profondità; il riflusso della vita che in essa si svolge, il rinnovarsi, l’ascesa verso la luminosità, il fiorire e il fruttificare. Questo vale anche per gli uomini. Chi sta nell’esperienza del ritmo delll’esistenza non è l’uomo come persona, ma come essere naaturale, essere naturale però che non si limita al fisico, ma si costruisce e si esplica attraverso tutti i gradi e ambiti di quanto è culturale.
Su questo ritmo poggia il dramma della salvezza, ma intende più che quello soltanto. Ciò da cui la salvezza libera non sono solo le angustie e le distruzioni dell’esistenza naturale, ma qualcosa di divino-misterioso; un esser minaccciati dall’abisso numinoso, che ,l’uomo vcino alla natura avvverte nella notte, nell’inverno, nella vicinanza della morte. Una divina terribilità minaccia di trarlo in una morte numinosa, nella disgrazia o perdizione. Nel ritorno del sole e della primavera però, nel rinnovato dono della salute e nella nascita del bambino, nelle arti e negli strumenti della vita civile e culturale giunge la salvazione divina, la salvezza reeligiosa. Solo entrambe insieme formano l’esistenza conciliata con il mondo, che è a un tempo realtà immediata e profondità numinosa che le sta dietro.
I salvatori e i loro miti sono forme espressive di questo ritmo che scorre nell’esistenza cosmica stessa; di questo passaggio dell’unica vita che si svolge sempre di nuovo, delll’unica natura attraverso la nascita e la morte, il fiorire, frutttificare e appassire, il pericolo e la salvezza, la carenza e la ricchezza, ma in quanto s1gnifica insieme pienezza numinoosa di salvezza, ovvero pericolo di perdizione. Sono redentori, ma entro quell’immediato ritmo cosmico – e proprio così lo suggellano. Così sono, in ultima istanza, figure esorcizzanti. Ciò si esprime in quell’atmosfera, che tutte le avvolge: quella della malinconia. In esse si trovano i culmini della vita, ma insieme anche l’angoscia della decadennza, l’orrore della distruzione, l’essere inghiottito dalla morrte. In esse trionfa la natura e con essa quella mancanza di senso, in definitiva, che avverte ogni uomo nel quale apre gli occhi la persona. La pietà religiosa rivolta a queste figuure di salvatori è un abbandonarsi al ritmo della natura; ma proprio contro ciò protesta la persona. Così protesta anche nel nome della sua irrinunciabile dignità contro tutti quei salvatori, per quanto profondamente la pienezza della loro vita e la bellezza delle loro figure possa toccare il cuore. Nessun romanticismo dell’universo, nessuna mistica della terra e del sangue può confutare questa voce.
Chi è dunque il Cristo? Colui, che appunto redime da ciò che si esprime nei salvatori.
Egli libera l’uomo dall’ineludibilità della vicenda di vita e morte, di luce e tenebre, di ascesa e caduta. Infrange la monotonia della natura, che incanta, apparentemente satura d’ogni senso dell’esistenza e che in realtà dissolve ogni dignità personale. Al più profondo di ciò che esprimono i salvatori sta la malinconia, la nausea, la disperazione. Tutti i libri su Dioniso sono di lettura meravigliosa. Tutto lo splendore della vita sembra provenire da lui. Chi parla contro di lui cade nell’apparenza ripugnante dell’ipocrisia, in particolare se è la gioventù, che sta presso Dioniso e percepisce il suo slancio interiore di vita quale dimostrazione della sua verità. Si deve oltrepassare una determinata età e aver vissuto una serie di quei ritmi, che ora si disincantano e si sente la loro disperata monotonia. Non solo il raccapricciante, lo spaventoso,l’orribile – tutto ciò sarebbero ancora accenti d’alto valore; no, la desolazione, il ritorno alla sobrietà dopo l’ebbrezza, la noia. Essi stanno al fondo. Ce ne libera Cristo – da questi e dall’elemento ‘religioso’, che in essi si esprime.
L’azione redentiva di Cristo sta fondamentalmente alltrove da quella di Dioniso e Baldur. Non porta quella liberazione, che portano la primavera di contro all’inverno e la luce di contro alle tenebre, ma fa saltare l’incantesimo di quella totalità della natura, nella quale stanno intrecciati e relegati per incantesimo inverno e primavera, tenebre e luuce, vecchiaia e gioventù, malattia e salute, privazione e ricchezza. I salvatori formano l’espressione delle componenti di liberazione proprie di quella medesima natura, che contiene anche le componenti di vincolamento; il momento dell’ascesa accanto all’altrettanto essenziale caduta. Cristo invece redime dall’incantesimo della natura, dei suoi legami come delle sue liberazioni da essi, delle sue cadute come delle sue ascese, verso una libertà, che non viene dalla natura, ma dalla sovranità di Dio.
Nella sfera dei miti dei salvatori la persona non ha nesssuno spazio, anzi la pietà religiosa verso di essi significa appunto abbandonare la rivendicazione della persona sulla sua singolarità e non voler essere più che l’albero nel bosco e la selvaggina sui monti: onda nella corrente della vita, figura passeggera nella grande vicenda di trasformazione. E invero ciò vale attraverso tutti i gradi della pietà religiosa redentiva, anche dove si eleva dall’istintivo alla più alta forrma di civiltà. In questo contesto non c’è né la persona con la sua ineliminabile irrepetibilità e dignità, né l’assoluto spirituale, a cui essa è rapportata, ma tutto è relativo e si risolve nel ritmo della vita cosmica, della totalità della natura. Non v’è bene e male nel senso vero e proprio, che sia separato dall’ aut-aut della decisione etica e determini il sennso della persona, ma le due realtà sono strettamente conngiunte e correlative, come giorno e notte, e la vita consiste dell’una come dell’altra. Non v’è ora irrecuperabile con la sua portata eterna, ma tutto scorre nel tutto. Anzi, tutto si ripete. Non appena giunge la primavera, sta dietro a essa l’infinita catena delle primavere passate e davanti a essa quella delle future. A meno che non si debba dire, fondandosi sulla serietà dell’esistenza personale, che il passato viene dimenticato e dal futuro si prescinde. Infatti lo stato essenziale di questa sfera è anzi l’aprirsi immediato nell’adesso, non come serietà della concentrazione sulla decisione che ora urge, ma come situazione vincolata al presente dell’esistenza naturale. Il mondo del mito ha solo la memoria della natura, nella cui unità nulla va perso, ma tutto invece rimane e continua a influire; l’autentica memoria presuppone invece la singolarità del momento e il peso di significato dell’azione libera. Altrettanto il mondo del mito ha solo il presentimento dei ritmi vitali che sempre ritornano e si annunciano nella situazione dell’attimo; la vera e propria previsione presuppone invece la responsabilità del proprio agire e la coscienza del suo peso di significato che però poggiano entrambe sulla persona e sul suo rapporto – non solo col sempre – più oltre del corso naturale, ma con l’assolutezza dell’eterno. Da questo mondo, che tutto include nel potere magico del trascorrere e del ripetersi, del dimenticare e del non-prevedere, perché niente realmente è se stesso, ma tutto solo onda nella corrente, Cristo libera, chiamando la persona e collocandola nella sua eterna reesponsabilità. Egli erige le differenze assolute. Rende chiaro il significato della decisione personale, non continua ad influire senza fine, ma è valida eternamente. Quando l’uomo lo ascolta, diventa libero dall’incantesimo della natura con le sue figure di perdizione, ma anche, anzi in modo particolare, con i suoi salvatori.
Non si vuol intendere con questo che Cristo redima dall’istinto per indirizzare verso lo spirito; ciò significherebbe solo che l’uomo andrebbe da Dioniso ad Apollo. Ma i Greci hanno anche saputo che Dioniso e Apollo sono fratelli, anzi in una profondità ultima non possono più essere differenziati. E lo spirito, che Apollo o Atena personificano, sta, visto cristianamente, sotto il medesimo incantesimo che la natura fisica, in cui Dioniso e Demetra dominano. Questo ‘spirito’ e questa ‘natura’ sono due aspetti della medesima realtà globale: del mondo e dell’esistenza dell’uomo nel cosmo. Cristo riscatta dal loro irretimento e immette in una libertà, che ha origine dallo Spirito Santo ed è chiamata a sottoporre a critica ogni spirito cosmico.
E come redime Cristo?
Anzitutto venendo ‘dall’alto’ (Gv. 8,23). I salvatori vengono dal grembo del mondo e della natura; Cristo dal Dio trino, che in nessun modo è prigioniero della legge della vicenda di vita e morte, di luce e tenebre – e neppure dellla legge spirituale dello sviluppo dell’autocoscienza, della purificazione del momento etico, dell’emergere della personalità più alta. Viene dalla libertà di Dio, indipendente, sovrana di se stessa. Già in tal modo rende liberi dalla legge del mondo. Rivela che c’è l’Altro – il veramente e assolutamente Altro, che non è più dimensione del mondo. È lui stesso quest’Altro e, invero, in modo che si possa giunngere a Lui. È il Dio santo, rivolto a noi nell’amore e per amore diventato uomo.
Cristo è libero dal potere magico del mondo; totalmennte radicato nella volontà santa del Padre. In questa libertà vive fino in fondo la condizione del mondo, il peccato. Vi espia la sua colpa e lo rivolge di nuovo a Dio dalla sua caduta. Così lo redime. E poiché è di tal natura che il suo rapporto con Dio può esser attuato insieme dal credente, il singolo diventa partecipe della redenzione.
Cristo rivela chi è realmente Dio: non il fondamento del mondo, non il numinoso flusso infinito, l’idea più alta, ma il Creatore autosussistente e il Signore del mondo. Coolui, del quale, a partire dal mondo, sappiamo solo confusi, benché Egli in esso si esprima, poiché i nostri occhi sono ciechi e il nostro cuore è caparbio. Dio si rivela traducendosi nel nostro essere umano. Alla domanda chi sia il Padre, la risposta suona: Colui che Gesù intende quando dice: «Padre mio». Alla domanda quale sia il pensiero del Dio vivente, la risposta suona: così come si è mostrato nelle parole, nel comportamento, nella vita e nella morte di Gesù.
Cristo ha svelato anche l’uomo. Alla domanda che cosa sia l’uomo ci sono due risposte. L’una dice: è quell’essere, nella cui esistenza Dio poté tradursi, il linguaggio, in cui Dio poté dire se stesso. L’uomo è tale che il Dio vivente si può esprimere in Gesù, il fanciullo, il soccorritore degli ammalati, il maestro dei perplessi, colui che tace davanti a Pilato, che muore nella croce. Ma è anche quell’essere, che ha portato la morte all’eterno Figlio, poiché era come parola espressa di Dio nel mondo e quale luce eterna brillava in un ambiente umano.
Quando l’uomo ammette ciò che in Cristo viene a lui, gli si aprono gli occhi su chi sia Dio e chi lui stesso; che cosa egli stesso sia e che cosa il mondo. Questa è la verità e in tal modo egli diventa libero.
Ora, come si rapportano i salvatori, dei quali si parlava, verso Cristo? Sono solo modi nei quali il mondo lega entro di sé l’uomo? Lo sono; insieme però modi dell’anelito verso l’autentico salvatore. Da qui la loro somiglianza con lui, talora così grande da sviare verso l’equiparazione. Non sono solo seduzioni a perdersi nel contesto cosmico; finché colui che crede in essi sta nell’avvento, presagisce in esso l’autentica redenzione. I riscatti intramondani della vita dai vincoli della morte alludono in genere al riscatto dell’esistenza dallo stato di caduta. Quando poi, nell’autentica Epifania, Cristo viene, l’accenno si trasforma in evidenza. Allora viene detto all’uomo: ciò che hai bramato è ora qui, al di là di tutte le possibilità del desiderio. A tal punto che ancora il tuo desiderio stesso viene riscattato, a evidenza di ciò a cui propriamente bramava. Bramava infatti, e non sapeva però verso che cosa.
Ma se la volontà dell’avvento si spegne; se addirittura l’uomo dopo che è giunto il Redentore, di nuovo lo abbanndona e si rinchiude in quelle soluzioni intramondane, allora i salvatori diventano negazioni di Cristo. Entrano allora in un nuovo e spaventoso Avvento; diventano progetti preliminari dell’Anticristo.
Finché ciò non avviene; finché prima di tutto la speranza dell’Avvento nel Cristo futuro e poi la fede nel Cristo apparso vengono tenute ferme, i salvatori sono immagini intramondane della sua pienezza di significato sovramondaana – tanto che diventa possibile alla Chiesa inserire i suoi simboli nella dimensione cristiana. Così la figura di Mitra ha avuto un influsso sulla concezione di Cristo come il sole spirituale e il simbolismo del solstizio invernale è diventato pieno di significato per la festa del Natale; la figura di Eracle echeggia in quella di san Giorgio, questo stesso un’eco del vero e proprio vincitore del drago, di Cristo, e sarebbero da citare altre cose del genere. Ciò che Cristo ha redento, in verità, sono non solo lo spirito o l’anima, ma l’uomo e il mondo. E non li ha redenti dal loro essere, ma dal loro stato di decadenza e lontananza da Dio. Li ha riportati in patria, nel Regno del Padre ai suoi inizi. Con la rinascita, che si compie di continuo nella fede e nel battesimo, nelle conversioni del cuore e nel sacramento, uomo e mondo diventano la nuova creazione. Portando la ‘vera vita’, Cristo vi ha tratto dentro la vita decaduta, con tutte le esperienze di liberazione che vi si trovavano. Diventando ‘il sole della nostra salvezza’, il sole naturale con i suoi ritmi e apparizioni è diventato 1a sua metafora. Casì la liturgia inserisce le esperienze di redenzione e i simboli naturaili nella ripresentazione cultuale dell’autentica redenzione, della vita e dell’azione di Cristo. Si può dire in certo senso che la realtà, la forma d’esperienza, l’insieme dei ritmi e dei simboli delle liberazioni naturali sono diventate il fondamento per assimilare l’autentica redenzione e la forma in cui si compie.

5 commenti »

  1. Cordialissimi auguri di Buona Pasqua a tutti gli amici di qui!

    Commento di lycopodium — aprile 24, 2011 @ 10:12 am | Replica

  2. auguri di cuore a tutti voi

    Commento di da — aprile 24, 2011 @ 2:33 pm | Replica

  3. Abitiamo la pace, in un mondo in guerra, nel cuore ospitale di Gesù.

    Commento di vbinaghi — aprile 24, 2011 @ 5:26 pm | Replica

  4. Buona Pasqua. Ciao

    Commento di aiace — aprile 24, 2011 @ 5:49 pm | Replica

  5. Buona Pasqua Valter e buona Pasqua a tutti i commentatori!

    Commento di The Daxman — aprile 24, 2011 @ 8:49 pm | Replica


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