Che festa ieri sera, a Milano, sembrava il 25 aprile, mi dicono.
E posso capirlo. Una città governata per vent’anni non dai moderati (come amano definirsi), ma dai lacchè del berlusconismo, ossia della più volgare incarnazione di un capitalismo becero, che nel mondo aveva già fatto i suoi danni (Reagan, Tatcher, Bush) con lo smantellamento dello stato sociale, la precarizzazione del lavoro e la consegna delle chiavi dell’economia ai pescecani della finanza e da noi si è insediato quando altrove aveva già iniziato la sua parabola discendente, una città che ha cambiato direzione si risveglia e ha di nuovo voglia di partecipazione politica. E’ un bello spettacolo, come mostrano queste foto gentilmente offertemi da Fabio D’Amico.
Però, adesso, terminati i brindisi, è ora di riflettere.
Fine del berlusconismo?
Innanzitutto, è davvero finita l’epoca del satrapo di Arcore? Fatta salva la prudenza (in cauda venenum), direi di si. Innanzitutto perchè l’uomo è stanco e le cartucce sono sparate, la borghesia più accorta lo snobba e la sua funzione storica (ritardare una vera alternanza agitando i fantasmi di un comunismo defunto) è ampiamente assolta, mentre l’eredità del partito-azienda è già contesa ma dato il carattere personalistico della sua costruzione difficilmente gli sopravviverà. Ve l’immaginate degli yesmen come Alfano o Frattini guidare una coalizione che non sia quella degli studenti fuori corso della scuola-di-partito? Certo, c’è la potenza finanziario-clericale di CL con Formigoni in testa, ma è gente troppo furba per farsi carico di una mitologia nazionale: meglio inventarsi una sigla scudocrociata come fece ai tempi Buttiglione, e di lì aspettare con le mani libere il prossimo carro attrezzato a vincere per saltarci sopra. Anche la Lega si terrà le mani libere: la sua battaglia è sempre stata un’altra, ha portato voti a Berlusconi finchè lui poteva garantire un federalismo che però oggi appare digeribile anche a sinistra, quindi Bossi non si farà seppellire vivo nel mausoleo come la moglie del faraone. Beninteso, può darsi benissimo che il governo termini la legislatura (uno Scilipoti in vendita si trova sempre), ma sarà solo per navigare a vista: riforme vere e durature, con una maggioranza qualificata, finchè resta Berlusconi non se ne faranno. E’ uomo nato per dividere, non per unire, e questo è il motivo per cui, lo dico con tutta l’obiettività possibile, resterà nei libri di storia come un magnate che si è comprato una classe politica per bipolarizzare il paese, ma come statista, senza scomodare De Gasperi, un qualsiasi Goria vale più di lui. Se fosse uno statista, farebbe un passo indietro, concederebbe un governo a guida Tremonti che piacerebbe anche a Terzo Polo e Lega, e forse questo governo potrebbe mettere mano a una riforma fiscale: ma sarebbe uno smacco troppo grande per il caudillo, e qui i limiti psicologici e monomaniaci dell’uomo risultano determinanti. Del pari, le parole che ho sentito ieri da esponenti del PDL (Quagliariello, mi pare), e cioè che non si possono lasciare le primarie alla sinistra, indicano chiaramente che il berlusconismo è finito. Ve lo immaginate Berlusconi che, dopo una sberla come quella di ieri, accetta di far scegliere agli elettori se deve essere lui o no il prossimo candidato premier del centro-destra? Monarca è nato e monarca morirà, sputacchiato e deriso sul trono sacrificale, come è accaduto prima di lui agli altri veri monarchi italiani del XX secolo, Mussolini e Craxi, restando come loro comunque più grande di chi lo ha lungamente adulato e poi codardamente lo rinnegherà.
Quale alternativa?
Non sono affatto appassionato di alchimie partitiche e ipotesi di alleanze, non è su questo piano che mi piace esercitare il pensiero, anche perchè sono convinto che proprio il risultato di ieri ponga enormi problemi di ridefinizione alla sinistra, che certamente non possono ridursi al risiko dei posizionamenti. Se si vuole davvero affrontare i problemi bisogna innanzitutto chiamarli con il loro nome. Qui non è questione di italietta, ma del puro e semplice declino di un modello sociale ed economico che per comodità chiamiamo capitalismo, dell’estensione mondiale di questo declino, e soprattutto delle culture che ne sono state direttamente o indirettamente partorite, in qualità di ideologie di sostegno o di opposizione, compreso il socialismo quale lo abbiamo conosciuto negli ultimi centocinquant’anni.
In una serie di post precedenti mi sono diffuso su questa prospettiva macropolitica e non mi pare il caso di ripetermi. Aggiungerei però qualche nota. Il berlusconismo, che ha campato di rendita agitando il fantasma di un comunismo defunto, ha avuto buon gioco in Italia perchè la nostra sinistra, anche se ormai lontana anni luce da posizioni collettivistiche, non ha mai elaborato un linguaggio alternativo a quello marxista-leninista, ma si è limitata unicamente a sostituire alla dittatura del proletariato il vittimismo permanente di chi invoca soluzioni stataliste e burocratiche per ogni evenienza. Per il resto, nei comportamenti se non nel linguaggio ha avallato lo smantellamento di quella che è l’unica risorsa alternativa alle disponibilità individuali e alle provvidenze statali, e cioè la comunità, la famiglia in primis. Il sessantottismo, col suo rifiuto delle autorità tradizionali e dei valori ascetici, un cosmopolitismo onirico e l’esaltazione dell’onnipotenza del desiderio, è stato l’utile idiota di cui il capitalismo consumistico aveva bisogno per imporsi senza più il freno delle saggezze tradizionali e delle riserve culturali che vi resistevano.
L’emergenza è planetaria, e non saranno i paladini del modello industriale (Marx e Lenin) e nemmeno i corifei della macchina desiderante (Foucault, Deleuze ecc) a fornire concetti capaci di comprendere e far accettare la necessità della decrescita (senza la quale il nucleare diventa necessario), della comunità (senza la quale lo stato diventa onnipotente), del pudore (senza il quale il corpo diventa merce). Gli autori da studiare per un nuovo socialismo comunitario si chiamano Lasch, Ellul, Illich, Latouche, ma qui sorge un altro problema, ed è un problema tutto italiano, cioè il discredito di chi dovrebbe incaricarsi di comunicare alle masse una nuova cultura.
Il discredito dell’intellettuale
Il discredito dell’intellettuale (la sua incapacità di capire e interpretare il popolo, ma anche di essere capito da esso ed esercitare su di esso una guida autorevole), nasce in effetti dall’essersi compromesso con quella forma di pensiero semplificato che è l’ideologia, di aver servito una causa e di aver perduto l’unico tesoro di cui disponeva, cioè l’indipendenza di giudizio e la ricerca della verità. Certo, il marxismo lo pretendeva: non filosofia chiedeva, ma coscienza di classe, non intelligenza critica ma schieramento. Pasolini, di cui oggi tutti si appropriano, è stato innanzitutto un’eccezione a questo andazzo, e per questo motivo osteggiato da sinistra e odiato dai sessantottini in primis, di cui aveva smascherato prima di tutti il narcisismo piccolo-borghese.
Riconoscente, l’ideologia dominante (quella vera, cioè la società dello spettacolo) ha premiato l’intellettuale “progressista” proprio mentre prima illudeva su un arruolamento nel ceto medio e poi impoveriva il proletario. In questo paese gli ex sessantottini sono uomini di potere, se non in politica nella cultura dove fanno da quarant’anni il bello e il brutto tempo in università, case editrici e mass media, in cui hanno istituito una logica rigorosamente parrocchiale. Infatti li hanno seguiti a ruota intellettuali più giovani ma ben consapevoli di come gira il mondo, che partono dai centri sociali, migrano in Rete e da lì direttamente nelle redazioni di Repubblica o nei cataloghi delle major editoriali, dove il paladino di un proletariato di cui tutto ignora (e che infatti per lo più vota Lega al nord e PDL al sud) chiagne e fotte, professandosi fieramente all’opposizione mentre dal governo della cultura trae credibilità se non diritti d’autore. Bisogna essere cretini o in malafede per non accorgersi di questa singolare peculiarità della cultura italiana: il disastro degli operai, dei giovani e delle pari opportunità (ovvero le colonne della “narrazione” di sinistra), mentre le autorità culturali riconosciute si chiamano Eco e Cacciari, gli anchormen più seguiti Santoro, Fazio e Lerner, gli scrittori à la page Camilleri, Saviano, e Lucarelli, e redazioni e cataloghi dei grandi gruppi editoriali pullulano di gente che gioca a Geronimo su Nazione Indiana o altri blog alla moda. Non so voi, ma io quando vedo il cabarettista di Zelig che ridicolizza berlusconi coi soldi di berlusconi ho un conato di vomito.
Socialismo o barbarie
Eppure, ho fiducia. Ho figli di venti e ventidue anni e sono eticamente socialisti (uno dei due ieri sera era a Milano a festeggiare), cioè non per tradizione familiare, perchè hanno imparato a memoria un libretto rosso o perchè abbiano in stima qualcuno dei summenzionati personaggi che ha guadagnato “crediti” pregressi. Non approvano (almeno uno dei due) la fede cattolica del padre, ma non fingono che i mali d’Italia vengano tutti dal Vaticano solo perchè è facile sparare sul bersaglio grosso, per poi magari accettare la signoria delle banche come una legge di natura. Nessuno dei due è allettato dall’idea di farsi una tessera di partito, ma in casa non si è mai parlato tanto di politica come in questi ultimi due anni. Non credono alle promesse di gente cui non hanno mai stretto la mano, e non dividono il mondo tra giusti e sbagliati, ma tra gente che capisce e gente che (ancora) non capisce. Il futuro dovranno costruirselo coi denti, hanno capito che la famiglia è una risorsa (perchè nessuno gliel’ha disfatta prima) ma che non basta. Non guardano la televisione, hanno un sacco di amici, anche su facebook, ma tra un essere umano con cui passare la serata e un media scelgono l’essere umano sempre e comunque, e infatti a casa li si vede poco. Leggono spesso e volentieri, ma non chiederebbero mai a un libro una ricetta per la vita. Soprattutto – ed è quello che più mi piace – non desiderano cose lontane, ma dividere quel che c’è con chi c’è. Queste mi sembrano buone premesse per un socialismo un po’ naif, ma ancora da costruire. Il resto – roba vecchia, del XX secolo – se ne vada all’inferno, coi suoi stanchi ripetitori.



















