Doctor Blue and Sister Robinia

maggio 31, 2011

SOCIALISMO O BARBARIE di Valter Binaghi

Che festa ieri sera, a Milano, sembrava il 25 aprile, mi dicono.
E posso capirlo. Una città governata per vent’anni non dai moderati (come amano definirsi), ma dai lacchè del berlusconismo, ossia della più volgare incarnazione di un capitalismo becero, che nel mondo aveva già fatto i suoi danni (Reagan, Tatcher, Bush) con lo smantellamento dello stato sociale, la precarizzazione del lavoro e la consegna delle chiavi dell’economia ai pescecani della finanza e da noi si è insediato quando altrove aveva già iniziato la sua parabola discendente, una città che ha cambiato direzione si risveglia e ha di nuovo voglia di partecipazione politica. E’ un bello spettacolo, come mostrano queste foto gentilmente offertemi da Fabio D’Amico.
Però, adesso, terminati i brindisi, è ora di riflettere.

Fine del berlusconismo?

Innanzitutto, è davvero finita l’epoca del satrapo di Arcore? Fatta salva la prudenza (in cauda venenum), direi di si. Innanzitutto perchè l’uomo è stanco e le cartucce sono sparate, la borghesia più accorta lo snobba e la sua funzione storica (ritardare una vera alternanza agitando i fantasmi di un comunismo defunto) è ampiamente assolta, mentre l’eredità del partito-azienda è già contesa ma dato il carattere personalistico della sua costruzione difficilmente gli sopravviverà. Ve l’immaginate degli yesmen come Alfano o Frattini guidare una coalizione che non sia quella degli studenti fuori corso della scuola-di-partito? Certo, c’è la potenza finanziario-clericale di CL con Formigoni in testa, ma è gente troppo furba per farsi carico di una mitologia nazionale: meglio inventarsi una sigla scudocrociata come fece ai tempi Buttiglione, e di lì aspettare con le mani libere il prossimo carro attrezzato a vincere per saltarci sopra. Anche la Lega si terrà le mani libere: la sua battaglia è sempre stata un’altra, ha portato voti a Berlusconi finchè lui poteva garantire un federalismo che però oggi appare digeribile anche a sinistra, quindi Bossi non si farà seppellire vivo nel mausoleo come la moglie del faraone. Beninteso, può darsi benissimo che il governo termini la legislatura (uno Scilipoti in vendita si trova sempre), ma sarà solo per navigare a vista: riforme vere e durature, con una maggioranza qualificata, finchè resta Berlusconi non se ne faranno. E’ uomo nato per dividere, non per unire, e questo è il motivo per cui, lo dico con tutta l’obiettività possibile, resterà nei libri di storia come un magnate che si è comprato una classe politica per bipolarizzare il paese, ma come statista, senza scomodare De Gasperi, un qualsiasi Goria vale più di lui. Se fosse uno statista, farebbe un passo indietro, concederebbe un governo a guida Tremonti che piacerebbe anche a Terzo Polo e Lega, e forse questo governo potrebbe mettere mano a una riforma fiscale: ma sarebbe uno smacco troppo grande per il caudillo, e qui i limiti psicologici e monomaniaci dell’uomo risultano determinanti. Del pari, le parole che ho sentito ieri da esponenti del PDL (Quagliariello, mi pare), e cioè che non si possono lasciare le primarie alla sinistra, indicano chiaramente che il berlusconismo è finito. Ve lo immaginate Berlusconi che, dopo una sberla come quella di ieri, accetta di far scegliere agli elettori se deve essere lui o no il prossimo candidato premier del centro-destra? Monarca è nato e monarca morirà, sputacchiato e deriso sul trono sacrificale, come è accaduto prima di lui agli altri veri monarchi italiani del XX secolo, Mussolini e Craxi, restando come loro comunque più grande di chi lo ha lungamente adulato e poi codardamente lo rinnegherà.

Quale alternativa?

Non sono affatto appassionato di alchimie partitiche e ipotesi di alleanze, non è su questo piano che mi piace esercitare il pensiero, anche perchè sono convinto che proprio il risultato di ieri ponga enormi problemi di ridefinizione alla sinistra, che certamente non possono ridursi al risiko dei posizionamenti. Se si vuole davvero affrontare i problemi bisogna innanzitutto chiamarli con il loro nome. Qui non è questione di italietta, ma del puro e semplice declino di un modello sociale ed economico che per comodità chiamiamo capitalismo, dell’estensione mondiale di questo declino, e soprattutto delle culture che ne sono state direttamente o indirettamente partorite, in qualità di ideologie di sostegno o di opposizione, compreso il socialismo quale lo abbiamo conosciuto negli ultimi centocinquant’anni.
In una serie di post precedenti mi sono diffuso su questa prospettiva macropolitica e non mi pare il caso di ripetermi. Aggiungerei però qualche nota. Il berlusconismo, che ha campato di rendita agitando il fantasma di un comunismo defunto, ha avuto buon gioco in Italia perchè la nostra sinistra, anche se ormai lontana anni luce da posizioni collettivistiche, non ha mai elaborato un linguaggio alternativo a quello marxista-leninista, ma si è limitata unicamente a sostituire alla dittatura del proletariato il vittimismo permanente di chi invoca soluzioni stataliste e burocratiche per ogni evenienza. Per il resto, nei comportamenti se non nel linguaggio ha avallato lo smantellamento di quella che è l’unica risorsa alternativa alle disponibilità individuali e alle provvidenze statali, e cioè la comunità, la famiglia in primis. Il sessantottismo, col suo rifiuto delle autorità tradizionali e dei valori ascetici, un cosmopolitismo onirico e l’esaltazione dell’onnipotenza del desiderio, è stato l’utile idiota di cui il capitalismo consumistico aveva bisogno per imporsi senza più il freno delle saggezze tradizionali e delle riserve culturali che vi resistevano.
L’emergenza è planetaria, e non saranno i paladini del modello industriale (Marx e Lenin) e nemmeno i corifei della macchina desiderante (Foucault, Deleuze ecc) a fornire concetti capaci di comprendere e far accettare la necessità della decrescita (senza la quale il nucleare diventa necessario), della comunità (senza la quale lo stato diventa onnipotente), del pudore (senza il quale il corpo diventa merce). Gli autori da studiare per un nuovo socialismo comunitario si chiamano Lasch, Ellul, Illich, Latouche, ma qui sorge un altro problema, ed è un problema tutto italiano, cioè il discredito di chi dovrebbe incaricarsi di comunicare alle masse una nuova cultura.

Il discredito dell’intellettuale

Il discredito dell’intellettuale (la sua incapacità di capire e interpretare il popolo, ma anche di essere capito da esso ed esercitare su di esso una guida autorevole), nasce in effetti dall’essersi compromesso con quella forma di pensiero semplificato che è l’ideologia, di aver servito una causa e di aver perduto l’unico tesoro di cui disponeva, cioè l’indipendenza di giudizio e la ricerca della verità. Certo, il marxismo lo pretendeva: non filosofia chiedeva, ma coscienza di classe, non intelligenza critica ma schieramento. Pasolini, di cui oggi tutti si appropriano, è stato innanzitutto un’eccezione a questo andazzo, e per questo motivo osteggiato da sinistra e odiato dai sessantottini in primis, di cui aveva smascherato prima di tutti il narcisismo piccolo-borghese.
Riconoscente, l’ideologia dominante (quella vera, cioè la società dello spettacolo) ha premiato l’intellettuale “progressista” proprio mentre prima illudeva su un arruolamento nel ceto medio e poi impoveriva il proletario. In questo paese gli ex sessantottini sono uomini di potere, se non in politica nella cultura dove fanno da quarant’anni il bello e il brutto tempo in università, case editrici e mass media, in cui hanno istituito una logica rigorosamente parrocchiale. Infatti li hanno seguiti a ruota intellettuali più giovani ma ben consapevoli di come gira il mondo, che partono dai centri sociali, migrano in Rete e da lì direttamente nelle redazioni di Repubblica o nei cataloghi delle major editoriali, dove il paladino di un proletariato di cui tutto ignora (e che infatti per lo più vota Lega al nord e PDL al sud) chiagne e fotte, professandosi fieramente all’opposizione mentre dal governo della cultura trae credibilità se non diritti d’autore. Bisogna essere cretini o in malafede per non accorgersi di questa singolare peculiarità della cultura italiana: il disastro degli operai, dei giovani e delle pari opportunità (ovvero le colonne della “narrazione” di sinistra), mentre le autorità culturali riconosciute si chiamano Eco e Cacciari, gli anchormen più seguiti Santoro, Fazio e Lerner, gli scrittori à la page Camilleri, Saviano, e Lucarelli, e redazioni e cataloghi dei grandi gruppi editoriali pullulano di gente che gioca a Geronimo su Nazione Indiana o altri blog alla moda. Non so voi, ma io quando vedo il cabarettista di Zelig che ridicolizza berlusconi coi soldi di berlusconi ho un conato di vomito.

Socialismo o barbarie

Eppure, ho fiducia. Ho figli di venti e ventidue anni e sono eticamente socialisti (uno dei due ieri sera era a Milano a festeggiare), cioè non per tradizione familiare, perchè hanno imparato a memoria un libretto rosso o perchè abbiano in stima qualcuno dei summenzionati personaggi che ha guadagnato “crediti” pregressi. Non approvano (almeno uno dei due) la fede cattolica del padre, ma non fingono che i mali d’Italia vengano tutti dal Vaticano solo perchè è facile sparare sul bersaglio grosso, per poi magari accettare la signoria delle banche come una legge di natura. Nessuno dei due è allettato dall’idea di farsi una tessera di partito, ma in casa non si è mai parlato tanto di politica come in questi ultimi due anni. Non credono alle promesse di gente cui non hanno mai stretto la mano, e non dividono il mondo tra giusti e sbagliati, ma tra gente che capisce e gente che (ancora) non capisce. Il futuro dovranno costruirselo coi denti, hanno capito che la famiglia è una risorsa (perchè nessuno gliel’ha disfatta prima) ma che non basta. Non guardano la televisione, hanno un sacco di amici, anche su facebook, ma tra un essere umano con cui passare la serata e un media scelgono l’essere umano sempre e comunque, e infatti a casa li si vede poco. Leggono spesso e volentieri, ma non chiederebbero mai a un libro una ricetta per la vita. Soprattutto – ed è quello che più mi piace – non desiderano cose lontane, ma dividere quel che c’è con chi c’è. Queste mi sembrano buone premesse per un socialismo un po’ naif, ma ancora da costruire. Il resto – roba vecchia, del XX secolo – se ne vada all’inferno, coi suoi stanchi ripetitori.

maggio 30, 2011

UN GIORNO PERFETTO

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 5:47 pm
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maggio 29, 2011

Milanesi e napoletani LIBERATECI DA COSTUI

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 8:59 pm

A Milano toglierebbe le multe, a Napoli bloccherebbe l’abbattimento degli abusivi: siamo ancora al “Pane e figa per tutti” del 94, ma abbiamo capito che i favori ai sodali vengono puntualmente pagati con l’impoverimento degli altri e l’illegalità diffusa. Ai convegni internazionali piagnucola coi capi di stato che l’Italia è in mano a una magistratura eversiva, e la vergogna di essere rappresentati da un gaglioffo del genere colpisce anche i nostri emigranti.
Se Moratti e Lettieri perdono, non cadrà il governo il giorno dopo, ma dalla barca che affonda cominceranno a sgusciar fuori i topi (già adesso molto inquieti).
Questi ballottaggi sono una grossa occasione.
Non sprechiamola.

maggio 28, 2011

DOMENICA 29 MAGGIO – A VICENZA

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 1:11 am

VII EDIZIONE FESTIVAL BIBLICO

Conversazione – La mia sfida educativa
ore 11:00 Oratorio del Gonfalone
Contrà Canneti – VICENZA

“Perchè ho scelto di fare l’insegnante”:
tre scrittori si raccontano

con:
Eraldo Affinati,
scrittore (insegnante di italiano ai minorenni non accompagnati)
Valter Binaghi,
romanziere e musicista (insegnante di filosofia e storia)
Andrea Monda,
critico letterario e giornalista (insegnante di religione)

maggio 27, 2011

NUCLEARE E ACQUA A UNA SOLA PERSONA di Debora Billi

Da: Il Fatto quotidiano

Si fa il decreto Omnibus ed è a rischio il referendum sul nucleare. Allarme! Sanno di perdere, e vogliono sfilarci il diritto di votare per poter costruire le centrali con comodo, passato l’effetto Fukushima!
Mica sono tanto sicura, che sia davvero così. Ho un altro genere di sospetto. In realtà, credo che ormai sia assodata la consapevolezza che le centrali nucleari non si faranno mai: costano troppo, sono pericolose, non le vuole nessuno e i cittadini delle aree coinvolte si daranno fuoco piuttosto che accettare una centrale nucleare sotto casa. Fukushima ha dato il colpo di grazia a tutta la faccenda e, referendum o no, il nucleare è morto e sepolto con tutto il sarcofago.
Annullare il referendum contro il nucleare ha in realtà un altro scopo: quello di puntare al non raggiungimento del quorum per il referendum sull’acqua. E’ l’acqua la preda davvero preziosa, il nucleare essendo lo specchietto per le allodole.
Bene. Chi dovrebbe costruire le centrali nucleari in Italia? I francesi di EDF, Electricitè de France, il cui Presidente è Henri Proglio.
E chi fa la parte del leone nella privatizzazione degli acquedotti italiani? I francesi di Veolia, il cui Amministratore delegato è Henri Proglio.
La stessa persona è a capo di entrambe le multinazionali francesi che puntano alla nostra energia e alla nostra acqua. La STESSA persona. Definita dai commentatori francesi un “intoccabile della Repubblica”, e che poche ore fa ha annunciato: “anche Edison sarà nostra”.
A questo punto, il decreto Omnibus si configura in veste di risarcimento. Eliminiamo dal referendum l’ormai morto nucleare per salvare il premio più prezioso, ovvero l’acqua, che andrà comunque nelle stesse medesime mani. Le mani di qualcuno a cui si deve garantire comunque e ad ogni costo il controllo delle nostre risorse strategiche, non si scappa.

maggio 26, 2011

MORATTI: SI PUO CADERE COSI’ IN BASSO?

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 7:06 pm

(Da: Corriere.it)

La procura di Milano ha aperto un’inchiesta a carico di ignoti, ipotizzando il reato di diffamazione aggravata, in seguito all’esposto denuncia presentato mercoledì da un legale per conto del candidato sindaco del centrosinistra Giuliano Pisapia. Nell’esposto, fra l’altro, si ipotizzano i reati di sostituzione di persona, abuso della credulità popolare e diffusione di notizie false atte a turbare l’ordine pubblico. L’inchiesta è stata aperta dal procuratore aggiunto Nicola Cerrato, che l’ha affidata al collega Armando Spataro.
L’esposto di Pisapia denuncia una campagna diffamatoria contro «la sua persona, la coalizione e il suo programma». La denuncia contiene la ricostruzione di «numerosi episodi» su persone «travestite da rom che distribuiscono volantini dal contenuto falso e diffamatorio spacciandosi per sostenitori di Pisapia» o «la presenza di ragazzi trasandati sui mezzi pubblici» che provocano i passeggeri e alle loro rimostranze rispondono beffardamente «Noi votiamo Pisapia».

maggio 25, 2011

DESTRA E SINISTRA IN UN PAESE CORROTTO

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 12:58 am
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E’ un post dell’anno scorso, ma lo ripropongo. Con quello che sto sentendo in questi giorni, non ho veramente altro da dire.

La differenza tra la Destra e la Sinistra, in Italia?
La Sinistra, dopo avere culturalmente distrutto le basi dell’educazione umanistica e cristiana, pretende di arginare il nichilismo dei comportamenti più estremi con una pletora di leggi inefficaci. La Destra pretende di riproporre il moralismo dell’educazione di un tempo, a un popolo di cui ha scatenato gli appetiti più sfrenati con la deregulation del mercato e il discredito sulla Magistratura.
Sarò durissimo: c’è una generazione che deve sparire perchè questo paese possa pensare di risorgere. Quella degli intellettuali sessantottini che hanno fatto della rivoluzione un mestiere redditizio e hanno santificato prima l’apocalisse, poi il riflusso e infine lo status quo con le migliori circonlocuzioni dialettiche: stanno un po’ a destra e un po’ a sinistra (ma l’importante è esserci stati, insieme: guardate come si trattano tra loro i Ferrara e i Lerner, i Sofri e i Liguori, i Mughini e i Deaglio, i Cacciari e i Capanna). E insieme, quella dei loro padroni di allora e di oggi: quelli che li aizzavano negli anni Settanta per screditare i partiti popolari (PCI e DC) e che poi ne hanno raccolto l’eredità, pagando ai killer una pensione a vita. Da una parte l’erede di Craxi, Berlusconi, e i suoi amici piduisti. Dall’altra i nipotini di Scalfari, il partito di Repubblica, la borghesia radical chic.
Lo so che non vivrò abbastanza, ma accendo un cero.

maggio 23, 2011

INTERVISTA al “Giornale di Vicenza”


Con il “Caravan”, una big band formata da ex alunni.

In occasione del Festival Biblico di Vicenza (20-29 maggio), durante il quale parteciperò a una tavola rotonda su temi pedagogici con altri scrittori-insegnanti, è uscita questa mia intervista sul Giornale di Vicenza di ieri 22 maggio, a cura di Paolo Pegoraro

Fare l’insegnante non è un mestiere come gli altri. Se non ci credete, venite a sentire le voci di Eraldo Affinati, Valter Binaghi e Andrea Monda: tre scrittori che hanno lasciato altrettanti impieghi per dedicarsi esclusivamente alla scuola. Il perché lo spiegheranno domenica 29 maggio, ore 11, all’incontro “La mia sfida educativa” all’Oratorio del Gonfalone.
Intanto lo abbiamo chiesto a Valter Binaghi, milanese, classe 1957, redattore della rivista Re Nudo negli anni Settanta, musicista blues, scrittore noir, professore di filosofia e storia
nei licei. In due parole: il “prof” che tutti avremmo voluto.
Il tuo ultimo romanzo racconta proprio la necessità di tramandare qualcosa “di generazione in generazione”, ma… cosa? cos’è che va salvato e trasmesso?

Essenzialmente ciò che va salvato non è il passato in quanto tale, ma ciò che del passato è seme vivo, in grado di creare futuro. Per un cristiano dovrebbe essere più facile capirlo: si tratta di tramandare il messaggio di Cristo con una spiritualità e un linguaggio teologico che siano in grado di interpretare i segni dei tempi. Il che significa non solo i rivolgimenti storici, ma anche i profondi mutamenti ambientali e psicologici indotti ad esempio dai nuovi media. E’ il contrario di un conservatorismo pedagogico innamorato di stili e forme culturali che richiedono mediazioni troppo complesse per essere intesi, e quindi hanno assunto un valore per lo più solo storico.

Cosa intendi per “educare”?
Quel che il verbo latino significa: aiutare il giovane a diventare il meglio di ciò che può diventare, non secondo il valore merceologico dettato dal secolo, nè secondo riferimenti dottrinari astratti (filosofici o teologici), ma secondo la vocazione al pieno esercizio della libertà che è insita in ognuno e che però presuppone una conoscenza integrale delle opzioni. Quindi non una rappresentazione riduttiva o nichilistica dell’essere umano, ma un’antropologia degna di questo nome.

Come cerchi di portarlo a scuola?
La conoscenza delle discipline e la strategia didattica sono indispensabili per un insegnante, ma non sufficienti, se non sa sviluppare un’empatia nei confronti degli alunni. L’educazione è una missione impossibile se manca un incontro che sia veramente personale, fatto di curiosità intellettuale, ma anche di affetto, di quella “paternità” che la relazione adulto-adolescente implica, e di cui i ragazzi, anche quando non la chiedono esplicitamente, sentono molto la mancanza se non la trovano. Si impara poco da chi pretende di eseguire asetticamente una programmazione, e invece si impara molto da chi è sentito come esistenzialmente coinvolto nel proprio percorso di vita.

Perché hai preferito il mondo della scuola a quello della controcultura?
Il mondo della controcultura, alla fine degli anni Settanta, era già diventato un mestiere, per alcuni molto redditizio (in termini economici o di consenso politico) ma spiritualmente sterile. Ho terminato gli studi di filosofia per riappropriarmi di una cultura che avevo frettolosamente scavalcato, e ho deciso di impegnarmi in una vera rivoluzione spirituale, alla mia maniera. Per come la vedo io, solo chi impara dalle giovani generazioni può trasmettere ciò che merita di essere salvato.

Qual è per te il valore educativo della musica (come musicista e come ascoltatore)?
Come le altre arti, la musica è essenzialmente un dare forma all’esperienza. In particolare, per la musica si tratta di una forma temporale, che ha profonde analogie con la narrazione. Io presento i miei romanzi raccontando e cantando, perchè le due cose in origine erano molto unite. Dell’arte la psiche ha bisogno come il corpo del pane. Le immagini, cioè le forme sensibili, sono il suo nutrimento e il suo modus operandi.

Raccontami l’esperienza della scrittura del Johnny Cash con tuo figlio…
Lui ascoltava per lo più heavy metal. Poi ha visto in Rete il video di Hurt, l’ultimo, con Johnny vecchio, quasi moribondo, e la vita che gli scorre davanti con le immagini del passato. Deve averci percepito un’autenticità incredibile. Ha sentito gli ultimi dischi di Cash, gli American Recordings, anzi li abbiamo ascoltati insieme. Proprio in quel periodo si sono fatti vivi dall’Arcana Editrice, per cui avevo fatto libri molti anni prima (il primo in Italia sui Pink Floyd, coi testi tradotti, e il primo su Lou Reed, parliamo del ’78). Mi hanno chiesto se facevo qualcosa ancora con loro. Gli ho risposto: Johnny Cash, what else? Così ci siamo messi: Francesco ha tradotto i testi, io ho raccontato la storia, una storia che è un mito. Com’è scrivere un libro con un figlio? Fantastico. Con mia figlia Alice abbiamo appena iniziato un romanzo fantasy. Anche mia moglie Roberta Borsani è insegnante e scrittrice (esce a giorni il suo secondo romanzo) e anche con lei e le sue cose i ragazzi (22 e 20 anni) sono molto in sintonia. Coinvolgerli in quello che già per noi è una grande passione, e vederli altrettanto appassionati, è pura e semplice felicità.

maggio 21, 2011

FERITE SIMBOLICHE O LA MISERIA DELLA CONDIZIONE GIOVANILE di Valter Binaghi

E’ per liberarlo dall’ onirismo in sè interminabile dell’infanzia che le società tradizionali sottopongono l’adolescente ai riti d’iniziazione, soglia drammatica che colloca il soggetto nel mondo adulto per il tramite di una ferita indelebile. Questo almeno accade nelle iniziazioni maschili(1), in cui al neofita viene praticata per lo più la circoncisione accompagnata o sostituita da altre ferite simboliche. Tanto drammatica e fortemente pubblicizzata l’iniziazione maschile, quanto quella femminile si svolge nella più totale discrezione, linitandosi all’istruzione sulla sacralità del corpo e della maternità che le donne impartiscono alla ragazza mestruata. Il motivo di questa differenza è evidente: la raggiunta pubertà dei maschi non è accompagnata da segni visibili e oggettivamente accertabili, quindi va solennemente realizzata, mentre nelle donne è la natura stessa che annuncia senza possibilità di dubbio l’avvenuta mutazione.
La scomparsa dei riti di iniziazione corrisponde al protrarsi dell’adolescenza nelle società industriali, dove la possibilità di dichiarare un individuo “adulto” e quindi di esigere da lui (o lei) un’autonomia economica oltre che psicologica viene procrastinata ben oltre il raggiungimento della maturità biologica. D’altro canto le società secolarizzate e ipertecnologiche si sono lasciate alle spalle l’identificazione tra ritmi naturali e insorgenze del “sacro”, cioè appelli al compimento di un destino individuale e sociale.
Il risultato, dal punto di vista del consolidamento dell’identità dei soggetti, è disastroso. Non fa meraviglia che, negli ultimi decenni, si sia progressivamente diffusa tra giovani e non la “moda” di autoinfliggersi ferite simboliche nella forma di tatuaggi o piercing che se da un lato rivestono un carattere estetico non riescono ad ingannare circa il bisogno psicologico cui cercano di corrispondere: quello di tracciare i segni indelebili di un’identità che tende a dissolversi, in un mondo privo di esperienze esistenzialmente significative.
A proposito della tendenza degli adolescenti a sperimentare i limiti fisici del corpo attraverso ferite autoinflitte o prove di coraggio come corse d’auto cittadine, David Le Breton scrive: “se l’ordine simbolico fallisce nel legittimare l’individuo al centro del legame sociale, non è in grado di dargli delle risposte per vivere, rimane la creazione di un senso di sè attraverso un confronto metaforico o reale con la morte. La prova procura all’individuo un sentimento potente d’esistenza, una vibrazione di tutto il suo essere teso verso lo sforzo o la sensazione inebriante del pericolo superato”. Commentando il dato secondo cui negli Stati Uniti circa tre milioni di persone recano ferite autoinflitte, lo stesso autore sostiene che dolore e lesione svolgono una “funzione identitaria, sono un supporto simbolico inscritto sulla viva carne” e “assumono il ruolo paradossale di proteggere l’individuo da una terrificante minaccia di distruzione di sè”(2), cioè quella di svanire nell’inconsistenza di una vita privata di occasioni determinanti e quindi di storia.
Eppure, proprio nella possibilità di imprimere e forgiare non su se stessi, ma nella materia del mondo, anche gli psichismi più disorientati potrebbero trovare la forma di un’identità possibile, quella del soggetto che si riconosce nell’opera: “Il mondo resistente ci spinge fuori dall’essere statico, fuori dall’essere; allora cominciano i misteri dell’energia. Da questo momento siamo degli esseri risvegliati. Con in mano un martello e una spada non siamo più soli, abbiamo un avversario e qualcosa da fare. Per poco che sia, da questo momento abbiamo un destino cosmico (…) Tutti gli esseri resistenti portano il segno dell’ambivalenza dell’aiuto e dell’ostacolo; sono esseri da dominare. Essi ci danno l’essere della nostra padronanza, l’essere della nostra energia”(3).
Ovviamente non possiamo accogliere questo invito del filosofo astraendo dalla oggettiva difficoltà storica che si frappone al suo adempimento. Dov’è lo spazio incorrotto nel quale esercitare questa volontà di forma, dove è ancora praticabile la sapienza delle diverse materie e dei mestieri che in passato rappresentarono stili d’esistenza prima che opportunità di profitto? E’ forse qui che le analisi di Marx sull’evoluzione finanziaria del capitalismo e l’alienazione del lavoratore hanno più ragione di essere tenute in conto, dato che, come pare, prima ancora che della giustizia sociale ne va della salute psichica dell’uomo contemporaneo.

NOTE

1) A questi temi è interamente dedicato il fondamentale saggio di Mircea Eliade La nascita mistica, Morcelliana 1974
2) Citato da Vanni Codeluppi, La vetrinizzazione sociale, Bollati Boringhieri 2007 pag. 41 e 42
3) Gaston Bachelard, La terra e le forze, Edizioni R.E.D. 1989 pag. 40

maggio 20, 2011

NON SIAMO SCARTI – LETTERA A TREMONTI

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 1:20 pm
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maggio 19, 2011

USA DEBITO PUBBLICO E ARMI di Beppe Grillo

Filed under: Cronache,Pensiero — vbinaghi @ 2:43 am
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(Da: Il blog di Beppe Grillo)

Se la Grecia va in default le conseguenze saranno comunque limitate. I greci diventeranno più poveri, la UE più instabile, l’euro perderà valore e chi ha comprato titoli di Stato ellenici, come Formigoni (115 milioni di euro) per la Regione Lombardia, si attaccherà al tram (in questo caso più i lombardi del loro governatore abusivo). Se gli Stati Uniti vanno in default la questione è completamente diversa e gli effetti imprevedibili. Di fronte al debito pubblico americano di 14.260 miliardi di dollari la mente vacilla. E’ un numero incomprensibile per un essere umano. Sta per essere raggiunto il tetto massimo di 14.294 miliardi oltre il quale per legge è previsto il default. Il segretario del Tesoro americano Geithner per evitare il crollo economico ha proposto di alzare il livello di indebitamento. Geniale, quasi meglio di Tremorti. La soluzione più ovvia, quella di diminuire drasticamente le spese militari in cui gli Stati Uniti sono primi al mondo con investimenti pari a circa 10 volte quelli di qualunque altro Paese, non è stata presa in considerazione. Forse perché gli armamenti, oltre a produrre il debito, lo garantiscono.

maggio 17, 2011

LA SCONFITTA PERFETTA DEL BERLUSCONISMO

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 8:54 am
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DI GIUSEPPE PUTIGNANO
(Da: The New Deal Magazine)

La fine inizia lì dove tutto era iniziato: i palazzi, le televisioni, il pallone, la politica. In quella Milano, ancora da bere e ancora per poco capitale morale, in cui, sotto l’egida comprata di Bettino Craxi, era partita la lunga ascesa di Silvio Berlusconi: da Milano 2 fino al più alto scranno del potere italico. Un potere poi pervaso, come una metastasi, fino alle sue estremità democratiche. Ora, proprio da Milano, inizia la fase finale di uno dei periodi storici più bui che la penisola ricordi.
Giuliano Pisapia, un uomo di legge, un comunista, un uomo per bene, ha stracciato la candidata sindaco berlusconiana, Letizia Moratti, con un vantaggio che nessuno, neppure per gioco, aveva osato ipotizzare. Ci sarà, è vero, un ballottaggio tutto da giocare, ma il risultato, come si direbbe in gergo calcistico, ha già del clamoroso. Come se il Milan perdesse in casa con il Cesena. E, come se non bastasse, un Pd malconcio, e finalmente costretto ad accettare che senza Vendola e Di Pietro non si vince, si è imposto un po’ dovunque in giro per lo stivale. È la sconfitta perfetta del berlusconismo.
Berlusconi aveva agito e parlato chiaro. Capolista del Pdl nel capoluogo meneghino e attore di primissimo piano nella violenta campagna elettorale del centrodestra. Feroce, perché così l’aveva voluta il sultano. E forse ora si spiegano i manifesti eversivi di Lassini, le infamie della Moratti, gli insulti dello stesso Berlusconi ai giudici. Il Caimano aveva probabilmente fiutato quel “vento che cambia davvero” , come recita il quanto mai azzeccato slogan di Pisapia. Odore, al contrario, ferale alle sue narici da vecchio le(n)one. E allora, sicuro come sempre dei propri mezzi (di comunicazione), si è giocato il tutto per tutto. Spostando, per l’ormai incalcolabile volta, l’attenzione su di sé. Sulla sua persona e su tutto ciò che rappresenta. Un nuovo referendum su Berlusconi. E l’ha perso. L’ha perso a casa sua. L’ha perso malamente.
Adesso, con ogni probabilità, scatenerà una campagna di fuoco, virulenta e scorretta, contro Pisapia. Ma forse non sarà sufficiente. Il volere del popolo, quell’entità sacra che Berlusconi invoca come unica fonte di legittimazione, è che Lui non continui a governare la più opulenta e influente città d’Italia. Un primo, decisivo, segnale a riprova di come gli italiani, anche quelli non di sinistra, siano esasperati. Sdegnati da uno stato di illegalità e impunità perenne, ormai ostentato senza vergogna alcuna. Se la Lega Nord non stacca la spina ora, verrà travolta dalla dissoluzione inevitabile del potere berlusconiano. Il voto odierno prova come gli italiani abbiano vitale necessità di persone oneste che li governino. E se da ragazzi portavano la kefiah, chi se ne frega.

maggio 14, 2011

NON VI AMO MA VI CHIEDO

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 1:46 pm

Milanisti, non vi amo (siamo interisti in famiglia, da quattro generazioni) ma vi chiedo di ignorare le ripugnanti manovre del vostro ripugnante presidente e di bocciare la Moratti (il sindaco ricco dei ricchi), estirpando il cancro che da quasi vent’anni intossica questo paese: il presidente operaio, allenatore, puttaniere e politicamente incapace, l’imbroglione per antonomasia, neanche lo nomino.

Leggo sul Fatto quotidiano:

Letizia Moratti è condannata al ballottaggio. Lo dicono i sondaggi della fedelissima Alessandra Ghisleri. Mancano uno, due punti percentuali, ballano tra i 15 e i 20 mila voti. E per ottenerli il premier – che a Milano ha messo sul piatto la tenuta del governo – ha deciso di giocarsi il tutto per tutto. La maratona elettorale per Silvio Berlusconi, infatti, non si è chiusa ieri, come per gli altri. Proseguirà anche oggi e lunedì. Oggi pomeriggio travestirà il Pdl con magliette rossonere per festeggiare lo scudetto prima a San Siro poi in piazza del Duomo. “Per vincere serve anche il voto dei milanisti”, ha detto pochi giorni fa. Ma il Cavaliere non si accontenta dei ‘suoi’ tifosi. Un’altra partita importante si gioca a Napoli. Dopo un lungo e impegnativo corteggiamento, ha convinto Aurelio De Laurentiis a sostenere pubblicamente il candidato sindaco del centrodestra, Gianni Lettieri. L’endorsement del presidente è arrivato a inizio settimana, dopo lungo fatto sognare ai tifosi lo scudetto. E ieri il Caimano ha aggiunto: “Garantisco ai tifosi napoletani che Hamsik non verrà al Milan”

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maggio 12, 2011

DIECI CONSIGLI PER UNA SINISTRA DA RIPENSARE (d)

8) Superare il relativismo culturale
I fenomeni migratori sono in gran parte il prodotto delle illusioni coltivate dalla globalizzazione, e probabilmente destinati a ridursi di molto man mano che l’economia di scala lascerà il posto a produzione energetica ed economia decentrate. Resta il fatto che, per integrare comunità come quelle islamiche al tessuto europeo, il relativismo culturale è lo strumento peggiore. Non è possibile imporre il rispetto dello stato di diritto a chi tratta mogli e figlie come oggetti di proprietà, se non si riconosce che la nostra civiltà giuridica è il prodotto di un’evoluzione spirituale, che la medesima è richiesta a chi intende trarne profitto e che i valori si estinguono se non vengono esplicitamente riconosciuti e difesi.

9) Ritrovare il luogo della politica
La politica, come sosteneva la Arendt, è il luogo della libera discussione e della decisione intorno a come si debba intendere il bene comune. Essa si colloca tra il costume (praticato da comunità omogenee per stirpe, cultura o confessione religiosa) e l’istituzione (unanimamente sottoscritta e obbligante, garanzia d’imparzialità), senza identificarsi con nessuna delle due. Ma la politica vale per le idee e la moralità che può esprimere: la democrazia è solo un contenitore, non un contenuto.Abbandonata la visione ideologica e strumentale dello Stato (di cui i marxisti prima ancora di Berlusconi sono storicamente responsabili) occorre misurarsi con il paradosso democratico, per cui una democrazia che consistesse solo nel consenso elettorale potrebbe (come già è accaduto) decretare il proprio suicidio. Quindi avere una strategia di riforme istituzionali (giustizia compresa) che garantisca rappresentatività e governabilità al sistema, ma anche e soprattutto la preservazione del suo valore intrinseco (vedi punto precedente).
Naturalmente tutto questo oggi deve accompagnarsi a un processo di ridefinizione dell’interesse nazionale in riferimento all’appartenenza e al compimento dell’Unione Europea. Ai deficienti cronici che quando sentono parlare di “nazione” gridano “Allarme, i fascisti!” va ricordato che l’accettazione acritica del globalismo da parte del decennio clintonian-veltroniano ha limato le unghie al sindacato e reso sostanzialmente indifendibile il lavoro di fronte alla minaccia della delocalizzazione. Marchionne docet.

10) Distinguere tra amici, alleati e avversari
Leggasi: chiarire la differenza tra solidarietà interna e alleanze, e parlare con chiarezza di un elettorato di riferimento superando le tentazioni centriste. L’impotenza ideologica e soprattutto la renitenza morale a fare scelte scomode o dolorose ha portato la sinistra italiana negli ultimi anni ad assumere un carattere vagamente ameboide, cioè a tentare di essere questo “ma anche” quello, ad allearsi con tizio e caio “ma anche” sempronio (che detesta entrambi) col risultato che si è visto.
Si può essere determinanti per governare un paese anche senza vincere le elezioni, soprattutto se ci si sottrae a un bipolarismo estraneo alla cultura politica italiana, perchè non tiene conto di variabili fondamentali come il regionalismo e il cattolicesimo sociale. Se l’obiettivo dichiarato e non presunto è la giustizia sociale, il socialismo ha come avversari il mercatismo sfrenato, il centralismo che asservisce, la burocrazia che opprime, la finanza che illude, l’illegalità che taglieggia, ma soprattutto l’individualismo ideologico e il relativismo etico della sinistra radical chic di cui è attualmente in ostaggio, mentre certe istanze autonomistiche (oggi monopolizzate dalla lega) e soprattutto il personalismo di matrice cattolica (oggi regalato a Berlusconi e alla destra) possono essere forze convergenti, insieme alla spregiudicatezza con cui i movimenti ecologisti (ma in Italia soprattutto i grillini) mettono in discussione i miti della crescita illimitata e le menzogne della finanza internazionale.

maggio 11, 2011

DIECI CONSIGLI PER UNA SINISTRA DA RIPENSARE (c)

5) Riportare l’agire tecnico al suo carattere strumentale
Il relativismo etico e l’individualismo sfrenato, a fronte di una graduale eclissi del politico privato di ogni fondamento assiologico hanno rimosso ogni vincolo all’agire tecnico che si presenta con i connotati della necessità. La tecnocrazia è quel sistema in cui ciò che risulta tecnicamente possibile diventa per ciò stesso legittimo, e ciò che ci si può economicamente permettere diventa un diritto irrinunciabile. Il corpo e l’ambiente, la vita e la morte sono esposti all’illimitata manipolazione di una tecnica che si presenta come l’ultima e unica religione dell’umanità. La totale subordinazione all’agire tecnico della sinistra attuale si vede nell’acriticità con cui si sono assunte certe posizioni in campo bioetico, ma anche nucleare (ho l’impressione che lo tsunami in Giappone sia giunto a proposito, a cavare d’imbarazzo chi si sentiva sospinto su posizioni tipo Chicco Testa o Veronesi). Non parliamo poi dell’entusiasmo beota con cui si sono importati i nuovi media nella scuola (vero Maragliano?), senza capire che l’educazione mediatica è ambientale e spetta semmai alla scuola presidiare competenze che l’ambiente dei mass media tende a disperdere, in primis quella testuale.

6) Dare un giudizio chiaro sui limiti dello sviluppo e l’emergenza ambientale
Non solo il liberismo mercatista ma anche il suo opposto, il socialismo marxista, sono nati in epoca positivistica, attingendo entrambi al mito della crescita economica illimitata, del primato dell’industria e dell’economia di scala. Oggi nessuno dei due possiede categorie per interpretare l’emergenza ecologica ed energetica, o per riconoscere le opportunità di un’economia decentrata. Continuare a cavalcare il mito produttivistico e consumistico significa mentire ai poveri (che tali resteranno) e favorire i pochi che dall’illusione collettiva traggono profitto.
Ma la Destra lo fa meglio, per questo vince le elezioni.

7) Riaffermare il primato del lavoro sul capitale, del risparmio sul debito
Per alzare continuamente il livello dei consumi in assenza di una crescita economica possibile, dalla fine di Bretton Woods (1971) in poi l’occidente non ha fatto altro che indebitarsi, mentre l’economia finanziaria ha finito col rendere svantaggiosa l’economia produttiva anzichè sostenerla. Una vita a credito oltre che illusione è un ricatto perpetuo. Bisogna che qualcuno cominci a dire la verità sul sistema finanziario e ad additare alle masse l’ideale di vita di una condizione modesta ma autonoma rispetto a quello di una gabbia dorata di cui qualcun altro possiede le chiavi.

maggio 10, 2011

DIECI CONSIGLI PER UNA SINISTRA DA RIPENSARE (b)

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 7:13 pm
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3) Rifare pace col senso comune
Il senso comune non è un’ideologia politicamente connotata: è un’intelligenza non esplicitamente formulata, ma stratificata da esperienze condivise, al punto da essere il maggiore riferimento di una comunità, rispetto al quale le pur brillanti teorizzazioni di singoli mancano comunque di una verifica a medio o breve termine. Ad esempio, chi ha a cuore il futuro di una comunità sa che è essenziale che le coppie facciano figli, e chi ha a cuore i bambini sa che crescono meglio in una famiglia unita che sballottati qua e là, che gli adulti hanno un’autorità naturale nei confronti dei minori e che certe manifestazioni spettacolari possono turbarne e influenzarne negativamente la formazione. Questo non significa limitare la libertà personale di interrompere una gravidanza o un matrimonio o di esprimere una propria visione del mondo, ma proteggere e incentivare comunque ciò che è largamente condiviso e ritenuto salutare rispetto a ciò che si presenta come un’eccezione o un esperimento azzardato. L’ego-centrismo di cui sopra ha ridicolizzato queste differenze, e per garantire i diritti individuali ha azzerato la differenza tra genitori e figli, tra esibizione narcisistica e cultura comunitaria, tra estetismo sessuale e legami stabili, al punto che porre delle priorità in questo senso risulta ai progressisti di oggi una concessione inammissibile al conservatorismo.
La negazione della comunità e la trascuratezza della famiglia impongono la creazione di un Welfare ipertrofico e oggi impraticabile: un anziano deve essere ricco per potersi permettere quello che i nostri nonni avevano gratis, cioè morire nel suo letto con qualcuno vicino che lo assiste.

4) Rendere possibile l’educazione e l’occupazione giovanile
Si può educare all’arte senza riconoscere il ruolo della tradizione e di ciò che è classicamente normativo rispetto al carattere meramente evenemenziale dell’espressione artistica in quanto tale?
Si può educare alla scienza se non si dismette la scepsi di fondo che si è diffusa tra gli intellettuali, secondo cui la verità non esiste e dunque ogni distinzione tra episteme e doxa è praticamente impossibile?
Si può educare al senso civico e alla cultura istituzionale se non si abbandona l’eredità marxista per cui non c’è cittadinanza ma solo lotta di classe e lo Stato è il gendarme della borghesia?
Si può continuare a incentivare una superfetazione degli indirizzi umanistici senza sbocchi professionali, e a snobbare l’unica formazione di cui una società non può fare a meno, cioè quella dell’agricoltura e dell’artigianato, coltivando l’idea demenziale che tutti hanno il diritto di svolgere professioni intellettuali e il lavoro nei campi o in fabbrica è roba da servi (leggi: extracomunitari)? Siamo sicuri che precariato e disoccupazione giovanile non abbiano a che fare con questo oltre che con la crudeltà mentale delle classi imprenditrici?

maggio 9, 2011

DIECI CONSIGLI PER UNA SINISTRA DA RIPENSARE (a)

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 6:31 pm
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Prologo
Cosa significa essere di sinistra, e soprattutto perchè ero e resto di sinistra?
Perchè non mi sento su questo pianeta per ratificare la brutalità della natura o meglio la sua indifferenza alle sofferenze umane. Per credenti ma anche non credenti l’uomo è chiamato a dare un ordine morale alle cose, mentre una felicità di pochi o anche di parecchi che convive pacificamente o addirittura si fonda sulla miseria di altri ha qualcosa a che fare con la crudeltà.
Perchè non mi piace questa sinistra di oggi, e soprattutto perchè risulta fallimentare?
Perchè quanto ho detto prima presuppone un’etica personalistica e comunitaria che è molto distante dall’individualismo “liberaldemocratico” e dal relativismo etico che oggi la sinistra professa, senza accorgersi di ospitare con essi il cavallo di Troia del mercatismo più sfrenato.

1) Pensionare l’Illuminismo
Non significa mandare in pensione la ragione ma il razionalismo, cioè la coazione a negare. Dimenticare Lyotard: la proclamata “fine delle grandi narrazioni” è la trovata di un intellettuale di mezza età che erge il suo cinismo a sistema del mondo. In effetti da che mondo è mondo si abbandona un mito perchè risulta inadeguato all’età mentale dei fruitori, solo per edificarne un altro più credibile, con un linguaggio più adatto. La sinistra non ha saputo metabolizzare la fine dell’utopia socialista come era stata teorizzata nell’Ottocento, soprattutto perchè è in ostaggio del nichilismo di un’intelligentsja incapace di fede nell’uomo e nel valore, non in quanto atea ma in quanto irreligiosa, cioè cieca alla bellezza del mondo. Nel frattempo la gente comune, che ha scarsa attrazione per le filosofie della de-costruzione, cerca narrazioni all’interno delle quali cose come innamorarsi, fare famiglia, generare figli, compiacersi della propria terra e delle proprie opere continuino ad avere un senso, e le trova nei cascami del localismo leghista o del miracolismo berlusconiano.

2) Psicanalizzare il ’68
Cioè riconoscerlo per quello che effettivamente è stato, e che Pasolini aveva identificato correttamente: non un impulso alla giustizia sociale e allo svecchiamento delle classi dirigenti, ma la protesta narcisistica di un giovanilismo di maniera, che ha eretto l’Io (quello che Gadda chiamava “il più lurido dei pronomi”) a centro del mondo, e l’onirismo del principio di piacere a criterio di giudizio del reale. In effetti, l’immaginazione è andata al potere nell’unico modo in cui poteva andarci, cioè fornendo con il sogno la richiesta di una nuova merce, e la rimozione di ogni riserva e vincolo autorevole o comunitario all’immaginario scatenato ha aperto il vaso di Pandora del consumismo più bieco, esteso al territorio fin’allora protetto del corpo e delle emozioni.
(continua)

maggio 7, 2011

INTERVISTA AD “ATELIER” a cura di Andrea Temporelli


Un paio d’anni fa, con Gianni Biondillo alla libreria Centofiori di Milano
(foto di Annamaria Sansone)

(Da: Atelier. Trimestrale di poesia critica letteratura, numero 61 marzo 2011)

1) Perché scrivi?

Posso dire perché ho cominciato. La mia “vocazione” non è squisitamente letteraria, ma piuttosto di filosofo prestato alla letteratura. Ho la netta sensazione di vivere in una civiltà in declino, ma anche di avere qualche ipotesi di ricostruzione soprattutto sul piano pedagogico cioè della formazione della coscienza individuale. Il discorso tecnicamente filosofico, però, è affogato da cinquant’anni in un citazionismo fine a se stesso e nella più totale assenza di ispirazione metafisica. E allora ho provato a costruire delle rappresentazioni allegoriche del male morale e della conversione dello spirito alla libertà. Così sono nati i miei primi romanzi. Oggi ho raggiunto una certa padronanza artigianale del mezzo, mi concedo anche qualche divertissement, ma resto fondamentalmente legato a un’idea di scrittura come forma di esplorazione e conoscenza.

2) Qual è il tuo scarto rispetto alla narrativa odierna?

La dimensione metafisica e storica. Non ho alcun interesse per il minimalismo dominante. Detesto la riduzione del personaggio alla sua dimensione sociologica (il romanzo del precario, il romanzo del giovane, il romanzo del deviante, la letteratura “al femminile”), ma anche lo stilismo fine a sé stesso dei redattori di «Nuovi Argomenti». Due modi apparentemente opposti di disertare la complessità e la profondità dell’uomo integrale e la tremenda serietà dell’arte.

3) Indicami un ingrediente a te caro per l’elaborazione del capolavoro di domani

Ti indico l’ingrediente fondamentale del capolavoro di oggi: La strada di Cormac Mc Carthy.
Ammettere la dimensione tragica dell’esistenza del singolo senza scadere nella sua caricatura minimalista, pretendendo un orizzonte epico per una generazione che abbia memoria del passato e si imponga di garantire un futuro.

4) Strappa un angolo dalla tua veste perché ci si possa fare un’idea del tessuto: autocìtati.

“Il tossico che si è venduto tutto per la roba (prima i dischi d’epoca, i libri, i vestiti, l’orologio, la catenina della prima comunione, perfino i mobili, e poi i gioielli della madre che l’ha buttato fuori, adesso dorme in una casa occupata su un materasso bisunto, dall’altra parte della parete una coppia di disperati come lui, loro almeno stanno insieme ma non scopano mai, li sentirebbe) il tossico è la sceneggiatura parodiata da un demone della parabola del Vangelo (ricordate? quella del mercante che trovata la perla preziosa vende tutto ciò che ha per averla).
L’eroina è il paradiso zippato in 2 cc della società dei consumi e il suo appetito insaziabile è il cattivo infinito di Hegel, lo sberleffo alla ragioneria dei piaceri di Epicuro e la dimostrazione lampante dell’esistenza di Dio.
La giornata del tossico è interamente consacrata all’inflessibile teologia del veleno: fin dal primo istante del risveglio, anzi prima ancora, dal piombo delle membra indolenzite, dalle termiti invisibili che rosicchiano gli alluci, l’ultimo lembo di sogno si è già fatto preghiera: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Per questo, mentre voi scribi e farisei affidate a polizze assicurative e fondi d’investimento il vostro futuro, egli vi precederà scalzo nel Regno dei Cieli”.
(da Devoti a Babele, Bologna, Perdisa Pop 2008)

5) Come si forma un’opera nella tua officina?

Non sono un buon osservatore. Difficilmente la mia “visione” iniziale parte da incontri o esperienze personali. I miei romanzi sono episodi di una parabola che nasce dall’interno, una sorta di fenomenologia dello spirito che non segue un disegno prefissato, ma si chiarisce via via e cerca ogni volta l’immagine per avanzare di un passo: la trova in aspetti della condizione umana che assumono un carattere metaforico e possono essere molto distanti tra loro. Ad esempio i miei due prossimi romanzi in uscita presentano come protagonisti un giocatore d’azzardo e un tranquillo professore con figlia adolescente. Una volta “vista” la scena primaria, mi do tempo un mese per dettagliare una scaletta dei capitoli e sei mesi per scrivere il romanzo. Poi un mese di pausa, dove nemmeno apro il file e faccio altro. Quindi lo riprendo, lo rileggo e correggo quel che mi suona stonato.

6) Qual è il tuo maggior cruccio, rispetto a quanto hai finora scritto?

Essere entrato nel mondo dell’editoria nel decennio del “noir”, che ha fagocitato la narrativa e irretito gli operatori del settore (editor, agenti, librai) costringendo a spacciare per romanzi di genere tutto quello che si voleva vendibile a un pubblico più ampio degli estimatori di Gadda e Manganelli. L’equivoco ha coinvolto pure me; i miei primi romanzi sono stati presentati in questo modo e faccio fatica a liberarmi dall’ipoteca.

7) La critica più intelligente che hai ricevuto diceva che …

«La battaglia prosastica di Valter Binaghi è contro la potenza del simbolo o meglio, contro l’imbecillità umana che non avverte il simbolo come via interiore, come veicolo di Grazia e amore, per ricondurre se stessi a se stessi e, quindi, agli altri»
(Giuseppe Genna).

Valter Binaghi è nato nel 1957 in provincia di Milano, dove risiede con la moglie e due figli; insegna storia e filosofia in un Liceo scientifico. Cantante blues, ha fondato diverse band come i Blues Ortiga, Blue Valentine, Doctor Blue and The Healers, Robinia Caravan.
Ha scritto i romanzi: L’ultimo gioco, con Edoardo Zambon (Milano, Mursia 1999), Robinia Blues, (Palermo, Dario Flaccovio Editore 2004), La porta degli Innocenti (Palermo, Dario Flaccovio Editore 2005), I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti, cronista padano (Milano, Sironi 2007), Devoti a Babele (Bologna, Perdisa Pop 2008), Ucciderò Mefisto (Bologna, Perdisa Pop 2010), I custodi del talismano (Milano, SottoVoce 2010).

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