Doctor Blue and Sister Robinia

giugno 30, 2011

Cosa ne pensa CARLO GAMBESCIA

(Da: “Linea”, 30 giugno 2011)

Binaghi e Mozzi, tifano per un «cristianesimo-cattolicesimo» dell’amore. Se si vuole, delle emozioni, poco sociologico, molto immaginario o immaginato… (…) questo modo trotzkista (il movimento è tutto, l’istituzione nulla) di intendere il «cristianesimo-cattolico» è molto pericoloso. Perché rischia per un verso di distruggere un equilibrio bimillenario, frutto di necessari compromessi (perché sociologici) tra istituzioni e movimenti, mentre per l’altro di impoverire quella cultura della mediazione che, piaccia o meno, è necessaria a una Chiesa che pur non essendo del mondo deve comunque parlare al mondo.

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giugno 29, 2011

NE’ CAROGNA NE’ PARASSITA. LA FILOSOFIA DEL SENSO COMUNE di V. Binaghi

Dedicato a G.D.M.

Quando indicando qualcosa non intendiamo significare soltanto la sua individualità, ma il suo modo di essere, condiviso con altri fenomeni a quello assimilabili, noi abbiamo un concetto. Ad esempio, se questo che ho davanti è un sasso, appartiene a una certa generalità di fatti di natura e la medesima parola che uso per indicare questo serve anche ad indicare gli altri. Se invece ho deciso di dipingerci sopra occhi bocca e naso e di chiamarlo “Pippo, il mio fermacarte”, ecco che questa espressione si adatterà ad esso ed esso soltanto. E’ importante rilevare che un nome proprio non fa altro che indicare un fatto di cui si potrebbe ignorare tutto tranne che accade, mentre quel nome comune (“sasso”) che supporta un concetto, esprime la forma di un essere possibile, cioè un certo tipo di intelligenza. Questo però non è pacifico per tutte le scuole filosofiche. Un concetto è formalmente ma non materialmente separabile dalla parola che lo indica, così da risultare per molti solo un sinonimo della parola stessa. Ovviamente questo accade perchè costoro hanno già deciso che non esiste niente altro oltre ai fatti materialmente individuabili e ai segni materiali (anche le immagini mentali, sono pur sempre qualcosa di materiale, in quanto tracce di percezioni) che li indicano. Se poi io dico “sasso” per questo e per quello, è perchè l’esperienza che faccio dei due fatti ha qualcosa di simile, ma questo non dice niente su ciò che essi “sono”. Questa posizione ha una sua dignità filosofica, si può riconoscere nel nominalismo di un Ockam o di un David Hume e ha finito col risultare egemone nel pensiero contemporaneo. L’altra, con varie sfumature, si potrebbe definire “realismo” in quanto attribuisce un valore di realtà a ciò che è compreso nel concetto (quel “modo di essere” o “essenza” di cui si parlava più sopra), ed è quella che domina la filosofia antica (Platone, Aristotele) e medioevale (Tommaso d’Aquino su tutti): essa distingue la conoscenza sensibile dal linguaggio e nel linguaggio la parola dall’atto di capire che dà luogo al concetto – precisamente in questo atto e nel suo oggetto proprio, la “quiddità” o “essenza”, riconosce un modo di essere che trascende quello della materia. Queste due scuole di pensiero appaiono inconciliabili e la storia della filosofia occidentale vive in gran parte della loro opposizione dialettica: in effetti, entrambe assolvono una funzione importante nella genesi e nell’evoluzione di una cultura. Il realismo prende “sul serio” l’oggettività dei concetti, e legittima rappresentazioni del reale di tipo teologico, politico o scientifico che tendono a imporsi come “la vera realtà”. Quando i significati condivisi su cui questa rappresentazione si fonda non sono più tali, ecco che quella “visione del mondo” assume i tratti di una scolastica, sempre meno capace d’interpretare la fluidità dell’esperienza e i nuovi bisogni che l’epoca manifesta. A quel punto di solito sorge una corrente di “nominalismo” che, negando validità ontologica a quell’impianto teorico, riporta l’accento sul valore singolare e irripetibile dell’esperienza e manifesta scetticismo circa la possibilità di conoscere la “vera natura” delle cose. Questo tipo di reazione risulta salutare: il vecchio impianto si sgretola, ma solo per lasciare posto a nuove intuizioni che, progressivamente, tenderanno a strutturarsi a loro volta in un “sistema” di pensiero. A sua volta, questo mio modo di “narrare” l’avvicendamento di questi due atteggiamenti fondamentali del filosofare, ha un carattere storico, teoreticamente neutro, il che significa che nessuno dei due, presi in questi termini, è in grado di soddisfare la mia aspirazione a comprendere il fenomeno della conoscenza umana. Il quale, prima che sulla formazione dei concetti complessi, si fonda sulla nostra capacità di fare esperienza delle cose e di orientarci nel mondo – ciò che alcuni definiscono “senso comune”.

L’esperienza è il livello primordiale della conoscenza, e la sua interpretazione è decisiva per la formazione di una compiuta teoria della conoscenza, ma l’esperienza è tutt altro che la perturbazione che interviene a modificare una “tabula rasa”, come pensava Locke alle origini dell’empirismo inglese. L’esperienza si integra a un decorso comportamentale già strutturato, che nell’uomo risulta costituito da livelli distinti: uno biologico, uno sensoriale-affettivo e uno intelligente. L’intelligenza infatti non è il risultato di un atto di capire, ma ne è il presupposto; come disse Leibniz a Locke, “non c’è niente nell’intelletto che prima non sia passato dai sensi, tranne l’intelletto stesso”. Il che significa che ogni singola esperienza, oltre a prodursi in un soggetto biologicamente orientato a sopravvivere, si propone a un soggetto in cerca di soddisfazione sensibile, ma soprattutto viene intelligentemente compresa alla luce di esperienze precedenti e utilizzata per adempiere a un obiettivo razionalmente concepito. Questo, data l’universale condizione umana, basterebbe a radicare l’esperienza in un contesto che si potrebbe definire di “senso comune”, ma non basta.
Gran parte del mondo che abitiamo non è fatto di fenomeni naturali, di appetiti elementari e di memoria soggettiva, ma di significati condivisi: concetti, per l’appunto, che all’interno di una certa cultura non solo definiscono esperienze, ma in misura notevole contribuiscono a strutturarle, operando selezioni e accorpamenti. Mentre si può capire facilmente che le nostre caratteristiche corporee (la posizione eretta, il pollice opponibile e cose del genere) condizionano universalmente il nostro approccio e quindi la nostra esperienza delle cose, è più difficile separare ciò che viene attribuito al senso comune dal cosiddetto “buon senso” (cioè dai significati condivisi in un gruppo sociale) che risulta ovvio ai membri di una certa comunità storico-culturale, e magari stravagante o del tutto inopportuno ai membri di un’altra. Un esempio: è evidente che l’interesse sessuale è una componente importante nell’approccio dell’uomo ai suoi simili; è evidente anche che l’unione eterosessuale è una condizione necessaria della procreazione. Tuttavia, che l’omosessualità sia una pericolosa forma di devianza, è opinione diffusa in un certo periodo della cultura occidentale influenzata da una certa interpretazione della sessualità nella Chiesa cattolica, mentre non è affatto condivisa nella Grecia di Platone e lo risulta sempre meno anche all’Occidente contemporaneo.
Si potrebbe dire che la filosofia (l’intelligenza specializzata) si rapporta al senso comune (quel misto d’intelligenza e opportunità che rende possibile sopravvivenza e adattamento sociale) non come alla propria antitesi ma come alla propria origine, rispetto alla quale cerca però di separare il grano della costituzione universalmente e ragionevolmente umana dal loglio dei pre-giudizi diffusi all’interno di un certo ambiente storico-culturale. Se intendiamo le cose in questi termini, possiamo condividere qualche provvisoria conclusione:
1) La filosofia, prendendo le parti di ciò che è ragionevolmente e universalmente umano, è un potente fattore di emancipazione, in quanto insegna a separare il mito dalla storia, la magia dalla scienza, la superstizione dalla religione
2) La filosofia, sostituendosi al senso comune anzichè proporsi di emendarlo costantemente, può rischiare di diventare mera ideologia, cioè una costruzione teorica che pretende di incorporare il rigore della scienza e il radicalismo della religione col risultato di sacrificare la realtà dell’esperienza alle pretese di una scuola di pensiero. La scissione che ne deriva per il soggetto, costretto a vivere in un mondo inconcepibile e a rapportarsi intellettualmente a modelli impraticabili è una delle più gravi malattie dell’uomo contemporaneo.
3) L’unico modo per evitare che questo avvenga è considerare il senso comune emendato come un criterio di verità pratica, rispetto a tutte quelle affermazioni che non si limitano a rapportare concetti a concetti, ma pretendono di interpretare con modelli teorici l’esperienza umana.

Già nei secoli XVI e XVII alcuni si resero conto del carattere pericolosamente ideologico delle principali scuole filosofiche (razionalismo, empirismo) e provarono a operare una correzione tentando una rifondazione della filosofia a partire dal senso comune emendato (Blaise Pascal, Thomas Reid, Giambattista Vico). Si trattò per lo più di profeti inascoltati, a trionfare fu il criticismo, ossia quella sorta di ideologismo trascendentale professato da Kant. Dopo la catastrofe dell’ideologia filosofica (idealismo e positivismo), non mancò chi denunciasse il carattere intimamente illusorio della pretesa filosofica alla conoscenza (in modi diversissimi, Kierkegaard, Nietzsche e Marx), ma risulta evidente dalla storia del secolo seguente che l’alternativa alla ragione è la volontà di potenza, ossia la legge della forza. Finalmente, all’inizio del XX secolo si produssero due tentativi filosofici di grande importanza e significato, rispetto ai quali la maggior parte dei pensatori odierni risultano degli epigoni, parlo dell’intuizionismo di Bergson e della fenomenologia di Husserl. In entrambi si manifesta un rifiuto dell’ideologia scientista e un orientamento a ritrovare le radici della conoscenza nel concreto vivente (la “durata” per Bergson, il “mondo della vita” per Husserl). Mentre il primo aspetta ancora degni continuatori della sua opera (importanti suggestioni bergsoniane si trovano in Deleuze, di cui però ripudio l’impianto di fondo), a partire da Husserl si sono sviluppate analisi esistenziali di grande importanza, come quelle di Heidegger, Scheler, Jaspers, Merleau Ponty. Insieme a una meditazione costante degli scritti di Bergson questa direzione rappresenta a mio avviso una delle correnti più vive del pensiero contemporaneo, e ha assorbito gran parte dei miei interessi negli ultimi decenni.

giugno 28, 2011

LA TAV – QUEL CHE SI DOVREBBE SAPERE…

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 4:03 pm
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Intervista al prof. Marco Ponti del Politecnico di Milano, a cura del blog di Beppe Grillo.

giugno 27, 2011

ISLANDA: UNA SOLUZIONE AL DEBITO PUBBLICO di Davide Battista

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 4:41 pm
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(Da: Borsa Forex Trading Finanza)

Una banca non consiglierà mai strategie di crescita senza debito. Dagli anni novanta, gli Stati europei, consigliati da funzionari e dirigenti bancari, hanno adottato una politica economica incentrata sulla diffusione del debito, attraverso la vendita di nuovi immobili. La strategia, apparentemente semplice, prevedeva nuove costruzioni da vendersi con mutuo in modo da consentire il pignoramento il più velocemente e in numero più alto possibile e tenere così strutturalmente insoddisfatta la domanda abitativa. A questo scopo, sono state implementate le soluzioni di sostegno più diverse. Sono state adottate su larga scala politiche del lavoro precario, soluzioni urbanistiche destinate all’abitabilità di breve periodo, forme di aggiottaggio (sottrazione al mercato) delle cubature preesistenti, sviluppo della conflittualità sociale, accentramento dell’informazione, delle amministrazioni locali e così via.

Questa soluzione, si pensava, avrebbe permesso di rinnovare il ciclo con nuove abitazioni, nuovi mutui, nuove espropriazioni e ancora nuove costruzioni, pressochè all’infinito. I capitali delle grandi aziende e degli Stati, convertiti massicciamente in immobili, sarebbero in questo modo cresciuti di valore, migliorando i rating sui mercati finanziari ed attirando nuovi prestiti e nuovi capitali. L’aumento fuori controllo della cementificazione, dei senzatetto o degli indigenti erano semplicemente considerati un trascurabile effetto collaterale, il prezzo naturale dello sviluppo, tuttalpiù da nascondere o da allontanare il più possibile nel tempo, se non addirittura una opportunità di guadagno (con l’aumento della precarietà sociale, della conflittualità, aumenta la domanda di prodotti assicurativi, di immobili e, dunque, di mutui…).

In pratica il valore degli immobili non aumentava per effetto dell’aumento della domanda reale, ma per effetto della sottrazione agli scambi delle case esistenti su larga scala, di incentivi illimitati per quantità e forme al settore dell’edilizia, di una incessante propaganda e dell’imposizione di acquisti di immobili a qualunque persona o azienda, a qualunque titolo. Da ultimo, ad es., il mutuo immobiliare è stato persino inserito come requisito legale per gli immigrati al fine di ricevere la cittadinanza di alcuni Stati (Italia).

In questo modo, però, l’altro effetto indesiderato era quello di produrre titoli di credito (a cominciare dalla stessa moneta) garantiti da immobili il cui valore reale diventava sempre più inconsistente non poggiando su un’aumento reale della domanda, ma soltanto su soluzioni coercitive o contabili, più o meno legali, di ogni tipo. La soluzione fu subito suggerita dai soliti consiglieri bancari: questi titoli di credito “inconsistenti” si sarebbero ben potuti strutturare ed occultare all’interno di contratti finanziari da distribuire in tutte le casse mondiali, ricorrendo alle tecniche di ingegneria finanziaria e allo sviluppo dei più fantasiosi strumenti d’investimento. Niente di più facile d’altra parte, dal momento che lo stesso consigliere assisteva anche gli investitori. Un esempio classico di compratore e venditore con lo stesso consigliere e dallo stesso consigliere entrambi raggirati. I cosidetti “subprime”, sono stati inseriti ovunque e sotto qualunque forma: obbligazioni di Stato, obbligazioni bancarie, strumenti derivati, casse previdenziali, fondi assicurativi, hedge fund, sovereign wealth fund, ecc. Si sono salvati in parte solo i migliori fondi d’investimento grazie alla loro trasparenza, ma in qualunque altra parte la visione risultava meno cristallina il debito nascosto è prolificato fuori controllo. Si stima che attualmente l’intera liquidità mondiale non sarebbe sufficiente a pagare i titoli tossici in circolazione e per svariate volte. Nel 2008 la bolla è scoppiata, ma le prassi sono rimaste le stesse. Le banche hanno continuato a consigliare governi, parlamenti e autorità, aziende e individui, hanno continuato a promuovere nuovo debito, nuovi immobili e la situazione ha continuato ad aggravarsi. I prezzi immobiliari non hanno ripreso a salire all’infinito, i capitali mondiali non hanno ripreso a crescere senza limiti, le economie europee non hanno smesso di accumulare inconsistenza e gli investitori hanno continuato a fuggire.

Nel frattempo le banche si sono preoccupate di mettere al riparo loro stesse. Potendo ricorrere direttamente al potere legislativo dei parlamenti europei, (da decenni dirigenti bancari, assicuratori e uomini politici coincidono, ormai, spesso addirittura nelle stesse persone) hanno trasferito i loro debiti, ormai fuori controllo, nei debiti pubblici degli Stati, a volte in modo più trasparente, come in Irlanda, altre volte in forma del tutto oscura, come in Italia. I debiti degli Stati sono esplosi e le economie nazionali sono state trascinate in una spirale di derating e fuga dei capitali che stà tutt’ora allargandosi senza soluzione di continuità.

L’Islanda ha adottato una soluzione diversa: far pagare alle banche responsabili i loro debiti, indicendo un referendum popolare. In questo modo le banche hanno dovuto dichiarare fallimento, ma senza trascinare l’intera nazione con sè. Ha dovuto ammettere anche il Fondo Monetario Internazionale, che il fallimento delle banche ha rivitalizzato l’economia nazionale, in quanto le imprese hanno potuto finalmente accedere al capitale privato e a quello dello Stato, trovando risorse integre per riorganizzarsi e ripartire. Gli investitori mondiali hanno smesso di acquistare titoli di Stato in modo indifferenziato e hanno preferito le emissioni Islandesi rispetto alle altre, proprio per la ritrovata qualità dei fondamenti dell’economia. Come affermato dal premio Nobel per l’economia, Paul Krugman – e approvo! – punire la popolazione per salvare banchieri incapaci è persino peggiore di un crimine; è un errore.(1)

1) Cfr.: Paul Krugman, “Eating the Irish”, The New York Times, November 25, 2010.

giugno 26, 2011

NAPOLI E’ LA GRECIA CHE GIA’ SIAMO di Wu Ming

Filed under: Cronache,Pensiero — vbinaghi @ 1:59 am
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(…) Ciò che è in corso è un’africanizzazione della crisi nella zona euro, spinta da enormi flussi speculativi della finanza globale. Forze imponenti spingono per l’assimilazione dell’intero Mediterraneo alla fascia nordafricana, una specie di cuscinetto speculativo tenuto al guinzaglio dalle organizzazioni economiche internazionali con il cappio dei debiti sovrani e della massa degli interessi usurari. L’esproprio progressivo di una quota ormai totalizzante di ricchezza, di risorse, e tout court di sovranità politica. Si offre come soluzione la vendita a pezzi di un paese come la Grecia, la messa sul lastrico di milioni di persone, solo per onorare assurdi debiti che non abbiamo contratto, e ad assurdi tassi decuplicati rispetto agli originari.
A guerra e sfida “africana”, urge risposta “sudamericana”.
I popoli dell’altra sponda del Mediterraneo lo hanno già capito. Altri, con durezza o intuizione, stanno già sperimentando le conseguenze.
Bisogna avere il coraggio di affermare che è la strategia del debito a dover essere messa in discussione. Che non sta scritto da nessuna parte che le banche non possano fallire, mentre cittadini e imprese e amministrazioni sì e andare in malora. Che la sottrazione sistematica delle già scarse risorse disponibili è diventata inaccettabile. Che tutto va rinegoziato su basi completamente nuove, o non avranno nulla. Che non è possibile che le agenzie che ieri vendevano Lehman’s al massimo dell’affidabilità, oggi siano ancora più potenti e decisive sui destini di intere aree geografiche. Che non subiremo inerti l’ultimo raid predatorio che arriva a fiumi e laghi, monumenti e palazzi, spiagge e colline. Che non pagheremo quel debito, perché è un’estorsione e un ricatto. (…)

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giugno 25, 2011

Che cosa ne pensa ALBERTO CELLOTTO

Binaghi e Mozzi hanno scritto un libro coraggioso che si ritrova a svolgere una funzione di disturbo. Il loro intento appare quello di scrostare il dibattito pubblico dalle posizioni asfittiche in cui si è seduto, provare a restituire e ricostruire un messaggio rivoluzionario che ha perso presa e magnetismo. Ci siamo mai chiesti cosa accadrebbe se qualcuno come Gesù Cristo, al di là delle riflessioni storiche che si possono fare sulla sua figura, si presentasse oggi sulla terra? Lo inviterebbero al Maurizio Costanzo Show o da Marzullo?

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giugno 24, 2011

VOI CHE VOTO GLI DATE? di Roberta Borsani

(Da: La fata centenaria)

Tu che voto le dai?, lo spottone di Tre Italia con Teresa Mannino e Raoul Bova, è uno dei tormentoni dell’estate. Una pubblicità deficiente, destinata a un pubblico di deficienti, pensata da…
L’idiozia ha decisamente preso il sopravvento nel nostro paese, vuole farci da maestra e insegnarci a contare. Non mancheranno i gigioni, quelli che si faranno prendere per mano: tanto è per scherzo! Già immagino sulle spiagge ragazzini e signori di rispettabile età: tutti a dare il voto alle vicine d’ombrellone. E’ roba da trogloditi, da villani, da coglioni? Ma va’, dopo la coppia Mannino-Bova si può, risponderanno. Volerà qualche sberla, magari qua e la scoppierà una rissa, quel minimo di fair play cui eravamo ancora abituati si prosciugherà insieme al sudore di chi, disteso sulla sabbia, cercherà l’abbronzatura da “quarantanove”. Ma sì, chissenefrega. La pubblicità “prende” e darà i suoi risultati. Il marketing detta le regole. Il rispetto per la persona, la dignità, la fiducia degli individui nei loro simili (che svanisce laddove il loro sguardo li riduce a cosa misurabile), hanno fatto un altro salto indietro, ma chissenefrega: allegria! allegria! Non aumenteranno solo le vendite del prodotto pubblicizzato, ma anche quelle dei prodotti dimagranti: dai pasti ipocalorici alle creme anticellulite agli attrezzi ginnici. Aumenteranno i clienti dei centri estetici e delle palestre. Qualche sperduta ragazzina -ho già visto in giro nei social forum- si interroga angosciata: “Cos’hanno le ragazze da 5 e 5 e 1/2 che non va? A me sembravano già carine… troppo grasse, troppo basse, troppo magre?”. Tanti spensierati maschietti hanno riso loro in faccia: ma non capite che è ironia? Allegria! Allegria! E poi, togliamoci la maschera: dare i voti ai rappresentanti dell’altro sesso, è una cosa che i tredicenni hanno sempre fatto, e adesso, è vero o non è vero che siamo tutti indistintamente fermi ai tredici anni? Non facciamo gli ipocriti: noi “siamo” così, come nello spot di Tre Italia.
Beh, se questa è la verità, siamo proprio diventati un paese di mentecatti. Ma io preferirei dire -per rispetto ai molti che la maschera se la sono tolti da un pezzo e non ci hanno trovato sotto la faccia propagandata dai media- che i mentecatti trovano di che consolarsi nel nostro paese. Parliamoci chiaro: certe immagini pubblicitarie non dovrebbero andare in onda, dovrebbero anzi essere censurate, oltre che dal buon gusto, da appositi organi vigilanti (che in altre occasioni intervengono, eccome). Invece noi le amplifichiamo. In altri paesi proibiscono di produrre abiti di taglia inferiore alla quarantadue per dissuadere le ragazze da propositi di dieta suicida. Noi no. Noi diamo i voti.
La figlia di una mia amica si rifiutò a quindici anni di continuare ad andare al campeggio dell’oratorio perché là i maschi davano i voti, e poi li rendevano pubblici, appendendo l’elenco all’esterno della tenda principale (dove anche meditavano!). E il prete, il giovane prete che di sensibilità adolescenziale doveva avere una certa esperienza? Di fronte alle proteste ha sì staccato l’elenco, ma intanto rideva: trovava la cosa molto divertente. La figlia bellissima della mia amica non è più andata né al campeggio né all’oratorio. Trovava offensivo anche finire ai primi posti, pensate un po’. La sua compagna invece, una ragazza pallida e obesa, al ritorno dal campeggio si chiuse in casa per un mese e ne riemerse cupa, incazzosa e ingrassata. Sono passati tre anni, ma non ha più ritrovato l’ingenua fiducia che un tempo riponeva nei suoi coetanei. Lei era in fondo alla lista naturalmente (talmente in fondo da risultarvi solo in quanto “esistente” ed appartenente al gentil sesso, perciò “misurabile”) : una cosa che non dimenticherà di sicuro.Mai.

Per quanto riguarda i protagonisti di questa pubblicità, non voglio nemmeno prendere in considerazione Raoul Bova, non ho mai trovato interessanti le sue doti artistiche e pertanto non mi è mai venuta voglia di verificare quelle umane. Ma Teresa Mannino non doveva accettare di avallare una cosa del genere, almeno come donna. Certe cadute si possono accettare solo da persone disperate. Si può vendere il corpo, il voto, il nome, la casa e anche altro, per fame. Si può, e io capisco. Ma Teresa Mannino, donna di spettacolo ormai di successo, perché ha fatto questo?

giugno 22, 2011

NE’ CAROGNA NE’ PARASSITA. LA MISTICA DELL’ARTE di V. Binaghi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 5:26 pm
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Dedicato a G.M.

Se in un paese straniero vi capitasse di trovare un cartello stradale con una scritta che non riuscite a decifrare, immediatamente sareste sommersi da un senso d’inquietudine, e il primo pensiero sarebbe quello di arrestare l’auto, per capirne di più: può darsi infatti che qualche pericolo vi attenda alla prossima svolta, la cui ignoranza potrebbe esservi fatale. Una lingua è innanzitutto lo strumento di una condivisione, e per sua natura è limitatata a quella comunità d’esperienza che un tempo si chiamava patria.
Tuttavia, se al posto di un cartello con una scritta, a richiamare la vostra attenzione fosse un’immagine, una scultura, o un qualche tipo di istallazione dal sapore vagamente artistico, l’effetto sarebbe diverso. Certamente ne verrebbe stimolata ugualmente la vostra curiosità, ma non per decifrarvi un compito da eseguire bensì per immergervi liberamente in quella forma lasciandovi per così dire “pascolare” la fantasia. Certamente l’autore di quel segno ha avuto uno scopo nel forgiarlo ed esporlo alla pubblica percezione, ma quello scopo non coincide con una intenzione definita che esige una definita risposta, bensì con una presentazione del proprio vissuto, che si presume condivisibile non al livello della decifrazione ma piuttosto a quello del contagio. Si dice a volte che l’entusiasmo è contagioso, ma in effetti anche la tristezza lo è, e lo stesso si può dire dei sentimenti più profondamente umani. I sentimenti si possono esprimere, ma non definire, e questo non perchè una lingua abbastanza evoluta e precisa non possa fornirne una nomenclatura ineccepibile, ma perchè ciò che il sentimento chiede non è di essere classificato, ma di essere condiviso. Non so se vi è mai capitato di iniziare a raccontare in pubblico un episodio fatidico della vostra o di altrui vita, infervorandovi via via e mimando la scena, assumendo il tono e la postura del narratore, e di essere pedantescamente interrotti da un tizio che vi corregge un congiuntivo. Vi salterebbero i nervi e avreste ragione: i congiuntivi hanno il loro bel perchè (specialmente a scuola), ma i migliori affabulatori che ho conosciuto nella mia infanzia si esprimevano in dialetto o in un italiano piuttosto sgrammaticato, e non cambierei il loro incedere barbarico con la filologica precisione di una prolusione accademica.
La narrazione, come qualsiasi altra forma d’arte, nasce per aggregare un pubblico non intorno a un sistema di regole nè intorno a un lessico cui giurare fedeltà, ma intorno a un vissuto la cui pregnanza appare percepibile a molti, senza che nè l’autore nè i fruitori sappiano o vogliano tradurla in termini concettuali. Si tratta di qualcosa come un valore, che si propone innanzitutto per essere assaporato e, se la forma artistica che lo rende percepibile riesce nel suo intento, può darsi che essa entri nella consuetudine simbolica di una comunità, come è accaduto alla coppa, alla spada, alla torre, alla madre che sottrae i figli a un padre indegno e all’uomo che cavalca solitario, che hanno attraversato l’antichità e il medioevo occidentale per ripresentarsi puntuali nella galassia futuribile di Guerre Stellari. Tuttavia, per quanto divenga patrimonio acclarato all’interno di una cultura, l’immagine artistica non smette mai di comunicare universalmente, al di fuori di un circolo puramente linguistico: ricordo ancora la fascinazione che mi pervase quando per la prima volta osservai su un libro figure animali e motivi geometrici del tutto estranei all’estetica occidentale, dipinti su corteccia dagli aborigeni australiani.
Quando l’intero patrimonio concettuale di una cultura finisce sotto accusa, in quanto compromesso o addirittura responsabile di una rappresentazione del mondo che per vari motivi risulta ormai inaccettabile, è all’arte che si chiede una rigenerazione del linguaggio e della percezione. L’immagine artistica, che sgorga da profondità ultrarazionali, dove istinto e spirito sono ancora inconsapevoli della propria differenza, è sembrata ai romantici (Schelling prima di tutti) la chiave di volta di un nuovo pensare, che riporta l’Essere all’evento del Linguaggio. Più laicamente, si può dire comunque che essa offre alla società un’immagine inedita di se stessa, come in un controcampo rispetto a quella che è la sua visione predominante.
Dall’arte si può imparare molto sulla vita, ha affermato con forza Nietzsche, e questo è il significato più univocamente condiviso tra le lezioni contraddittorie che si possono trarre dalla sua opera. Purtroppo è mancato a lui e ai suoi ammiratori (Walter Otto per dirne uno, Martin Heidegger per dirne un altro), il senso più profondo della distinzione tra arte e mito. Entrambi infatti provano a svelare la società umana a se stessa, ma l’una incarnandone i sogni, l’altro dando forma alla pulsione vitale: in altri termini, l’una rispondendo a un impulso espressivo, l’altro alla necessità di organizzare una condotta. E’ difficile separarli compiutamente uno dall’altro, ma ignorare la loro distinzione è letale per ogni ermeneutica, a cominciare da quella Heideggeriana.
La strada dell’arte, affermò Heidegger a margine di quella che riteneva una necessaria “distruzione” della metafisica occidentale, è quella di un’UrSage, un dire originario. Purtroppo il vate della Foresta Nera equivocò sulla portata di questa originarietà, e per un istante che gli fu fatale s’imbarcò coi Lupi, che ascoltavano Wagner e intanto restauravano il mito della caccia e della preda. Dopo quel disgraziato incidente, Heidegger insistette molto sul fatto che l’accadere dell’Essere nel linguaggio è qualcosa di oscuro, non privo di ambiguità, ma il problema di fondo è l’onto-teologia che domina l’occidente, un pensiero irrimediabilmente votato all’oggettivazione, che va assolutamente lasciato consumare fino all’estinzione spontanea: in attesa tocca bere fino in fondo l’amaro calice dell’angoscia, l’ “essere per la morte” e tutte quelle cose che hanno sempre contraddistinto il monaco accidioso nei vecchi trattati di spiritualità.
Per quanto riguarda invece la tradizione di una spiritualità e di una teologia viventi, cioè quelle cristiane, che contro le potenze oscure del mito avevano già approntato un “pharmakon”, Heidegger ha opportunamente deciso di non misurarcisi, liquidandole come estensioni della famigerata onto-teologia metafisica (sorta di vibrione iperuranico, che estende le sue metastasi dai dialoghi platonici al gioco dell’oca). Così, dopo quelle di Holderlin e di Nietzsche, si consuma anche la tragedia dell’ultimo epigono del romanticismo il quale, dopo aver smantellato pazientemente ogni residuo della forma classica e cristiana della teologia, dichiarava in punto di morte che “solo un Dio ci può salvare”, senza osare un passo oltre il nume sconosciuto dell’Areopago.

giugno 21, 2011

DIECI BUONI MOTIVI PER ESSERE CATTOLICI

PERCHE’ LA PROFEZIA DA’ VITA ALLA CHIESA

In un orizzonte secolarizzato come quello del mondo contemporaneo, il profetismo si manifesta come un fenomeno politico più che religioso, in circostanze ricorrenti. Ogni tesoro si consuma, se non è alimentato, anche quel tesoro d’esperienza che è la comunità. La minaccia interna dell’invecchiamento e del ripiegamento egoistico su di sé, abbinata a quella esterna di eventi catastrofici o influenze striscianti che mettono in pericolo l’identità comunitaria, inducono la percezione della crisi, e sono le crisi collettive che reclamano il profeta. Il profeta non è un teorico che fornisce modelli e ragioni ma un uomo d’azione che scuote il corpo sociale e addita il male da estirpare. Man mano che il profetismo europeo si allontana dalla originaria ispirazione cristiana (ancora riconoscibile in Girolamo Savonarola), il profeta chiede sempre meno la conversione dei cuori e sempre più la chiamata alle armi contro un avversario, naturalmente all’inizio in nome di Dio, poi di un Assoluto che pretende incarnarsi nella storia in forma di Stato Etico fino al puro e semplice “interesse nazionale”. Da Thomas Müntzer e Oliver Cromwell, che vogliono una nuova Gerusalemme fertilizzata dal sangue dei nemici a Robespierre, Lenin, poi Mussolini e Hitler, fino alle attuali caricature di leader catodici o padani, ciò che sorregge il profetismo politico non è tanto la sua ideologia solitamente approssimativa, ma la facilità con cui addita il nemico da eliminare, il capro espiatorio con cui la comunità può assolvere se stessa senza doversi emendare: c’è sempre un peccatore, un nemico di classe, un avversario ideologico, una razza inferiore o un immigrato ingombrante purgata dai quali la comunità ritroverà pace e prosperità.
Uno dei motivi per cui sono cristiano, è che Gesù è colui che gli antichi profeti hanno annunciato, e dunque proprio lui ci ha insegnato a difenderci dai falsi profeti. In effetti, il profetismo religioso trova la sua espressione più pura nella storia del popolo ebraico. Quali sono le sue caratteristiche ricorrenti? Innanzitutto egli prende su di sé le colpe della comunità, come avviene col profeta Osea: “Quando il Signore cominciò a parlare a Osea, gli disse: Va’, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore”. Egli è l’uomo mandato da Dio per redarguire il suo popolo, che si è allontanato dalle vie del Signore per vizio e superbia. Poiché l’amore e la predilezione di Dio per Israele sono stati traditi, l’adulterio è immagine frequente della colpa, mentre Israele è immagine dell’anima umana. Ma il profeta non si limita a minacciare: è la conversione che Dio chiede per bocca sua: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”. Il deserto è isolamento, penitenza, purgazione, distacco da un senso comune che si è corrotto. Un mezzo, non un fine. Il saggio va sul monte o nel deserto per trarre dal tesoro della sua esperienza un consiglio, ma una comunità fuorviata non ha più saggi né tradizioni cui rivolgersi, la salvezza viene d’Altrove. Il profeta invita all’ascesi per liberare il cuore da ciò che l’ingombra e l’intossica, e lasciare posto alla Parola di Dio che salva. Così Giovanni il Battista, nel Vangelo di Matteo: “Portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano”. Ma, se il profeta regala una parola di speranza agli umili che chiedono l’aiuto di Dio, dispiace solitamente ai potenti, e soprattutto ai rappresentanti del potere religioso che sull’attuale ordinamento della comunità hanno costruito le loro fortune. Così, nessun profeta è morto nel suo letto ma tutti hanno bagnato di sangue i gradini del tempio, salvo poi vedersi elevare un monumento dalla generazione futura, che ha dovuto subire le conseguenze delle profezie inascoltate.
Gesù stesso si comporta come profeta (anche se la Sua presenza al mondo non può ridursi a questo, perché Egli è l’annunciatore della salvezza ma anche la salvezza medesima), quando invita al pentimento (ma elargisce il perdono), quando scaccia i mercanti dal tempio (ma addita il Figlio dell’uomo come tempio dell’Altissimo), e soprattutto quando prende su di sé le colpe della comunità, come vittima innocente e agnello sacrificale, smascherando una volta per tutte il barbarico rituale del capro espiatorio che, secondo l’antropologo René Girard, è alla base della religione pagana e di ogni meccanismo di auto-assoluzione comunitaria. Eppure Gesù dice che la sua venuta non segna la fine dei tempi: il mondo dovrà ancora molto vivere e patire prima che ogni cosa sia compiuta. Prima viene il tempo dei falsi profeti, che anziché volgere la comunità a Dio nell’unico modo possibile, emendandosi dal peccato e accogliendo la grazia del perdono, resuscitano il rituale pagano del capro espiatorio e rinnovano gli ambigui fasti dell’idolatria, magari inchinandosi non al vitello d’oro di Aronne, ma alle formule magiche di una tecnologia ultrapotente, cui ogni responsabilità umana viene sacrificata. Come riconoscerli? Basta paragonare il profeta presunto a Gesù, per accorgersi di chi è il vero e chi è il falso, e della differenza che c’è tra un Savonarola e un Cromwell.
Anche la Chiesa, come ogni comunità, ha bisogno di essere rinnovata nello Spirito, e dunque non può fare a meno del profeta. Dagli Atti degli Apostoli apprendiamo che ogni comunità cristiana delle origini ne aveva uno. Ivan Illich direbbe che a maggior ragione ne ha bisogno, perché chi custodisce il dono più grande corre il più grande rischio: quello di organizzare una cinta muraria a difesa di quel dono anziché diffonderlo presso le genti, o di farne il fondamento e la giustificazione di un potere, pervertendone totalmente il significato.

giugno 20, 2011

NE’ CAROGNA NE’ PARASSITA. LA MISTICA DEL NULLA di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 5:56 pm
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Dedicato a G.G.

Procedendo per sottrazione, il filosofo illuminista giunge là dove giunge il mistico, e per certi versi (e solo a certe condizioni) il loro percorso può divenire il medesimo. Infatti, per entrambi il criterio determinante è l’essenza, l’essere che necessariamente e permanentemente è, rispetto al quale ogni cosa creata, pronunciata e vivente appare mera apparenza, destituita di ogni fondamento, vanità delle vanità. Nell’aria rarefatta delle cime, irrespirabile perchè troppo pura, laddove Buddha e l’Ecclesiaste si congiungono all’aforisma di Gorgia (“nulla è, e se anche fosse non sarebbe pensabile, e se fosse pensabile non sarebbe dicibile”), pochi grandi solitari mettono la loro tenda.
Lì attendono, come lo sciamano siberiano nel suo sogno, di essere spolpati dai corvi, che giunti all’osso dello spirito gli restituiranno la sua libertà, dopo la consunzione di quell’ultimo residuo che è l’ego, l’intenzione dell’essere che essi interpretano come l’origine di ogni menzogna, inesausta polluzione d’immaginario, velo di Maya che irretisce l’universo.
Ma quale sarebbe allora l’ultima verità, l’Essere o il Nulla?
Quando si dice che il buddhismo è una religione atea avendo come obiettivo il Nirvana (“nulla di questo, nulla di quello”), mentre la Bibbia celebra la rimozione del sacro pagano in nome di “Colui che è”, si sacrifica all’esattezza filologica la verità sostanziale di due posizioni che letteralmente non affermano ma effettivamente tendono al medesimo, come si può facilmente vedere nel maestro della mistica cristiana, Giovanni della Croce(1):
“Per poter gustare il tutto,non cercare il gusto in nulla.
Per poter conoscere il tutto, non voler sapere nulla.
Per poter possedere il tutto, non voler possedere nulla.
Per poter essere tutto, non voler essere nulla.”
Quando si vuol trovare nell’illuminismo la radice delle “magnifiche sorti e progressive”, si è costretti a cercare nella stanza dei giochi di quella che dell’illuminismo fu l’infanzia. Se invece si volesse seguirne l’intera parabola fino a quello che ne fu il momento di estrema consapevolezza (dopo di esso solo stanche liturgie di ripetizione), si troverebbe la posizione solitaria e difficilmente accessibile dell’uomo di Recanati.
Non per stanchezza e anoressia del mondo (chi come lui seppe cantare la bellezza delle parvenze?) ma per adamantina devozione al vero, Leopardi osò prediligere, tra le molte maniere di vivere, non quella del sentimentale, che vede spirito in ogni cosa, nè quella del grossolano materialista, che ne gode spensieratamente la sensualità, ma “la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non hanno né spirito né corpo, ma son tutte vane e senza sostanza, e voglio dire dei filosofi e degli uomini per lo più di sentimento che dopo l’esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest’ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il nulla e il vuoto, e la vanità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla vita per modo che senza esse non è vita (Zib. 103).
Il che mostra quanto poco Leopardi avesse a che fare con il materialismo economico o libidinale che dell’illuminismo ha preteso di raccogliere l’eredità, esprimendo piuttosto un intento denigratorio e de-mistificante che risulta, stando alle categorie che abbiamo usato finora, pienamente aderente alla genia parassitaria.
D’altro canto, il solitario di Recanati ha poco a che spartire anche con l’ostinata resistenza di un sentimentalismo moribondo (la carogna romantica): basta leggerlo con la giusta spregiudicatezza per capire quanto il filosofo dello Zibaldone e il poeta degli Idilli siano una sola grande anima e non, come qualcuno maldestramente ha provato a sostenere (da De Santis in poi)per la tendenza tutta italiota a mettere preservativi alle idee spaventevoli, la contraddizione irrisolta di un uomo in cerca di se stesso.
A mero titolo di esempio, ecco la probabile fonte ispiratrice di una delle più celebri poesie leopardiane: non la sindrome di Peter Pan, seminascosta tra le pieghe dell’eroe decadente, ma esattamente una pagina del già citato Giovanni della Croce(2):
“Sono cinque le caratteristiche del passero solitario. Prima: si porta in alto il più possibile; seconda: non sopporta la compagnia nemmeno di quelli della sua specie; terza: tende il becco verso il vento; quarta: non ha un colore determinato; quinta: canta soavemente. Queste devono essere anche le caratteristiche dell’anima contemplativa, che deve tenersi al di sopra delle cose transitorie, comportandosi come se non esistessero, e dev’essere tanto amica della solitudine e del silenzio da non sopportare la compagnia di altre creature; deve protendere il becco al soffio dello Spirito Santo, corrispondendo alle sue ispirazioni, perché, così facendo, possa diventare più degna della sua compagnia; non deve avere un colore determinato, cioè non deve fissarsi in alcuna cosa, ma solo in ciò che è volontà di Dio; deve cantare soavemente nella contemplazione e nell’amore del suo Sposo.”
Direte: ma in Leopardi la finalità suprema è inespressa, Dio è il grande assente, l’orizzonte è puramente desertico.
Rispondo: il mistico del nulla è costretto al silenzio dal pudore estremo. Ciò che si può nominare è per lui irrimediabilmente compromesso con la degenerazione del possesso. Non confondete la purezza con l’aridità. E’ un esploratore che ha bruciato le sue navi, e avanza in un territorio sconosciuto: se volete vedere ciò che lui vede, dovreste stargli al passo.

NOTE

1) Tratto dalla splendida scelta di testi sul blog di Gianfranco Bertagni
2) Ibidem

giugno 18, 2011

DA IERI IN LIBRERIA

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un impressionante dilagare di pubblicistica dedicata alla religione cristiana cattolica. Un modo sicuro per fare cassa sembra essere quello di pubblicare libri che spieghino le malefatte della religione (e della Chiesa) cristiana cattolica; o, al contrario, che ne difendano a spada tratta la dottrina e le pratiche.
In realtà a noi sembra che oggi, in Italia, la religione cristiana cattolica sia una religione quasi sconosciuta.
Il dibattito pubblico – sia quello nei giornali, sia quello al bar – si sfoga a commentare le cautissime prese di posizione della gerarchia pro o contro le politiche dell’attuale governo, o a rivangare interminabili discussioni attorno alla morale sessuale, o a raccontare la storia di qualche prete abbastanza bizzarro – nel bene o nel male – da far notizia. Ma la religione cristiana cattolica è tutt’altra cosa.
È, prima di tutto, una narrazione: un insieme, un coacervo di narrazioni. È una storia d’amore difficile e contrastata – come tutte le storie d’amore – tra un creatore e le sue creature. È la storia di un’attesa della fine. È la storia di un Dio che contempla con meraviglia gli umani, e decide di sperimentare egli stesso il loro grande mistero, a lui sconosciuto: la vita nella carne e la morte.
È, insomma, la religione cristiana cattolica, un immaginario. Che può essere tenuto per vero o per, appunto, puramente immaginario: ma un immaginario è. Abbastanza vasto, grandioso e contraddittorio da “prendere” ancor oggi milioni di persone, da affascinare o intrigare artisti, narratori, cinematografari. E inoltre è, la religione cristiana cattolica, un’eterna liturgia: ossia un perpetuo rinnovare e inserire nel presente della storia e della vita, per mezzo della ripetizione rituale, gli eventi narrati dall’immaginario.
In questo libretto abbiamo tentato di presentare dieci componenti fondamentali dell’immaginario cristiano cattolico, che è nutrimento della nostra vita e del nostro pensiero. Non pretendiamo che l’essenza del cattolicesimo stia tutta in queste poche pagine, ma speriamo che chi lo leggerà capirà che il cristiano cattolico non è – per dire – una persona che ha dei problemi con i preservativi, ma una persona che aspetta con viva speranza la fine del mondo.
Non abbiamo voluto scrivere un ennesimo catechismo conformistico o alternativo. Non abbiamo voluto né compiacere la gerarchia né dispiacere a essa. Abbiamo voluto piuttosto mostrare qualcosa di cui ogni giorno noi due facciamo esperienza: che l’essere cristiani cattolici sembra essere oggi, in Italia, la più radicale diversità sperimentabile.

Giulio Mozzi e Valter Binaghi

PS. Sul libro c’è già un dibattito, qui

giugno 16, 2011

CAROGNA O PARASSITA? LE AVVENTURE DELLA FILOSOFIA di V. Binaghi

Alle origini della cultura umana gli antropologi svelano le cosiddette società organiche, ossia quelle forme di convivenza in cui l’universo sociale, il mondo della natura e lo scenario celeste in cui si muovono gli dei sono replicazioni analogiche della medesima intuizione essenziale, la cui sostanza è l’organismo vivente e la cui intelligibilità narrativa è affidata al mito. Per il mito il dramma cosmico e quello familiare (più o meno edipico) hanno la medesima struttura: per l’intelletto adulto (o presunto tale) del filosofo, esso è frutto della proiezione spontanea della mente ignorante che, come scriveva il Vico, fa di sè la regola dell’universo. Ma già agli albori della filosofia greca questa interpretazione illuministica del mito era pienamente formulata, visto che Senofane di Colofone (VI secolo a. C) poteva scrivere: “Se i buoi e i leoni avessero le mani o potessero disegnare con le mani e compiere opere come quelle che gli uomini compiono, i cavalli simili ai cavalli, e i buoi simili ai buoi dipingerebbero figure di dèi e plasmerebbero corpi come quelli che hanno ciascuno di loro.”
La relazione tra mito e logos, nella cultura antica, è però di tipo più dialettico che esclusivo: è vero che la coscienza illuministica del filosofo stigmatizza il grossolano antropomorfismo del mito, ma solo per lasciare che se ne riproponga una versione emendata, le cui valorizzazioni simboliche risultino accettabili alla coscienza evoluta. Basta vedere come l’analogia che vuole ritrovare il cosmo nello Stato e lo Stato nel cosmo (reperibile nelle forme imponenti dell’Egitto e della Mesopotamia) ritorni munita di una sua stringente razionalità nella struttura della Repubblica platonica. Fatti salvi alcuni episodi di carattere nichilistico (certi sofisti e i cinici), l’illuminismo greco non ha niente di quella coazione a negare che caratterizza, come vedremo, la post-modernità. L’analogia tra mondo della natura, interiorità dell’anima e ambiente divino resta a fondamento del paradigma filosofico e dà la sua ultima splendida versione di sè nel sistema di Plotino.
L’avvento del Cristianesimo (per altri versi radicalmente rivoluzionario rispetto all’auto-interpretazione dell’uomo) non ha mutato, ma anzi dato definitivo compimento a questo orizzonte. Il Cristo alfa e omega invera l’interpretazione antropocentrica del creato, anzi ne spiega moralmente i residui inassimilabili, e ne promette il definitivo svelamento (Apocalisse). Ma il cristianesimo non rappresenta (come molti si sono ostinati ad affermare) un’ostinazione del mito contro le richieste della filosofia. La componente più vitale dell’illuminismo greco, nella versione dell’episteme aristotelica, viene assimilata dal pensiero cristiano che è fin dall’inizio teo-logia, la quale trascende il cosmo naturale e le figure del mito per ancorarsi a un criterio di verità che è storico (l’incarnazione) e logico (la processione trinitaria come archetipo dell’atto d’intendere, che svela l’anima a sè medesima e ne addita le potenzialità, da Agostino a Tommaso).
Infatti, l’apogeo dell’analogia Mondo-Uomo-Dio si verifica nel pensiero umanistico, con l’ottimismo filosofico di un Cusano o di un Pico che, ben lungi dal rinnegare la teologia cristiana, ne dispiegano splendidamente l’eredità. Quel che si deve rimproverare, semmai(1), a questo ambiente culturale, è la tentazione pelagiana, l’occultamento del dramma morale, l’oblio dell’insondabile e dell’oscuro, scacciati da una demonologia troppo sbrigativamente considerata residuo mitologico, e da allora confinati nell’inconscio europeo. Molto avviene, e in poco tempo. La nascita dello spirito borghese, la riforma protestante, la rivoluzione scientifica galileiana. La fiducia nella dis-ponibilità dell’ente, di una natura liberata dalle potenze del “sacro” pagano da un lato, la negazione del carattere intrinsecamente salvifico della comunità ecclesiale da parte di Lutero dall’altro, portano all’eclisse di quel legame analogico che, come l’albero sciamanico, consentiva ancora a Dante il pellegrinaggio dal profondo degli inferi alle sfere celesti. La perdita dell’analogia e la riduzione della natura a Kosmos matematico (Galileo), oggetto di scienza e di indefinita manipolabilità (Bacone) porta con sè l’abbandono del paradigma sapienziale, che si riferisce al senso comune come criterio di validità pratica, per una ragione tecnica che esalta la possibilità materiale come valore autonomo e anzi assoluto. La filosofia assume un “progressismo” di principio che si traduce in “critica” di ogni pretesa consistenza ontologica delle forme culturali, dall’estetica alla politica alla religione. E’ qui che la filosofia abbandona il suo rapporto dialettico con l’immaginario radicato nell’esistenza, e ne diventa il nemico giurato, ma anche il parassita: essa infatti si nutre di ciò che lavora indefessamente per smantellare, e per molto tempo l’ottimismo illuministico si fonda sull’ignoranza della propria vera natura, prima che venga Nietzsche a spiegare che cosa davvero significhi “la morte di Dio” a chi danza sulle rovine dell’Occidente con il gelato in mano.
L’immagine del mondo umano che la rivoluzione scientifica ha prodotto, una volta che i suoi metodi sono stati applicati su vasta scala, si è vista con chiarezza in età positivistica, ma si poteva desumere già molto prima a partire dagli scritti di un illuminista radicale come Lamettrie, e soprattutto dallo Zibaldone leopardiano, dove è ben chiara la missione assegnata al sapere. (2)
Quel che a Leopardi è ben presente (e con una consapevolezza senza paragoni nel secolo) è la natura omicida della ragione illuministica. L’uomo moderno è condannato “per non aver veduto che ragione e vita sono due cose incompatibili, anzi avere stimato che l’uso intiero, esatto, e universale della ragione e della filosofia, dovesse essere il fondamento e la cagione e la fonte della vita e della forza e della felicità di un popolo” (Zib.358 – 27 novembre 1820). Di più: Leopardi sa perfettamente che non l’intelletto in quanto tale, ma una sua particolare versione possiede questi caratteri mortiferi: “La ragione è nemica della natura, non già quella ragione primitiva di cui si serve l’uomo nello stato naturale (…) Nemico della natura è quell’uso della ragione che non è naturale, quell’uso eccessivo che è proprio solamente dell’uomo, e dell’uomo corrotto” (Zib.375). Tuttavia Leopardi ha già bevuto, a sua insaputa, dal calice velenoso dello storicismo: le nozioni spurie di progresso e necessità storica operano in lui come in tutto il suo secolo, per cui la consumazione della parabola illuministica fino alla feccia appare a lui ineluttabile come apparirà a Nietzsche, il quale si spingerà fino a profetizzare l’epoca dell’ultimo uomo, la nostra. L’ultimo uomo è colui che festosamente zampetta su tutta la terra dopo aver ridotto ogni cosa alla sua minima, meschina misura, felice che niente più si erga sopra il suo capo a giudicarlo. E’ il parassita illuminato e democratico. Il carattere parassitario dell’illuminismo è tutto in quel “non è altro che…” per cui ciò che si dichiara nobile e sensato è puntualmente smascherato come frutto d’incofessabili interessi economici passioni carnali o risentimenti morali.
E la carogna?
Privato dei suoi riferimenti e delle sue forme, il senso comune si è difeso a volte con l’arrocco, altre volte con il recupero di forme regressive in un contesto di oggettivo progresso politico: è la differenza tra fascismo e mafia. A sua volta, l’illuminismo sociale e politico che denuncia questi fenomeni, non appare in grado di distinguere tra il carattere patologico dei primi e quello salutare e irrinunciabile dell’esistenza familiare e comunitaria, e si trova a distruggere questi con quelli. Ecco perchè lo zingaro del mio sogno mi nega alternative. Ma gli zingari, si sa, sono abili nei giochi di prestigio e non brillano per trasparenza (il mimetismo è da sempre la difesa principale del nomade). E dunque?
E dunque, naturalmente, c’è una prossima puntata da scrivere, non prima di domenica, che questa è settimana di performances del vostro, impegnative assai quando hai abbondantemente superato i cinquanta.

NOTE

1) Come fa Henri De Lubac nel celebre L’alba incompiuta del Rinascimento. Pico della Mirandola (trad. it. Jaca Book)
2) Su questi temi si veda: Mario Andrea Rigoni, Saggi sul pensiero leopardiano, Liguori

giugno 12, 2011

LA VISIONE DEL FILOSOFO. CAROGNA O PARASSITA? di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 8:24 pm
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L’altra notte, che notte. Devo aver esagerato con la torta alla crema alla festa di compleanno del mio amico Grassini (batterista squisito, peraltro). Due ore per addormentarmi, e poi un sogno di quelli che ti lasciano da pensare per tutta una vita. Più che una visione, un enigma.
Dopotutto è successo anche a Parmenide, uno dei miei maestri indiscussi. Ma la mia visione è stata molto diversa dalla sua, e non solo per le guide che mi hanno condotto (una due cavalli del 77 anzichè le meravigliose puledre figlie dell’aurora) e per l’ospite che mi attendeva (uno zingaro con un violino scordato per me – nientemeno che la Giustizia in forma di dea per lui).
La vera differenza è lo spettacolo. A lui toccò meditare su un crocicchio, un posto da cui partivano due strade. “L’essere è ed è necessario che sia”, disse a Parmenide la dea, suggellando il suo spirito in una ben rotonda verità: “l’altra via, quella delle apparenze, delle cose che nascono e muoiono, lasciala perdere, è roba per il popolino, gente ignorante, buona per le reti Reti Mediaset”. Me la immagino alta, bionda, popputa il giusto, soavemente prodiga di sorrisi all’iniziato.
Il mio zingaro invece, mi aspettava suonando una czarda ad un vecchio violino. Era un tipo basso e traccagnotto, la barba lunga e i vestiti poco puliti. Appena mi ha visto ha smesso di suonare e, col violino in una mano e l’archetto nell’altra, mi ha portato dietro l’alto muro di cinta che gli faceva da sfondo. Qui c’era una campagna abbandonata, i resti di coltivazioni ormai inselvatichite, una stalla ridotta a un rudere. Lì, stesa per terra, c’era una vacca morente, che emetteva un muggito sempre più debole, dal muso ormai circondato da mosconi ronzanti. Guardando meglio, vidi sul suo ventre una ferita profonda dai bordi lividi, già brulicante di vermi bianchi, che se ne ingrassavano lietamente.
Lo zingaro mi additò lo spettacolo, e disse in un pessimo italiano: “Tu, filosofo, vuoi stare?”
Bè, mi piacerebbe restarlo, si. Non so se sono un buon padre o un marito decente (chiedete a chi di dovere), e neanche se i miei romanzi dicono qualcosa a qualcuno (non sono il migliore testimone, su questo), ma la filosofia si, è la mia scelta di sempre, almeno da quando a sedici anni ho letto il “Fedone” di Platone e ho capito che non potevo occuparmi d’altro nella vita. E posso dirmi filosofo, si, senza presunzione, perchè la parola significa “amante” e non “possessore” della sapienza, come già il vecchio Pitagora aveva opportunamente precisato.
“Allora” mi disse il gitano: “Devi scegliere. Scegli quale filosofo vuoi essere. Carogna o parassita?”
Io l’ho guardato stranito, non mi pareva di aver capito bene.
Ma lui, come un disco rotto: “Carogna o parassita. Non c’è altra via”
Brutta storia, ho pensato. Quando l’archetipo si scomoda per visitare i tuoi sonni, qualcosa di vero e di profondo ci dev’essere. Solo che così, a tutta prima, l’alternativa mi pare impraticabile.
E’ come chiederti se preferisci un calcio nei coglioni o l’estrazione di un canino senza anestesia.
E poi, che diavolo significa che un filosofo deve scegliere tra essere carogna o parassita?
Dove sono finite le belle alternative da manuale, idealismo, realismo, scetticismo, materialismo crapulo e materialismo storico? Va bene che sono tempi di crisi, ma ci sono rimasti pur sempre Cacciari e Severino, se non sono morti stanotte.
Carogna o parassita. Non ci capisco un accidente. E voi?

giugno 11, 2011

REFERENDUM di Giulio Mozzi

Filed under: Cronache,Pensiero — vbinaghi @ 1:42 pm
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(Da: Vibrisse)

Domenica 12 e la mattina di lunedì 13 giugno 2011 si vota per quattro referendum. I seggi saranno aperti dalle 8 alle 22 di domenica 12 e dalle 7 alle 15 di lunedì 13.

Due riguardano la cosiddetta “privatizzazione dell’acqua”. Il primo referendum chiede l’abrogazione delle norme che stabiliscono come modalità ordinaria di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%. Il secondo referendum chiede l’abrogazione di quel comma del Codice dell’ambiente che stabilisce che la tariffa per il servizio di fornitura dell’acqua sia determinata sulla base dell’“adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. In sostanza, chi vota sì al primo referendum desidera che i servizi di fornitura dell’acqua vengano gestiti da società pubbliche o comunque con presenza minoritaria di soci privati; chi vota sì al secondo referendum desidera che il prezzo dell’acqua sia determinato dall’interesse collettivo e non dal profitto. Chi vota no al primo referendum, invece, desidera che i servizi di fornitura dell’acqua siano gestiti da società miste a capitale pubblico e privato, con una presenza dei privati forte (e con la possibilità di una loro presenza maggioritaria); chi vota no al secondo referendum desidera che l’ente pubblico non spenda soldi per mantenere basso il prezzo dell’acqua.

Il terzo referendum chiede l’abrogazione delle norme che consentono la produzione di elettricità con centrali elettriche nucleari. Mi pare evidente che cosa desideri chi vota sì, e che cosa desideri chi vota no.

Il quarto referendum chiede l’abrogazione di alcune norme in materia di “legittimo impedimento” del presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri a comparire in udienza penale come imputati. In sostanza, chi vota sì desidera che il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri non possano essere considerati “legittimamente impediti” a comparire in udienza come imputati quando sono impegnati in attività relative alle loro funzioni istituzionali; chi vota no desidera che gli impegni istituzionali del presidente del Cm e dei ministri possano essere considerati “legittimi impedimenti” a comparire in udienza come imputati. Va ricordato tuttavia che una sentenza della Corte costituzionale ha già modificato la legge originaria, stabilendo che a decidere se vi sia o non vi sia “legittimo impedimento” dev’essere la corte giudicante, e non l’imputato.

Più particolari nella voce in Wikipedia, che mi sembra ben fatta.

La mia opinione personale è:
- che sia sensato votare sì al primo referendum: mi pare che la legge, così com’è formulata, serva più a far incassare qualcosa una tantum alle pubbliche amministrazioni, ed eventualmente ad arricchire qualche grande elettore, che a garantire un miglior servizio. Ed è comunque vergognoso che una norma strutturale di così grande rilievo sia stata infilata in un decreto contenente un coacervo di misure “urgenti”.
- che sia sensato votare sì al secondo referendum: mi pare che il prezzo dell’acqua (nonché quello di altri servizi essenziali, come il trasporto pubblico) debba essere determinato più dalla pubblica utilità che dall’esigenza di profitto di misti o addirittura privati.
- che sia sensato votare sì al terzo referendum: non mi va che costruisca centrali elettriche a energia nucleare un governo confuso e clientelare come quello che abbiamo ora. Dopo vent’anni di buon governo potrei starci.
- che il quarto referendum abbia di fatto perso significato. Sono tentato di votare sì, perché credo che se un presidente del Cm è accusato di fare sesso a pagamento con ragazze minorenni, per il bene della nazione il processo debba essere il più rapido possibile (e, tra parentesi, spero che il fatto risulti inesistente). E sono tentato di votare no, perché penso che l’attuale blocco di potere debba essere fatto fuori nella cabina elettorale.

giugno 9, 2011

AVE MARY di Michela Murgia

Dopo aver vinto l’edizione 2010 del Premio Campiello con il suo secondo romanzo, “Accabadora”, la scrittrice sarda esordisce nella saggistica con questo volumetto, che si presenta come un’esplorazione dell’immaginario cattolico alla luce della questione femminile. Scegliendo questa particolare prospettiva, è evidente che l’intenzione dell’autrice, che rivendica orgogliosamente non solo l’appartenenza ma anche una lunga militanza nella pastorale della Chiesa cattolica, è più polemica che apologetica, dal momento che l’obiettivo è liberare il cristianesimo da quell’immaginario patriarcale normalizzato che vi si è insinuato “sia con apposite narrazioni distorte sia attraverso un silenzio chirurgico sui passaggi della Scrittura che sono contraddittori o non funzionali”. Il che mi parrebbe un obiettivo più che meritevole, se venisse perseguito realmente fino in fondo. Spiace però constatare che questo libro (cui va comunque riconosciuta una scrittura brillante e un’intelligenza dialettica non comune) risulta un’occasione mancata, e questo non per ciò che la Murgia dice, ma per ciò che tace.
In effetti, la denuncia e la de-costruzione dell’apparato patriarcale che nella storia della Chiesa ha piegato spesso il messaggio di Cristo e l’immagine di Maria, a volte occultandone la portata spiritualmente eversiva e liberatoria, viene perseguita soltanto per quanto riguarda la pars destruens, ossia nel mostrare come diversi episodi e locuzioni del linguaggio evangelico o paolino sono serviti a consolidare la subordinazione femminile, l’impossibilità della donna a concepirsi se non in funzione o al servizio di un corpo, una volontà, una spiritualità e persino una morte tutta maschile. Dopodiche un lettore cui stia a cuore lo svelamento di uno spirito evangelico che da queste concrezioni risulta occultato, rimane insoddisfatto, perchè al di là di pochi accenni, la più fondamentale pars costruens del discorso risulta mancante, collocando il discorso medesimo nell’ambito di una sociologia vittimaria, ben al di qua della teologia e soprattutto della spiritualità. Per essere chiari, quando uso il termine “vittimaria” non lo intendo in senso spregiativo ma puramente descrittivo: considero assolutamente legittima e addirittura necessaria l’operazione per cui nell’ultimo secolo le donne hanno interrogato istituzioni e ideologie storicamente dominanti alla luce di quella che è stata ed è un’oggettiva discriminazione del genere femminile. Il fatto è che un’indagine di questo tipo me l’aspetterei piuttosto da scrittrici laiche come Loredana Lipperini o Lorella Zanardo (che infatti sono esplicitamente citate nei crediti), di cui peraltro ho molta stima e seguo iniziative e pubblicazioni, piuttosto che da una scrittrice cattolica che è socia del “Coordinamento teologhe italiane”. A lei chiederei una lettura spiritualmente nutriente di quegli scorci evangelici, di quelle immagini consacrate dalla tradizione, che afferma essere state pervertite dal loro significato più profondo, senza però condurci davvero ad esplorarlo. E non mi dica che non si sente abbastanza teologa per farlo: se uno è in grado di riconoscere il loglio, deve avere anche identificato il grano.
Alla Murgia chiederei, amichevolmente: cara Michela, ma non sei stanca di questi estenuanti processi al cattolicesimo, di queste autopsie psicoanalitiche e sociologiche che hanno ormai due secoli di vita e ci confermano nella convinzione che, proprio come tu scrivi, l’educazione cattolica spesso ha “inciso grandemente sull’idea che una donna per bene sia per natura un essere consenziente all’interno di un contesto coercitivo”? Se, come affermi, tu sai benissimo che “non c’è niente come la Scrittura per rivelarci quanto sia falsa l’idea di Maria che vogliono darci a bere come docile e mansueta, stampino perfetto di tutte le donnine per bene”, e l’immaginario cristiano non vuoi farlo a pezzi ma resuscitarne la pregnanza, perchè non ci dai questo di libro?
In Italia, che passa per paese ultra-cattolico, gli scrittori cattolici sembrano assenti o ben nascosti, se si presentano è per parlar d’altro (vogliamo chiamarlo “nicodemismo”?) o per sparare sulla chiesa di Roma lasciando intendere che la spiritualità cristiana è ben altra cosa (ma quale? vogliamo dirlo una buona volta?). Il motivo è evidente: se non si vuole finire nel ghetto delle librerie Paoline, il sistema editoriale italiano è dominato da un laicismo di principio per cui l’unico Gesù di cui si può parlare nei salotti buoni è quello di Augias. Io ho troppa fiducia nel coraggio delle donne per pensare che tu, Michela, appartenga a questa specie di scrittori. Perciò ti aspetto alla prossima: se non sarà Stile Libero Einaudi, ce ne faremo una ragione.

giugno 8, 2011

VOLONTA’ DI POTENZA di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 7:11 pm
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Se aveste provato a rivolgervi a Marx con l’appellativo di “filosofo”, probabilmente vi avrebbe sdegnosamente voltato le spalle. Filosofi ce n’è stati abbastanza al mondo, pensava, e nessuno potrebbe aggiungere una virgola al leader maximo dei filosofi, colui che ha descritto nientedimeno che l’avvento dello Spirito nella Storia, che attraversa le oscure vie della natura per fiorire nella luminosa epifania del Sapere Assoluto, cioè l’Enciclopedia filosofica di Giorgio Guglielmo Federico Hegel, il quale di Marx fu amato-odiato maestro.
Il fatto è che, per Marx (come per Hegel) la filosofia si limita ad essere la constatazione del fatto, di cui fornisce non più una rappresentazione mitica (come l’arte o la religione) ma una spiegazione razionale, la quale è possibile appunto solo a cose fatte, quando il movimento si è compiuto e il polverone si dirada per depositarsi pacificamente sulla realtà divenuta monumento. Tutto bene, dice Marx, ma solo finchè si resta nell’ambito di un’umanità alienata, ancora incapace di assumere la piena soggettività del processo storico, cioè di essere artefice del proprio destino. L’uomo espropriato della propria essenza creativa, l’uomo il cui lavoro è ridotto a merce nella società dell’Ancien Regime e in modo ancor più evidente nella modernità capitalistica, non può ancora permettersi di considerare la realtà nel suo carattere dialettico, come qualcosa che è “da fare” ma, rappresentandosi come oggetto di potenze superiori, figlio del dovere più che dell’agire, contempla la realtà come un dato immutabile, su cui non ha altro potere che quello di una rappresentazione “a posteriori”.
Diversamente da questo tipo di uomo, il soggetto rivoluzionario nasce non da una “teoria” ma da una presa di posizione, da una scelta di campo. Avendo colto nel movimento storico quella forza capace di determinare un rivolgimento (identificata nel proletariato), l’intellettuale “progressista” capovolge la tradizionale sequenza per cui il conoscere precede lo scegliere e l’agire, e scolpisce definitivamente il motto della post-modernità, che già Goethe aveva posto all’inizio del Faust: “In principio era l’azione”.
Non si è mai riflettuto abbastanza su questo capovolgimento, decisamente epocale: da Aristotele a Hegel, la missione dell’intellettuale è sempre stata identificata in una trascendenza dal carattere locale e prospettico della conoscenza sensibile e dell’opinione, ma soprattutto dal coinvolgiomento interessato di chi è parte in causa: in nome della contemplazione distaccata e oggettiva, della visione sistematica del problema, scienza e filosofia si sono poste come guide autorevoli e criteri dell’agire. Ora non è più così: non perchè corrisponde all’ordine dell’essere ciò che è scelto è buono, ma è buono in quanto scelto. Come dirà più tardi Nietzsche (che non a caso ha sostituito Marx come interprete della post-modernità tra gli intellettuali del secondo dopoguerra), è la volontà che pone i valori. La verità è un mito, la conoscenza è interpretazione, e l’interpretazione è ciò che la volontà di potenza determina come condizione del proprio agire, in altre parole il reale come pretende che sia.
In effetti, c’è una perfetta continuità tra Marx e Nietzsche, esattamente come fra questi e Freud, l’altro grande maestro del XX secolo, per il quale l’ordine sociale e pulsionale è accettabile o meno non in quanto corrisponda a una qualche oggettiva e trascendente “giustezza”, ma in quanto si dimostri efficace nel consentire un adattamento socialmente compatibile alle richieste dell’inconscio, cioè della volontà di potenza colta nel suo “statu nascenti”.
Chi cercasse le origini dello strapotere della tecnica, che si pone come destino ineluttabile dell’occidente e giunge ormai a sostituire ogni criterio etico e politico nelle scelte (ricordate i diktat della bioingegneria e della finanza, cui il gotha dell’intelligenza s’inchina da Veronesi a Tremonti?), li troverebbe qui. Ma qui troverebbe anche le radici di un’ideologia diffusa che ormai è divenuta il comune sentire dell’uomo della strada. Quando il peronista di turno (Berlusconi per esempio) rivendica il carattere assoluto dell’unzione popolare, cioè la volontà delle masse come unica forma di legittimazione del potere, è più marxista di Marx, più nietzscheano di Nietzsche, più freudiano di Freud. Quando i gay e le femministe rivendicano la necessità di una ri-scrittura del costume e della storia e una ridefinizione forzosa dei diritti e dei ruoli in nome del proprio statuto vittimario, pescano esattamente nelle stesse acque. Il vittimismo infatti, come Nietzsche insegna, è solo uno dei volti della volontà di potenza, così come la lotta non-violenta è semplicemente una lotta con armi diverse da quelle convenzionali, fondata sul ricatto morale più che sul tritolo. Quando il democratico, in nome della parità e dell’imprescindibilità dell’interesse individuale o di gruppo, si trova a teorizzare che la politica consista nella libera e trasparente contrattazione tra lobbies, prova semplicemente a istituzionalizzare il vittimismo in un sistema. Quando invece il conservatore chiede il ripristino di gerarchie e steccati che un tempo hanno consentito di pensare alla società come a un Ordine, perfettibile ma concretamente capace di esprimere un bene comune, è come un allevatore che cerca di radunare l’armento disperso dalla tempesta, e inselvatichito da un lungo erramento: se per caso gli riuscisse, ne finirà sbranato.

giugno 7, 2011

ALESSANDRO GIROLA recensisce I CUSTODI DEL TALISMANO

In: Il blog sull’orlo del mondo

giugno 5, 2011

SULLO STATO DEL COMUNE SENTIRE di Valter Binaghi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 11:55 am
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Mentre Erica è semidistesa sulla chaise longue, il busto eretto, le ginocchia sollevate, le mani reclinate in grembo, Saulo è sul divano, il gomito sinistro affondato nel cuscino, il braccio teso, la palma aperta e la guancia appoggiata, in una posizione che ricorda vagamente quella del triclinio romano. Il canale digitale trasmette un film sentimentale, l’amore tardivo tra un goffo Dustin Hoffmann e una timida Emma Thompson.
Erica guarda il video, Saulo guarda Erica, nella stanza echeggiano le battute di dialogo degli attori ma è come se lui volesse interpretarne il senso spiandone l’effetto sul volto della moglie spettatrice.
A detta di coloro che li frequentano, quello di Saulo ed Erica è un matrimonio riuscito, quanto meno uno dei pochi che hanno resistito alla bufera di separazioni e divorzi che ha investito i nati negli anni cinquanta e sessanta, dopo i decenni di cattolica, contenuta ferocia delle loro famiglie d’origine. In effetti anche adesso Saulo, sbirciando non visto il profilo della moglie assorta nel film, è colto da un accesso di tenerezza che prova a far giungere fino a lei in un’immaginaria marea montante, un abbraccio invisibile che ne avvolge la figura ma che, come sempre, rifluisce senza esserne assorbito, come Saulo vorrebbe. Nei molti anni da che vivono insieme, hanno condiviso tutto e si sono raccontati fino all’estenuazione del lessico familiare, hanno cresciuto figli e selezionato occupazioni e amicizie, eppure Saulo sa che il suo amore non ha mai potuto raggiungere la nicchia di lei più riposta, il suo segreto dolore. E questo non perchè Erica l’abbia respinto (Dio sa se essa stessa avrebbe voluto essere raggiunta in quel luogo, e liberata da quell’oscurità che ne imprigiona l’antica innocenza), ma perchè quel luogo è confinato in un passato irraggiungibile. Il passato di bambina cresciuta in una sala degli specchi, che ne rimandavano la graziosa immagine senza che una madre carnalmente partecipe ne risvegliasse con semplici carezze il corpo. Erica la bella, Erica l’artista, riempiva la stanza di disegni che tutti giudicavano meravigliosi, senza capire che a quei disegni essa chiedeva la conoscenza del suo essere corpo e cuore, non altrimenti svelati. Ecco, è in quella stanza di allora che Saulo dovrebbe entrare, strappare i disegni dal muro e prendere la bambina Erica tra le braccia, e rompere il sinistro imbroglio degli echi rimpallati tra i muri di quella solitudine con una parola umana, una domanda e un’offerta d’amore. Nei muri di quella stanza solitaria Erica costruì la sua strategia di sopravvivenza, un’accurata, educatissima cortesia che la difendesse per sempre dallo strazio di un abbraccio vanamente proteso cui nessun corpo corrisponde. La stessa quieta disperazione che la donna Erica avvolge oggi, e che tutti scambiano per matura padronanza, l’abito di colori vivaci che non somiglia a un pigiama carcerario.
Per molti anni Saulo ha pensato di poter giungere là dove nessuno era mai giunto, e pronunciarvi la formula che scioglie l’incantesimo, prima di accorgersi che a sua volta non può percorrere l’intera distanza che lo separa da lei.
Come un cane dalla catena lunghissima, cui è consentita l’esplorazione dell’intero giardino in un’illusione di libertà, Saulo a sua volta è saldamente ancorato a un piolo piantato molto tempo prima. Il giorno innominabile in cui sgusciò fuori dalle strettoie della legge, e fu colpito dalla folgore celeste da restarne tramortito, quando su di lui balenò lo spettro inguardabile della dannazione, e fu lui stesso a trascinarsi nella sua propria oscurità, incatenandosi al pilastro dell’autarchia sentimentale (amerai te stesso e te solo, senza pericoli), con un lucchetto di cui gettò via la chiave. Così, anche Saulo, per essere liberato e disponibile all’incendio dell’amore che redime le solitudini, dovrebbe essere raggiunto in quel momento del passato, che al presente però rimane interdetto, ben difeso dalla spada fiammeggiante di un angelo dalla dubbia natura.
Dustin Hoffmann è un pianista fallito, Emma Thompson ha una madre paranoica. La scena finale è in un parco inglese, dove i due scelgono di rischiare un amore senile, l’ultima occasione del cuore.
Saulo ed Erica si sfiorano le labbra, prima che lei vada a dormire e lui, come al solito, legga un capitolo di un romanzo interminabile di Murakami Haruki.
Ma un giorno amore mio, pensa Saulo mentre la vede allontanarsi, noi saremo lavati nel sangue dell’Agnello. La speranza è in un riscatto dal dolore, non quello attuale che brucia, ma quello antico che ha causato amputazioni e ispessito la cute fino all’insensibilità. L’assoluto è un luogo che è tutti i luoghi, un tempo che è tutti i tempi, dove l’inaccessibile e l’irreparabile sono solo il brutto sogno di una notte ormai svanita, dove io e te cammineremo liberi e nudi, sotto lo sguardo di Dio.

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